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domenica 23 novembre 2025

Masciullo. "La Cultura della Morte vince in Occidente. Silenzio dalla Santa Sede?". Testo e VIDEO

"L’Occidente celebra la “morte dolce”, ma il silenzio della Chiesa grida più forte di ogni parola. Scopri perché il suicidio assistito è l’ultimo trionfo della Rivoluzione contro Dio e la vita".
QUI e sotto il video di Gaetano Masciullo.
Luigi C.


This is the Italian translation of the article published in The Remnant Newspaper, August 5, 2025.

Negli Stati occidentali, si stanno diffondendo a macchia d’olio nuove leggi per autorizzare e normare il suicidio assistito. Si sta diffondendo una vera e propria “cultura della morte”, come giustamente è stata battezzata a suo tempo da Giovanni Paolo II, ma ad oggi manca una voce forte che ponga nuovamente la Chiesa cattolica al centro del dibattito e anche della lotta in difesa della vita.

La situazione legislativa dell’Occidente sull’eutanasia

In Occidente, la legislazione sull’eutanasia è estremamente variegata. Paesi come Olanda, Belgio, Lussemburgo, Spagna e Svizzera hanno legalizzato il suicidio assistito con normative che prevedono criteri rigorosi e controlli medici. In altri Stati, come Francia, Germania e Regno Unito, è ammessa solo l’eutanasia passiva, mentre l’eutanasia attiva resta illegale o fortemente dibattuta. In altre parole, lo Stato può solo fornire all’aspirante suicida i farmaci per uccidersi, ma non può direttamente praticare l’omicidio. In Italia, è in corso un lungo iter per depenalizzare in maniera definitiva il suicidio assistito, sotto la pressione di lobby e correnti progressiste della Magistratura, e persino con il beneplacito degli istituti cattolici che, teoricamente, dovrebbero difendere la vita “dal concepimento alla morte naturale”.

Interessante da esaminare è, inoltre, il caso legislativo cinese. Nell’Impero comunista, l’eutanasia non è legalizzata. Tuttavia, ciò non corrisponde a una difesa della vita da parte del regime. Al contrario, diversi sondaggi hanno confermato che almeno il 70% dei cinesi è favorevole alla sua introduzione. Quando si toglie Dio dalla società e si riduce l’uomo a formica, qual è il valore della vita individuale? Se l’uomo non può funzionare come ingranaggio della società produttiva, è bene che quell’ingranaggio venga smaltito. Il Prof. Yan Sanzhong dell’Università di Jiangxi così ha spiegato la situazione cinese:

“La Cina non è ancora pronta per legalizzare l’eutanasia. A causa della mancanza di un sistema globale sociale i cittadini non possono ancora scegliere come e quando morire. Il sistema sanitario è troppo concentrato sulle città sviluppate, che rende difficile per ospedali in aree rurali di essere preparati per prendere decisioni di tale portata. [...] Esiste il rischio che gli anziani decidano di morire per risparmiare denaro in favore dei propri figli, o al contrario i figli possono essere tentati di uccidere i genitori per scappare dalla responsabilità di curarli”. Questa visione terribilmente materialista della vita propria e altrui non è distante da ciò che, ormai in maniera inesorabile, serpeggia anche in Occidente. Il punto di arrivo, come vedremo, è identico: lo Stato - qualunque esso sia - deve avere la parola ultima sulla vita e sulla morte dei singoli cittadini. A questo punto sarebbe meglio chiamarli sudditi. Si tratta della biopolitica alla sua massima espressione.

La domanda da porsi, a questo punto, è molto semplice: dov’è la Chiesa dinanzi al dilagare di queste leggi in favore della morte?

Eutanasia: nome fuorviante

La prima cosa da considerare è il nome con cui la propaganda di regime propone e normalizza il suicidio di Stato. Difficilmente essa viene chiamata con questo nome, che ne indica la vera natura. Essa viene piuttosto chiamata eutanasia, che dal greco antico significa “buona morte”. In verità, la morte è bella, cioé buona o felice, solo se è in grazia di Dio. Una morte è in grazia di Dio se è accompagnata da una virtù politicamente scorretta che si chiama santa rassegnazione alla volontà di Dio, e che in fondo è il cuore stesso dell’umiltà. Essa è anche accompagnata dai sacramenti: Unzione degli infermi, Confessione, Eucarestia - a seconda dei casi. Urge, pertanto, la devozione a san Giuseppe, in qualità di patrono della Buona Morte, e debellatore della sua storpiatura diabolica, quale è appunto il suicidio assistito e garantito dallo Stato. Perché proprio oggi c’è una spinta così forte per normalizzare, legalizzare e normare il suicidio assistito in tutto l’Occidente?

