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mercoledì 31 agosto 2022

Mons. Paglia e l'aborto: la Legge 194 "pilastro della nostra società". Un riassunto della questione

Dopo giorni convulsi, a valle delle farneticanti e gravissime dichiarazioni di Mons. Paglia (la legge 194 è un «pilastro della nostra vita sociale»), Presidente della Pontificia Accademia per la vita, riportiamo i principali articoli su questa dolorosa vicenda.
Abbiamo anche visto dei bizzarri distinguo sul prelato  fatte da qualche associazione cattolica (QUI "[...] è sbagliato cercare lo scontro [...] non deve passare attraverso un atteggiamento isterico a favore della vita") e una smentita\non smentita di Paglia stesso (QUIQUI e QUI la replica di Riccardo Cascioli).
QUI una bella Lettera Aperta, addolorata e commossa,  di Aldo Maria Valli al suo amico vescovo, da leggere tutta.
QUI e QUI Sabino Paciolla.
In  fondo al post e QUI il breve video di Cascioli e QUI ancora la Bussola.
Sempre in fondo al post e QUI un video dello stralcio della tremenda intervista di Paglia.
Luigi

Aborto, Paglia tocca il fondo tifando per la 194: «Un pilastro»
Tommaso Scadroglio, La Nuova Bussola Quotidiana, 27-08-2022

Intervistato da Rai Tre, il presidente della Pontificia Accademia per la vita tocca il fondo della sua collaborazione formale al male definendo la legge 194 «un pilastro della società» e dicendo che non «è assolutamente in discussione». Siamo al ground zero della moralità, della fede: abbiamo un vescovo presidente di un’accademia nata per tutelare la vita che tutela una legge che distrugge la vita. La 194 diventa un assoluto morale: così parlano gli abortisti. In una situazione normale dovrebbe essere accompagnato alla porta oggi stesso.

250.000. Sono più o meno i vocaboli presenti nella lingua italiana. Sono tanti, eppure non sono sufficienti per commentare adeguatamente le parole di Mons. Vincenzo Paglia, presidente dell’Accademia Pontifica per la Vita, in merito alla legge 194, norma che ha legittimato l’aborto procurato nel nostro Paese.

Ieri, Rai 3, trasmissione Agorà – Estate. La conduttrice Giorgia Rombolà chiede a Mons. Paglia, uno degli ospiti presenti, cosa pensa dell’aborto che, a motivo soprattutto di un post di Chiara Ferragni, è entrato nel dibattito politico in vista delle elezioni. Paglia così risponde: “Penso che la legge 194 sia ormai un pilastro della nostra vita sociale”. Sic. Il miglior commento sarebbe una pagina bianca, ma ci corre l’obbligo e il disagio di dire qualcosa.

Abbiamo toccato il fondo, siamo ad un punto di non ritorno, al ground zero della moralità, della fede, della ragionevolezza e della coerenza. Abbiamo il presidente di un’accademia nata per tutelare la vita che tutela una legge che distrugge la vita. E’ come se il presidente dell’organizzazione ebraica Anti-Defamation League si dichiarasse a favore dell’olocausto. Sarebbe una contraddizione in termini, un vero e proprio ossimoro vivente. Se il rappresentante principale della principale istituzione vaticana sorta per contrastare, tra gli altri fenomeni sociali contrari alla vita, l’aborto, difende l’aborto significa che, dal punto di vista umano, siamo orami giunti all’interno della Chiesa ad un rovesciamento totale dei principi morali cattolici, ad una rivoluzione radicale della dottrina. Parafrasando Mons. Giacomo Biffi, potremmo dire che la barca di Pietro non affonderà, ma i suoi occupanti paiono già tutti morti affogati.

La legge 194 che ha permesso di uccidere, sì uccidere, più di 6 milioni di bambini, per Paglia è un pilastro, tanto fondamentale che, imbeccato sempre dalla conduttrice che gli chiedeva se la 194 fosse in discussione, il monsignore ha ribadito: “No, ma assolutamente, assolutamente!”. È la 194 a diventare un assoluto morale, non l’aborto. La 194 quindi non si tocca. Ci spiace dirlo, ma così parlano gli abortisti. Come è possibile difendere uno strumento di morte? Non dovrebbe farlo un ateo raziocinante. Ancor più non dovrebbe farlo un credente. Ancor più un cristiano, un cattolico. Ancor più un uomo di chiesa. Ancor più un vescovo o arcivescovo come nel caso di Paglia. Ancor più infine il responsabile della pastorale per la vita a livello mondiale. Richiamando una riflessione proprio della Pontificia Accademia della Vita sul tema della collaborazione (Riflessioni morali circa i vaccini preparati a partire da cellule provenienti da feti umani abortiti, 5 giugno 2005), dobbiamo, ahinoi, concludere che Mons. Paglia con quelle parole ha espresso una collaborazione formale al male perché ritiene giusta una legge ingiusta, perché approva la ratio di quella legge: è legittimo uccidere i nascituri.

