Post in evidenza

MiL ha bisogno di voi lettori: DONAZIONI

A sx (nella versione per pc) e su palmare (voce " Donazione ") troverete la possibiltà di donare. Vi speghiamo il perchè.  Potrete...

mercoledì 10 agosto 2022

Il Presidente "cantante" dell'Accademia di Teologia anche marcionita?

 
Mons. Antonio Staglianò, nuovo Presidente della Pontificia Accademia di Teologia, oltre che cantante,  ballerino, commentatore politico e critico musicale (QUI il post di MiL con con filmati), ora anche marcionita ("disse che quello rappresentato in quei testi non poteva essere il nostro Dio in quanto non era misericordioso. E per dimostrare questo portò vari esempi tra cui: Un Dio che in Egitto manda l’angelo della morte e fa sterminare tutti i primogeniti delle famiglie egiziane (Esodo 12:29-30) escludendo quelli delle famiglie ebree che avevano cosparso gli stipiti e l’architrave della porta della loro casa con il sangue dell’agnello non poteva essere nostro Dio perché non era misericordioso)?
Ma uno normale, qualche volta, Francesco riuscirà a sceglierlo?
Luigi

Papa Francesco, la Pop Theology e noi fedeli
Di Sabino Paciolla, Agosto 9 2022

Come faccio quasi ogni giorno, apro il sito di Vatican News e tra le notizie vedo la foto di un volto che mi è familiare, oltre a quello del Pontefice. Il titolo dell’articolo recita: “Staglianò nuovo presidente della Pontificia Accademia di Teologia”. Papa Francesco ha nominato nuovo presidente della Pontificia Accademia di Teologia monsignor Antonio Staglianò, finora vescovo di Noto. Il vescovo è nato a Isola di Capo Rizzuto, nell’arcidiocesi di Crotone-Santa Severina (Calabria), il 14 giugno 1959. Si è laureato in Teologia Fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana nel 1986. Ha proseguito gli studi in teologia in Germania e poi si è laureato in filosofia presso l’Università Statale di Cosenza, nel 1995. Ha insegnato anche alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli e all’Istituto di Scienze Religiose di Crotone. Consacrato vescovo il 19 marzo 2009 dal cardinale Camillo Ruini, è stato inviato a presiedere la diocesi di Noto (Sicilia) da Benedetto XVI.

Come si diceva, mons. Staglianò guiderà la Pontificia Accademica Teologica. Questa è stata fondata a Roma e ha ricevuto i suoi primi Statuti da Clemente XI, nel 1718. Ha come scopo quello di formare dei teologi ben preparati. L’Accademia ha la missione di promuovere il dialogo fra la fede e la ragione nonché l’approfondimento della dottrina cristiana seguendo le indicazioni del Santo Padre.

Il volto di mons. Staglianò mi è familiare per un episodio accadutomi due anni fa, il 5 luglio 2020. Quel giorno ero in vacanza a Isola di Capo Rizzuto (KR) con la mia famiglia. Quella domenica pomeriggio ci recammo a messa presso il santuario della Madonna Greca di quel paese. All’arrivo, la suora ci disse di recarci al piano superiore perché la chiesa era già piena. Ci disponemmo al piano superiore in direzione dell’altare centrale. Entrò un vescovo e la messa iniziò. Il Vangelo del giorno fu quello in cui, tra l’altro, si leggeva: “ …nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo…” (Mt 11,25-30).

