venerdì 27 aprile 2018

AGGIORNAMENTO 19.41: la famiglia del piccolo Alfie chiede il silenzio. E altro


La famiglia Evans chiede il silenzio e la cessazione di ogni clamore intorno alla vicenda. "Il momento è delicatissimo. Invito tutti a sospendere mail bombing, raccolte firme o altre attività o pubbliche manifestazioni. Solo silenzio e preghiera. Appena possibile sarà spiegato. Ora obbediamo. Massima diffusione grazie" (integrale QUI).
#alfieevans
Obbediamo.
Mettiamo però di seguito altre notizie: buona presa di posizione del CSM e altre notizie dei miserabili in tonaca.
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Altre notizie:


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  • GIOVEDÌ 26 APRILE 2018 17.34.36

EUTANASIA: GALOPPI (CSM), GARANTIRE AD ALFIE DIRITTO ALLA VITA =

"Qualora non sia garantita la cura, ci sia tutela in sede penale" Roma, 26 apr. (AdnKronos) - "Nel caso di Alfie Evans non si tratta, come hanno definito illustri rappresentanti del mondo scientifico di accanimento terapeutico, ma di garantire a questo bambino cure fondamentali per la vita''. Lo ha dichiarato il Consigliere del Csm Claudio Galoppi che ha introdotto il tema in apertura del Plenum del pomeriggio. "Non è possibile -ha aggiunto- che nell'Europa dei diritti, si possa assistere ad una tale inciviltà, violando il diritto alla vita del piccolo Alfie, e per i genitori il diritto alla scelta delle cure per il loro figlio''. ''Il diritto alla salute, ed alla cura, è un diritto primario fondamentale. Si tratta di un cittadino italiano la cui esistenza è in pericolo". Ha concluso Galoppi: "Auspico che si attivino tutti gli strumenti di intervento e qualora non sia garantita la cura, ci sia, eventualmente, tutela in sede penale di questa uccisione legalizzata non è tollerabile nell'Europa dei diritti. Assistiamo ad una deriva liberticida che non consente l'esplicazione di uno diritti fondamentali dell'uomo". (Stg/AdnKronos) ISSN 2465


