sabato 26 settembre 2009

Recensione a Mosebach, L'eresia dell'informe

di Giuseppe Reguzzoni
Non si può che essere grati alla piccola ma coraggiosa casa editrice Cantagalli di Siena per aver pubblicato, dopo un lungo periodo di voluta censura da parte di altre e più consolidate case editrici cattoliche, il bel libro di Martin Mosebach, Eresia dell’informe. La liturgia romana e il suo nemico, duecentocinquanta pagine che si leggono d’un fiato, per diciassette euro, spesi benissimo. Merito, certamente, anche dell’accurata edizione in lingua italiana, curata da Leonardo Allodi.
Un solo, piccolissimo rilievo iniziale: l’edizione italiana è stata condotta su quella tedesca del 2007, cosa molto corretta sul piano editoriale, ma forse al lettore italiano può sfuggire che la prima edizione originale è del 2002, data che non è indicata e che ha una sua importanza. Non è filologismo. La distanza cronologica tra l’edizione italiana e la prima edizione tedesca testimonia la censura che su questo volume è stata stesa da un certo establishment editoriale cattolico e, dunque, il suo estremo interesse. Questo, infatti, è uno di quei libri che fanno davvero riflettere, nati dal coraggio di pensare, ma anche dalla gratitudine e dallo stupore.Né si dimentichi che questo era accaduto persino a certe pagine dell’allora cardinal Ratzinger dedicate al medesimo argomento di cui tratta questo libro: la liturgia.
Martin Mosebach, in ogni caso, non è un liturgista di professione e, nel corso della sua opera, più volte ripete di non essere nemmeno teologo. Un po’ come certi poeti, che di se stessi dicono di non essere poeti, che è poi una delle forme più alte di poesia. Mosebach, in effetti, è soprattutto un grande romanziere e novelliere, nato a Francoforte sul Meno nel 1951, ma particolarmente legato all’Italia, come spesso accade ed è accaduto al fiore degli intellettuali tedeschi, quelli più autentici e più critici nei confronti della cultura dominante e, proprio per questo, meno graditi al proprio tempo. A Mosebach, tuttavia, non sono mancati dei pubblici riconoscimenti tra cui, in particolare, il prestigioso premio letterario Büchner, il Nobel della letteratura tedesca, conferitogli nel 2007, con grande ira della cricca progressista e politicamente corretta che governa la cultura tedesca (e quella europea). Vuol dire che, malgrado tutto, qualche volta i premi letterari ci azzeccano.
Che, poi, Mosebach sia un grande narratore, lo si vede anche da questo saggio, che ha come tema principale la crisi della liturgia cattolica dopo il concilio Vaticano II. Si dovrebbe dire la crisi della liturgia della Chiesa latina, perché, come forse non è noto, i cattolici orientali non hanno introdotto variazioni nella loro prassi liturgica negli anni successivi al Concilio, ma oggi, ben pochi usano ancora parlare di Chiesa latina per indicare la molteplicità di chiese nazionali legate alla tradizione liturgica della Chiesa di Roma. Detto questo, spazziamo subito via un equivoco e ricordiamo che Mosebach non è un tradizionalista negatore del concilio Vaticano II che, come può verificare chiunque, nella Sacrosanctum Concilium non solo non ha affatto abolito l’antica liturgia romana, ma ne ha ribadito il valore, quanto alla lingua sacra, il latino, e quanto alla sostanza teologica.Questo volume è, appunto, un saggio, ma con pagine che risultano narrate e quasi parlate, innovativo, dunque, nella forma, che riesce ad andare al di là della trattatistica convenzionale, e nei contenuti.Il tema centrale è dunque la crisi che ha investito la liturgia latina a partire dalla riforma liturgica di papa Paolo VI.La critica che percorre tutta l’opera va contro ciò è ormai molti studiosi chiamano l’ideologia postconciliare, che è altra cosa dal Concilio come tale e che ha come presupposto sostanziale la cosiddetta ermeneutica della rottura. È da questo fronte, non a caso, che è scaturita la censura a posizioni intelligenti e storicamente coerenti come quella di Mosebach. Sul piano liturgico, e su quello collaterale della musica sacra e dell’architettura, l’assenza di forma, la Formlosigkeit, è la spaccatura tra forma e contenuto introdottasi nel modo di pensare la riforma liturgica postconciliare.La liturgia è questione di salvezza e la forma della liturgia è Cristo stesso, così come ci è stato comunicato e tramandato nella Chiesa, che è una nel presente e nel passato in forza della comunione dei santi. Mosebach non è un tradizionalista, nel senso negativo oggi attribuito a questo termine, perché non nega affatto che «si possa celebrare degnamente e con riverenza anche la nuova liturgia di papa Paolo VI» (45), ma evidenzia come proprio il fatto che se ne parli come di una possibilità costituisce un argomento ad essa contrario «nel momento in cui per la sua celebrazione diventa necessario un bravo e devoto sacerdote».
