mercoledì 26 ottobre 2016

Un “romanzo liturgico” da leggere e da diffondere

Dagli amici di Romualdica (VEDI QUI).
Un romanzo "liturgico" del grande convertito francese
Joris-Karl Huysmans (1848-1907). Da leggere e da diffondere.
L

PS: una piccola bibliografia sull'autore. Inter alia c'è anche un saggio scritto dall'abbè Barthe: Luciano Erba, Huysmans e la liturgia. E alcune note di letteratura francese contemporanea, Adriatica Editrice, Bari 1971; Wanda Rupolo, «L’Oblat», un romanzo liturgico, in Eadem, Stile romanzo religione. Aspetti della narrativa francese del primo Novecento, con Prefazione di Mario Pomilio, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1985, pp. 37-58; Claude Barthe, Huysmans, romancier «liturgique», in Idem (a cura di), Les romanciers et le catholicisme, Éditions de Paris, Parigi 2003, pp. 27-52

di Joris-Karl HUYSMANS, L'Oblato, Collana "Magna Europa" ed. D’Ettoris Editori 2016

Annunciamo con vero piacere l’uscita, il 30 ottobre 2016, della prima traduzione italiana del romanzo di Joris-Karl Huysmans (1848-1907), L’oblato, decimo titolo della collana “Magna Europa” diretta da Giovanni Cantoni, pubblicato da D’Ettoris Editori, tradotto dalle monache benedettine del Monastero San Benedetto di Bergamo, con ampia ed erudita Presentazione (pp. 7-33) di Ferdinando Raffaele (Crotone 2016, pp. 396, euro 21,90, ordini diretti tramite la e-mail info@dettoriseditori.it).
Autentico “romanzo liturgico”, com’è stato autorevolmente definito, e terzo della cosiddetta “trilogia di Durtal”, L’oblato mette in scena il personaggio che costituisce il doppio letterario dell’autore, convertitosi alla fede cattolica dopo avere accostato gli abissi della magia e del satanismo, come narrati nel romanzo L’abisso.
Oblato, come indica il titolo, presso l’abbazia benedettina di Val des Saints – nome di fantasia per descrivere l’abbazia di Ligugé, dove Huysmans visse egli stesso come oblato –, Durtal è l’espediente narrativo attraverso il quale l’autore tesse la storia del rapporto fra il personaggio e la comunità monastica, e mediante il quale Huysmans descrive in memorabili pagine la liturgia cattolica, le sue idee sul cattolicesimo contemporaneo e soprattutto le sue riflessioni sulle questioni centrali della fede, fra cui il tema nodale della sofferenza.
Joris-Karl Huysmans è stato uno scrittore e critico d’arte francese. In questa duplice veste ha preso parte attiva alla vita letteraria e artistica, influenzando lo sviluppo del romanzo decadente e promuovendo l’arte impressionista e simbolista. Nell’ultima parte della sua vita, convertitosi al cattolicesimo, si lega alla tradizione della letteratura mistica, e il suo incontro con la fede si spinge fino a mutare le forme espressive dei suoi romanzi, come testimonia la “trilogia di Durtal”, iniziata con Per strada (1895), proseguita con La cattedrale (1898) e che si conclude con L’oblato (1903). Muore a Parigi, sua città natale, dopo essersi fatto oblato benedettino.
Offriamo in anteprima un brano del capitolo VII (qui pp. 186-188), invitando calorosamente i lettori di Romualdica a leggere e diffondere questo importante “romanzo liturgico”.

