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venerdì 24 settembre 2021

Echi tridentini in gastronomia: i "casoncelli" di S. Girolamo Miani, un padre per i giovani abbandonati, fondatore dei padri somaschi

Continuiamo con la gastronomia cattolica.
Luigi

La Nuova Bussola Quotidiana, Liana Marabini, 12-09-2021

Da prigioniero di guerra scoprì il potere della preghiera. Liberato dopo un voto alla Madonna, cambiò vita, aiutando i reietti della società. Creò numerose comunità inventando un metodo pedagogico basato sull’educazione al lavoro, la carità, la devozione. Pio XI lo ha proclamato patrono degli orfani e della gioventù abbandonata.

1535, località Somasca, nel bergamasco. Nel refettorio c’è un silenzio assoluto. L’uomo è seduto in capo al tavolo di legno, lungo il quale stanno seduti dei bambini, hanno tra i cinque e dieci anni. Mangiano in silenzio, le piccole mani che aggrappano il pane. Lo usano per pulire i piatti, che solo qualche minuto fa erano pieni di casoncelli, la pasta ripiena di carne che si mangia nella regione nei giorni di festa. L’uomo sente stringersi il cuore al pensiero che, se non fossero apparsi lui e i suoi confratelli, i piccoli sarebbero per la strada, in balìa del maltempo e dei malintenzionati. Li avevano raccolti e portati al monastero, dove li stavano rifocillando, prima di lasciarli dormire al sicuro, all’interno della casa. All’indomani avrebbero trovato una soluzione.

Erano orfani, oppure semplicemente lasciati per la strada dai genitori, che non li potevano più accudire perché troppo poveri e con troppi figli. Le loro facce smunte, i capelli stopposi e spettinati, gli abiti cenciosi parlano di povertà e privazioni, di freddo subìto di notte e paure sofferte di giorno. E, aggiunge l’uomo mentalmente, di mancanza di vita spirituale. Ecco, avrebbe cominciato da lì con questi piccoli sfortunati: dal catechismo.

L’uomo è Girolamo Miani (1486-1537), detto anche Emiliani. Nei vari documenti il cognome Miani si alternava spesso alla sua variante latina “Emiliani”, ma è in realtà una scrittura impropria che deriva dal tentativo di ricollegare la famiglia all’antica gens Aemilia. Nelle sue lettere, Girolamo si firmò sempre Miani.

Nel momento in cui inizia il racconto ha 49 anni e sarebbe vissuto ancora due anni. Era nato a Venezia nel 1486, in una famiglia patrizia. Aveva avuto un’infanzia serena e una buona educazione. Aveva 22 anni quando scoppiò la guerra della Lega di Cambrai e l’intero patriziato veneziano si mobilitò, anche a proprie spese, in difesa della Repubblica di Venezia. La Lega di Cambrai fu una coalizione militare contro la Repubblica di Venezia formata il 10 dicembre 1508 dalle maggiori potenze europee (Sacro Romano Impero, Spagna e Francia) per mantenere un’egemonia su diversi territori della penisola italiana. Ad essa aderirono: Massimiliano I d’Asburgo (imperatore del Sacro Romano Impero), Luigi XII (re di Francia, Duca d’Orléans), Ferdinando II d’Aragona (re di Napoli e re di Sicilia), papa Giulio II, Alfonso I d’Este (duca di Ferrara), Carlo II (duca di Savoia), Francesco II Gonzaga (marchese di Mantova) e Ladislao II (re d’Ungheria).

Per capire in poche parole la ragione di questa alleanza, citiamo il Manifesto dell’imperatore Massimiliano I a preambolo del Trattato di Cambrai:

“(…) per far cessare le perdite, le ingiurie, le rapine, i danni che i Veneziani hanno arrecato non solo alla santa sede apostolica, ma al santo romano imperio, alla casa d’Austria, ai duchi di Milano, ai re di Napoli e a molti altri principi occupando e tirannicamente usurpando i loro beni, i loro possedimenti, le loro città e castella, come se cospirato avessero per il male di tutti (...). Laonde abbiamo trovato non solo utile ed onorevole, ma ancora necessario di chiamar tutti ad una giusta vendetta per ispegnere, come un incendio comune, la insaziabile cupidigia dei Veneziani e la loro sete di dominio”.

