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lunedì 1 agosto 2022

Fssp: gruppo di sacerdoti contro Desiderio desideravi #traditioniscustodes

Aggiornamento dell'1-8-22 ore 13: siamo stati contattati da alti esponenti della FSSP che ci notificano che non riconoscono il testo qui sotto pubblicato come espressione della FSSP stessa. Pubblichiamo doverosamente questa precisazione

Abbiamo ricevuto e tradotto questo, a nostro parere, importante documento di un gruppo di Sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pietro che offriamo al giudizio dei nostri lettori.
Grazie all'amico Carmine per la traduzione.
Luigi

Lettera Apostolica Desiderio Desideravi, (29.06.2022)
Rito tridentino: il colpo di grazia
da parte di preti della Fraternità Sacerdotale San Pietro

Sono ormai passati i tempi in cui si poteva a priori confidare nell’ortodossia di un documento proveniente da Roma. La credibilità di un discorso può essere messa in discussione a causa dell’osservazione del comportamento di colui che lo pronuncia. Sembra che questo principio si riveli estremamente necessario per comprendere la personalità dell’uomo d’azione che è Francesco, che tenta di imporre autoritariamente alla Chiesa cambiamenti durevoli e profondi.
L’obiettivo della Lettera Apostolica DESIDERIO DESIDERAVI è chiaro e il documento si sarebbe potuto limitare a poche parole. In effetti, non si tratta di null’altro che di eliminare il rito antico della Liturgia dalla pratica della Chiesa Cattolica Romana.
Ma era necessario mostrarsi convincente, cosa più complicata. È la ragione per la quale in questa lunga requisitoria, a fianco ad elementi della teologia liturgica tradizionale, si trovano altri elementi, inediti, che le sono totalmente estranei.

Alcuni punti, evocati al fine di ingannare i fedeli legati all’antico rito, devono fornire ai vescovi delle armi efficaci destinate a eradicare definitivamente il Vetus Ordo.

. Si ricorda così lo spazio da riservare al silenzio (§ 5), l’importanza della preghiera per disporre all’adorazione del Corpo e del Sangue di Cristo, l’ambito del simbolismo (§ 44,45; 26,27), la solennità del mistero (§ 25, 43), il valore dello stupore (§ 25).

. Ma accusare la Liturgia antica di neo-gnosticismo e di neo-pelagianesimo (§ 19, 20; 17) risulta particolarmente ironico se ci si ricorda della figura centrale del futuro arcivescovo e Nunzio in Iran. Segretario della Commissione per la riforma della Liturgia dal 1948, designato alla viglia del Concilio, al posto chiave di segretario della Commissione preparatoria per la Liturgia: i legami del Padre Annibale Bugnini con la Massoneria non sono un segreto per nessuno. (1)

Non è dunque sorprendente che il Cardinale Ratzinger abbia potuto scrivere che l’oggetto in questione era stato fabbricato. In effetti, l’originalità di questo nuovo rito risente molto di questa strana creazione. Questa stessa prolifica creatività, totalmente soggettivistica, concernente la liturgia, ha anche indotto il cardinale a dire: “Purtroppo la tolleranza verso le avventurose fantasie è fra di noi pressoché illimitata, ma essa è praticamente inesistente nei confronti dell’antico rito.” (2)

. Si evoca anche la bellezza della Liturgia che non deve essere “sfigurata da una comprensione superficiale e riduttiva” (§ 16); si insiste infine sulla preoccupazione dell’unità che deve essere ristabilita in tutta la Chiesa di rito romano” (§ 61).

Tuttavia questi differenti elementi - positivi di per sé - esistono già nel Vetus Ordo, rigorosamente conservati, rispettati, osservati, trasmessi e protetti, ma non lo sono nel N.O.M. che ripugna, a partire dall’esordio, a indossare l’abito su misura dell’antico, che esso aborre.

Tale inganno non dovrebbe sorprendere i cattolici della tradizione, che subiscono, dalla sua introduzione, il Novus Ordo e le sue conseguenze.

