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giovedì 29 dicembre 2022

Addio a Cesare Cavalleri

E' morta una brava persona e un devoto a S. Romana Chiesa in maniere indefessa.
Come editore di Ares fece un grande bene.
Lo incontrai solo una volta, bastò per capire la sua levatura.
Pubblichiamo il ricordo di Aldo Maria Valli.
A Dio
Luigi

29-12-22
Oggi a Milano è morto Cesare Cavalleri. Era il direttore delle edizioni Ares e della rivista Studi cattolici. Aveva ottantasei anni. Il 23 novembre scorso aveva annunciato la sua morte imminente con un articolo sul quotidiano Avvenire, con il quale aveva collaborato fin dalla fondazione, nel 1968. Un articolo scritto a ciglio asciutto, per ringraziare e congedarsi dai lettori.

Mi permetto qui un ricordo personale di Cavalleri, amico e maestro.
di Aldo Maria Valli

Caro Cesare, poche ore fa sei entrato nell’altra vita, quella eterna, e io scrivo queste righe sul tamburo, come si dice in gergo nelle redazioni per dire che si scrive a caldo, senza nulla di preconfezionato. Avevi annunciato a tutti, con un articolo sull’Avvenire, che ti mancavano pochi giorni alla fine dei tuoi giorni terreni, ma io mi sono rifiutato di scrivere il tuo coccodrillo, altra voce gergale che sta a significare un articolo scritto in anticipo su una persona che sta per andarsene, così da essere pronti a pubblicarlo al momento opportuno. Come si fa a scrivere il coccodrillo di un amico?
Come vedi, caro il mio Cesare, per questa mia letterina sono partito da due termini del giornalismo, e non poteva essere diversamente. Sei stato tu a insegnarmi il mestiere quando mi hai assunto alle edizioni Ares e alla rivista Studi cattolici.
Anni Settanta del secolo scorso. Volevo fare il giornalista, lo volevo con tutte le mie forze. Venivo dal settimanale locale della mia città, ero specializzato in cronache di basket e tu mi hai fatto diventare redattore di casa editrice e di una rivista culturale: che salto! Ma che bello!

Stare nella vecchia redazione dell’Ares, in via Stradivari, con i pavimenti di legno che scricchiolavano sotto i passi e i libri che foderavano le pareti, per me era un sogno. Fare libri, scrivere su una rivista ed essere pure pagato! Che cosa potevo desiderare di più? Non so proprio che cosa vedesti in quello sbarbatello che ti si presentò tremebondo, senza arte né parte. Ma ricordo benissimo le tue parole: “Noi qui abbiamo bisogno di gente che abbia voglia di fare. Quindi sei ha voglia di fare sei dei nostri”.

L’Ares e Studi cattolici sono stati per me una scuola. Di rigore, di stile, di pensiero. E tu sei stato il mio maestro. So che molti ti hanno giudicato burbero. Non dico che a volte tu non lo fossi, ma sotto quei baffetti indovinavo un sorriso. Diciamolo: fare il burbero ti divertiva. Come quando, ordinandomi di telefonare a qualcuno, mi dicevi il numero a velocità supersonica e aggiungevi: “Non ripeto!”. E io restavo lì come un allocco, perché il numero non lo avevo memorizzato e non potevo chiederti “me lo ripete?”.

L’ultima volta che sono venuto a trovarti, a Milano, ho visto nei tuoi occhi una serenità che non saprei come definire. Posso dire che eri già altrove? E comunque, anche se eri steso a letto, abbiamo parlato di lavoro, come se fossimo nel tuo studio e ci fosse l’ultimo numero di Studici (noi lo chiamavamo così) da preparare. Ci siamo anche fatti qualche risata (top secret, ovviamente, temi e soggetti presi di mira) e io sono stato molto contento di averti potuto regalare un Gesù Bambino fatto a mano da certe monache mie amiche, e tu hai voluto che sotto la statuetta scrivessi la data e la provenienza.

Non so come dirtelo, caro il mio Cesare, ma non poter più venire a trovarti all’Ares sarà un bel problema. Con una battuta mi aprivi un orizzonte, con due aggettivi ben assestati mi schiarivi le idee su questioni complicate, con una risata delle tue mi aiutavi a sdrammatizzare e a non prendermi troppo sul serio.

Mi sa che adesso, lì in cielo, avrai già convocato una riunione di redazione con tutti gli amici che ti hanno preceduto. Ti vedo lì con Mario, con don Antonio, con la signorina Olimpia, con l’altro Mario. Ricordo che nel salottino della redazione di via Stradivari, con i libri che incombevano da ogni parte, si conversava su tutto e si rideva. Finché tu a un certo punto ti alzavi e dicevi: “Fare, fare, fare”. Eri il comandante. E noi eravamo contenti di farci comandare.

A proposito di fare. Il primo ricordo che ho di te sei tu che in maniche di camicia, ma ovviamente con cravatta e fermacravatta, issato su una scala stai installando mensole in un corridoio della redazione, perché lo spazio per i libri non bastava mai. Quando, sotto i miei passi, il pavimento di legno scricchiola, tu ti volti, mi guardi, scendi dalla scala, infili la giacca, dici “prego” e mi fai cenno con la mano di entrare nel tuo studio. Io avevo vent’anni ed ero l’ultimo arrivato, ma la tua accoglienza fu pari a quella che riservavi ai collaboratori più importanti.

Ora non starò a dire che i tempi sono cambiati eccetera. Lo sappiamo bene che tutto è cambiato. All’epoca, tanto per dire, non c’erano i computer, non c’erano i cellulari. Si utilizzavano rumorosissime macchine per scrivere e si lavorava di cesello. Le bozze venivano corrette a coppie, perché quattro occhi sono meglio di due. Una cura e una minuziosità che non ho più ritrovato altrove.

Vabbè, la sto facendo lunga, scusa. Voglio solo dirti grazie, caro il mio Cesare, maestro e amico. E grazie al buon Dio che ci ha fatto incontrare. È stato bello conoscerti, è stato bello lavorare con te e condividere molte delle tue battaglie. Per me dopo Studi cattolici sarebbero arrivati l’Avvenire e poi la Rai. Ma l’imprinting sulla mia pelle di giornalista è stato il tuo. Sai bene che non siamo sempre stati d’accordo, ma all’Ares e a Studi cattolici ho sempre trovato la porta aperta. Grazie per aver pubblicato il mio primo libro, quando avevo ventotto anni. E grazie per avermi fatto scrivere su Studi cattolici in questi ultimi anni, quando, a causa di certe mie idee, tutte le altre porte si chiudevano. Non lo dimenticherò. Non ti dimenticherò, caro il mio Cesare. E non dimenticherò quello che mi dicesti una volta: “L’unica cosa che conta, alla fine, è l’amore”.

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