In queste condizioni storiche e a seguito della riconquista di Padova, il 17 luglio 1509, da Venezia partirono all’incirca 300 patrizi volontari. Girolamo, insieme ai fratelli Luca e Marco Miani, figurava tra di loro, partecipando alla vittoriosa difesa di Padova. Per due anni i fratelli Miani prestarono fedeltà alla Repubblica di San Marco, combattendo e facendo la guardia, insieme ad altri 50 patrizi volontari, nel castello-guarnigione di Quero.

Il 27 agosto 1511 le truppe tedesche di stanza nel campo francese del generale Jacques de La Palice (1470-1525), a Montebelluna, partirono per ricongiungersi all’esercito imperiale in Valsugana al comando del capitano di ventura Mercurio Bua, passando per il castello di Quero. Una volta arrivati lì, il castello venne messo sotto assedio e fu conquistato nell’arco della giornata. Dei cinquanta difensori iniziali ne sopravvissero solo tre, tra cui Girolamo che venne fatto prigioniero e portato a Montebelluna il 2 settembre. Al campo il cibo scarseggiava e a causa delle condizioni precarie dei soldati molti dei prigionieri riuscirono a scappare verso Treviso. Dopo essersi spostato a Nervesa ed essersi fermato lì per due settimane, il 27 settembre 1511 l’esercito raggiunse la località di Torre di Maserada nella notte; mentre le truppe si preparavano a raggiungere Breda di Piave, Girolamo riuscì a fuggire e a raggiungere Treviso.

Qui vale la pena fermarsi un attimo, per capire lo stato d’animo di Girolamo. In quel periodo di prigionia aveva toccato il fondo: solitudine, fame, disperazione, incertezza della propria sopravvivenza. Capì sulla propria pelle cosa volesse dire essere soli, senza risorse e senza speranza. Solo che lui la speranza non la perse. Anzi, una forza incredibile gli forgiò l’anima, perché scoprì il potere della preghiera: capì che, se aveva Dio, non era solo, non era disperato, non era affamato e non era senza speranza. La notte della fuga, incatenato e con una palla di marmo attaccata alla caviglia, fece un voto alla Madonna Grande di Treviso supplicandola di donargli la libertà. E la tradizione racconta che la Madonna gli consegnò le chiavi della prigione e lui riuscì ad evadere in silenzio dal campo.

Da quel momento Girolamo cominciò una vita fatta di carità e amore per il prossimo. Il cardinale Gian Pietro Carafa, futuro papa Paolo IV, diventò il suo confessore, giocando un ruolo importantissimo nella vita spirituale di Girolamo. Lui, che aveva toccato il fondo durante la prigionia, decise di fare la differenza nella vita di quanti si trovavano nella stessa situazione, anche se per motivi diversi. E così divenne il benefattore dei reietti di varia estrazione: offriva un tetto a tutti, educazione agli orfani, un lavoro onesto ai vagabondi e alle prostitute, una casa ai padri di famiglia con prole numerosa che vivevano da mendicanti e ai malati terminali una fine dignitosa.

Girolamo ebbe una vita piena, dedicata al prossimo; vide tanti luoghi, incontrò tanta gente e fece tante cose (lo chiamavano “il vagabondo di Dio”), ma la più notevole è quella di aver fondato nel 1532 la Compagnia dei Servi dei Poveri di Cristo - poi noti come Padri somaschi e tuttora prosperi - con l’intento di dedicarsi a coloro che la società aveva rigettato: era convinto che Dio li amava e lui voleva fare la Sua volontà. Con un’energia e una creatività di cui si meravigliava lui stesso, creò numerose comunità di accoglienza, imperniate sull’educazione al lavoro, alla carità e alla devozione: era un metodo educativo veramente all’avanguardia per l’epoca. Miracolosamente gli aiuti non tardarono a venire e i centri di aiuto ai poveri si moltiplicarono velocemente. Girolamo si prodigò senza risparmiarsi durante l’epidemia di peste che invase Verona, Brescia, Como e Bergamo. Morì di peste nel 1537.

È stato proclamato santo da Clemente XIII nel 1767 e dichiarato patrono degli orfani e della gioventù abbandonata nel 1928 da Pio XI. La sua storia è emblematica e ci insegna che la grazia di Dio può toccare chiunque, nelle circostanze più inattese: basta aprire il cuore.

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