Il confronto del più celebre “poeta maledetto” con la religione era stato precocemente conflittuale. Se può essere una leggenda che fin da ragazzino si dilettasse a incidere bestemmie sulle panchine della natia Charleville, è certo che prima dei vent’anni annoverava nella sua produzione un buon numero di versi e prose veementemente anticlericali, fino alla raffinata volgarità. Ecco ad esempio come descrive una lezione di catechismo in Les Prèmieres Communions:
Vraiment, c’est bête, ces églises des villages
Où quinze laids marmots encrassant les piliers
Écoutent, grasseyant les divins babillages,
Un noir grotesque dont fermentent les souliers…
(Davvero, è stupido, queste chiese dei villaggi
Dove quindici mocciosastri sporcando le colonne
Ascoltano arrotare il chiacchiericcio divino
Da un nero grottesco le cui scarpe fermentano…)
A poco più tardi risale quella che è considerata, insieme a Les Illuminations, l’opera principale di Rimbaud, Une Saison en Enfer, animata sotto una luce ben diversa da un continuo incontro-scontro con il cristianesimo. Una sua sezione, Alchimie du verbe, costituisce una sorta di manifesto programmatico della poesia moderna, nel contempo testo creativo e riflessione teorica, anche se non di tipo logico-filosofico. Impossibile in questa sede approfondire tutte le implicazioni di un simile scritto: mi accontento di seguire una pista che ci riguarda più da vicino.
Va intanto notato che già il titolo, Alchimia del verbo, da un lato rinvia al mondo magico-esoterico ma dall’altro ha profonde risonanze religiose, anzi cristiane, sia pure metaforiche. Rimbaud qui, proprio all’esordio, esprime il rifiuto dell’arte “ufficiale” del suo tempo e la ricerca di rinnovati mezzi espressivi, anche attraverso il recupero di potenzialità fino a quel momento ignorate o marginalizzate:
Va intanto notato che già il titolo, Alchimia del verbo, da un lato rinvia al mondo magico-esoterico ma dall’altro ha profonde risonanze religiose, anzi cristiane, sia pure metaforiche. Rimbaud qui, proprio all’esordio, esprime il rifiuto dell’arte “ufficiale” del suo tempo e la ricerca di rinnovati mezzi espressivi, anche attraverso il recupero di potenzialità fino a quel momento ignorate o marginalizzate:
Da molto tempo mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili, e trovavo ridicole le celebrità della pittura e della poesia moderna.
Amavo le pitture idiote, sovrapporte, festoni, tele di saltimbanchi, insegne, illustrazioni popolari; la letteratura fuori moda, latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, romanzi delle bisnonne, racconti di fate, libretti per l’infanzia, vecchie opere liriche, ritornelli sciocchi, ritmi ingenui.
Molto correttamente, Rimbaud inserisce il “latino di chiesa” all’interno del patrimonio di quella che si potrebbe chiamare una cultura popolare: oggi qualcuno vorrebbe far credere che questo latino fosse qualcosa di troppo elevato, di incomprensibile e lontano dalla povera gente, ma è appunto un travisamento della realtà. Ai tempi di Rimbaud si sapeva bene che il “latino di chiesa”, cosa assai diversa dal latino delle scuole, era vicinissimo al popolo, ed entrava perciò anche lui a pieno diritto nell’alchimia del verbo, l’antidoto alla lingua e alla cultura “dotta” ormai isterilita e da rinnovare.
Rimbaud ci dona diversi esempi di quest’uso del “latino di chiesa” in Une Saison en Enfer:
Rimbaud ci dona diversi esempi di quest’uso del “latino di chiesa” in Une Saison en Enfer:
– Ah! sono talmente abbandonato che offro a qualunque divina immagine slanci verso la perfezione.
Oh mia abnegazione, o mia carità meravigliosa! quaggiù, tuttavia.
De profundis Domine, quanto sono stupido!
Curiosamente, rivolge a se stesso il termine (“bête”, a onor del vero quasi un intercalare nella lingua francese) che poco tempo prima aveva riservato alle chiese di villaggio. Traggo un altro esempio proprio dal finale di Alchimie du verbe:
Dovetti viaggiare, distrarre gli incantamenti riuniti sul mio cervello. Sul mare, che amavo come se avesse dovuto lavarmi da una sporcizia, vedevo levarsi la croce consolatrice. Ero stato dannato dall’arcobaleno. La Felicità era la mia fatalità, il mio rimorso, il mio verme: la mia vita sarebbe stata sempre troppo immensa per essere votata alla forza e alla bellezza.
La Felicità! Il suo dente, dolce da morire, mi avvertiva al canto del gallo – ad matutinum, al Christus venit –, nelle città più oscure.
C’è un’allusione all’inno di Prudenzio che si canta appunto al mattutino nella liturgia delle ore: “Nox et tenebræ et nubila, / confusa mundi et turbida, / lux intrat, albescit polus: / Christus venit; discedite”. Echi dell’innografia cristiana si trovano anche nei versi riportati all’interno di Alchimie du verbe:
Elle est retrouvée!
Quoi? L’éternité.
C’est la mer mêlée
Au soleil.
[…]
– Jamais l’espérance.
Pas d’orietur.
Science et patience,
Le supplice est sûr.
(È ritrovata!
Che? L’eternità.
È il mare mischiato
Al sole.
[…]
Mai la speranza.
Non un orietur.
Scienza e pazienza,
il supplizio è sicuro.)
Orietur si riferisce di certo all’inno di Natale Orietur stella ex Jacob, ed è dunque un rimando a Cristo, così come nella prosa precedente la Felicità è anch’essa chiaramente il cristianesimo sempre ambiguamente inseguito e fuggito. Fuggito anche nella scelta successiva, da parte di Rimbaud, di una vita da avventuriero e commerciante di armi in Africa. Così però la sorella Isabelle descrisse gli ultimi giorni di vita di Arthur, tornato in Francia malato e spentosi in ospedale a soli 37 anni:
Nel corso dell’ultima settimana, i cappellani erano venuti due volte; li aveva ricevuti bene, ma con una tale spossatezza, con un tale abbattimento che non avevano osato parlargli della morte. Sabato sera, tutte le suore insieme innalzarono una preghiera affinché facesse una buona morte. Domenica mattina, dopo la messa solenne, pareva più calmo e pienamente in sé: uno dei cappellani è tornato e gli ha proposto di confessarsi; ed ha accettato! Uscendo, il prete mi ha detto, guardandomi con aria turbata, con aria strana: “Vostro fratello ha la fede, figliola, che mai ci avevate detto? Ha la fede, e anzi non ho mai visto una fede di qualità simile!”.
Nel corso dell’ultima settimana, i cappellani erano venuti due volte; li aveva ricevuti bene, ma con una tale spossatezza, con un tale abbattimento che non avevano osato parlargli della morte. Sabato sera, tutte le suore insieme innalzarono una preghiera affinché facesse una buona morte. Domenica mattina, dopo la messa solenne, pareva più calmo e pienamente in sé: uno dei cappellani è tornato e gli ha proposto di confessarsi; ed ha accettato! Uscendo, il prete mi ha detto, guardandomi con aria turbata, con aria strana: “Vostro fratello ha la fede, figliola, che mai ci avevate detto? Ha la fede, e anzi non ho mai visto una fede di qualità simile!”.
Jacopo



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