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martedì 12 luglio 2022

Sacrosanctum Concilium: il cavallo di Troia definitivo

Pubblichiamo, nella nostra traduzione, un interessante saggio di Peter Kwansniewski, apparso lo scorso 21 giugno su Crisis Magazine, e ripreso ieri anche da Chiesa e Postconcilio.

Sacrosanctum Concilium: il cavallo di Troia definitivo
di Peter Kwasniewski

Sono stato lungamente abituato a pensare che la Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, "andasse bene" se la si fosse presa per buona, e che il problema fosse che veniva ignorata o applicata in modo unilaterale o distorto. Ero solito pensare che una "riforma della riforma" potesse prendere le mosse dalla Sacrosanctum Concilium applicata rigorosamente.

Ma sono successe due cose per svegliarmi da questo piacevole sogno ad occhi aperti.

La prima è stata la scoperta dell'abilità con cui l'impresario [in italiano nell'originale – NdT] riformatore Annibale Bugnini ha guidato il comitato di redazione della Sacrosanctum Concilium prima del Concilio. Impiegando "il metodo Bugnini" (secondo le parole dell'acclamato storico francese Yves Chiron, che ha scritto la migliore biografia di Bugnini), il monsignore si assicurò che il testo non chiedesse mai troppo, né troppo in fretta, ma lasciasse le cose abbastanza vaghe per consentire l'ampio lavoro di demolizione e ricostruzione che egli stesso e i suoi alleati avevano già in mente. Come disse ai membri di quel comitato l'11 novembre 1961 (quindi prima dell'apertura del Concilio):
«Sarebbe molto sconveniente che gli articoli della nostra Costituzione venissero respinti dalla Commissione centrale o dal Concilio stesso. Per questo dobbiamo procedere con attenzione e discrezione. Con attenzione, perché le proposte siano fatte in modo accettabile (modo acceptabile), o, secondo me, formulate in modo che si dica molto senza sembrare di dire nulla: si dicano molte cose in embrione (in nuce) e in questo modo si lasci la porta aperta a legittime e possibili deduzioni e applicazioni postconciliari: non si dica nulla che suggerisca un'eccessiva novità e che possa invalidare tutto il resto, anche ciò che è semplice e innocuo (ingenua et innocentia). Dobbiamo procedere con discrezione. Non tutto deve essere chiesto o preteso dal Concilio, ma l'essenziale, i principi fondamentali» (Chiron, 82).
All'apertura della prima sessione del Concilio, quando una cricca di prelati e periti orchestrò un drammatico rovesciamento di tre anni di lavori preparatori e delle bozze dei documenti, la Sacrosanctum Concilium fu l'unico testo rimasto in piedi quando la polvere si depositò. I progressisti avevano visto che rispondeva alle loro aspettative e ai loro piani futuri. Si poteva permettere che rimanesse sul tavolo, ed è per questo che fu il primo documento a essere discusso e poi promulgato.

Il secondo passo per riconsiderare la Sacrosanctum Concilium è stato quello di rileggerla più da vicino tenendo presente il "metodo Bugnini". A tal fine, uno strumento chiave è il libro di Christopher Ferrara Sacrosanctum Concilium: un avvocato esamina le lacune. L'avevo letto anni fa, ma solo di recente, dopo Chiron, mi ha colpito in pieno. Ogni lettore seriamente interessato alla liturgia non dovrebbe privarsi dell'analisi di Ferrara, che spiega come una riforma liturgica postconciliare che sembra discostarsi in modo così evidente da alcune affermazioni della Sacrosanctum Concilium sia stata, ciononostante, un'applicazione coerente della stessa.

In conclusione: Sacrosanctum Concilium non solo non è un documento sicuro, ma è stato il più grande cavallo di Troia mai introdotto nella Chiesa. So che per molti buoni cattolici è doloroso ammettere che si tratta di un documento corrotto e corrosivo, ma dobbiamo giudicare l'albero dai suoi frutti. In un dibattito trasmesso da Radio-Courtoisie il 19 dicembre 1993, Jean Guitton (1901-1999), filosofo e teologo, nonché buon amico personale di Paolo VI, disse quanto segue:
«L'intenzione di Paolo VI per quanto riguarda la liturgia, per quanto riguarda ciò che comunemente si chiama Messa, era di riformare la liturgia cattolica in modo tale che dovesse quasi coincidere con la liturgia protestante... Ma ciò che è curioso è che Paolo VI ha fatto questo per avvicinarsi il più possibile alla Cena del Signore protestante... Ma ripeto che Paolo VI ha fatto tutto ciò che era in suo potere per avvicinare la Messa cattolica, al di là del Concilio di Trento, alla Cena del Signore protestante... Non credo di sbagliare se dico che l'intenzione di Paolo VI, e della nuova liturgia che porta il suo nome, era quella di richiedere ai fedeli una maggiore partecipazione alla Messa, di fare più spazio alla Scrittura e meno spazio a tutto ciò che alcuni chiamerebbero "magia", [e] altri [chiamerebbero] consacrazione sostanziale, transustanziale, e a ciò che è di Fede Cattolica; in altre parole, c'era con Paolo VI un'intenzione ecumenica di rimuovere, o almeno di correggere, o almeno di attenuare ciò che era troppo cattolico, nel senso tradizionale, nella Messa, e, ripeto, di avvicinare la Messa cattolica a quella calvinista.»
Esiste una foto di Guitton e Paolo VI in Vaticano, mentre lavorano al libro Il Papa parla: dialoghi di Paolo VI con Jean Guitton (un precursore delle interviste di Peter Seewald a Benedetto XVI). Guitton è quindi un uomo che sa di che cosa parla. Bugnini sarebbe stato sicuramente d'accordo con le finalità attribuite a Paolo VI, perché, a proposito delle severe modifiche apportate alle tradizionali orazioni del Venerdì Santo, scriveva: "È l'amore delle anime e il desiderio di aiutare in ogni modo il cammino verso l'unione dei fratelli separati [cioè dei protestanti], rimuovendo ogni pietra che possa anche lontanamente costituire un ostacolo o una difficoltà, che ha spinto la Chiesa a fare anche questi dolorosi sacrifici [nella liturgia]".