È un rilievo che Mosebach condivide con un testimone di eccezione: «Rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l'impressione che questo fosse del tutto normale. Il messale precedente era stato realizzato da Pio V nel 1570, facendo seguito al concilio di Trento; era quindi normale che, dopo quattrocento anni e un nuovo Concilio, un nuovo papa pubblicasse un nuovo messale. Ma la verità storica è un'altra. Pio V si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in uso, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli. Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai contrapporre un messale a un altro. [...] Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell'antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. [...] si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti. [...] In questo modo si è sviluppata l’impressione che la liturgia sia “fatta”, che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di “donato”, ma che dipenda dalle nostre decisioni» (Joseph Ratzinger, La mia vita).L’idea di liturgia come dono e come mistero, che caratterizza la teologia liturgica di Ratzinger, ha molto in comune con l’idea di forma liturgica sostenuta e difesa da Mosebach.
Quanto al problema – teologico e dogmatico - della continuità, è stata proprio la sua chiara percezione a spingere papa Giovanni Paolo II, prima, a promulgare l’indulto che rendeva possibile l’uso dell’antico messale, previa autorizzazione del vescovo, e papa Benedetto XVI, poi, a liberalizzare completamente il suo uso, anche senza l’autorizzazione del vescovo, con il Motu proprio Summorum pontificum, del 7 luglio 2007.
Le patene portate in fonderia, le tovaglie arcobaleno buttate sulla tavola della celebrazione, i canti orrendi e spesso eretici (“sei grande Dio sei grande come il mondo mio”), le invenzioni continue a cui siamo costretti ad assistere in certe messe domenicali, la sopravvalutazione della predica e della parola rispetto alla dimensione sacramentale, gli orrori e le devastazioni architettoniche degli edifici ecclesiastici sono conseguenza diretta di questa rottura della tradizione e sono la manifestazione evidente dell’«assenza di forma». «Alle numerosi ondate di distruzione che nella storia del nostro Paese si sono abbattute sui nostri santuari – la riforma, la secolarizzazione [napoleonica] con le sue centinaia di migliaia di profanazioni – ne è seguita una più recente, assolutamente degna dei suoi predecessori per forza distruttiva» (59). Quella che stiamo vivendo per Mosebach è una crisi iconoclasta che mette in qualche modo e in gradi diversi in dubbio il dogma centrale dell’Incarnazione e, dunque, della visibilità e rappresentabilità del Mistero nella storia. La Tradizione, in senso teologico, non ammette soluzione di continuità.C’è da commuoversi quando Mosebach racconta nel suo volume di come abbia scoperto la bellezza nascosta di questa tradizione e di come essa gli abbia restituito la fede. «Non sono né un convertito né un proselito», dice di se stesso proprio al principio del saggio, ma lentamente le radici atrofizzate e dormienti della fede hanno in lui ripreso vigore ed è stato, come per molti, «l’incontro con l’antica liturgia cattolica ad aver generato un processo che non è ancora giunto alla fine» (27). Viene in mente Claudel che si converte entrando a Notre Dame, stupito dalla bellezza della liturgia che vi veniva celebrata. È l’affermazione di questa domanda di salvezza presente, di bellezze e verità come unità profonda, a vaccinare la posizione di Mosebach da ogni rischio di estetismo.Questo libro è dunque anche una testimonianza, di come la Tradizione nella Chiesa cristiana sia la strada che può portare sino al principio, alla Forma che dà senso e bellezza alla vita e alle opere dei cristiani; ed è certamente anche un grido, sbigottito come quello del cardinal Ratzinger, di fronte al dramma che ha investito la Chiesa e, dunque, il mondo.