Paglia poi, seguendo un copione trito, spara la solita cartuccia: applichiamo le parti buone della 194, che sarebbero gli artt. 2 e 5, per incentivare la maternità, cioè per evitare aborti. Ne avevamo già parlato a suo tempo in un articolo del giugno del 2018 a cui rimandiamo per un maggiore approfondimento. In questa sede ricordiamo solo la sintesi dei motivi lì espressi per cui è impossibile affermare che la 194 dovrebbe essere applicata meglio per diminuire gli aborti: “La reale esiguità della portata degli obblighi di legge, l’impossibilità della sanzione in capo agli operatori sanitari che non fanno il loro dovere, il fatto che è il medico abortista a dover dissuadere la donna, fanno sì che la 194 può essere applicata benissimo e nello stesso non inceppare per nulla la macchina abortiva che uccide un bambino ogni cinque minuti. Quindi nella 194 non c’è reale prevenzione all’aborto, non perché gli artt. 2 e 5 vengono applicati male (difetto fenomenologico), ma per intrinseca struttura della 194 (difetto giuridico)”. Appare quindi strabiliante dichiarare che per combattere l’aborto occorre applicare meglio una legge che permette l’aborto. No, per combattere l’aborto, tra le altre cose, occorre abrogare la legge che permette di abortire. Anche un bambino ci arriverebbe.

Paglia infine nel suo intervento calca la mano sulla denatalità e sul fatto che è necessario incentivare le nascite (seguendo lo spirito tutto mondano che non bisogna mai parlare male di niente, ma solo bene di tutto, eccezion fatta per i populisti, i sovranisti, i tradizionalisti, i ricchi, etc.). Ma non sa Paglia che, dati alla mano, la prima causa di denatalità in molti paesi occidentali, Italia compresa, è proprio da rinvenirsi nell’aborto e dunque in quel pilastro sociale che è la 194? Un quinto di tutti i concepimenti finisce in un aborto volontario. Paglia vuole incentivare le nascite del 20%? Disincentivi l’aborto, non lo incoraggi parlando bene della 194. Come si fa a parlare bene di una legge che stermina i bambini a cataste e poi lamentarsi che nascono pochi bambini?

L’uscita di Paglia, che in una situazione normale dovrebbe essere accompagnato alla porta oggi stesso, somma sconcerto a sconcerto anche perché viviamo ora a livello mondiale un periodo, se non d’oro, di certo d’argento in merito alla tutela legale della vita nascente. Solo il giugno scorso la Corte Suprema Usa ha mandato in soffitta la sentenza Roe vs Wade che legittimò su tutto il territorio nazionale l’aborto. Là giudici laici combattono l’aborto e qui, invece, un vescovo a capo della Pontificia Accademia per la vita non combatte l’aborto ma lo difende. Perché difendere la 194 significa difendere l’aborto. E qualsiasi mistificazione retorica non potrà mai cancellare questa evidenza, questa equivalenza.

Secondo il Paglia pensiero quindi marce e raduni pro vita dovrebbero svuotarsi di significato, a meno che non si marcerà per difendere la 194 e, per paradosso, per sostenere la natalità. L’abortista poi ringrazia perchè avrà infatti facile gioco ad obiettare al militante pro-life: “Se il vostro capo è favore della 194 perché tu invece la critichi? Lui non la mette in discussione e quindi la 194 è un confine invalicabile. Indietro non si torna”. Il discorso semmai si potrebbe spostare su quanti bambini riusciamo a far nascere al netto degli aborti: insomma quanti li faremo venire alla luce e quanti ne abortiremo perché entrambe le scelte sono legittime (lo dice implicitamente la 194).

