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martedì 22 novembre 2022

Dalla rivista 'Cardinalis' #6\3: "Cardinale Bagnasco: “La Chiesa non deve preoccuparsi di essere moderna, ma attuale”" #cardinalis

Abbiamo dato notizia di una rivista (dal felice nome in latino "Cardinalis") che è e sarà inviata ai cardinali di tutto il mondo (QUI e QUI).
Con molto piacere, riceviamo dalla redazione la traduzione autorizzata di alcuni interessanti articoli che possiamo proporre - in esclusiva in italiano per MiL - ai nostri lettori.
Luigi

Questo articolo è apparso sulla rivista Cardinalis.

 
Cardinale Bagnasco: “La Chiesa non deve preoccuparsi di essere moderna, ma attuale”

La Chiesa oggi “non deve preoccuparsi di essere moderna, ma di essere attuale”, rispondendo al bisogno di senso delle persone e “alle grandi domande che attraversano la storia e non cambieranno mai”.

Il Cardinale Angelo Bagnasco, 79 anni, è stato dal 2016 al 2021 presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, che riunisce i presidenti della Conferenze episcopali di tutta Europa. Dal 2007 al 2017 è stato presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Arcivescovo emerito di Genova, con una grande esperienza pastorale, il Cardinale Bagnasco ha partecipato a diversi sinodi ed è ormai un profondo conoscitore della realtà della Chiesa, che ha sperimentato in numerosi viaggi.

Le pressioni perché ci sia una Chiesa più moderna, più aperta allo spirito dei tempi, non sono nuove. Così come non è nuova la tentazione di marginalizzare Dio dalla storia, in quello che lo stesso cardinale ha definito, in una omelia per la festa di San Lorenzo a Genova, un “ordine mondiale senza Dio”. La risposta, per il Cardinale, è una sola: tornare al Vangelo e alle grandi domande.

In questa intervista con Cardinalis, il Cardinale Bagnasco si sofferma sulla profezia della Chiesa e sul suo ruolo nella società, sulle sfide per l’evangelizzazione oggi, sulla cancel culture che ormai ha messo nel mirino anche la fede. Il suo, però, non è un quadro desolante. È piuttosto una descrizione realistica dell’oggi, ma fatto con uno sguardo intriso della vera speranza cristiana.

Tutta la Chiesa, per volontà di Papa Francesco, sta lavorando ad un grande cammino sinodale sulla sinodalità. Quali sono le sue speranze per questo cammino sinodale?

Sono cresciuto a Genova nel centro storico bombardato dalla guerra. Attorno alla chiesa  vi erano vicoli, piazza e macerie,  luoghi dove giocare. La gente era semplice, non ricca e, in generale,  aveva il senso di Dio. Vedeva nella parrocchia  lo spazio della preghiera, dell’accoglienza e della  carità. Anche la mia famiglia – genitori e sorella – ogni mese riceveva un pacco di alimenti che aiutava il bilancio. Da Arcivescovo di Genova,  e ancora  oggi, vado  spesso nei vicoli

, incontro le persone, mi fermano, chiedono una preghiera, fanno una confidenza, esprimono un parere o una domanda sul mondo di oggi. Ne ritorno sempre arricchito di umanità e di fede. Mi sento confermato nel mio essere cristiano e Pastore. Quelle persone non hanno, in genere, una particolare cultura, ma hanno il buon senso  e una fede non sofisticata. Spero che il cammino sinodale, nella sua sostanza,  sia come questo: che ci siano tante voci genuine senza  ideologie. Allora la Chiesa, che si fonda  sula Parola di  Gesù Cristo non sulle nostre,  sarà aiutata, e il cammino sinodale una  benedizione.

Nei dibattiti a livello locale del cammino sinodale si è parlato molto anche di maggiore inclusività di laici, donne, persino di cambiare l'insegnamento della sessualità. Un dibattito, questo, aperto anche dal Cammino Sinodale della Chiesa in Germania. Lei quali crede che siano i temi centrali sui quali concentrarsi nel Sinodo? Quale è la grande sfida per la Chiesa nel futuro?