Ma questo libro è anche un viaggio, che ci porta a incontrare luoghi in cui l’antica liturgia è viva l’antico si mostra in tutto il suo splendore contro una febbre di novità che è già vecchia nel momento in cui nasce: il monastero benedettino di Fontgombault, continuatore della gloria di Solesmes; l’umile cappellina ricavata nei locali di un appartamento di Francoforte, dove un sacerdote celebra in quasi clandestinità la Messa tridentina secondo l’indulto di papa Giovanni Paolo II e dove le donne presenti, senza nemmeno saperlo, riscoprono l’antica reverenza verso gli oggetti sacri e, con essa, il valore di una sacralità così vicina al quotidiano. La madre di famiglia che lava con cura il purificatoio con cui il sacerdote ha pulito il calice e che ha raccolto qualche piccola goccia del sangue di Cristo, rovesciando poi quell’acqua nell’angolo del suo giardinetto dove spuntano i fiori più belli, con questo semplice suo gesto riafferma il valore totale e assoluto della transustanziazione, sine glossa, senza condizionamenti e travisamenti che non sono poi che adattamenti allo spirito del nostro tempo.
Cristo è il giudice del tempo, non è ne è il suddito. E proprio per questo - paradossale motivo di speranza - può anche esserci, e c’è, l’«ubbidienza disubbidiente» di tanti sacerdoti che riscoprono la continuità della Tradizione, magari, contro le opposizioni aperte o subdole dei loro vescovi al Motu proprio di papa Benedetto XVI. È l’ubbidienza disubbidiente che già fu di sant’Atanasio, il coraggioso vescovo che si oppose all’arianesimo ormai accettato da gran parte dei suoi confratelli nell’episcopato. Mosebach quest’ultimo esempio non lo fa, è troppo umile, troppo legato alla presentazione della situazione presente. Ma è un esempio che balza alla mente a chi ha affrontato lo studio delle grandi crisi attraversate dalla Chiesa nella sua storia. La lex credendi è la lex orandi. Se cade l’una, cade anche l’altra. Si crede quel che si prega e si prega quel che si crede. Non si prega che in ginocchio, scrive Mosebach, e, allo stesso modo, non si crede che in ginocchio, perché chi entra in chiesa cerca il mistero, il sacro; non l’orizzontalità in cui siamo già immersi, ma la verticalità capace di ridare significato a quest’ultima. Dopo anni di ubriacatura comunitaria si torna a parlare di mistero e, per dirla con Guardini, di “santi segni”. È velato il mistero della liturgia. Sin dal suo principio è un continuo velarsi, tant’è che i suoi riti iniziano «con la copertura del celebrante rivestito con diverse vesti che, insieme, hanno un carattere simbolico», in cui «diventa chiaro che le qualità del carattere e virtù come la castità, la fortezza e l’umiltà, associate con brevi preghiere ai singoli capi di abbigliamento, vengono realmente accolte come parti dell’armatura, di cui parla san Paolo» (147). Ma questo velarsi, tanto misterioso, è altra cosa dal misticismo misterico: «un razionalismo particolarmente sobrio attraversa la letteratura liturgica occidentale, un non-voler-sapere particolarmente accentuato di quale sia la relazione tra la singola norma liturgica e la storia delle religioni». «Non c’è nulla che la Chiesa cattolica tema di più quanto l’essere associata nei suoi riti, alla magia e alla prassi» magica» (163). È velato questo mistero, di un velo che non è stato posto da mani d’uomo, perché «l’offerta velata è Cristo prima della Crocifissione, non ancora sacrificato, non ancora segno di contraddizione sollevato in alto, essa è anche Cristo velato che attende di essere spogliato dei suoi vestiti». In questo velarsi e disvelarsi il Mistero si fa presente ed è un mistero di kenosi, di annichilimento nell’abbandono. Forse la tragedia che ha investito la Chiesa latina in questo lungo autunno è parte di questa kenosi, forse si tratta di una grande prova di fede. All’inizio del suo libro Mosebach constata con amarezza che la riforma liturgica ha già sortito un effetto nel momento in cui ci costringe a parlare di liturgia, a discuterla come se fossimo noi a decidere di essa, ma, almeno, forse, questa amarezza può, se lo desideriamo autenticamente, divenire consapevolezza e libera scelta di cercare e riabbandonarci al Mistero.

