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sabato 12 novembre 2022

USA, tutti rieletti i governatori Repubblicani pro vita

Buone notizie, almeno in parte, dalle ultime elezioni politiche USA.
Luigi

Ermes Dovico, La Nuova Bussola Quotidiana, 11-11-2022

Da Abbott del Texas a DeSantis della Florida, da Kemp della Georgia a Stitt che vuole rendere l’Oklahoma «lo Stato più pro-vita della nazione»: hanno vinto tutti i 12 governatori pro life del Gop in lizza per la rielezione. E ciò a dispetto di una spesa incredibile dei Dem - 391 milioni di dollari solo in Tv - per spingere la campagna sull’aborto.
La Bussola ha già dato conto della sconfitta del movimento pro vita americano in tutti e cinque i referendum in materia di aborto tenutisi, in cinque diversi Stati, nel voto dell’8 novembre. Una delusione per il fronte pro life, a cui tuttavia fa da contraltare un fatto positivo delle elezioni statunitensi: la vittoria sostanziale del Gop si è accompagnata in particolare, quando mancano poche sezioni da scrutinare, alla rielezione di tutti i governatori Repubblicani che hanno firmato leggi che limitano l’aborto, in alcuni casi in modo drastico.

Si tratta di ben 12 governatori pro vita rieletti, secondo il computo di Life News, che ha smontato l’idea sostenuta da alcuni opinionisti, secondo i quali il Partito Repubblicano farebbe bene a ridimensionare politiche e messaggi pro life. È vero il contrario, sebbene va considerato che la posizione sull’aborto è sì un fattore importante nel contesto politico statunitense, ma non l’unico, intersecandosi con altri temi (economici e sociali) in base a cui gli elettori orientano le proprie scelte. Certo è che la quantità di denaro impiegato dai Democratici per promuovere campagne e candidati prettamente abortisti è di gran lunga superiore ai fondi che i Repubblicani dedicano in senso opposto, per tutelare la vita nascente. E questo elemento, inserito in una società già ampiamente secolarizzata e sottoposta a decenni di propaganda massiccia sulla “libertà” di sopprimere i nascituri, aiuta a capire perché i referendum in materia di aborto si concludano quasi sempre nello stesso (triste) modo.

Ma dicevamo dei 12 governatori Repubblicani pro vita rieletti. Marjorie Dannenfelser, presidente dell’organizzazione Susan B. Anthony Pro-Life America, ha dato - in una dichiarazione a Life News - la seguente chiave di lettura: «I candidati pro vita del Gop vincono nelle sfide competitive se descrivono i loro oppositori come estremisti dell’aborto che supportano l’aborto su richiesta e senza limiti» e, di contro, propongono «una posizione pro vita chiaramente definita, incentrata sul consenso circa i limiti sulla capacità di provare dolore e sul battito cardiaco» da parte del bambino in grembo. Un approccio pragmatico, in buona sostanza, volto a limitare il numero di aborti attraverso norme che ricordano tutta l’umanità dei nascituri e trovano consenso anche in chi non ha ferme convinzioni pro life, in attesa - si spera - di una ventata di cultura e politica pro vita capace di spazzare via del tutto le leggi inique.

I sondaggi indicano come sia variegata la posizione sull’aborto e come spesso le risposte varino da come viene presentata la questione: se è vero che per il 62% dovrebbe essere legale in tutti o quasi tutti i casi (Pew Research Center), è anche vero che ben il 72% si dice contrario all’aborto dopo le 15 settimane (Harvard-Caps-Harris Poll) e solo il 10% è favorevole all’aborto fino alla nascita, misura che è ormai consueta nelle normative di marca Dem.

Tra i governatori Repubblicani che hanno guadagnato la rielezione spicca quello del Texas, Greg Abbott, firmatario nel 2021 del primo Heartbeat Bill (che vieta l’aborto da quando si riscontra il battito cardiaco nel concepito) capace di superare gli ostacoli giudiziari e di entrare effettivamente in vigore. Una legge che in un anno ha salvato dall’aborto, secondo le stime, 40.000 bambini. Abbott (54,8% dei voti) ha inflitto 11 punti percentuali di distacco al candidato dei Dem, Beto O’ Rourke (43,8%), che aveva impostato la sua campagna elettorale principalmente sul “diritto” all’aborto, spendendo decine di milioni di dollari.