La domanda è pertanto semplice: “Perché cambiare rito quando l’antico preservava i suddetti tesori, mentre il nuovo produce chiaramente solo frutti avariati?”

Si osa evocare la preoccupazione di un’“unità” di culto che non esiste più, essa stessa incompatibile con un rito che consente ogni scelta possibile. Le belle parole non cambieranno nulla e i progressisti nella Chiesa potranno sempre celebrare secondo le loro fantasie senza essere disturbati; un arcivescovo di Monaco potrà continuare a servirsi della messa per promuovere la propaganda LGBT; i preti potranno imitarlo e la pratica degli atti contro natura non sarà più considerata peccaminosa.

Appoggiandosi su argomenti capziosi - destinati principalmente ai vescovi per reprimere l’antico rito nella loro diocesi - questa Lettera Apostolica tenta né più né meno che ingannare i fedeli legati all’ortodossia gettando loro della polvere negli occhi.

B. Vi si fa inoltre uso di elementi eterogenei, strambi, estranei alla Tradizione, almeno in senso stretto.

L’uso frequente di una terminologia tradizionale non inganna e la frode salta agli occhi quando la si osserva con più attenzione. Qualche esempio:

. Il § 25 merita un’attenzione particolare. Vi si ritrova la celebre dialettica bergogliana, che consiste nel trarre dal suo contesto un determinato elemento per connotarlo in maniera negativa. Alterato artificiosamente, tale concetto può essere dunque brandito contro il movimento tradizionale. Macchiato così d’ignominia, esso servirà, per reazione, a giustificare vittoriosamente la comparsa di nuovi elementi. Senza un inutile scontro, la novità s’insedia.

É così che s’incolla ai difensori dell’antico rito l’etichetta di nostalgici, e che li si accusa d’essere infatuati d’estetica (laddove la Tradizione si limita a mettere in luce la grandezza e la bellezza del nostro passato cristiano e la sua ricchezza). Si pretende ancora onorare questa Tradizione, ma resa disorganica da una dimensione negativa creata di sana pianta su altri criteri.

Quanto ai fedeli che fanno riferimento ai dogmi e all’insegnamento morale della Chiesa, li si precipita nella botola della rigidità; si dice che essi stessi non hanno un briciolo di coscienza poiché osano gettare ignominia su delle povere vittime. Si dimentica semplicemente che la legge della Chiesa e l’adesione ai suoi dogmi hanno un carattere vincolante e che dalla loro osservanza o dal loro rifiuto dipende la sorte eterna dell’uomo.

Si pretende ancora di difendere la morale, il Vangelo e la Rivelazione stessa, ma trasformati con cura con il loro aspetto negativo, quello stesso che si è prodotto di sana pianta per mascherare il cambiamento di senso (esso ben reale) nei riguardi del primo elemento.

Ci si adopera a scagionare il nuovo rito dall’accusa - spesso formulata, si dice - secondo la quale la riforma avrebbe soppresso “il senso del mistero”. Si attribuisce dunque a questo senso del mistero una nota peggiorativa, che si descrive come “una sorta di angoscia davanti a una realtà oscura e un rito enigmatico”, alla quale si oppone “uno stupore davanti al Mistero pasquale”. Lì giunti, si osa dichiarare al lettore attonito che “Se la riforma avesse eliminato questo vago senso del mistero (a vantaggio, beninteso, dello stupore che suscita il nuovo rito), questa sarebbe una nota di merito piuttosto che un atto di accusa.”

Infine, avendo eliminato una quantità di simboli ingombranti che avevano come effetto quello di oscurare il mistero centrale anziché metterlo in luce - mentre il N.O.M. sarebbe più semplice e più accessibile - si ha l’ardire di pretendere che esso potrebbe meglio suscitare questo “stupore davanti al fatto che il disegno salvifico di Dio ci è stato rivelato nella Resurrezione di Gesù”. Come se, al contrario, il grande mistero della nostra Redenzione avesse meno posto nel cuore dei fedeli che seguono, alla consacrazione del calice, le parole “Mysterium fidei” che il prete pronuncia a voce bassa.