Da Il Sussidiario 25 settembre 2009, via Papa Ratzinger blog

23 commenti:

  1. E' una lettura fluida e commovente.
    Positivo ogni tanto riproporre certe "fonti" non inquinate

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  2. Un commento dal sito di Accattoli.
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    ... Certo è innegabile che la comunità lefebvriana sia in sé numericamente esigua e chiassosa. E che una Messa in latino nel XXI secolo sembra – almeno a mio modesto giudizio – un esercizio intellettuale ma non di culto. Mi spiego meglio, detto fuor di polemica.

    Sono stato a Sanremo, il 6 settembre scorso, per la celebrazione col rito di S. Pio V (o sarebbe più giusto dire: pio-giovanneo, vista l’edizione 1962 del Messale?). Ho seguito la celebrazione per il latino studiato al classico. Ma in chiesa c’erano tante persone che non conoscevano il latino né tantomeno ricordavano – pur avendo i capelli bianchi – le formule di rito. Inutile dire che un gruppetto di 25-30enni appena uscito dalla celebrazione, cellulare e iPod muniti, si è prodotto con espressioni del genere “non si capisce niente”.
    Quello che mi ha colpito è stato vedere la netta separazione tra il sacerdote e il popolo. La chiesa, il Santuario della Madonna della Costa, ha ancora il transetto con i cancelletti. Che al momento della consacrazione sono stati chiusi. Ecco, questo gesto mi ha fatto sentire – oltre al sacerdote che dava le spalle a tutti – come tagliato fuori dalla celebrazione, ecclesiologicamente inferiore. Uno spettatore di un Dio lontanissimo e terribile, che non pensa a me. Questa è stata la sensazione.
    E’ per questo che apprezzo il rito di Paolo VI, che almeno ci fa sentire tutti una famiglia, insieme, che prega nella stessa lingua, coopera alla Messa e si capisce tra loro insieme a un Dio vicino e cui si può dare anche del tu ...
    ___________

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  3. Romano Amerio con Iota Unum e Stat veritas di cui parla ure quel giorbale d'oltre Tevere che finora aveva osservato solo da tutt'altra parte; Gherardini che discorre del VaticanoII toccando aspetti finora toccati solo da Lefebvre; Castrillon Hoyos che apre ad una futura riabilitazione di Lefebvre; Mosebach.

    Insomma, tutto questa lettura critica del Vaticano II finora solo osannato, incensato e adorato, non me la sarei aspettata fino all'altro ieri. Papi, Cardinali e prelati (compresi prefetti e segretari del Culto Divino) che hanno il coraggio di guardare ai frutti della Comunione in mano (mentre certi neoterici continuano imperterriti a parlare di santa Comunione accompagnando i loro discorsi dotti ma fuori dalla realtà con fotografie di un pasto all'osteria)
    Nella Chiesa si sta riscoprendo il coraggio della profezia e dei profeti. (Si dice così in linguaggio neomane, no?)



    Antonello

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  4. Il commento scritto sul blog di Acattoli esprime una verità: la liturgia antica bisogna conoscerla per poterla fare propia, altrimenti la si guarda come si guarda un bello spettacolo, ci si può annoiare e financo addormentare. Io nel rito antico mi sento un "concelebrante" nel rito nuovo invece mi sembra d'esser una marionetta nelle mani del presidente; quindi non è la liturgia che crea questa o quella impressione, ma il modo con cui ci avviciniamo ad essa.

    Ecco perché è urgentemente necessario insegnare come si partecipa attivamente al rito antico: con il messalino bilingue e recitando le stesse preghiere che recita il sacerdote, nella stessa direzione del sacerdote, allo stesso modo del sacerdote (cioè sottovoce).

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  5. Poche rondini per la Primavera:
    i lupi sono tanti, fortissimi e...longevi!

    (e il Signore, dietro le quinte, usa tempi...biblici, comprendendo la rieducazione dal profondo di generazioni presenti e future!)

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  6. Online i video del dvd distribuito dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei sulla celebrazione della S. Messa secondo il Missale Romanum del 1962 (sia i video didattici sia una celebrazione continua)

    http://www.maranatha.it/MissaleRomanum/video.htm

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  7. Per l'anonimo sopra di me. I video didattici presenti su Maranatha non sono tratti dal dvd distribuito dall'Ecclesia Dei, ma da quello realizzato circa due anni fa dalla Fraternità San Pio X.
    Riccardo

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  8. espressioni del genere “non si capisce niente”...
    grande famiglia...etc...

    Accattoli...Carneade...chi era costui?

