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lunedì 12 settembre 2022

Ratzinger: l'essenziale della liturgia è il Mistero

Grandi parole del card. Ratzinger: "La grandezza della liturgia non sta nel fatto che essa offre un intrattenimento interessante, ma nel rendere tangibile il Totalmente Altro, che noi da soli non siamo capaci di evocare. Viene perché vuole. In altre parole, l’essenziale nella liturgia è il Mistero, che è realizzato nella ritualità comune della Chiesa; tutto il resto lo sminuisce. Alcuni cercano di sperimentarlo secondo una moda vivace, e si trovano ingannati: quando il Mistero è trasformato nella distrazione, quando l’attore principale nella liturgia non è il Dio vivente ma il prete o l’animatore liturgico".
Mentre migliaia di abusi imperversano (uno tra gli ultimi QUI) e con Traditionis Custodes si tenta di uccidere la Messa Tradizionale.
Luigi


Questa domenica portiamo all'attenzione dei lettori due testi di Joseph Ratzinger, tratti rispettivamente da Introduzione allo spirito della liturgia e da un discorso indirizzato alla Conferenza Episcopale Cilena, il 13 luglio 1988. Si tratta di riflessioni magistrali, che aiutano a ricentrare il senso del culto nella vita cristiana, e il senso del sacro all'interno del culto.

Nei racconti degli eventi che precedettero l’uscita di Israele dall’Egitto, così come delle modalità dell’esodo, emergono due diverse finalità di questo evento straordinario. Una, nota a tutti noi, è il raggiungimento della Terra Promessa, in cui Israele deve vivere finalmente libero e indipendente su una terra propria, tra confini sicuri. Accanto a essa compare però ripetutamente un’altra finalità. L’ordine che originariamente Dio dà al faraone è il seguente: «Manda via il mio popolo, perché mi serva nel deserto» (Es 7, 16).
Questa espressione «Manda via il mio popolo, perché mi serva» viene ripetuta con leggere varianti quattro volte, vale a dire in tutti gli incontri del faraone con Mosè e Aronne (Es 7, 26; 9, 1 ; 9, 13; 10, 3). Nel corso delle trattative con il faraone lo scopo si viene ulteriormente concretizzando. Il faraone si mostra disposto al compromesso. Per lui il problema è quello della libertà di culto degli Israeliti, cui in un primo momento acconsente nella forma seguente: «Andate a sacrificare al vostro Dio nel paese» (Es 8, 21). Ma Mosè – tenendo fede al comando di Dio – insiste nell’affermare che per il culto è necessario l’esodo. Il luogo in cui andare è il deserto: «Per un cammino di tre giorni andremo nel deserto a sacrificare al Signore, nostro Dio, come ci aveva detto» (Es 8, 23).

Dopo le piaghe successive, il faraone si manifesta ancora più disponibile al compromesso. Ora concede che il culto abbia luogo secondo il volere della divinità, dunque nel deserto, ma vuole che a uscire siano solo gli uomini, mentre le donne e i bambini, così come il bestiame, devono rimanere in Egitto […]. Mosè, però, non può negoziare con il sovrano straniero la modalità del culto, non può subordinarlo a un compromesso politico: la forma del culto non è una questione di concessioni politiche; esso ha in se stesso la propria misura, può essere regolato solo dalla misura della rivelazione, a partire da Dio.

Per questo viene respinta anche la terza proposta di compromesso del faraone, che questa volta è disposto a concedere molto di più e acconsente che anche donne e bambini possano partire. «Solo restino il vostro gregge e il vostro armento» (Es 10, 24). Mosè ribatte che deve portare con sé tutto il bestiame, poiché «noi non sappiamo con che cosa servire il Signore finché non arriveremo laggiù» (Es 10, 26). In tutto ciò non si parla della Terra Promessa; unico scopo dell’esodo appare l’adorazione, che può avvenire solo secondo la misura di Dio e che, quindi, sfugge alle regole di gioco del compromesso politico.