Come si può osare così mettere in discussione la capacità dell’antico rito di far partecipare i fedeli pienamente, efficacemente e coscientemente al mistero del Santo Sacrificio, quando si sa che migliaia di santi delle generazioni passate vi hanno nutrite le loro anime? Ci vuole veramente coraggio per proferire una tale diffamazione. Si lascia a ciascuno la libertà di trovare la qualifica che meritano tale metodo, tali approcci.

. § 51: Che significa: “Effettuare tutt’insieme lo stesso gesto, parlare tutti una sola voce, ciò trasmette a ciascun individuo l’energia di tutta l’assemblea.” (3)?

. § 54: Segue un florilegio speculare di modelli di presidenza inadeguati:

“Una rigida austerità o un’esasperante creatività - uno spiritualizzante misticismo o un prodigo formalismo - una precipitosa vivacità o un’esagerata lentezza - una negligente incuria o un’eccessiva minuziosità - una sovrabbondante amabilità o un’impassibilità sacerdotale.”

. § 55, 56: Il celebrante non è mai menzionato, ma è sempre e ostinatamente definito in relazione alla sua funzione di presidenza (impiegata 15 volte). Se dunque l’ufficio del prete consiste nella presidenza dell’Eucarestia, non gli s’impone un fardello che nessun uomo potrebbe portare ?

. § 57: “È, dice il documento, una presenza particolare del Signore risorto, egli deve averne una coscienza profonda”. É letteralmente insopportabile, poiché si pretende che egli porti questo peso e l’attualizzi nella sua persona, nel suo agire e nei suoi gesti: “L’assemblea ha il diritto di poter sentire nei suoi gesti e nelle sue parole il desiderio che il Signore ha di continuare a mangiare la Pasqua con noi.” Tuttavia, è proprio in questo che consiste il problema del nuovo rito: il prete, di fronte al popolo, sempre controllato, spiato, osservato in ciascuno dei suoi atti. Il testo continua: “Il prete dovrebbe essere sommerso da questo desiderio di comunione che lo pone al centro tra il cuore ardente di Cristo e il cuore di ciascun credente” ... “Presiedere l’Eucarestia, è piombare nella fornace dell’amore di Dio” ... Quante parole per non dire nulla!

Alla lettura di tutti questi testi, si ammira la saggezza dell’antico rito che richiede al prete di farsi da parte, per lasciar posto a Cristo che egli rappresenta, e di concentrarsi sull’azione sacrificale che si svolge sull’altare, avendo presente allo spirito questo dramma invisibile agli occhi della creatura, “l’indicibile Mistero che si rinnova, dice Sant’Ildegarda, dove cielo e terra si toccano”. Si riproduce il mistero dell’Incarnazione, la realtà del Dio fatto carne, del quale ogni altra realtà è solo un’immagine, bozza, figura! Con San Giovanni Crisostomo, il prete sa per un atto di fede che al momento del Sacrificio, egli è attorniato d’una moltitudine di angeli: “Tutto il presbiterio è invaso dalle armate celesti, in onore di Colui che è presente sull’altare”. Sì, il prete deve farsi da parte per lasciare tutto lo spazio a Cristo, che solo può riconoscere gli occhi dell’anima illuminata dalla Grazia.

. § 60: Si noterà il sapore luterano dell’affermazione: “Colui che presiede alla forza, a nome di tutto il popolo di Dio di ricordare (sic) davanti al Padre l’offerta del suo Figlio nell’Ultima Cena, affinché quest’immenso dono sia reso nuovamente presente sull’altare”, e ancora: “Il prete non può narrare (sic) la Cena al Padre senza parteciparvi egli stesso” ... In questo paragrafo tutto è oscuro, suona falso, è gravemente ambiguo. (4)

Infine la Lettera Apostolica parla della Rinnovazione mistica del Sacrificio della Croce solo usando il termine evasivo di “celebrazione” (5).