A volte si considera la responsabilità  nella Chiesa non come un compito pastorale che Gesù ha istituito con il sacramento dell’Ordine, ma come un potere temporale. Questa visione falsa il  concetto di partecipazione e di corresponsabilità. Scatta la concorrenza che non può esistere. E’ una visone non ecclesiologica, ma mondana. La sfida maggiore,  per la quale è giusto che tutta la comunità si senta più coinvolta, è l’annuncio del Vangelo all’uomo  moderno,  che sembra indifferente alla fede.  Si tratta, quindi, di corrispondere, con maggiore  consapevolezza e più coralmente, al mandato di Cristo: “Andate in tutto il mondo e predicate”. La missione è chiara, non ammette sofismi. Non si tratta di colonizzare, ma di annunciare a tutti ciò che tutti hanno il diritto di sapere: che Dio è amore e che Gesù è il Salvatore che apre alla vita eterna.  Questo, però,  non significa cambiare il Vangelo e il patrimonio millenario della fede per il quale i martiri hanno dato il sangue. A volte, in certi dibattiti,  sembra che si cambino solo le parole , ma spesso si cambia anche la sostanza. Il problema non è, come si dice, il linguaggio, ma il nostro cuore: sarà il calore del nostro cuore a scaldare  il cuore degli uomini. L’uomo è nostalgia di infinito poiché il mondo gli è stretto, rincorre le cose pensando di colmare il vuoto, ma resta deluso. Spera di vedere la luce in fondo al tunnel. Ne ha diritto.

Lei è stato presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, e ne era stato prima vicepresidente. Che idea di Chiesa ha avuto girando l'Europa e parlando con i suoi confratelli? Quale è l'esigenza più pressante?

La comunità cristiana non può mai  mancare di fiducia poiché il Signore ha detto: “Non temete, io sono con voi fino alla fine del mondo”.  Le  situazioni  in Europa  sono  diverse, dipendono   dalla storia  e da circostanze sociali e culturali. Ci sono comunità molto vive e coese, che hanno vissuto la persecuzione e il martirio: lì il sangue ancora caldo dei martiri aiuta la fede di oggi. Ci sono altre comunità che a  volte, di fronte al diffondersi del secolarismo  che è vivere come se Dio non ci fosse,  sembrano tentate da un senso di  scoraggiamento. Ovunque, la fede è viva nei cuori, le comunità devono crescere nella comunione e nello slancio missionario. Bisogna anche non lascarsi ingannare dalla narrazione prevalente: non c’è più bisogno di Dio, l’uomo si autosalva con il progresso e la tecnologia. La realtà dice diversamente, poiché l’uomo occidentale può anche essere benestante e organizzato, ma non è felice.  Sente che gli manca qualcosa che non dipende da lui, ma che può solo invocare dall’alto. Intuisce che può essere soddisfatto per molte cose, ma può perdere se stesso, può avere successo ma fallire la vita. Esserne  consapevoli  farà crescere le comunità cristiane nella fede dei padri, nella testimonianza e nella missione. Annunciare la verità di Cristo, con le sue implicazioni, è il primo atto d’amore per il mondo.

Papa Francesco ha convocato un concistoro lo scorso agosto per parlare della riforma della Curia da lui promulgata. In che modo questa riforma avrà secondo lei un impatto sulla Chiesa universale?

E’ inevitabile che la riforma della Curia, promulgata da Papa Francesco,  sarà un punto di riferimento per la Chiesa nel mondo. Saranno i singoli Vescovi che dovranno declinarla nella concretezza delle loro Diocesi, secondo le situazioni e le esigenze, e per il bene del loro popolo.

Il ruolo dei Ministri di Dio, ora e domani, è quello che Gesù ha voluto e che emerge nel Vangelo, negli Scritti apostolici e nel Magistero autentico. Il Concilio Vaticano II dice chiaramente che Gesù scelse quelli che egli volle, ne costituì  Dodici, e li mandò “a tutte le genti affinché, partecipi della sua potestà, rendessero tutti i popoli discepoli di Lui, li santificassero e li governassero” (Lumen Gentium, 19). Il Sacramento dell’Ordine, dunque, configura ontologicamente, nell’essere dell’ordinato, a Cristo Capo e Pastore, Sacerdote e Profeta. La sostanza è questa, il resto è contorno che non può cambiare nulla di questo.

Si parla oggi spesso di una Chiesa che si è ritirata nelle sue posizioni, che ha perso la caratteristica trionfante degli anni passati. Questa nuova situazione è un rischio o una opportunità per la Chiesa Cattolica?