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  9. "non è la liturgia che crea questa o quella impressione, ma il modo con cui ci avviciniamo ad essa"

    E' sempre questione di formazione liturgica per l'uno (tridentino) e l'altro rito (sempre più difficile)

    Resto dell'idea che se le cose fossero andate diversamente e senza fretta, pur con necesari ritocchi, non staremmo qui a parlarne - le nostre chiese sarebbero più Chiesa, i nostri pratifanti, forse, più credenti, i nostri testimoni, forse, più credibili...
    Ma sono andate così con tutti i "se", "ma", "però" stiamo a parlarne con spirito profetico, sempre attenti allo Spirito!

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  10. Ho riportato sul blog di Tornielli i link a questo thread e a quello su Monsignor Gherardini.

    Sono stata molto stupita nel leggere che Tornielli, rispondendo ad un blogger, dice che il documentario di Melloni di ieri sera sul Vaticano II

    " è stato un pezzo di grande televisione e di servizio pubblico".

    Ecco la mia reazione:

    È veramente far prova di servizio pubblico offrire quella ricostruzione ideologica nel più puro spirito dossettiano, scuola di Bologna e spirito del Concilio conforme’?
    È servire l`opinione e rispettare la verità fare l`introduzione che ha fatto Melloni che già indicava la piega che avrebbe preso il documentario… una Chiesa all`agonia che non avrebbe preso cura dei poveri, che non si sarebbe diffusa nel mondo intero e altre inesatezze del genere se non ci fosse stato il Concilio Vaticano II?
    È rispettare la verità fare quella descrizione sprezzanze della Liturgia, del rito celebrato dai padri conciliari, è corretto dire che era un rito spiccio col sacerdote che celberava da solo e i fedeli dietro che facevano le loro devozioni?
    Un vergognoso ma conosciuto cliché diffuso dai modernisti, che mostrano così il loro disprezzo per il Rito che è stato ed è sacro per generazioni e generazioni di santi di fedeli?
    Tutto in quel documentario, anche la musica scelta, rifletteva l`ideologia, la visione di Melloni e dunque della scuola di Bologna, del resto bastava guardare la bibliografia finale : Alberigo… Melloni… Alberigo…
    Rendere un servizio pubblico è essere oggettivo nell`informazione, non è di certo ad un`informazione oggettiva che abbiamo assistito ieri sera.
    Non abbiamo visto la storia del Concilio, ma la storia del Concilio Vaticano II rivista e corretta da Alberto Melloni .

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  11. http://radicicristiane.spaces.live.com/Blog/cns!F8E0AB21C0FC7EA9!519.entry

    http://www.lettera22.it/showart.php?id=6891&rubrica=21

    http://archiviostorico.corriere.it/2009/marzo/15/tre_svolte_Ratzinger_co_9_090315066.shtml

    ...non c'è da meravigliarsi di Meloni...ooopppssss Melloni1

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  12. Quello che mi ha colpito è stato vedere la netta separazione tra il sacerdote e il popolo.
    ....................
    come tagliato fuori dalla celebrazione, ecclesiologicamente inferiore. Uno spettatore di un Dio lontanissimo e terribile, che non pensa a me.
    -----------

    Giusto! Verissimo! E' proprio così: quel fedele occasionale ha visto e sentito una realtà "incomprensibile".
    Così era, così deve essere: è proprio questo il senso del SACRO che abbiamo perduto e dobbiamo ritrovare, mediante il VO, il solo Rito che può ridonarcelo, mediante quella separazione che tanto ha colpito l'osservatore.
    Certo che nessuno dopo 40 anni può di colpo accettare (in quanto non può più capire=capere, afferrare con avidità di conquista attiva...)
    quel MISTERO TREMENDO E FASCINOSO del Dio Vivente, dal quale siamo, terribilmente SEPARATI fin dalla nostra nascita in Adamo (e ne portiamo il segno e il sentimento angoscioso di abbandono irrimediabile nelle pieghe più profonde della nostra psiche!)...

    L'area sacra è appunto SEPARATA dall'uomo segnato dal peccato, solo il SACER-dote può accedervi, perchè conSACRATO (sia pur indegno), per invocare quel Dio lontano (offeso! non più l'Amico confidente che passeggiava nel Giardino con l'uomo....), per supplicarlo di per-DONARE l'umanità pentita che confessa la propria colpa
    ("Contro di TE ho peccato! Miserere..."), di chinarsi su di essa, macchiata e dannata, offrendoGli l'UNICA VITTIMA a Lui gradita per ESPIARE la colpa originale e quella imperversante nella storia come un fiume in piena ("...Qui tollis peccata mundi") il Figlio Unigenito Innocente Perfetto, che potesse ripagare l'iniquità che aveva ROTTO l'amicizia originaria tra Dio e l'uomo, e attirare su di essa di nuovo la Sua Benevolenza eterna.