. § 61: Il paragrafo che introduce la conclusione si collega con uno strano “È perché” che resta come sospeso ... poiché non si comprende affatto la ragione per la quale era necessario cambiare rito: “È perché non potevamo tornare a questa forma rituale che i Padri del Concilio, cum Petro et sub Petro, hanno sentito la necessità di riformare, approvando, sotto la guida dello Spirito Santo, i princìpi da cui è nata la riforma.” (6)

Numerosi studi hanno mostrato che il nuovo rito, come si presenta comunemente oggi, non è opera del Concilio Vaticano II. Non solo l’episcopato del mondo intero non poteva immaginare che si sarebbe pervenuti a tale radicalità, ma nessuno tra loro l’avrebbe approvata. È sufficiente rileggere le parole del Cardinal Ratzinger: “Nessun cattolico avrebbe pensato, vent’anni fa, che tali cambiamenti sarebbero potuti un giorno essere introdotti nella Chiesa Romana. Di anno in anno la riforma liturgica si rivela essere una desolazione liturgica di proporzioni tremende.” (7)

Per concludere

Lo scopo di questa Lettera Apostolica è evidentemente pratico: la riforma è completata. Non si discute più, si promulga, si dà un pugno, si impone la legge.

DESIDERIO DESIDERAVI avrebbe potuto ridursi a poche parole, poiché si trattava, nei fatti, di dare il colpo di grazia al Vetus Ordo. Ancor più bisognava rafforzare [il N.O.] per colpire i più, abusarne con inganno e presentare il Novus Ordo Missae come un’autentica e grande liturgia. E tutto è stato fatto per far credere che non si era toccata la Fede.

Prima di immergerci nella lettura di questo documento, è vivamente consigliato di rileggere l’Enciclica MEDIATOR DEI (Pio XII), dove si trova una dottrina completa, accessibile e luminosa che espone armoniosamente tutti gli stessi elementi contenuti in DESIDERIO DESIDERAVI.

I due testi sono incomparabili. La povertà dottrinale, l’involuzione, la mancanza di chiarezza e persino la falsità che emergono da questa Lettera saltano agli occhi.

Francesco procede a grande velocità. Egli vuole creare una nuova era della Chiesa. Senza possibilità di ritorno. La strada è sbarrata.

DESIDERIO DESIDERAVI è un atto brutale e tirannico che rifiuta assolutamente di prendere in considerazione la legittimità della resistenza cattolica alla riforma.

Al § 31, quando egli afferma che i refrattari al Novus Ordo costituiscono un problema di ordine ecclesiologico - poiché essi rigettano implicitamente il Concilio Vaticano II che ha decretato la riforma - non si rende conto che egli conferma così la convinzione di un gran numero di persone che pensa che la differenza è proprio di ordine ecclesiologico. Chi può negare in effetti che l’antico e il nuovo rito corrispondano a due concezioni della Chiesa opposte radicalmente, che si tratti di un’altra intelligenza della Fede, di un altro Credo? É proprio questa stessa incompatibilità intrinseca che spiega, sin dall’esordio, il conflitto tra il movimento tradizionale e la riforma.

Francesco vuole che la pratica della Chiesa latina sia ormai privata dell’“altro rito” (8). Non ci sarà più ormai che un solo rito. La rottura è consumata e l’ingannevole affermazione d’una continuità unicamente proclamata e sfuggente non convincerà nessuno.

Tuttavia, contrariamente a quanto sostenuto da Francesco, non v’è alcuna devianza ecclesiologica presso i sostenitori della Tradizione. Si ricorderanno solo tre aspetti della controversia:

Attribuire la riforma al Concilio Vaticano II è puramente e semplicemente avventuroso, quando si vede a qual punto gli effetti oltrepassino ciò che era inizialmente desiderato dai padri conciliari.