Dopo la lettura del Vangelo, il vescovo precisò subito che Papa Francesco aveva invitato i sacerdoti a fare una omelia breve, al massimo 10 minuti, ma lui, per la sua indole, aveva difficoltà ad attenervisi. Cominciò la sua omelia con toni diversi rispetto a quelli cui ero abituato. Molto coloriti nella esposizione e nei gesti, direi quasi teatrali. Ricollegandosi ad un altro passo del Vangelo, quello in cui Filippo chiedeva a Gesù di mostrare il Padre, e dove Gesù rispondeva dicendo: “Da tanto tempo io sono con voi e tu Filippo non mi hai conosciuto, non hai capito che chi vede me vede il Padre?”, monsignor Staglianò illustrò quale fosse il volto di Dio e, riprendendo Papa Francesco, disse che il volto di Dio è misericordia. Inaspettatamente virò sul Vecchio Testamento e disse che quello rappresentato in quei testi non poteva essere il nostro Dio in quanto non era misericordioso. E per dimostrare questo portò vari esempi tra cui: Un Dio che in Egitto manda l’angelo della morte e fa sterminare tutti i primogeniti delle famiglie egiziane (Esodo 12:29-30) escludendo quelli delle famiglie ebree che avevano cosparso gli stipiti e l’architrave della porta della loro casa con il sangue dell’agnello non poteva essere nostro Dio perché non era misericordioso;
Mosè separò le acque del Mar Rosso per far passare il popolo ebreo che era inseguito dall’esercito egiziano. Dopo che l’ultimo ebreo ebbe attraversato, Mosè si accinse a chiudere le acque. Ciò avrebbe ucciso gli egiziani. Ma Mosè venne fermato da Dio affinché il maggior numero di soldati dell’esercito egiziano si trovasse nel mezzo delle acque separate. In tal modo, alla loro chiusura sarebbero morti il più possibile. Staglianò, in un certo senso, metteva in contrasto la “magnanimità” dell’uomo Mosè con la furia spietata e vendicativa del Dio del Vecchio Testamento. Un Dio così, per l’appunto, non poteva essere il nostro Dio.

Mons. Staglianò fece altri esempi, e in maniera scenografica concludeva sempre che un Dio non misericordioso non poteva essere il nostro Dio.

Io e mia moglie ci guardammo più volte in faccia durante l’omedia con uno sguardo interrogativo e di grande sorpresa. Con gli occhi ci chiedevamo cosa mai stesse dicendo un pastore della Chiesa cattolica.

Ero titubante su cosa fare: stare zitto e chiedere spiegazioni in maniera appartata dopo la messa oppure chiedere un chiarimento seduta stante? Nel primo caso avrei avuto i chiarimenti richiesti ma tutti i presenti sarebbero andati a casa con la convinzione che il Dio del Vecchio Testamento non era il nostro Dio. Nel secondo caso avrei fatto una cosa che non avevo mai fatto nella mia vita e che non si dovrebbe fare, ma che, data la gravità della situazione, reputai avrebbe avuto il lato positivo di sollevare una obiezione a beneficio di tutti, se non altro per ottenere un chiarimento. Con il cuore in gola, scelsi la seconda. Ecco il dialogo con le testuali parole:

Io: “Scusi Eccellenza, ma è proprio sicuro di quello che sta dicendo?”

Mons. Staglianò: “Come?” (forse non aveva capito perché eravamo lontani, io ero al piano superiore, o forse era stato sorpreso dall’intervento)

Io, di nuovo: “Scusi Eccellenza, ma è proprio sicuro di quello che sta dicendo?”

Mons. Staglianò: “Eh, certo, se l’ho detto!”

Io: “E allora, perché ha fatto leggere la prima lettura?” (Se non poteva essere il nostro Dio quello del Vecchio Testamento allora non aveva senso leggere la prima lettura)

Mons. Staglianò: “Come?”

Io, di nuovo: “E allora, perché ha fatto leggere la prima lettura?”

Mons. Staglianò: “Come?”

I fedeli del piano terra: “Ha chiesto perché ha fatto leggere la Prima lettura”

Mons. Staglianò: “Eh,…, giusta domanda. Nel prosieguo dell’omelia spiegherò il perché. Ringrazio il fedele che ha posto queste domande, avrei piacere, se è anche il suo, di proseguire il dialogo dopo la messa, in sacrestia”.

Durante l’omelia non dette alcuna risposta alla mia seconda domanda né, soprattutto, fece ammenda, rettificò o fece retromarcia su quello che aveva detto sul Dio del Vecchio Testamento.