E, di colpo, l’organo echeggiò in una marcia trionfante; l’Abate entrò nella navata, preceduto da due cerimonieri tra i quali camminava quello che portava il pastorale, in alba con le spalle coperte dalla vimpa, una sciarpa di seta bianca con delle pieghe rosso ciliegia i cui tre lunghi panni, riportati sul petto, servivano per afferrare l’impugnatura del pastorale; e l’Abate, il cui lungo strascico nero era sollevato da un novizio, passando benediceva i fedeli inginocchiati che si segnavano.
E lui stesso era andato a inginocchiarsi insieme a tutta la sua corte di cerimonieri, cappieri, religiosi in alba, e si vedeva solo una voluta dorata, dominante un’estensione come di lune morte, il pastorale al di sopra delle teste dalle larghe tonsure, rotonde e bianche.
Tutti si alzarono a un segnale del padre d’Auberoche, con un leggero tocco di mani; l’Abate raggiunse il suo trono vicino al quale si misero al loro posto i tre diaconi d’onore; e l’inginocchiatoio verde fu spostato.
Il coro era pieno; i due ranghi di stalli in alto erano occupati, su ciascun lato, dalle cocolle nere di professi e novizi, quelli in basso dalle cocolle brune dei conversi e, sopra di loro, su due banchi, spiccavano gli abiti vermigli dei bambini del coro; nello spazio lasciato vuoto era un andare e venire di cerimonieri e portapastorale; e di altri portainsegne, del portabugia e del portamitria; e questi movimenti erano regolati con così tanta perizia che, in un passaggio così stretto, tutti sfilavano e si incrociavano, senza mai intralciarsi gli uni con gli altri.
L’Abate diede inizio all’Ufficio.
Così come aveva previsto padre Felletin, l’incanto dell’Invitatorio coinvolse sin da subito Durtal. Veniva cantato come di consueto il salmo Venite exultemus che convocava i cristiani ad adorare il Signore, inframmezzato dopo ogni strofa dal ritornello sia abbreviato, “Cristo è nato per noi”, sia completo “Cristo è nato per noi, venite, adoriamo”.
E Durtal ascoltava questo salmo magnifico, ricordandosi la creazione del Signore e i suoi diritti. Su di una melodia che aveva vagamente qualcosa di dolente e con un sentimento di consenso e rispetto, si elencavano le meraviglie di Dio e si rimpiangeva l’ingratitudine del suo popolo.
La voce dei cantori enumerava i suoi prodigi: “Suo è il mare, egli l’ha fatto, le sue mani hanno plasmato la terra. Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati”.
E il coro riprendeva: “Cristo è nato per noi, venite, adoriamo”.
E, dopo l’inno glorioso di sant’Ambrogio, il Christe Redemptor, l’Ufficio solenne si aprì davvero. Si divideva in tre veglie o notturni, composti di salmi, letture o lezioni, e di responsori. Questi notturni svelavano un senso speciale. Durando, l’anziano vescovo di Mende del secolo XIII, li spiega con lucida chiarezza. Il primo notturno allegorizza il tempo trascorso prima della legge data a Mosè e, nel Medioevo, l’altare era nascosto sotto un velo nero che simbolizzava le tenebre della legge mosaica e la condanna pronunciata contro l’uomo nell’Eden; il secondo significava il tempo passato dopo la legge scritta, allora l’altare era occultato sotto un tessuto bianco perché l’Antico Testamento rischiarava già con le luci furtive dei suoi Profeti l’uomo decaduto; il terzo specificava l’amore della Chiesa, la grazia del Paraclito e perciò l’altare si vestiva con una nappa color porpora, emblema dello Spirito Santo e del sangue del Salvatore.
L’Ufficio era in parte salmodiato e in parte cantato. Era un insieme splendido; ma la sua massima bellezza la riservava specialmente per il canto o il recitativo delle sue Lezioni.
Un monaco scendeva dal suo stallo, condotto da un cerimoniere, davanti al leggio posto in mezzo al coro, e là cantava o recitava – non si saprebbe quale termine impiegare – poiché non era più solo una salmodia e non era ancora canto. La frase si spiegava su di una specie di melodia grave e languida, lenta e piana e, chiudendo gli occhi, ascoltando queste arie appena fluttuanti, era uno strano dondolarsi dell’anima, uno stringersi del cuore molto dolce, un cullarsi che finiva improvvisamente come con una lacrima su di una nota triste.

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