Costernati, stupefatti, perplessi, i cattolici della tradizione si pongono una legittima domanda: “Com’è concepibile che un papa possa sostituire un rito millenario risalente agli apostoli, con un rito inedito, “costruito” di sana pianta da parte di “esperti” che non hanno portato niente di nuovo, ma solamente provocato il collasso dell’istituzione? Il Cardinal Ratzinger aveva, in effetti, lui stesso scritto: “Al posto del rinnovamento della Chiesa e della via ecclesiale, noi assistiamo a uno smantellamento dei valori della fede e della pietà che ci erano state trasmesse, e, al posto di un rinnovamento fecondo della liturgia, a una distruzione delle forme della messa che si erano organicamente sviluppate nel corso dei secoli” ... “Ciò che è accaduto dopo il Concilio significa tutt’altra cosa: al posto della liturgia, frutto di uno sviluppo continuo, è stata posta una liturgia fabbricata. Si è usciti dal processo vivente di crescita e di sviluppo per entrare nella fabbricazione. Non si è più voluto continuare lo sviluppo della maturazione organica del vivente attraverso i secoli, lo si è sostituito, al modo di una produzione tecnica, con una fabbricazione, banale prodotto del momento” (9). [Ricordiamo che, dalla sua comparsa, numerosi preti si sono sollevati vivamente contro il Novus Ordo].

Ci si rende conto sempre più in questi giorni che il potere pontificio non è ineccepibile, che esso comporta rischi e pericoli, tra i quali lo stesso abuso di potere. Il potere del papa ha i suoi limiti. Non sarebbe inutile rileggere il decreto Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I. Vi è detto che lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro per mettere in luce (patefacerent) una nuova dottrina, ma per conservare e spiegare con fedeltà la rivelazione che hanno ricevuto gli Apostoli e il deposito della Fede che è stato loro affidato. Quanto alla funzione pontificia suprema, questa precisazione include - indirettamente come corollario - che non è concepibile che un Papa possa indebitamente discostarsi dal proprio ruolo. A volte lo si sente dire: la prova che il Papa può riformare il rito della Chiesa è che l’ha fatto. Ma nulla è meno scontato!

. Arriviamo infine all’ultimo paragrafo (§ 65): “Abbandoniamo le polemiche” che designa i veri destinatari della Lettera, l’ultimo quadrato di resistenza che si vuole annientare.

Si dimentica che la fermezza della loro posizione non è mai stata di ordine polemico (> polemos = guerra) o passionale, ma si tratta d’una opposizione ragionata, argomentata, all’origine di un rifiuto riflettuto, franco, coraggioso, categorico. Gli argomenti elevati contro questa riforma non sono mai stati rifiutati. (Basti pensare al “Breve esame critico” dei cardinali Ottaviani e Bacci).

In assenza evidente di prova, si continua a sostenere che il Novus Ordo corrisponda alla volontà dei Padri conciliari, che la riforma abbia portato molti frutti, etc., etc.

Ma allora si può domandare il perché di tale insistenza a scoprire, riscoprire, riapprendere ... ?

Avendo soppresso tutto, si cerca di reinventare tutto, riscoprire tutto, resuscitare tutto; non guardando indietro (Strada sbarrata), ma imponendo lo stesso sterile artificio, ideato in oscure officine, allo scopo preciso di annientare ciò che già esisteva in una forma perfetta.

Comprenda chi potrà!

Un gruppo di preti della Fraternità Sacerdotale San Pietro


Addendum

Cardinale, poi papa, Benedetto XVI non avrebbe potuto essere tacciato di tradizionalismo. Ognuno sa che egli celebrava la messa secondo il Novus Ordo e riconosceva che un prete poteva utilizzarlo in modo degno e irreprensibile. Egli era favorevole al bi-ritualismo, destinato ad un mutuo arricchimento dei due riti, grazie ad un loro incontro in un clima pacificato, nella prospettiva d’una riforma della riforma. Egli ha dunque riconosciuto che il nuovo rito conteneva degli elementi positivi, ma lo ha totalmente squalificato e ha dato ad esso una sorta di colpo di grazia quando l’ha definito come “fabbricato, prodotto banale del momento” !

Se le parole hanno un senso e se si ammette che nessun’autentica liturgia della cristianità può essere fabbricata, è impensabile elevare la nuova liturgia al rango di una grande liturgia. Impossibile e rivoltante! Si ha il diritto di pensare che il Cardinal Ratzinger non era affatto coerente con sé stesso per delle ragioni che Dio solo conosce pienamente. Un fatto resta: avendo visto la desolazione, sapendo che non si potrebbe mai giustificare una rottura con la legge suprema della preghiera della Chiesa dei secoli passati, consigliato da molti amici favorevoli all’antico rito, Benedetto XVI ha preso nelle sue mani un’opera di riconciliazione e di ricostruzione. Quest’opera salvifica cominciò con il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007.