Paglia non è nuovo a simili uscite dottrinalmente errate, ma questa volta ha superato se stesso perché è stato, purtroppo, di una chiarezza adamantina nel manifestare il suo pensiero eterodosso, che rimane suo e non certo della Chiesa. Vedasi a questo proposito l’Evangelium vitae: “Le leggi che, con l'aborto e l'eutanasia, legittimano la soppressione diretta di esseri umani innocenti sono in totale e insanabile contraddizione con il diritto inviolabile alla vita proprio di tutti gli uomini. […] Le leggi che autorizzano e favoriscono l'aborto e l'eutanasia si pongono dunque radicalmente non solo contro il bene del singolo, ma anche contro il bene comune e, pertanto, sono del tutto prive di autentica validità giuridica. […] L'aborto e l'eutanasia sono dunque crimini che nessuna legge umana può pretendere di legittimare. Leggi di questo tipo non solo non creano nessun obbligo per la coscienza, ma sollevano piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza”. (nn. 72-73. Cfr. altresì nn. 20, 59, 69).

Ritenere la 194 un pilastro della società – e Paglia non descriveva un giudizio comune meramente da lui riportato, ma esprimeva un giudizio proprio – non è un fungo velenoso che è spuntato nel bosco cattolico dalla sera alla mattina, ma è l’ultimo frutto avvelenato di una pianta che è viva e vegeta nella Chiesa da tempo. La pianta dell’eresia che spaccia l’errore come approfondimento e sviluppo dottrinale (ma una verità potrà mai diventare l’opposto di sé?). La pianta del dialogo a tutti i costi spinto così all’estremo che, con le braghe calate, pur di dialogare e non contraddire nessuno si arriva al punto di importare senza dazi le idee perverse del nemico. La pianta di un pastoralismo senza dottrina che porta ad abbracciare non solo il peccatore, ma anche il peccato. La pianta della misericordia senza giustizia, che cancella peccato e colpa, scusa tutti e tutto e accetta tutti e tutto. La pianta del relativismo ecclesiale in cui a posto della verità, anticaglia da buttare, si mette un pluralismo liquido ed indistinto. La pianta del discernimento che pone come regola l’eccezione. Infine la pianta dell’ateismo perché solo chi ha dimenticato Dio, chi è senza fede può essere a favore dell’aborto.

Lo Spirito Santo ha però, è il caso di dirlo, tanto spirito. Mentre Paglia parlava, il telespettatore poteva leggere sullo schermo in alto a destra il seguente avviso: “Questa sera ore 21.20 film Gli infedeli”.


Caso Paglia, ecco come ti distruggo la morale cattolica
Stefano Fontana, La Nuova Bussola Quotidiana, 30-08-2022

Le uscite sull'aborto di monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e le fughe in avanti dei teologi a lui legati su contraccezione e fecondazione artificiale, ci dicono una cosa: se monsignor Vincenzo Paglia è stato messo lì e se viene mantenuto lì, è perché si vuole trasformare l’intera dottrina morale della Chiesa, e non solo quella relativa ad uno specifico problema come la contraccezione. E siccome la dottrina morale della Chiesa è l’ambito in cui si inscrive la Dottrina sociale della Chiesa, si vuole trasformare anche quest’ultima in qualcosa di diverso dalla tradizione giunta fino a Benedetto XVI.

Facciamo un passo indietro. Qualche giorno prima che nel 2019 Francesco chiudesse e trasformasse l’Istituto Giovanni Paolo II sul matrimonio e la famiglia a suo tempo istituito da Giovanni Paolo II, togliendolo dalla Pontificia Università Lateranense e incardinandolo nella Pontificia Accademia per la Vita sotto la “guida” del cancelliere monsignor Vincenzo Paglia, veniva pubblicato il Dizionario su sesso, amore e fecondità, a cura di José Noriega insieme con René e Isabelle Ecochard (Cantagalli, Siena 2019). Un’opera ponderosa e importante, che in pratica riproponeva l’insieme degli insegnamenti della Chiesa in materia.
Questa pubblicazione era apparsa come il canto del cigno del Giovanni Paolo II, l’ultimo lascito prima del nuovo corso che già allora si poteva con certezza prevedere come molto diverso e, per meglio dire, contrastante. Appena avuto in mano il Giovanni Paolo II, Paglia tentò di bloccare la distribuzione in libreria del Dizionario e in seguito il nuovo Istituto Giovanni Paolo II ruppe progressivamente tutta la collaborazione editoriale col vecchio editore, compresa l’edizione della rivista dell’Istituto Anthropothes.

Il tentativo di damnatio memoriae dipendeva dal fatto che il Dizionario riproponeva la tradizionale e imperitura dottrina cattolica sul significato della relazione sessuale tra moglie e marito e argomentava il carattere immodificabile degli insegnamenti morali della Humanae vitae di Paolo VI. Augusto Sarmiento trattava dell’autorità dottrinale della Humanae vitae (pp. 464-469), quella che in questi giorni Paglia vuole svuotare di significato; Alfonso Fernàndez Benito esponeva i contenuti del magistero anteriore (pp. 470-476) e Juan Andrés Talens Hernandis quelli del magistero posteriore (pp. 476-482): ne risultava una perfetta continuità tra prima e dopo.