    Quella "separatezza" (cancelletto-sacellum-naòs...) che procura sgomento è una realtà di cui abbiamo perso la cognizione, e ci meravigliamo di rivederla, così, a un tratto, senza spiegazioni....,
    essendosi affievolito fino a sparire dalle coscienze il senso e il concetto di PECCATO: ormai crediamo di essere in amicizia inalterabile -sempre a tu per tu- con Dio, lo sentiamo "uno come noi e tra noi", Lo trattiamo da pari a pari, abbiamo (col NO)
    abolito la DISTANZA DI RISPETTO E DI ADORAZIONE (quella per cui Mosè si tolse i calzari accostandosi al Roveto ardente): proprio questo è il SEGNO eloquente della grande piaga che osserviamo in noi e attorno a noi!
    Dunque, caro anonimo "referens", che non osi o non vuoi fare commenti su quel commento, (perchè ne temi la sincerità delle impressioni vissute "sulla pelle"),
    devi sapere che quel fedele occasionale ha visto e sentito tutto giusto: il guasto terribile che la Messa NO ha creato in tutti i cattolici è proprio l'abolizione della separatezza e l'appiattimento artificioso tra DIVINITA' e umanità:
    è pretesa superba, perchè DIO è Mistero che ci trascende infinitamente, e ce lo siamo messo in tasca, o la Divina Liturgia ci pare un romanzetto che sfogliamo distratti e riponiamo annoiati sullo scaffale, perchè
    "ha poco da dirci"....
    Perchè il nostro orecchio è ormai SORDO!
    e perchè siamo NOI che dobbiamo invocare, supplicare, chieder perdono e offrire il Sacrificio Divino-Umano al Padre (allontanato dai nostri peccati), uniti in Spirito al Sacerdote che celebra in "persona Christi", affinchè nel Mistero Eucaristico si compia la promessa antica della Salvezza, in cui che il nostro cuore si ricongiungesse in amicizia eterna al Cuore di Dio, che avevamo offeso e rifiutato: è CRISTO e Lui solo che RICONGIUNGE quel legame di amicizia spezzata, che colma quell'abisso di solitudine scavato dal peccato tra gli uomini e Dio, non solo all'inizio dei tempi, ma ogni giorno, in tutti i secoli della storia!
    (......)
    Memini

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  13. .......
    Non è Dio che deve unirsi alla nostra "tavolata di festa amichevole", perchè attirato e compiaciuto dai nostri canti e battimani: è Lui che ha la bontà di invitarci alla Sua Mensa, dopo che Lui (nella Persona di Cristo) si è immolato come Vittima Immacolata, divenendo con la Divinità nascosta, (come in un nulla) -in un Mistero ineffabile che Angeli e Santi e Maria SS.ma adorano- Pane di Vita Eterna per noi:
    TUTTO VIENE DA LUI, TUTTO DEVE ESSERE RICONSEGNATO A LUI!
    Tutta la Liturgia è Opera Sua, e noi siamo solo Suoi servi, promossi a figli in virtù del Sacrificio del Figlio, non delle nostre arti, capacità o meriti: il nostro sacrificio è gradito e riceve valore in quanto unito a quello Unico e Perfetto di Cristo, non per se stesso: bene perciò ha fatto G.
    Reguzzoni a considerare che... dobbiamo ridiventare consapevoli della nostra pochezza di fronte al Divino Dono della Liturgia e di ricercarlo e scegliere di
    riabbandonarci al Mistero.

    Memini

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  14. Bella lezione Memini: non dici niente di nuovo per chi ha abbandonato il Novus, ma quello che dici lo dici tremendamente bene.
    Mi salvo lo scritto e mi propongo di usarlo in future discussioni.
    Posso?

