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giovedì 1 settembre 2022

Controstoria del Movimento liturgico #44 - "Liturgia ed ecumenismo, card. Augustin Bea SI, (1881-1968)" di A. Porfiri

44° appuntamento con la settimanale rubrica del giovedì: Oggi il M° Porfiri ci presenta la figura del Card. Bea, che fu determinante per il processo di riforma liturgica (se non di stravolgimento) iniziato già dagli anni precedenti al Concilio, strettamente strumentale alla modifica del concetto di ecumenismo. Eh sì, perchè come dice Lercaro, cambiare la liturgia fu necessario per cambiare anche il concesso di "ecumenismo" e del rapporto della Chiesa Cattolica con le altre religioni cristiane. 
Qui gli altri articoli. 
Roberto. 

Liturgia ed ecumenismo: Augustin Bea (1881-1968)

Quando parliamo del Vaticano II non c’è dubbio che ci siano alcune figure che spiccano per la loro influenza e importanza. Anche perché il Vaticano II non è veramente cominciato nel 1962 (anche se formalmente questa è la data da ricordare) ma è stato preparato nei decenni precedenti da figure che hanno predisposto il terreno ad accogliere cambiamenti che, come nella liturgia, furono molto significativi. Non c’è dubbio che dom Lambert Beauduin fu uno dei maggiori attori in questo senso, ma altri giocarono un ruolo non meno importante. Pensiamo a Augustin Bea, di certo un nome di primo piano.

Tedesco di nascita, entrò nell’ordine dei gesuiti. Professore di Sacra Scrittura alla Gregoriana, fu confessore di Pio XII. Lo stesso anno in cui fu annunciato il Concilio, 1959, fu creato Cardinale da Giovanni XXIII. Fu messo a capo del Segretariato per l’unità dei cristiani. Il suo ruolo durante il Concilio per quello che riguarda i documenti su ecumenismo e libertà religiosa (con influenza anche sulla liturgia) fu fondamentale. Nell’udienza del 16 aprile 1969, Paolo VI indirizzando il suo saluto alle Società Bibliche Cattoliche ricordò Bea anche con queste parole pronunciate in lingua inglese: “Abbiamo sentito che era una cosa provvidenziale quando il cardinale Bea è venuto da noi non molto tempo dopo la chiusura del Concilio ecumenico e ha chiesto se il Segretariato da lui diretto potesse iniziare a studiare l'attuazione del capitolo finale del documento conciliare sulla Bibbia. Come studioso delle Scritture, il cardinale Bea era stimato dai cristiani di tutto il mondo; come Presidente del Segretariato per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, aveva conquistato la fiducia e persino l'affetto dei leader e dei membri delle Chiese e Comunità cristiane di tutto il mondo”.

Forse ad alcuni può sfuggire il rapporto tra liturgia ed ecumenismo che in realtà, nel Vaticano II, fu profondo. Ce lo fa capire un altro dei protagonisti di quegli anni, Giacomo Lercaro, che in uno scritto su questo tema parlando della Sacrosanctum Concilium tra l’altro afferma: “Uno degli aspetti fondamentali della vita di questa «Chiesa in preghiera» di cui parla la Costituzione, è il fatto di restare in ascolto della Parola di Dio. E’ certo che mai, in un documento solenne del magistero, si è affermato con tanta insistenza e chiarezza il ruolo fondamentale della Sacra Scrittura nella vita della Chiesa. Si tratta, anche qui, di una evidente verità: ma occorreva l'incontro concretamente significativo per la spiritualità di tutto il popolo cristiano. E questo è proprio lo scopo della Costituzione, che non si limita a riaffermare che - soprattutto nella celebrazione liturgica - «La Sacra Scrittura ha un'estrema importanza» (art. 24), ma ne deduce immediatamente le conseguenze pratiche: «Bisogna anche promuovere il gusto saporito e vivente della Sacra Scrittura» (ib.), stabilendo anche delle nuove forme di assemblee liturgiche, consistenti essenzialmente nella «sacra celebrazione della Parola di Dio» (art. 35, 4). Essa stabilisce pure che i preti, d'ora innanzi, dovranno aver cura di attingere per la predicazione «in primo luogo alla fonte della Sacra Scrittura» (35, 2). Essi dovranno procurarsi da soli, a questo fine, «una più abbondante conoscenza della Bibbia» (art. 90), e imparare a gustarla di più nella loro preghiera di ogni giorno dell'Ufficio divino (92). Da parte sua, il Concilio si impegna solennemente a «presentare ai fedeli la mensa della Parola di Dio con una ricchezza maggiore», e ad aprire «più largamente i tesori biblici, affinché, entro un numero determinato di anni, si legga al popolo la parte più importante della Sacra Scrittura» (articolo 51). Queste parole vogliono segnare la fine di una mentalità, se ce n'è ancora in alcuni ambienti cattolici meno illuminati, di diffidenza e di perplessità a mettere la Bibbia in mano al popolo. Stiamo quindi assistendo alla sepoltura ufficiale di una posizione che era la conseguenza dell'indurimento della polemica anti- protestante. Vediamo l'inizio di una nuova epoca della vita della Chiesa, in cui la sua giovinezza sarà, più che nel passato, rinnovata dal contatto quotidiano con la Parola di Dio. Tuttavia, se si legge attentamente il testo della Costituzione, si può notare che questo apprezzamento più conveniente della Scrittura non si manifesta soltanto esigendo che la si legga e che la si faccia leggere in misura più ampia; questo testo infatti rappresenta una vera e propria riscoperta «qualitativa» della Bibbia - una riscoperta dell'inesauribile attualità della sua forza creatrice”. 
In questo scritto di Lercaro è molto chiaro come lui vedesse il rapporto tra liturgia ed ecumenismo come vitale e non ci serve neanche coinvolgere i famosi osservatori protestanti al Concilio e il ruolo che ebbero nella stesura della Costituzione nella liturgia.