Le tre “voci” del Dizionario chiariscono senza alcuna ombra di dubbio la immodificabilità degli insegnamenti basati sul seguente principio: «La sessualità umana, caratteristica del linguaggio con cui i coniugi si relazionano nell’atto matrimoniale, ha due significati fondamentali – il significato “unitivo” e il “significato procreativo” – tra i quali vi è una connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa» (Humanae vitae, 12). Il Dizionario chiariva che esistono norme morali dalla validità permanente ed universale, che l’esistenza di queste norme è anche una verità rivelata, che sulla questione specifica Paolo VI ha espresso chiaramente la volontà di insegnare propria del suo ministero apostolico, che i suoi insegnamenti confermano tutti i precedenti e sono stati confermati da tutti i successivi fino a ieri. L’immodificabilità degli insegnamenti non si ha solo nei pronunciamenti ex cathedra.

Nel medesimo Dizionario era anche pubblicato un intervento di chi ora scrive queste righe (pp. 489-494), nel quale si sottolineava la dimensione “sociale” della Humanae vitae e del suo insegnamento sulla contraccezione, insegnamento che riguardava la dottrina morale ma che concerneva anche la Dottrina sociale della Chiesa.

Si tratta di un punto importante, perché negando e rivedendo l’insegnamento sulla contraccezione, si finisce da un lato per negare gli stessi presupposti fondamentali della teologia morale, come per esempio il fatto che l’uomo abbia una natura e che non sia solo storia, e si finisce dall’altro per rendere impossibile la Dottrina sociale della Chiesa, dato che la società inizia dalla coppia degli sposi. Se in quel punto sorgivo della socialità (lo scopo unitivo) e della società (lo scopo procreativo) è possibile sostituire alle norme eterne della natura, confermate e purificate dalla rivelazione, una tecnica strumentale umana, allora la società o non nasce o nasce dalla violenza reciproca piuttosto che dall’accoglienza.

Se i due si relazionano secondo i propri desideri, non nasce alcuna coppia nel senso di una realtà nuova superiore ai componenti, nasce solo un accostamento strumentale; se i due si relazionano secondo una norma indisponibile a loro stessi, se comprendono di “essere costituiti” coppia e non di “essersi costituiti coppia”, allora ogni relazione sociale successiva è salva dalla violenza e dalla strumentalizzazione.

Da quando il vescovo Paglia è alla guida della Pontificia Accademia per la Vita e, soprattutto, da quando è alla guida del nuovo Istituto Giovanni Paolo II, ora denominato “per le scienze del matrimonio e della famiglia”, non si contano i suoi interventi assolutamente contrastanti con la dottrina tradizionale della Chiesa e le sue macchinazioni, come la lotta al Dizionario visto sopra, le nomine ad hoc sia nell’Accademia sia nell’Istituto, fino ai miserevoli tweet poi ritirati. Tradizionale, come si sa, non vuol dire “vecchia” o “superata”, ma sempre viva perché sempre uguale.

Se monsignor Vincenzo Paglia è stato messo lì e se viene mantenuto lì, è perché si è deciso di trasformare l’intera dottrina morale della Chiesa, compresa la sua Dottrina sociale. Non gli sarà chiesta alcuna correzione di rotta né, tantomeno, nessuna dimissione.


“Preso fuori dal contesto”: La Pontificia Accademia difende le affermazioni dell’arcivescovo Paglia sulla legge sull’aborto
Di Sabino Paciolla, Agosto 30 2022

La Pontificia Accademia per la Vita ha difeso il suo presidente, l’arcivescovo Vincenzo Paglia, chiarendo che è stato preso fuori dal contesto quando ha affermato che la legge che legalizza l’aborto in Italia è un “pilastro della società”. Lo spiega il giornalista A. C. Wimmer nel suo articolo pubblicato su Catholic News Agency, che vi propongo di seguito nella mia traduzione. Ne abbiamo scritto qui e qui.

La Pontificia Accademia per la Vita ha chiarito lunedì le osservazioni del presidente dell’Accademia alla televisione italiana, secondo cui la legge che legalizza l’aborto in Italia è un “pilastro della società”.

L’arcivescovo Vincenzo Paglia è stato preso fuori dal contesto, ha detto un portavoce in una dichiarazione inviata alla CNA su richiesta.