Quest’iniziativa ha permesso l’incontro fruttuoso tra preti legati all’uno e all’altro rito.

Ma dopo questo bel tempo di disgelo, l’arrivo di Papa Francesco ha inaugurato un nuovo periodo glaciale.

Francesco ha fatto un richiamo all’ordine riportando la Chiesa alla logica di Paolo VI che, non potendo abolire la Messa tridentina (ciò è impossibile) ha imposto la Nuova Messa a tutta la Chiesa Latina di sua propria volontà. (Dixit il Cardinal Benelli: “Il Papa lo vuole!”)

Sappiamo dunque di aver a che fare con il richiamo all’ordine del motu proprio Traditionis Custodes del 16 luglio 2021. La ragione: i ribelli hanno voluto fermare l’avanzata del Nuovo Rito destinato a dare inizio ad una nuova era. Bisognava impedirglielo.

I novatori non provano disagio nel citare il Vangelo: “A vino nuovo, otri nuovi”. Ma chiaramente non è questo ciò che Cristo ha voluto dire. Il Novus Ordo mundi, è Lui, il Cristo, è la sua Opera, culmine dell’Incarnazione divina.

E quest’Ordine non sarà sostituito da alcun “Novus Ordo”.


Note

  1. Si sa che la Massoneria è una forma di gnosi moderna, che ignora ogni forma di grazia soprannaturale, di natura panteista, che ritiene di non potersi imporre alcuna legge esterna alla libera azione creatrice dell’uomo.
  2. La battaglia della Messa, Abate Paul Aulagnier (pag. 91). 
  3. Questa formula meriterebbe di essere chiarita, poiché essa evoca prepotentemente la nozione di égrégore, familiare all’esoterismo.
  4. Si ricorda che il Padre Bugnini aveva richiesto la presenza di sei pastori protestanti come osservatori durante le sessioni plenarie del Concilium di cui era segretario.
  5. La parola “messa” è utilizzata due volte, mentre “celebrazione” lo è 53 volte. Sono così menzionate: la celebrazione dell’Eucarestia (2 volte), la celebrazione liturgica (4 volte), quella dei sacramenti (6 volte) e, ovviamente, quella della Parola. Si resta sbalorditi dall’abuso della parola impiegata circa 30 volte senz’altra precisazione. 
  6. Ci si può meravigliare di tale affermazione quando ci si ricorda delle circostanze nelle quali il Padre Bugnini aveva tentato d’introdurre la nuova messa - detta “Messa Normativa”, vale a dire da dover servire da riferimento - nel corso del Sinodo episcopale romano del 1967. La celebrò lui stesso in italiano, interamente ad alta voce, il 24 ottobre, davanti ai vescovi riuniti nella cappella Sistina, ma la loro adesione fu lontana dall’essere unanime. [Si contarono 71 Placet, 43 Non placet e 62 Placet iuxta modum; un quarto dei membri del Sinodo respinsero senza transigere]. Molti vescovi, tra i quali Mons. Slipyi, lasciarono la Cappella in segno di protesta. Questa stessa messa sarebbe stata prescritta a tutta la Chiesa, due anni più tardi. 
  7. La riforma liturgica in discussione (prefazione), Mons. Klaus Gamber, 1992. 
  8. Il Vaticano II aveva tuttavia affermato nella Costituzione sulla Santa Liturgia Sacrosantum Concilium, § 4: “Il Concilio, obbedendo fedelmente alla tradizione, dichiara che la Santa Madre Chiesa considera come eguali in diritto e dignità tutti i riti legittimamente riconosciuti; esso vuole che per il futuro siano conservati e migliorati in ogni maniera”. 
  9. Prefazione al libro di Mons. Gamber, op. cit., pp. 15 e 8.