Altro nome noto, anche in vista di una possibile candidatura per la Casa Bianca, è quello di Ron DeSantis. Oltre a una serie di misure di buonsenso in tema di gestione del Covid e contro la cancel culture, il rieletto governatore della Florida ha firmato una legge che vieta l’aborto dopo 15 settimane, rivendicandola nel dibattito contro lo sfidante Democratico Charlie Crist, sul quale ha vinto di quasi 20 punti percentuali (59,4% contro 40%). Secondo Usa Today, lo staff di DeSantis starebbe inoltre pensando a una legge sullo stile di quella del Texas, che vieti l’aborto da quando è rilevabile il battito del cuore, dunque dopo circa sei settimane di gravidanza.

Leggi simili a quella texana sono già state firmate nella passata legislatura dal rieletto governatore dell’Ohio, Mike DeWine (62,8%) - che ha surclassato Nan Whaley (37,2%), candidata dei Dem - e da quello della Georgia, Brian Kemp (53,4%), che ha vinto con un netto margine su Stacey Abrams (45,8%), nonostante - le si ricorderà - le pressioni fortissime e le minacce di boicottaggio rivolte alla stessa Georgia, fin da almeno il 2019, da star system, Netflix, Disney e compagni vari, tutti schierati contro le norme a tutela della vita nascente.

I pro life statunitensi temevano particolarmente la mancata rielezione del governatore dell’Oklahoma, Kevin Stitt, che ad aprile aveva firmato la legge contro l’aborto probabilmente più restrittiva di tutti gli Stati Uniti (detta Life at Conception Act, che rende l’aborto un reato in qualunque fase, eccetto che per «emergenza medica»), dicendo di volere che il suo sia «lo Stato più pro-vita della nazione». Ma a dispetto dell’impegno dei gruppi abortisti per spodestarlo, Stitt (55,5%) si è imposto con 14 punti percentuali di vantaggio sulla sfidante Democratica, Joy Hofmeister (41,8%).

Nette sono state pure le vittorie che hanno assicurato la rielezione ai governatori Repubblicani Kim Reynolds (Iowa, 58,1%), Kristi Noem (Dakota del Sud, 62%), Bill Lee (Tennessee, 65,3%), Henry McMaster (Carolina del Sud, 58,1%), Brad Little (Idaho, 60,5%) Mark Gordon (Wyoming, 78,7%) e Kay Ivey (Alabama, 67,4%), anche loro firmatari di leggi che restringono le maglie dell’aborto.

In tutti questi casi, il tentativo del Partito Democratico di usare i suoi finanziamenti miliardari per ingannare doppiamente gli americani (presentando loro l’aborto come una “conquista” e sviandoli da tutti gli altri problemi) non è servito. «Non c’è dubbio che la sentenza Dobbs è stata un terremoto politico - ha detto la Dannenfelser a Life News - creando un’opportunità unica per i Democratici di motivare la loro base depressa». Di qui la decisione dei Dem di puntare fortissimo sulla questione, «spendendo 391 milioni di dollari solo in pubblicità TV incentrate sull'aborto durante le elezioni generali, contro appena 11 milioni di dollari da parte del GOP, un rapporto di spesa di 35 a 1». Il che dice tanto.

La Dannenfelser conclude la sua analisi con un altro dato politico interessante. «Mentre abbiamo esempi di candidati pro vita del Gop che erano preparati e sono andati all’attacco, ci sono anche esempi di candidati che non erano preparati e hanno adottato la strategia dello struzzo», eludendo il tema della difesa della vita nascente e lasciando agli avversari politici gioco facile nell’etichettarli e screditarli. In definitiva: schierarsi per la vita paga, anche politicamente.