Israele non parte per essere un popolo come tutti gli altri; parte per servire Dio. La meta dell’esodo è il monte di Dio, ancora sconosciuto, è il servizio da rendere a Dio. Ora si potrebbe obiettare che l’accento posto sul culto nel corso delle trattative con il faraone sarebbe stato di natura tattica. Lo scopo vero e ultimo dell’esodo non sarebbe stato cioè il culto, ma la terra, che costituisce anzi il vero oggetto della promessa fatta ad Abramo. Non credo che con ciò si renda giustizia alla gravità che si percepisce nei testi. In fondo, la contrapposizione di terra e culto è priva di senso: la terra viene data perché sia un luogo di culto del vero Dio.

Se ci sono molti motivi che potrebbero condurre tantissima gente a cercare un rifugio nella liturgia tradizionale, quello principale è che trovano là conservata la dignità del sacro. Dopo il Concilio, ci sono stati molti preti che hanno elevato deliberatamente la “desacralizzazione” a livello di un programma, sulla pretesa che il Nuovo Testamento ha abolito il culto del Tempio: il velo del Tempio che è stato strappato dall’alto al basso al momento della morte di Cristo sulla croce è, secondo certuni, il segno della fine del sacro.

La morte di Gesù, fuori delle mura della città, cioè, dal mondo pubblico, è ora la vera religione. La religione, se vuol avere il suo essere in senso pieno, deve averlo nella non-sacralità della vita quotidiana, nell’amore che è vissuto. Ispirati da tali ragionamenti, hanno messo da parte i paramenti sacri; hanno spogliato le chiese più che hanno potuto di quello splendore che porta a elevare la mente al sacro; ed hanno ridotto la liturgia alla lingua e ai gesti di una vita ordinaria, per mezzo di saluti, di segni comuni di amicizia e cose simili.

Non c’è dubbio che, con queste teorie e pratiche, hanno del tutto misconosciuto l’autentica connessione tra l’Antico ed il Nuovo Testamento: s’è dimenticato che questo mondo non è il regno di Dio e che “il Santo di Dio” (Gv 6, 69) continua ad esistere in contraddizione a questo mondo; che abbiamo bisogno di purificazione prima di accostarci a Lui; che il profano, anche dopo la morte e la resurrezione di Gesù, non è riuscito a trasformarsi nel “santo”. Il Risorto è apparso, ma a quelli il cui cuore era ben disposto verso di Lui, al Santo; non si è manifestato a tutti. E in questo modo un nuovo spazio è stato aperto per la religione a cui tutti noi ora dobbiamo sottometterci; questa religione che consiste nell’accostarci alla persona del Risorto, ai cui piedi le donne si prostravano e Lo adoravano.

Non intendo ora sviluppare ulteriormente questo aspetto; mi limito sinteticamente a questa conclusione: dobbiamo riacquistare la dimensione del sacro nella liturgia. La liturgia non è una festa; non è una riunione con scopo di passare dei momenti sereni. Non importa assolutamente che il parroco si scervelli per farsi venire in mente chissà quali idee o novità ricche di immaginazione. La liturgia è ciò che fa sì che il Dio tre volte Santo sia presente fra noi; è il roveto ardente; è l’alleanza di Dio con l’uomo in Gesù Cristo, che è morto e di nuovo è tornato alla vita.

La grandezza della liturgia non sta nel fatto che essa offre un intrattenimento interessante, ma nel rendere tangibile il Totalmente Altro, che noi da soli non siamo capaci di evocare. Viene perché vuole. In altre parole, l’essenziale nella liturgia è il Mistero, che è realizzato nella ritualità comune della Chiesa; tutto il resto lo sminuisce. Alcuni cercano di sperimentarlo secondo una moda vivace, e si trovano ingannati: quando il Mistero è trasformato nella distrazione, quando l’attore principale nella liturgia non è il Dio vivente ma il prete o l’animatore liturgico.