Suicidio di Stato e Rivoluzione

La fase attuale della Rivoluzione è antropologica e, come ogni fase, è a sua volta composta di periodi o processi funzionali a raggiungere l’obiettivo ultimo. La fase antropologica della Rivoluzione consiste nella sovversione della relazione ordinata dell’uomo con la propria stessa natura. I periodi di questa fase antropologica sono tre: rapporto dell’uomo con l’ambiente (ecologismo), rapporto dell’uomo con la sessualità (genderismo), rapporto dell’uomo con la tecnica (transumanesimo). Il fine della Rivoluzione è l’uguaglianza portata al suo estremo, perché in essa si realizzerebbe la promessa di Satana nell’Eden, che indica anche la causa finale, cioé il punto di arrivo di tutto il processo rivoluzionario: eritis sicut Deus, “sarete uguali a Dio”. L’uguaglianza tra l’uomo e Dio, apoteosi della superbia gnostica, è ciò che muove tutta la storia della Rivoluzione. Come si pone, dunque, la cultura della morte all’interno di questo grande processo?

Essa è in realtà la prosecuzione della fase precedente della Rivoluzione, quella sociale, che ha visto il proprio apice nel cosiddetto movimento del Sessantotto. Anche quella fase rivoluzionaria ha visto diversi processi al suo interno: il figlio contro il padre (rifiuto dell’autorità), la moglie contro il marito - o viceversa (divorzio), la madre contro il figlio (aborto), quindi lo Stato contro la famiglia (suicidio assistito). Il fine ultimo della fase sociale Rivoluzione è stato, infatti, la distruzione della famiglia come unità fondamentale della società. Il suicidio assistito si pone in continuità con questo processo, anzi si pone come il punto di arrivo della fase sociale, che la completerà quando tutto l’Occidente vedrà nel proprio impianto normativo una legge che la giustifica.

In effetti, l’accettazione del suicidio di Stato può avvenire solo in un contesto in cui la famiglia, intesa nel senso più largo e nobile possibile, come nucleo e fondamento affettivo, sociale ed economico dell’uomo, viene meno. Senza la famiglia, il malato è visto come un peso, la malattia come una disgrazia da debellare. Se la società fondamentale non è la famiglia, ma lo Stato, allora il malato è un’unità improduttiva e pertanto un costo inutile, che non rappresenta alcun investimento utile. La vita non è più un dono di Dio, ma un bene d’uso come tanti, da conservare finché è utile o - peggio ancora - “dignitosa”.

Nella famiglia cristiana, al contrario, il malato non può essere considerato mai inutile e assume un duplice significato. Anzitutto, un significato sapienziale, perché attraverso la sofferenza egli matura una conoscenza più profonda della vita, della fede, del limite umano, e può comunicarla agli altri, spesso alle generazioni più giovani. In secondo luogo, un significato corredentivo: unito a Cristo sofferente, il malato partecipa alla Redenzione e offre le proprie sofferenze per espiare le colpe della propria casa e dei propri cari, per il trionfo della Chiesa e la salvezza delle anime.

Due paradossi della cultura della morte

Questa cultura contemporanea cela in realtà due paradossi che ne rivelano l’incoerenza profonda. Da un lato, si proclama un’idea ipertrofica della dignità umana: l’uomo autonomo, autosufficiente e padrone di sé è ritenuto infinitamente degno, e quindi titolare di diritti illimitati. Non dimentichiamo, infatti, che la dignità è la fonte del diritto. Questa stessa cultura, davanti alla malattia e alla sofferenza, nega quella dignità in maniera altrettanto infinita, arrivando ad affermare che la vita del malato è “indegna di essere vissuta”.

Il secondo paradosso è ancor più sconvolgente. La cultura contemporanea rigetta con fermezza la pena di morte per i criminali più efferati in nome di un “diritto inalienabile” alla vita. Al contempo, tuttavia, si approva il suicidio di Stato per l’innocente malato: segue, dunque, in maniera logica, che il diritto alla vita può essere violato e negato se c’è una sofferenza inguaribile. Un omicida seriale è degno di vivere (a spese dei contribuenti in un carcere di Stato), un malato terminale di cancro merita di essere avvelenato: questi sono i frutti coerenti della Rivoluzione.

Cosa insegna la Chiesa sul suicidio di Stato

Il movimento per sensibilizzare l’opinione pubblica, legalizzare e normare il suicidio di Stato fu bloccato in Occidente anche grazie all’azione di Giovanni Paolo II, tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta del secolo scorso. Questa è la prova che la Chiesa può, se vuole, avere un peso notevole per bloccare il processo rivoluzionario. Non possiamo però accontentarci di bloccare la Rivoluzione, bisogna avviare la Contro-Rivoluzione - la quale “non è una Rivoluzione di senso contrario, ma il contrario della Rivoluzione”, come diceva Plinio Correa de Oliveira. La situazione odierna, invece, vede da un lato i rivoluzionari, che premono sull’acceleratore o sul freno a seconda della velocità che vogliono adottare. Tutti loro, comunque, sono decisi a muovere la macchina della storia lungo la strada della perdizione. Dall’altra parte, i cosiddetti conservatori non hanno altra ambizione se non quella di premere il freno a fondo; ma così facendo, si ottiene solo una macchina ferma sulla strada sbagliata, in attesa che qualcun altro sblocchi il cammino.