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  15. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  16. dice Memini
    L'area sacra è appunto SEPARATA dall'uomo segnato dal peccato, solo il SACER-dote può accedervi, perchè conSACRATO (sia pur indegno), per invocare quel Dio lontano
    Mi permetto sommessamente di non capire. Se, come dici,
    è CRISTO e Lui solo che RICONGIUNGE quel legame di amicizia spezzata, che colma quell'abisso di solitudine scavato dal peccato tra gli uomini e Dio, non solo all'inizio dei tempi, ma ogni giorno, in tutti i secoli della storia!
    perché mantenere le distanze da Dio, nella liturgia che quel Dio Terribile ma Padre me lo fa presente? Il Verbo si è fatto carne, si è fatto me in qualche modo, mi ha regalato il privilegio di darGli del Tu, di cercarLo a partire da me e dalla mia nullità. In ginocchio, certo, prostrata, certo, consapevole che il Mistero che si celebra mi trascende e mi supera. Ma quel Mistero è per me. Mi è donato, perché vi partecipi come commensale dei Tre che si aprono ad abbracciare anche la mia misera esistenza. La Chiesa con i suoi Sacerdoti e le sue liturgie mi 'serve' proprio per accedere al sacro, non per separarmene. Per 'toccare' il 'mio Dio e mio Tutto'.

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  17. La Chiesa con i suoi Sacerdoti e le sue liturgie mi 'serve' proprio per accedere al sacro, non per separarmene. Per 'toccare' il 'mio Dio e mio Tutto'.

    Infatti lo 'tocchi' e non solo, ma è Lui che ti 'tocca' e permea tutto il tuo essere se sei aperta -come sei- e lo accogli, soprattutto nel momento più solenne della Comunione, quando ricevi il Suo Corpo (nel quale c'è anche il Suo Sangue, la Sua anima e la Sua Divinità), dopo che hai rivissuto insieme a Lui e al Sacerdote il momento solenne e immenso del Sacrificio e, prima del banchetto escatologico (quello che ti dà i doni del 'mondo a venire' e ti introduce nella Sua Risurrezione) e hai fatto, nella Sua, la tua offerta...

    E questo puoi farlo anche nel Novus Ordo, conoscendo appunto cos'è la S. Messa, anche se nel Novus il momento del Sacrificio e dell'Offerta appare diluito e anche un po' trasformato: ma ne va recuperata tutta la pregnanza senza la quale il Sacrificio del Signore è vanificato. E in questo modo il senso del Sacro, cioè del Soprannaturale, riconoscendo a Dio questa Sua realtà, e anche la Soprannaturalità di tutti i suoi doni, che si è persa, lo ritrovi e lo custodisci dentro di te...

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  18. Quando si dice che l'area sacra è SEPARATA dall'uomo segnato dal peccato, e che solo il SACER-dote può accedervi, perchè conSACRATO (sia pur indegno), per invocare quel Dio lontano;
    e quando si dice che la Chiesa con i suoi Sacerdoti e le sue liturgie 'serve' proprio per accedere al sacro, non per separarsene, bensì per 'toccare' ed essere toccati dal 'mio Dio e mio Tutto';
    ... non si affermano due proposizioni contradditorie.
    L'area sacra è infatti il luogo dove abitualmente viene offerto a Dio Padre il sacrificio dal ministro ordinato che opera in persona Christi.
    Con la comunione, invece, tocchiamo e siamo toccati da Gesù, anche se siano al di là della balaustra.
    Insomma occorre distinguere tra spazio e consumazione del sacramento.
    Cristo tocca allo stesso modo il sacerdote che si comunica nello spazio sacro e il fedele che si cominica al di là della balaustra.

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  19. L'idea del "sacro" come "separato" è imbevuta di paganesimo o di spirito sommosacerdotale. L'uno e l'altro sono aboliti da Gesù.
    Possibile che queste elementari nozioni di teologia vi siano così sconosciute?

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  20. L'idea del "sacro" come "separato" è imbevuta di paganesimo o di spirito sommosacerdotale. L'uno e l'altro sono aboliti da Gesù.

    l'idea del santo (sacro) come separato= "messo da parte" per il Signore è di S. Paolo, direi!

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  21. ...di teologia post conciliare. Elementare.

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  22. poveri nostalgici fuori dalla storia.... ma perchè non vi svegliate? il mondo va avanti non indietro

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  23. Redazione di Messainlatino.it28 gennaio 2010 16:01

    Questo lo disse anche il sindaco di Leningrado, quando gli riferirono che alcuni avrebbero voluto che la città tornasse a chiamarsi San Pietroburgo

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