Finita la messa, chiesi a chi mi era vicino chi fosse quel vescovo. Da lontano non ero riuscito a riconoscerlo. La risposta fu che si trattava del vescovo Staglianò. Gli chiesi se fosse il vescovo di quella diocesi. Mi rispose che era il vescovo di Noto, in Sicilia, ma che era nato a Isola di Capo Rizzuto e che essendo in vacanza in quel posto aveva voluto celebrare la messa. Col cellulare andai subito alla ricerca di sue notizie. Lessi che si trattava del vescovo della cosiddetta “Pop theology”. Una cosa mai sentita, e comunque non conoscevo il vescovo. Per chi come me non lo sapesse, Staglianò è il vescovo che canta le canzoni di musica leggera anche durante le omelie. Ho capito allora il perché di quei toni e quei gesti, diciamo così, “scenografici” durante l’omeilia.

Dopo la messa scesi con la mia famiglia e ci recammo in sacrestia dove c’era un sacerdote taciturno e qualche altra persona. Il vescovo ci accolse con fare cordiale e cominciò un dialogo che a tratti mi divenne fastidioso. Non condividevo alcune sue posizioni che a me parevano anche strane dal punto di vista teologico. Ad un certo punto mi disse (vado a memoria, ma le parole sono quasi esattamente queste): “Capisco il suo turbamento perché sono cosciente che potrei essere accusato di marcionismo, ma le assicuro che la mia fede è ortodossa, i miei studi sono solidi, ho scritto articoli e libri, lo può verificare. E’ che utilizzo certe espressioni colorite per provocare, per smuovere i fedeli che altrimenti potrebbero addormentarsi”. Al che gli osservai: “Mi scusi Eccellenza, lei potrà pure essere ortodosso dal punto di vista teologico, ma dopo aver ascoltato le sue parole, come fa un fedele ad essere indotto a pensare che lei sia ortodosso?”.

A beneficio del lettore, il marcionismo è stato un movimento cristiano dualista del II secolo che prende il nome da Marcione di Sinope, le cui idee si diffusero fino al V secolo. Per Marcione gli insegnamenti di Cristo sono incompatibili con le azioni del Dio dell’Antico Testamento. Alcuni hanno accusato il marcionismo di gnosticismo. Ad ogni modo, venne condannato dai suoi oppositori come movimento eretico e fu combattuto a suon di opere apologetiche, la più importante delle quali è sicuramente quella di Tertulliano, intitolata “Adversus Marcionem”, un trattato di cinque volumi scritto nel 208 circa.

Ritornando all’episodio, usciti dalla sacrestia, ci fermammo ancora un po’ a parlare con qualche fedele nello spazio antistante l’ingresso del santuario. Mentre parlavamo, mi si avvicinò una suora che mi chiese se fossi il Sabino Paciolla che è su Facebook. Alla mia risposta positiva, in maniera piuttosto imbarazzata, disse: “Io la seguo su Facebook, mi fa piacere conoscerla di persona. Le volevo dire che per quanto riguarda ciò che ha detto il vescovo, beh,.., cioè…., con tutto il rispetto, lo so, è sempre un vescovo…..ma… sono completamente d’accordo con lei. Mi dispiace per lui”. Mi salutò e se ne andò.

Ora, io non voglio giudicare nessuno, ancor più perché non sono un teologo, ma quella sera il vescovo Staglianò le ha sparate veramente grosse e direi anche gravi per un pastore. Nessun sacerdote, men che meno un vescovo, può dire quelle cose, neanche per “provocare”. Ritrovarlo ora promosso da Papa Francesco a presidente della Pontificia Accademia di Teologia mi ha sorpreso non poco. Sarà infatti il responsabile della formazione di teologi ben preparati. Ben preparati!

Probabilmente mi sbaglio, probabilmente mi sfugge qualcosa, ma ho la sensazione che oggi nella Chiesa conti in particolare, se non esclusivamente, la pastorale, meglio se una pastorale “alla mano”, pop o rock non importa. E non importa neanche il fatto che sia disarticolata dalla dottrina. L’importante che sia accoglienza, incontro, inclusione. Per questo, Papa Francesco forse sarà rimasto colpito dalla “Pop Theology”, come ama chiamarla mons. Staglianò, e nel fare la sua scelta probabilmente questa avrà avuto la sua valenza.

Ma la pastorale sganciata dalla dottrina rischia di diventare pura stravaganza, e di canzone in canzone, la situazione nella Chiesa sempre più critica. Questa è la mia sensazione.

Spero di sbagliarmi.