Noi non abbiamo bisogno di freni, ma di controrivoluzionari che sappiano a loro volta accelerare o decelerare sulla strada dell’autentica riforma e della salvezza. Il problema non è tanto la velocità, ma la via da seguire. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno dato molti elementi per reagire e frenare, ma nessuno dopo di loro ha sterzato il volante per accelerare sulla strada giusta. Anzi, la storia è purtroppo nota.

Le ultime dichiarazioni esplicite e più importanti della Santa Sede sul suicidio di Stato risalgono al 5 maggio 1980 nel caso della Dichiarazione Iura et Bona, al 25 marzo 1995 nel caso dell’enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II, e al 14 luglio 2020 nel caso della lettera Samaritanus bonus della Congregazione per la dottrina della fede. L’enciclica citata è un documento autorevole di Magistero ordinario che condanna tale pratica unitamente ad altre pratiche normalizzate dalla cultura dominante, ma che costituiscono una grave offesa contro il quinto comandamento di Dio (omicidio, genocidio, aborto, suicidio volontario). Tale enciclica - lo ricordiamo - impegna l’infallibilità pontificia, come lo stesso Autore suggerisce:

“Con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l’uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale. Tale dottrina, fondata in quella legge non scritta che ogni uomo, alla luce della ragione, trova nel proprio cuore, è riaffermata dalla Sacra Scrittura, trasmessa dalla Tradizione della Chiesa e insegnata dal Magistero ordinario e universale”. (EV, 57)

In questo modo, Giovanni Paolo II dichiarava l’infallibilità, e quindi l’irreformabilità, dell’insegnamento morale tradizionale della Chiesa circa l’omicidio in ogni sua forma e diretto, cioé impiegato come mezzo o come fine. Dal momento poi che il suicidio è definito come l’omicidio di se stessi, chiaramente tale dichiarazione si estende anche anche ad esso, quando è volontario. Inoltre, dal momento che la cosiddetta eutanasia “comporta, a seconda delle circostanze, la malizia propria del suicidio o dell’omicidio”, è evidente che quella dichiarazione iniziale si estende come condanna anche per il suicidio di Stato.

Inoltre, Giovanni Paolo II dichiarava con quelle parole che la condanna dell’omicidio in tutte le sue forme, dall’aborto all’eutanasia passando per il suicidio e il genocidio, si fonda sulla legge naturale, ancor prima che sulla Rivelazione - Sacra Scrittura, Tradizione e Magistero. Questo ha implicazioni molto importanti per la Chiesa e per l’uomo di oggi. Di fronte alle oggettive difficoltà e agli evidenti limiti dei sacerdoti, persino docenti di teologia, di spiegare le ragioni dell’ovvio ad un’umanità che non è semplicemente atea, ma priva di quella sensibilità al male e al peccato che è propria dello spirito, il Papa incoraggiava ad approfondire un tema dal punto di vista di un dialogo che è pre-religioso, e quindi più incline ad essere compreso e accettato dal mondo post-moderno.

Il mondo ha ancora bisogno, anche se non lo avverte, di un documento magisteriale autorevole che indichi in maniera completa le cause, l’essenza e i rimedi alla cultura della morte e in particolare del suicidio assistito. Una parola alta ed esplicita del Papa su questo temo potrebbe, se non invertire la rotta del processo legislativo rivoluzionario in corso, almeno suscitare un fronte comune di resistenza. In questo, Giovanni Paolo II agì con successo. Abbiamo bisogno ancora di ciò.

Le terribili conseguenze a lungo termine

Le conseguenze a lungo termine dell’introduzione legale dell’eutanasia passiva — suicidio di Stato - e attiva - omicidio di Stato - sono devastanti e già sotto i nostri occhi. Quel che oggi viene presentato come una libera scelta individuale, domani diventerà una prassi sistemica e indifferente al consenso, evolvendosi da suicidio assistito volontario a soppressione di massa. Non è allarmismo, ma la dinamica tipica degli Stati moderni. Come già accaduto con altri interventi sanitari imposti (pensiamo alle vaccinazioni), si intorduce l’obbigo di un trattamento sanitario in nome del bene collettivo, della razionalizzazione delle risorse, dell’efficienza del sistema. L’anziano o il malato terminale che rifiuterà l’eutanasia finirà per essere accusato, più o meno esplicitamente, di egoismo. I dati già lo confermano: in Spagna, nel solo 2025, oltre 1.300 casi sono stati eseguiti, con più del 40% delle richieste approvate. L’allentamento delle normative sta espandendo in tutto il mondo la platea di persone che vengono invitate, convinte e accompagnate al suicidio o al consenso a essere uccise dal servizio sanitario nazionale. In Olanda, uno studio quinquennale commissionato dal governo ha rilevato che, nel solo 2021, 517 persone sono state uccise tramite eutanasia senza averla esplicitamente richiesta o senza aver dato esplicito consenso. Si tratta di vero e proprio genocidio perpetrato dallo Stato, con il consenso tacito di una società ormai anestetizzata, che ha smarrito il senso sacro della vita e il dovere della cura. Nessuno ha il coraggio di denunciare e condannare questo male, neanche nella Chiesa cattolica?

Gaetano Masciullo