venerdì 6 febbraio 2009

"Pubblicando subito la Nota esplicativa, ci saremmo risparmiati giornate di passione"

Intervista de La Croix a P. Federico Lombardi S.J. (nella foto), responsabile della sala stampa del Vaticano. Traduzione completa a nostra cura (versione originale consultabile on line a questo link)



- Il decreto di revoca delle scomuniche dei vescovi integristi ha causato grande emozione. Che cosa vi è mancato per spiegarlo meglio?
Il problema di questo decreto è che è stato negoziato fino all’ultimo momento e che certi punti restavano confusi. Non marcava il completamento del processo, ma una tappa, quindi senza dare un risultato chiaro. Pertanto il comunicato che l’accompagnava lasciava troppi aspetti nel dubbio, dando luogo a differenti interpretazioni. Inoltre, trattandosi di un negoziato con un’altra parte, il documento poteva già essere su alcuni siti e giornali. Noi non avevamo in mano la padronanza di questa comunicazione [P. Lombardi “si lascia scappare” che potrebbero esserci state indiscrezioni dei lefebvriani. Noi, che seguiamo con attenzione la vicenda, possiamo attestare che le prime voci sono state diffuse dal sito La Cigüeña de la Torre, asseritamente (e ci crediamo: l’Avv. Fernandez de la Cigoña è persona affidabile) sulla base di indicazioni del card. Re: cfr. qui]

- Non c’è stata una comunicazione insufficiente?
Per la Chiesa, il problema della comunicazione non è semplice. Si deve dire tutto e subito? Talvolta, è meglio non parlare. Una comunicazione troppo aperta, soprattutto su un negoziato così complesso, può talvolta bloccarlo, o discreditarlo. Ma in questo caso specifico, ciò che è stato più nocivo è la concomitanza tra la questione della scomunica e la diffusione delle posizioni negazioniste – e ingiustificabili – di Mons. Williamson.

- Si sarebbe potuto evitare?
Onestamente, il punto delicato è di sapere chi conoscesse le opinioni di quest’uomo. Quando si propone al Papa di togliere le scomuniche di quattro vescovi, non si tratta di un grosso numero, come se fossero 150. Si conoscono, quei quattro vescovi. Senza dubbio le persone che hanno negoziato non avevano coscienza della gravità delle frasi di Williamson. E’ vero che i negoziati sono stati condotti con Mons. Fellay. Ma le posizioni degli altri quattro vescovi non sono state prese sufficientemente in conto. Ciò che è sicuro, è che il papa lo ignorava. Se c’è qualcuno che doveva saperlo, è il card. Castrillòn Hoyos [questo, a casa nostra, si chiama scarica barile. Il responsabile della comunicazione vaticana, ossia l’intervistato, non è tenuto a documentarsi per presentare al mondo un provvedimento papale? Sarebbe bastata una rapida ricerca in internet…]

- Lei ravvisa un’evoluzione dei media in senso più ostile contro la Chiesa?
I media non sono più o meno cattivi di altre volte. Riflettono il nostro mondo. Siamo lucidi: esistono correnti opposte alla Chiesa, che la considerano come liberticida, ecc. Il messaggio della Chiesa è oggi sovente controcorrente rispetto all’opinione maggioritaria, di cui i media sono naturalmente i portavoce. Ma le reazioni possono anche essere positive. L’abbiamo visto bene per la morte di Giovanni Paolo II. E ci si deve ricordare che i viaggi di Benedetto XVI negli Stati Uniti, in Australia e in Francia, dove pure, all’inizio, l’opinione pubblica era lungi dall’essere conquistata, hanno mostrato che il messaggio poteva essere egualmente ben trasmesso dai media.

- Gli stessi cattolici hanno difficoltà a comprendere le decisioni del Vaticano. Perché?
Certi documenti sono destinati agli specialisti di diritto canonico, altri ai teologi, altri all’insieme dei cattolici e altri a tutti gli uomini. Al giorno d'oggi, quale che sia la natura del documento, esso finisce direttamente sulla pubblica piazza. Questo diventa difficile da gestire.

- In questa crisi la comunicazione non è stata fatta in collegamento con gli episcopati locali?
Quando si è preavvertiti a tempo, si cercano di prendere contatti. A volte, il documento è già nelle mani dei vescovi locali perfino prima che l’abbiamo noi. Credo che una cultura della comunicazione sia ancora da creare in seno alla Curia, dove ogni dicastero comunica in maniera autonoma, non pensa necessariamente a passare per la Sala Stampa né, quando l’informazione è complessa, a redigere una nota esplicativa.

- Che lezione trarre da questa crisi?
Se le spiegazioni della nota del 4 febbraio fossero state date subito alla pubblicazione del decreto, ci saremmo risparmiati parecchie giornate di passione. Soprattutto quando si tratta di soggetti “scottanti”, è preferibile preparare bene le proprie spiegazioni. Ma è impossibile evitare tutte le difficoltà. Dobbiamo essere anche pronti a correre dei rischi. E non si può certo progredire in un cammino di riconciliazione senza togliere le ambiguità.


Isabelle de Gaulmyn

3 commenti:

  1. DANTE PASTORELLI6 febbraio 2009 16:59

    Inqualificabile, ancora una volta, questo portavoce tanto disinformato
    quanto pronto a gettar la croce sulla Fraternità S.Pio X, che niente ha anticipato osservando la debita discrezione, e sul lavoro lungo, paziente e difficile del card. Castrillon. In una con Lehmann ed altri tristi (plurale di "tristo") ecclesiastici.
    E' il bravo card. Castrillon che si vuole colpire e, attraverso di lui, il Papa che in lui ha avuto molta fiducia, meritata.
    Dinnanzi a tanto sfascio, a noi che abbiamo fede, non resta che pregare.

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  2. Del resto, è gesuita.

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  3. Se è gesuita allora è chiaro da che parte sta.
    Si è potuto vedere molto bene l'anno scorso a Sanremo dopo la 1° Messa celebrata in rito antico da che parte stanno i Gesuiti.
    Sant'Ignazio li protegga !!!

    U Ciun

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