“L’intenzione di questa dichiarazione non era quella di dare un giudizio di valore sulla legge, ma di affermare che è praticamente impossibile abolire la legge 194, dal momento che è ormai parte strutturale della legislazione in materia”, ha spiegato Fabrizio Mastrofini.

“Quindi c’è molto da dire sulla qualità del ‘pilastro'”.

Nell’intervista rilasciata a Rai Tre, Paglia ha dichiarato: “Credo che a questo punto la legge 194 sia un pilastro della nostra società”.

La legge 194, istituita nel 1978, ha reso legale l’aborto per qualsiasi motivo entro i primi 90 giorni di gravidanza e, successivamente, per motivi specifici su indicazione del medico.

Paglia ha dichiarato alla televisione italiana: “Secondo me, e l’ho scritto, vorrei che si desse più risalto alla parte di cui si parla poco, cioè il diritto alla maternità, per vedere crescere il nostro Paese, di fronte al dramma di uno squilibrio generazionale che è abbastanza drammatico”.

Il presule ha aggiunto di voler “esortare a guardare con fiducia a un Paese che vuole vivere nella libertà, nello sviluppo e nel progresso, e penso che la crisi della natalità sia un problema su cui purtroppo non abbiamo riflettuto ed è già tardi”.

Le parole di Paglia hanno suscitato forti critiche, con un commentatore italiano che ha scritto su La Nuova Bussola Quotidiana: “Abbiamo toccato il fondo. Siamo a un punto di non ritorno, al punto zero della moralità, della fede, della ragionevolezza e della coerenza. Abbiamo il presidente di un’accademia nata per proteggere la vita che protegge una legge che distrugge la vita”.

Un portavoce pro-vita ha anche criticato la scelta delle parole di Paglia.

Non capiamo come una legge che sopprime vite umane innocenti e indifese possa essere un “pilastro” della società”, ha detto Jacopo Coghe di Pro Vita & Famiglia.

Il portavoce della Pontificia Accademia per la Vita ha definito alcune reazioni alle osservazioni di Paglia “più che pretestuose, addirittura insultanti”. Mastrofini ha anche detto che la parola “pilastro” è stata estrapolata dal contesto.

“L’arcivescovo Paglia, nella stessa intervista, ha sottolineato con forza l’urgente necessità di promuovere la parte della legge che riguarda la protezione e la promozione della maternità”, continua la dichiarazione dell’accademia.

“Che poi la legge possa, anzi debba, essere migliorata nella direzione di una più completa tutela del nascituro è più che auspicabile, avendo cura di evitare il rischio di aggravare la situazione, come purtroppo è accaduto in alcuni casi”.

In passato, si legge nel comunicato dell’Accademia, Paglia aveva parlato “della protezione e della promozione della vita in tutte le fasi dello sviluppo (dal concepimento alla morte) e in tutte le situazioni”, come “bambini, donne, prigionieri, condannati a morte, migranti, anziani”.

La Pontificia Accademia per la Vita è stata recentemente oggetto di polemiche a causa di un libro e di dichiarazioni rilasciate sui social media.

Alla fine di giugno, l’account Twitter ufficiale dell’Accademia ha iniziato a promuovere un libro pubblicato dal Vaticano che sintetizza un seminario di etica del 2021, in cui un partecipante ha discusso “la possibile legittimità della contraccezione in alcuni casi”.

L’Accademia pontificia ha dichiarato in un comunicato stampa dell’8 agosto che il seminario ha discusso “tutte le questioni relative all’etica della vita… compresa la contraccezione e la morale sessuale matrimoniale”. Anche l’eutanasia era un tema del seminario.

Alcuni dei post promozionali del seminario e del successivo libro sono stati criticati dai media e dagli utenti cattolici di Twitter che hanno affermato che presentavano informazioni errate o confuse sugli insegnamenti della Chiesa.

La Pontificia Accademia per la Vita è stata fondata da Papa Giovanni Paolo II e dal professor Jerome Lejeune nel 1994. Papa Francesco ha nominato l’arcivescovo Paglia presidente dell’Accademia nel 2016. L’istituzione è dedicata alla promozione della coerente etica della vita della Chiesa.

Nel novembre 2016, l’accademia è stata oggetto di polemiche dopo che Paglia ha rimosso il requisito che imponeva ai membri dell’accademia di firmare una dichiarazione in cui si prometteva di difendere la vita in conformità con il magistero della Chiesa.

Dalla legalizzazione dell’aborto in Italia, si stima che siano stati abortiti più di 6 milioni di bambini.

A. C. Wimmer