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giovedì 30 marzo 2023

Il magnifico Altare d’oro di Sant’Ambrogio a Milano


La grande arte cristiana europea.
Luigi

Europa Cristiana, Barbara Ferabecoli, 5-3-23

La Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, antichissima e amata dai milanesi, è un luogo fondamentale per la storia della chiesa Ambrosiana e per la storia dell’arte sacra.
Edificata nel IV secolo per volere del vescovo di Milano Ambrogio, fu modificata radicalmente nell’XI secolo, assumendo l’aspetto attuale, conservando della prima chiesa il grande quadriportico all’entrata e la pianta interna a tre navate.
È una bella chiesa romanica di età ottoniana, dove ancora si respira una atmosfera meditativa e nulla sembra dissonante nella sua placida armonia di bianchi in contrasto con il rosso dei mattoni.
Entrando, il fulcro dell’attenzione si rivolge al ciborio (XI sec.) che si staglia sul mosaico absidale coevo con slancio ed eleganza con le sue 4 colonne di porfido rosso e i fastigi timpanati decorati con stucchi policromi.
Era stato pensato per essere segno visibile della presenza delle reliquie dei santi, infatti proprio al di sotto, nella cripta, custodite ora in una preziosa teca di argento e cristallo, ci sono le reliquie dei corpi dei Santi martiri Gervasio e Protasio, a cui era dedicata la primitiva basilica, e del vescovo Ambrogio accanto ai martiri, aggiunto nella ristrutturazione del 1088 dal vescovo Angilberto II.


Sul presbiterio, rialzato di qualche gradino per essere visto da lontano, idealmente al di sopra dei corpi dei santi, sotto il ciborio, c’è il tesoro artistico della basilica: l’altare d’oro di Sant’Ambrogio, brillante e ricchissimo, seppure la teca di cristallo che lo protegge crea un invisibile/visibile filtro. Ha la forma di un parallelepipedo di 85 x 220 x 122cm a ricordare una cassa sarcofago, è realizzato con una struttura di legno a cui sono state sovrapposte lastre d’oro e d’argento dorato lavorate a sbalzo e a filigrana con incastonate 4.372 pietre preziose e placchette lavorate con smalti a cloisonnè, con prevalenza dei colori azzurro, bianco, turchese e rosso.

Dal punto di osservazione concesso al visitatore è impossibile apprezzarne a pieno la sua straordinaria finezza, la complessità delle miniature e dei dettagli. Meriterebbe una vista da vicino, contemplativa, quasi religiosa, ma è ammessa solo la vista frontale da qualche metro, che lascia però intuire una sorprendente ricchezza che conquista con il brillio del metallo prezioso e delle gemme. È un grande altare gioiello.

Particolarità di questo capolavoro, oltre la finezza di esecuzione, viva testimonianza dell’altissimo valore dell’arte orafa di epoca carolingia, è il fatto che sia un’opera firmata, al tempo atto inusuale.

L’artista, il maestro germanico Wolvinius (riconosciuto tale al punto da apporre la sua firma!), ha seguito con tutta probabilità tutti i lavori sotto la sua supervisione artistica, ma ha lasciato per sé la sola parte posteriore, quella rivolta all’abside e al clero, la più importante, con rappresentate le storie di vita di Sant’Ambrogio, proprio dove ha apposto la sua firma.




La mano dell’artista si riconosce per la pregevole fattura, il plasticismo del modellato e la definizione dei personaggi, e per l’innovativa scelta per l’epoca di realizzare una scena sintetica e leggibile, arricchita da didascalie in latino per maggiore chiarezza e riconoscibilità dei personaggi rappresentati. Questo lato è molto diverso rispetto a quello anteriore (il prospetto) che, per mano dei cosiddetti “maestri lombardi”, ha un gusto tipicamente medievale, dove predomina un “horror vacui” che non lascia facile leggibilità alla scena e dove il luccichio dell’oro sovrasta la narrazione.

Nell’opera di Wolvinio c’è un perfetto connubio tra idea, forma, materiale e contenuto, c’è la storia dell’oreficeria e l’estro di un artista che interpreta la sua tradizione e il linguaggio del suo tempo sempre nel rispetto della sacralità di un altare e del suo significato intrinseco.

Dall’anonimato e dal lavoro di bottega, secondo schemi artistico/artigianali pregevoli ma definiti, si avverte il passaggio alla consapevolezza del ruolo dell’artista, l’arte sacra assume sempre più il suo profondo significato.