Il trionfo è solo di Dio, e consiste nel dare la vita del Figlio sulla croce. In sostanza, è l’amore di Dio per il mondo. Questa è la sua gloria. Da parte dell’uomo, la sua gloria è lasciarsi amare da Cristo, arrendersi al suo amore.  La Liturgia è il momento culminate, il vertice e la fonte della gloria di Dio e dell’uomo. Deve quindi riflettere, rendere visibile questo mistero. Per quanto riguarda la Chiesa, essa è realtà visibile e spirituale, per questo vive nella  storia e  la trascende, non opera per la sua gloria ma è a servizio dell’uomo  nella verità e nell’amore. È nel mondo ma non del mondo. Affinché  questa presenza sia sale e lievito, quindi incarnata, e anche luce e città posta sul monte, quindi non nascosta e mondana, deve avere qualcosa che il mondo non ha, una novità rispetto al secolo. Se perdesse questa differenza, e si assimilasse al linguaggio e alle agende del tempo, tacendo la linfa  soprannaturale, che cosa avrebbe da dire al mondo se non ripetere le sue parole, le sue urgenze immediate, i suoi obiettivi universalistici, le sue metodiche populiste? Non sarebbe interessante per il mondo, ma funzionale  al mondo: qualora dicesse le parole secolari sarebbe applaudita,  ma qualora  dicesse le parole della fede sarebbe silenziata o aggredita. E’ successo anche a Gesù. Nulla di nuovo.

Lei spesso ha parlato di un ordine mondiale senza Dio, che vuole escludere Dio dalla vita pubblica. Cosa devono fare i pastori per combattere l'esclusione di Dio dalla vita pubblica?

Dobbiamo parlare di Dio facendo emergere l’inconsistenza di un mondo senza Dio. Spiegare, con pazienza e fiducia, che solo dove c’è veramente Dio, l’uomo è onorato; che Dio non è l’antagonista della libertà umana, ma ne è il creatore e il migliore garante. E’ sempre più necessario dire che Dio ci ha creati per la vita, l’amore, la gioia, e che Lui è la risposta a questi aneliti del cuore umano. Bisogna far vedere che i comandamenti di Dio, le Beatitudini, non sono dei no,  ma il grande sì alla felicità  e alla bellezza. Nietzsche scriveva che voleva vedere nei cristiani un volto “più redento” per poter credere  al loro Salvatore: auspicava di vedere  la  testimonianza della gioia nonostante le prove, la letizia dell’anima che regge anche alle croci.  Dio, nella vita pubblica, non significa una società teocratica,  mai il Vangelo è stato presentato come legge dello Stato. Significa innanzitutto riconoscere a tutti i cittadini il diritto alla libertà religiosa, riconoscere che la persona non è rinchiusa in se stessa, ma va oltre, e che  l’organizzazione della società  non si misura  solo sul  benessere fisico, poiché ci sono esigenze di cui  Dio è l’origine, e a  cui solo Dio può rispondere.

Nei dibattiti, si dice spesso che la Chiesa cattolica ha un punto di vista "arretrato" - mi passi il termine - sul mondo, che continua a parlare di dottrina invece di comprendere le esigenze delle persone. Gli esempi sono sempre i soliti: dalla comunione ai divorziati risposati, passando per la difesa del Vangelo della vita, fino addirittura a contestare alla Chiesa l'annuncio stesso del Vangelo nella vita pubblica, in nome di una pluralità di obiettivi. Quanto è importante, dunque, annunciare oggi il Vangelo? E in che modo questo Vangelo può e deve essere annunciato?

La Chiesa non deve preoccuparsi di essere  moderna, ma di essere attuale: cioè deve rispondere ai veri bisogni dell’uomo, quelli che abitano nella profondità del cuore, come  il desiderio  non di soddisfazione ma di felicità, il bisogno di senso, le grandi domande che attraversano la storia  e che non cambieranno mai. A tutto questo non risponde la tecnologia, ma la religione, il Signore,  che ha parole di vita eterna. Parole di luce che ci fanno dire con l’Apostolo Pietro: Maestro, lontano da  Te da chi andremo?  Gesù non ha cercato il consenso, ma ha annunciato la verità. E gli è costatala la vita!  Oggi si tende a staccare la verità dalla persona di Cristo: questa separazione riduce la fede a emozione, e Cristo a maestro di saggezza umana, una filosofia che bisogna adattare ai tempi. Dio è Amore, dice Giovanni, ma noi oggi non crediamo all’more, lo stiamo cambiando facendolo diventare una poesia sentimentale e facile, dimenticando che l’altro nome dell’amore è sacrificio. E così si inganna soprattutto i giovani. Si tende a  dimenticare che, se Dio mi rivela che Lui è meta della mia esistenza, ma non mi dice come arrivarci , non “serve”. Ma Gesù ci ha detto anche come arrivarci, come  vivere. Ecco le implicazioni etiche: non sono una dottrina astratta, parlano  di me, del mio presente e del mio futuro. Non sono delle negazioni arcigne e impietose, ma descrivono la via della vita vera. La cultura contemporanea ha molte luci, ma ha posto al centro il soggetto come misura della verità: ha ridotto l’uomo a volontà  indebolendo  il pensiero. E così  tutto diventa  opinione  soggettiva e mutevole.  In questo contesto, si vorrebbe che la Chiesa tacesse affinché la gente  creda che non ha nulla da dire. Ma così non è: se la Chiesa tacesse,  non amerebbe il mondo. Non si tratta di farci giudici  o di crederci  migliori, ma di essere fedeli a Dio e all’uomo. Se la gente sente che si parla senza blandire, ma con amore, forse non condividerà del tutto ciò che si dice, ma si sentirà amata da noi e da Qualcuno che è oltre a noi.