  • Interrogazione urgente delle On. Costa e Toia QUI
  • Persino Beppino Englaro per la vita di Alfie: QUI e QUI
L’arcivescovo di Liverpool va a Roma a rassicurare il Papa sulla bravura dei medici dell’Alder Hey Hospital e sulla correttezza dei giudici britannici che hanno condannato a morte Alfie Evans; e nel frattempo fa scacciare padre Gabriele Brusco dall’ospedale, lasciando Tom e Kate senza alcuna assistenza spirituale e testimonianza concreta di una vicinanza umana.
Neanche il più critico osservatore della Chiesa inglese (e non solo) avrebbe mai potuto immaginare uno scandalo del genere. L’immagine cara a papa Francesco del “pastore con l’odore delle pecore” mutata in “pastore che si macchia del sangue delle pecore”.
Al titolare cattolico dell’arcidiocesi di Liverpool, Malcom McMahon, in tutti questi mesi gli impegni pastorali hanno impedito di percorrere quei 7 chilometri che separano la sua residenza dall’Alder Hey Hospital; in compenso martedì sera ha trovato il tempo per andare a Roma per poter partecipare mercoledì all’udienza generale con papa Francesco, cui è seguito un breve incontro privato. Al Papa, monsignor McMahon ha così potuto ripetere quel mucchio di menzogne che va propagando da quando il caso di Alfie ha conquistato un’attenzione internazionale tale da non poter più fare finta di nulla.
Basterebbe rileggersi la nota dei vescovi di Inghilterra e Galles diffusa nel pomeriggio del 18 aprile, poche ore dopo l’udienza privata che il Papa ha concesso a Thomas Evans, il papà di Alfie. Ecco un estratto:
«Affermiamo la nostra convinzione che tutti coloro che hanno preso le decisioni strazianti che riguardano la cura di Alfie Evans agiscono con integrità e per il bene di Alfie, così come loro lo vedono.
La professionalità e la cura per bambini seriamente malati dimostrata all’Alder Hey Hospital deve essere riconosciuta e affermata. Sappiamo che le critiche pubbliche recentemente pubblicate sul loro lavoro non sono fondate così come l’attenzione della nostra cappellania per lo staff, e davvero offerta alla famiglia, è stata fornita in maniera consistente».
Come si vede, la prima parte ricalca l’inaccettabile posizione più volte espressa anche da monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita (clicca qui), che non a caso ha buoni rapporti con l’episcopato inglese.
Quanto al resto è evidente che McMahon ha sempre volutamente ignorato Alfie e i suoi genitori, e non solo lui (basti il racconto della settimana a Liverpool della nostra Benedetta Frigerio, clicca qui). Nel report dell’arcidiocesi di Liverpool sul caso Alfie Evans, pubblicato il 13 aprile 2018 a firma del portavoce della diocesi Peter Heneghan, si afferma che il vescovo ausiliare Tom Williams «ha offerto sostegno ai medici e allo staff». Quanto ad Alfie, «egli non ha incontrato i suoi genitori che – a quanto si sa – non sono cattolici».
Davvero curioso per chi si è costantemente prodigato per Alfie non sapere neanche che il bambino è battezzato cattolico come suo padre. Chissà come mai tutta la preoccupazione pastorale è per i sanitari (saranno tutti cattolici?) e niente per i pazienti. Dopo l’incontro con il Pontefice, al settimanale inglese The Tablet mons. McMahon ha riferito di aver espresso a papa Francesco quanto «i cattolici di Liverpool hanno il cuore spezzato per Alfie e i suoi genitori e continuano a offrire appoggio e preghiere».
Qualche cattolico può darsi, certamente non il loro vescovo. Il quale vescovo, mentre brigava per andare a raccontare al Papa quanto sono bravi i medici e giusti i giudici, esercitava pressioni insostenibili per cacciare dall'ospedale padre Gabriele Brusco, che dal 16 aprile è al capezzale di Alfie. Cosa che alla fine gli è riuscita oggi, grazie al sostegno combinato del cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster, diocesi in cui padre Brusco attualmente risiede.
Prima che McMahon si recasse a Roma, l'ausiliare di Liverpool monsignor Williams aveva convocato padre Gabriele nel suo ufficio: anticamera di 45 minuti e poi un'ora di confronto sul significato della sua presenza all’Alder Hey che – ricordiamolo – aveva solo lo scopo di sostenere la famiglia di Alfie stante l’indisponibilità di un qualsiasi prete cattolico locale.
Il colloquio non deve essere stato particolarmente amichevole, visti gli sviluppi. Certamente qualche sanitario non ha gradito il richiamo di padre Gabriele al diritto-dovere dell’obiezione di coscienza che ha fatto al personale incaricato di staccare la ventilazione ad Alfie. Del resto per chi sta uccidendo, il richiamo alla coscienza è intollerabile, e magari se ne deve essere lamentato con l’arcivescovo.
Comunque, dopo il colloquio padre Gabriele è restato al suo posto, al fianco di Tom, Kate e Alfie, sapendo anche di contare sul tacito sostegno della Segreteria di Stato (dopo l’intervento del Papa). Ma dopo la visita di ieri a Roma di McMahon deve aver cominciato a vacillare anche l’appoggio vaticano, e nello stesso tempo il cardinale Nichols – che, attraverso il suo ausiliare mons. Sherrington, aveva già inviato una mail a padre Gabriele – lo ha fatto richiamare a Londra, dal parroco dove da qualche tempo presta servizio. Visto il livello morale e spirituale dei personaggi coinvolti, non ci stupiremmo se a breve scoprissimo un padre Gabriele costretto ad abbandonare l’Inghilterra e trovarsi un’altra terra di missione. Ovviamente l'arcivescovo di Liverpool ha detto che l'assistenza spirituale verrà garantita dal cappellano, ma qualcuno è davvero disposto a credere a chi non fa altro che dire menzogne?
Alla fine comunque resta il fatto vergognoso di un arcivescovo cattolico che, in combutta con il cardinale primate d’Inghilterra, toglie anche il conforto spirituale e umano ai genitori di Alfie, dopo che medici e giudici hanno già tolto al piccolo bambino il diritto alla vita e ai suoi genitori la libertà di movimento. Una vergogna per tutta la Chiesa cattolica inglese, la cui tradizione ricca di martiri non merita successori tanto indegni.
E comunque ce ne è abbastanza per chiedersi che strani intrecci e interessi ci siano tra vescovi inglesi e l’establishment rappresentato dalla casta dei medici e dei giudici.