Don Curzio Nitoglia ha dedicato vari articoli all’”enigma Bea”, in cui cerca di interpretare il cambiamento dello studioso dall’epoca pacelliana a quella di papa Roncalli: “La dottoressa Marotta spiega che «per lungo tempo l’improvvisa trasformazione di Bea da figura di spicco del pontificato pacelliano a interprete autentico di quello roncalliano è rimasta difficilmente spiegabile, non riuscendo i contemporanei a individuare nel passato del gesuita tedesco elementi che lo ricollegassero direttamente alle diverse correnti del rinnovamento teologico cattolico e in particolare agli sforzi del movimento ecumenico» (Saretta Marotta, Gli anni della pazienza. Bea, l’ecumenismo e il Sant’Uffizio di Pio XII, Bologna, il Mulino, 2019, p. 30). La Marotta ricorda che Bea era conosciuto, prima del Concilio, come esegeta e studioso tradizionale dell’Antico Testamento e non assolutamente come novatore ed ecumenista. La studiosa fa anche un paragone tra quello che comunemente viene definito il «mistero Roncalli» con l’«enigma Bea». Anche se Roncalli sin da giovane era molto più apertamente schierato (pur con le dovute precauzioni) con il versante progressista dell’ambiente ecclesiale che non Bea, il quale seppe mantenere una certa riserbatezza almeno sino al 1949 per romperla apertamente solo nel 1958, dopo la morte di Pio XII. Abbiamo già visto come la carriera di Bea sino al 1949 potesse sembrare agli occhi dei più quella di un esegeta conservatore, stretto collaboratore di Pio XI e poi soprattutto di Pio XII, di cui fu anche il confessore personale. I più, perciò, si meravigliarono quando, durante il Concilio, Bea gettò la maschera e mostrò un volto che poteva sembrare completamente nuovo; mentre in realtà sin dal 1937 e soprattutto dopo il 1948 aveva già iniziato a lavorare – anche se discretamente – all’«aggiornamento» teologico, specialmente in tema di ecumenismo”. 
Certamente per capire la riforma liturgica bisogna non solo osservare il cammino del Movimento liturgico, ma osservare anche altre correnti di pensiero nella vita della Chiesa come quella ecumenica, sociale e biblica che ebbero anche un ruolo fondamentale in queste riforme.

1 commento:

  1. Mah, questa mentalità secondo cui c'è un sacco di gente che trama nell'ombra e poi fa il colpo di Stato - in stile complotto rivoluzionario alla pliniana - non mi sembra molto matura e appropriata. Esiste anche il modo di vedere le cose che cambia, le circostanze diverse, diverse domande che si pongono e a cui si danno risposte diverse.
    Semmai "gli anni della pazienza" dovremmo definirli quelli sotto papa Bergoglio. Anzi, iniziamo a farlo e togliamo ai progressisti l'abitudine di piazzare le loro etichette su ciò che non aggrada loro.
    Anni della pazienza=pontificato di Francesco, non di Pio XII.

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La Redazione