Si parla spesso della mancanza di politici cattolici, di intellettuali cattolici. Ma quale è il ruolo che un politico, un intellettuale cattolico deve avere oggi nella società? In che modo può e deve essere presente? 

La Chiesa è radicata nel mondo e condivide gioie e dolori di ogni uomo: tutto ciò che lo riguarda le interessa.  Nelle questioni  temporali, la responsabilità  primaria è dei laici, che devono animare cristianamente le realtà terrene: per questo non devono essere “clericalizzati”.  La loro coscienza, però,  deve essere formata e informata. Se questo vale per ogni laico, vale tanto più per il politico che deve valutare e decidere secondo coscienza, sapendo che le sue scelte non possono contraddire i valori che scaturiscono dalla fede , e che ispirano una visione antropologica  cristianamente ispirata. Un politico non dovrebbe fare  politica attiva senza qualche competenza specifica e senza una comprovata  onesta morale; ma anche senza una cultura generale che gli permette di avere una visione  ampia delle cose, una sintesi di quel pensiero umanistico oggi  trascurato. In questa prospettiva, la Chiesa ha una lunga esperienza di formazione culturale e morale, che va addirittura oltre la confessionalità. Infatti, molti temi di fondo sono patrimonio sia della fede che della ragione.

Di fronte alle nuove spinte culturali, che portano persino a negare il contributo che la Chiesa ha dato alla società occidentale (la cosiddetta cancel culture) e che, dentro la Chiesa, arrivano a mettere in discussione pezzi di dottrina (si pensi al dibattito sull'Humanae Vitae), quale può essere la posizione di un vescovo, un sacerdote, un fedele cattolico?

La “cancel  culture” è semplicemente disumana, poiché nega la storia non solo religiosa di un popolo,  ma anche civile. E’ vero che gli esseri umani appartengono tutti all’umano, ma è anche vero che vivono in contesti culturali e sociali diversi nel tempo e nello spazio. Anche il Figlio di Dio si è incarnato in una cultura e in una storia, ha rispettato usanze e dottrine  ma, nello stesso tempo, è andato  oltre quando si trattava della verità di Dio e dell’uomo. Ecco perché invocare mutamenti dottrinali in nome delle diverse culture scontra con l’agire e il parlare di Cristo. E quando si tocca ciò che appartiene all’essere universale dell’uomo, si tocca l’uomo stesso nella sua profondità. Oltretutto, la civiltà occidentale sembra avere una volontà di potenza che sconcerta: la cosa dovrebbe preoccupare tutti, cristiani e non, in quanto pare si voglia  uniformare l’umanità in una cultura  e lingua uniche; si auspica perfino  una religione unica e universale,  facendo intendere che tutto è equivalente. Per quanto riguarda il diritto dei cattolici a  partecipare al dibattito pubblico e alla formulazione democratica delle leggi, ormai anche pensatori come Rwol, Habermas e altri, l’hanno dichiarato. Naturalmente ad una condizione: che si usi un linguaggio “istituzionale”, che si portino, cioè,  delle argomentazioni razionali e non di autorità rivelata.

Infine,  la posizione del credente, come di un Sacerdote e di un Vescovo, è innanzitutto  quella della fedeltà al deposito della fede, sapendo che la “dottrina” non mortifica l’annuncio di Gesù, ma ne è la dilatazione che esplicita e rende esistenziale la fede. Inoltre, si tratta anche di usare le due vie della verità, quella della fede e quella della ragione. Forse, su questo versante, dobbiamo impegnarci di più e meglio. Dato che non tutto ciò che è rivelato appartiene solo alla fede, ma fa parte anche dell’esperienza universale, allora dovremmo imparare a non trincerarci dietro alla fede, ma percorrere anche il sentiero della razionalità, cercando gli  argomenti per motivare le posizioni cattoliche, specialmente  in alcune  questioni particolarmente sensibili.

 La rivista Cardinalis vi offre questo articolo ma abbiamo bisogno del vostro sostegno per informare i cardinali. Potete sostenerci qui: https://sostienici.cardinalis-magazine.com/