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mercoledì 31 maggio 2023

Stefano Fontana, "Pensiero moderno, protestantesimo, teologia cattolica"

Riceviamo e pubblichiamo.
QUI la locandina della conferenza.
Luigi

Osservatorio Van Thuan, Stefano Fontana,  MAG 29, 2023

Venerdì scorso, 26 maggio 2023, Stefano Fontana ha tenuto una conferenza a Cremona, nella sala del Convento di Padri Barnabiti sul tema “Cattolici di fonte alle nuove sfide: che fare?”, organizzata dal Gruppo laico “Giuseppina Ghisi”. Ha introdotto i lavori Mauro Faverzani.
Pubblichiamo di seguito la parte iniziale della relazione, riguardante l’inaudito inizio del pensiero moderno, che ha posto le basi per tutte le successive sfide alla Chiesa cattolica e ai laici cattolici.

All’inizio della modernità, come ha dimostrato padre Cornelio Fabro, è avvenuto qualcosa di inaudito. Il pensiero umano ha preso una strada che avrebbe condotto inevitabilmente all’espulsione di Dio. Quel primo passo compiuto da Cartesio era tale da impedire di pensare Dio come realmente esistente. Infatti, il pensiero moderno fin dall’inizio pensa che “nulla ci sia fuori della coscienza” (Lévinas) e, quindi, anche Dio è al massimo un fatto di coscienza. Il pensiero moderno si fonda sul “principio di immanenza” ed è quindi filosoficamente ateo, nonostante molti suoi protagonisti siano stati e siano credenti. Immanenza vuol dire “da dentro”. Se tutto è visto da dentro la coscienza, allora tutto è dentro la coscienza e la coscienza diventa l’ambito originario, definitivo e non trascendibile di ogni nostro conoscere. Siamo prigionieri di un contesto da cui non possiamo uscire.

Il pensiero moderno è filosoficamente agnostico. Tutto quello che si può conoscere altro non è che una nostra rappresentazione. La conoscenza di una realtà oggettiva è impossibile. La filosofia moderna è narcisista, vede solo la propria immagine, è ideologica, considera realtà una propria visione, è totalitaria, forza la realtà a conformarsi a essa stessa, è post-veritativa e post-metafisica, è autodeterministica, in quanto determina se stessa da sola, senza nessun vincolo ad essa precedente, è volontaristica, perché si fonda su un originario atto di porre se stessa, suo unico criterio è l’effettualità e i propri contenuti sono veri solo in quanto da essa posti, è modernista, perché tutto si svolge nella coscienza e nella sua evoluzione storica e situazionale, è nichilista, perché si autoproduce con il nulla intorno e rimane sempre chiusa nel nulla delle proprie immagini, è tempo, un susseguirsi di immagini delle quali nulla resta.

Il pensiero moderno rimane chiuso nella coscienza, la quale si evolve storicamente. L’uomo è sempre “dentro” (principio di immanenza) ad essa e, siccome essa si evolve storicamente, l’uomo è sempre dentro le situazioni storiche che egli vive, non ha una natura che ne permetta l’emergenza, vede tutto dal punto di vista della sua situazione, ossia in modo relativo, processuale, incerto e indefinito. Gli è impedito di accedere ad un ordine reale e a dei fini oggettivi (e ancor più al fine ultimo), egli può accedere solo a dei progetti propri. La metafisica viene sostituita dall’ermeneutica. L’esistenza precede l’essenza dell’uomo ed egli non è, ma si fa, l’essere è tempo. La sua natura è di essere senza natura.

Una simile impostazione avrebbe pian piano generato un ateismo sistemico: dapprima un ateismo filosofico, poi un ateismo politico, un ateismo sociale, un ateismo educativo e perfino un ateismo religioso. Infatti, nella modernità nasce l’ateismo come religione, frutto di una fede, privo di argomentazioni, creduto e non saputo, dogmatico seppure in senso immanentistico. La filosofia moderna nasce subito atea, contro Dio, ma con una forza anti-teistica di tipo religioso. In precedenza, nulla di ciò era mai accaduto.

Nel passato, mentre la Chiesa cattolica si opponeva all’alluvione, la Riforma protestante ne accoglieva tutte le esigenze. Il Luteranesimo presuppone l’ateismo filosofico e va d’accordo con esso. Separa, infatti, la ragione dalla fede e non assegna alla prima nessuna capacità conoscitiva di un ordine naturale finalistico. Che Dio possa essere solo il “Dio per me”, per la mia coscienza e nella mia coscienza, al protestante va bene. Che nulla ci sia fuori della coscienza, come ritiene il pensiero moderno, al protestante va pure bene, come anche che la rivelazione sia in fondo un fatto di coscienza, che avvenga nella coscienza dell’umanità, come dicevano un tempo i modernisti e come dicono nel nostro temo Karl Rahner e i suoi seguaci. Al protestante va anche bene che la religione sia un fatto privato, che non riguarda la vita sociale e politica, nella quale, secondo lui, il cittadino va separato dal credente. Un ruolo pubblico della religione cristiana non esiste per lui, nella società e nella politica i credenti devono essere invisibili. La società e la civiltà cristiane sono delle aberrazioni per Barth, Bonhoeffer o Gogarten.

Questa differenza di impostazione tra protestantesimo e cattolicesimo, così forte in passato e così importante per preservare il cattolicesimo dall’ondata ateistica della modernità, oggi sembra essere venuta meno. La teologia protestante ha influito sulla teologia cattolica. Oggi, molta parte della teologia cattolica rifiuta la metafisica, crede che l’uomo sia solo storia e non più natura, ha una concezione evolutiva del dogma, pensa che la dottrina dipenda dalla pastorale, ritiene di dover cambiare completamente la propria teologia morale riconsiderando i temi della coscienza (che diventa “creativa”), delle circostanze (che da accidentali diventano sostanziali), del giudizio morale (che è impossibile per una cronica mancanza di conoscenze), del discernimento (che è produttivo della norma è trasforma le circostanze in eccezioni), della virtù (che non è più il vivere secondo ragione) e del peccato (che è impossibile conoscere) e in particolare negando l’esistenza di azioni intrinsecamente cattive. Essa riconsidera il quadro del sapere teologico, ponendo al vertice non la dogmatica ma la teologia fondamentale o l’antropologia, quando non addirittura le scienze umane, rifiuta il ruolo apologetico della ragione rispetto alla fede, pensa che la Chiesa non possa vantare un primato dell’annuncio della verità rispetto al mondo, crede che la rivelazione di Dio avvenga nella storia dell’umanità dentro la quale vive anche la Chiesa come sua componente, accetta la deellenizzazione del cristianesimo di origine protestante, cioè la trasformazione del dogma da metafisico a esistenziale, e la demitizzazione del cristianesimo, pure di origine protestante, distingue a fatica tra Chiesa docente e Chiesa discente, non educa più al giudizio sulla realtà perché per farlo bisogna intendersi come trascendenti rispetto alla realtà che si vuole giudicare, mentre la teologia odierna non ritiene possibile uscire dallo “Sitz im Leben” ossia dal contesto di vita vissuta.

Stefano Fontana