Aver visto don Gabriele partire da Londra per mettersi a fianco alla famiglia di Alfie Evans ci ha riempito il cuore di conforto, dopo i numerosi tentativi di cercare l’aiuto e la vicinanza della Chiesa inglese senza ottenere risposta. Don Gabriele è stato eroico, rendendosi disponibile prima a pregare nella stanza di Alfie, a «portare Cristo» al piccolo e «la sua potenza guaritrice» e poi a pregare nella sua stanza dopo il distacco della ventilazione, vegliando giorno e notte su Alfie. Don Gabriele, come ci aveva detto Thomas, ha portato la Chiesa da Alfie: «Non potevo portare Alfie in Chiesa ma abbiamo portato la Chiesa ad Alfie».


Siamo certi che se è avvenuto il miracolo della respirazione autonoma di Alfie, nonostante il giudice Hayden abbia ripetuto che sarebbe morto subito, è anche grazie a lui che lo ha domandato insieme a migliaia di persone. Eppure ieri è stato richiamato a Londra nella sua parrocchia, mentre il vescovo di Liverpool si recava dal Papa ad assicurarlo di aver fatto il possibile per la famiglia di Alfie e a difendere l’ospedale.



Spiace quando l'unica cosa a cui dovremmo guardare in queste ore è la vittoria di Dio attraverso un bambino che sta cambiando i cuori e il mondo (e la cui vita è stata giudicata “priva di senso” dai medici dell’ospedale), ma per dovere di cronaca e per gli attacchi ricevuti da don Gabriele dobbiamo raccontare come sono andate veramente le cose.



Dopo aver presentato la richiesta d’asilo per Alfie in Vaticano il 28 marzo scorso, grazie all’aiuto di monsignor Francesco Cavina, Thomas, il papà di Alfie, ha provato ripetutamente a cercare un sacerdote che chiedesse un appuntamento per lui dal nunzio di Londra, Edward Joseph Adams. Così, da venerdì 30 marzo a domenica primo aprile, abbiamo cercato insieme a lui un sacerdote senza trovarne nessuno disponibile.



Thomas ha quindi provato a chiamare direttamente la nunziatura ed è riuscito a comunicare con Adams, il quale gli ha detto che il papa si era interessato al suo caso. Anche noi, su richiesta di Thomas, abbiamo provato a contattarlo ma non era stato possibile sapere di più. Per oltre una settimana il papà di Alfie ha dichiarato alla stampa il proprio desiderio di essere aiutato dal papa e dalla Chiesa chiedendo di ricevere una risposta alla sua richiesta. Il 4 aprile il papa twittava auspicando che «la profonda sofferenza dei suoi genitori possa essere ascoltata». A quel punto abbiamo provato a contattare il capo della conferenza episcopale inglese, il cardinal Vincent Gerard Nichols chiedendo di poter parlare con lui di Alfie e della sua situazione, ma il 9 aprile, l’addetto stampa del vescovo ci ha risposto che «sfortunatamente in questa fase il cardinale non è in grado concedere un’intervista su Alfie».



Abbiamo quindi chiamato la diocesi di Liverpool chiedendo di parlare con il vescovo Malcolm Patrick McMahon, ci hanno chiesto di comunicare i nostri recapiti e il motivo della chiamata, ma non siamo più stati contattati. Siamo poi partiti per Liverpool e il giorno successivo al tentativo di Thomas di portare Alfie fuori dall’ospedale, dopo aver visto la polizia alle porte della stanza del piccolo e assistendo alle pressioni continue sulla sua famiglia, abbiamo provato, senza successo, a cercare il vescovo telefonicamente. A quel punto abbiamo cercato il vescovo ausiliare, Thomas Anthony Williams, sia telefonicamente sia tramite posta elettronica, spiegando del «calvario di Alfie Evans» e supplicando di essere ascoltati su quanto «ho visto in questi giorni all’ospedale».



Nel pomeriggio ci siamo quindi recati presso gli uffici della diocesi che però erano chiusi. A quel punto siamo andati a casa del vescovo McMahon che non era presente, motivo per cui gli abbiamo lasciato una lettera in cui gli chiedevamo, fornendo i nostri recapiti, di venire in ospedale a dare il proprio conforto spirituale ad Alfie e alla sua famiglia.



Solo successivamente abbiamo ricevuto notizia che il 13 aprile McMahon aveva rilasciato un comunicato spiegando di non aver incontrato la famiglia e che, a quanto si sapeva, Thomas Evans non era cattolico. Il 15 aprile il nostro giornale parlava dell’accaduto. Dopo la Messa domenicale in una parrocchia vicina all’ospedale abbiamo domandato al sacerdote celebrante se era a conoscenza della vicenda legata alla vita di Alfie Evans. Come tutti a Liverpool, il prete ci ha risposto di sì. Abbiamo domandato a lui se poteva venire a trovare la famiglia e a portare la sua benedizione al piccolo, ma la risposta è stata questa: «It’s not my job». Qualche minuto dopo il papa parlava di Alfie al Regina Coeli, perciò siamo ritornati dal sacerdote mostrandogli il messaggio del pontefice, ma oltre ad un «Oh that’s nice, but I have to go» (Bello, ma devo andare), non abbiamo ottenuto niente.



La sera stessa abbiamo chiamato il cappellano anglicano dell’Alder Hey Hospital, David Williams, incaricato di gestire l’assistenza spirituale delle varie confessioni religiose, lasciando un messaggio in segreteria. Gli abbiamo anche mandato una email raccontando che Thomas Evans aveva scritto una lettera in risposta al vescovo cattolico di Liverpool sul fatto che lui e Alfie erano cattolici e chiedendogli il perché di tanta confusione. Ancora una volta, dopo aver lasciato i nostri recapiti, non abbiamo ricevuto risposta.



Finalmente, la sera stessa, padre Gabriele, che da Londra seguiva Alfie attraverso il nostro giornale, ci ha scritto rendendosi disponibile a stare vicino alla famiglia. Così ha fatto. Il giorno successivo il sacerdote era a Liverpool. Martedì 17, quando l'incontro fra lui, Alfie e la sua famiglia è stato reso noto, il cappellano anglicano David Williams ci ha raggiunti per spiegarci che avremmo dovuto contattarlo. Gli abbiamo risposto che ci avevamo provato e che quando la famiglia lo aveva chiamato in passato, invece che un sacerdote si era presentata una laica. L'unica replica del reverendo è stata sul fatto che dalle foto si vedeva che padre Gabriele, nella stanza di Alfie, non si era rimboccato le maniche della camicia come richiesto dal regolamento. Il giorno seguente, mercoledì 18 aprile, il papa concedeva udienza a Thomas che domandava direttamente a lui benedizione e sostegno nella lotta per la vita di Alfie che «appartiene solo a Dio».



Quando poi, domenica 22 aprile, abbiamo saputo che il giorno successivo avrebbero avviato il protocollo di esecuzione per uccidere Alfie, abbiamo contattato nuovamente padre Gabriele su richiesta della famiglia del piccolo. Il sacerdote è partito di nuovo per Liverpool e, oltre ad aver pregato sul bambino, ha richiamato, come è dovere di ogni sacerdote, le coscienze del personale sanitario che stava privando Alfie della ventilazione. Ma ieri, dopo una lunga telefonata con il vescovo di Liverpool e una email da parte del presidente della Conferenza episcopale inglese, il sacerdote è dovuto rientrare a Londra. Anche l’ospedale ha fatto capire al sacerdote che ha vegliato per tre giorni di fila su Alfie (in una stanza priva di altri letti) che la sua presenza non era gradita.



Sempre ieri sera scoprivamo che McMahon era stato a Roma dal papa per spiegargli quanto la Chiesa inglese fosse vicina alla famiglia di Alfie e quanto i medici dell’Alder Hey Hopital fossero compassionevoli come quelli italiani. In udienza avevamo sentito paragonare dal papa in persona il coraggio di Thomas a quello di Dio. Non ci aspettavamo lo stesso per il sacerdote, ma almeno un grazie da parte di tutta la Chiesa inglese, e non solo, quello sì. Non è arrivato dai vescovi, ma per il popolo di Alfie padre Gabriele è un eroe.