I cattolici conservatori, sebbene siano una razza in rapida estinzione, continuano a ripetere i concetti tranquillizzanti che sono stati insegnati loro, probabilmente perché non possono affrontare quelle che ritengono sarebbero le conseguenze catastrofiche se vi rinunciassero. Conor Dugan, in un saggio-recensione irenico intitolato Un contesto più profondo: un libro trascurato offre una visione dei dibattiti sul Vaticano II, e afferma quanto segue a proposito di Una visione più profonda: la tradizione intellettuale cattolica nel XX secolo di Robert Royal:
«Secondo la lettura di Royal, "non c'è nulla in nessun documento approvato dai Padri conciliari che sostenga gli scostamenti radicali" che hanno seguito il Concilio. Royal sostiene le sue affermazioni con un'analisi dei documenti chiave. E, come il recente studio di P. Nichols, Ottetto conciliare: un commento conciso agli otto testi chiave del Concilio Vaticano II conclude che il Concilio non fu la rivoluzione copernicana della Chiesa, ma una riforma nella continuità».
Vorrei poterlo credere (anzi, un tempo lo credevo). Ma avendo visto che il primo documento approvato dal Concilio - l'unico in cui la bozza preconciliare è stata mantenuta perché considerata la meno controversa! - è già pieno di affermazioni problematiche e di scappatoie abbastanza grandi da far passare una flotta di camion Mack [la Mack Trucks è una società statunitense specializzata nella produzione di autocarri di notevoli dimensioni - NdT] è impossibile vivere ancora nel mondo fantastico del conservatorismo cattolico. D. Q. McInerny descrive bene questo problema in un articolo pubblicato nel numero di Natale 2019 della rivista Latin Mass:
«Una caratteristica di Sacrosanctum Concilium, e anche degli altri documenti conciliari, è l'adozione di un particolare modo di espressione letteraria "sì... ma", "certamente... forse". Si stabilisce un obiettivo specifico, o si enuncia una direttiva particolare, e poi quasi subito dopo, nella maggior parte dei casi, segue una serie di aggiustamenti qualificativi, relativi a quanto appena detto, che hanno l'effetto di rendere l’obiettivo non proprio obbligatorio, dopo tutto, e di far sembrare la direttiva poco più che un suggerimento, che rappresenta una possibilità tra le altre. Questo è ciò che accade nella Sacrosanctum Concilium. L'effetto di un tale approccio è quello di creare un'aura di ambiguità su una questione particolare che permette, o addirittura invita, a una varietà di interpretazioni divergenti, alcune così divergenti da essere reciprocamente contraddittorie. Ciò è stato ampiamente dimostrato negli ultimi decenni. Non appena si specifica, in Sacrosanctum Concilium, che il latino deve essere conservato nel rito latino, si concede il permesso di usare il vernacolo nella Messa e nell'amministrazione dei sacramenti e, curiosamente, che "i limiti del suo impiego possono essere estesi". Dato il modo vacillante in cui l'argomento del latino è trattato nella Sacrosanctum Concilium, penso che sia giusto dire che il partito anti-latino può legittimamente trovare nel documento un sostegno maggiore per la sua posizione rispetto a coloro che desiderano mantenere la tradizione. Quello che è successo al latino è stato il risultato di un attento calcolo».
Il motivo per cui abbiamo il Novus Ordo in tutta la sua gloria riformatrice è che i suoi futuri architetti hanno truccato il documento conciliare per aprirgli la strada, e hanno ammesso di averlo fatto, come abbiamo visto. Se Sacrosanctum Concilium è il legno verde del Concilio, che dire del secco?

La lettura di Royal del Vaticano II non può reggere il confronto con Il Concilio Vaticano II - Una storia non scritta di Roberto de Mattei per quanto riguarda la ricostruzione accuratamente documentata di ciò che effettivamente è emerso durante il Concilio. La bella fioritura della vita intellettuale cattolica prima del Vaticano II non può cancellare le macchinazioni dei progressisti e dei modernisti morbidi che indirizzarono le discussioni interne e le bozze dei documenti più o meno dove volevano. Hanno visto la loro occasione e l'hanno colta con coraggio.

Perché, allora, quasi tutti i prelati presenti al Concilio, compreso l'arcivescovo Marcel Lefebvre, hanno votato a favore della Sacrosanctum Concilium: ben 2.147 contro 4? P. Hunwicke suggerisce che essi abbiano ingenuamente travisato gli obiettivi finali del Movimento Liturgico radicale e pensassero di optare per una leggera modernizzazione del culto tradizionale; siano stati ingannati su quale sarebbe stato il piano effettivamente attuato, dato che i dibattiti del Concilio suggerivano una riforma moderata; e, non da ultimo, abbiano assecondato l'istinto del branco che, durante le sedute inefficienti e laboriose del Concilio (abbiamo molte testimonianze private che lamentano una noia terribile), ha permesso agli attori principali di carburare l’approvazione finale del documento con la benzina dell'impazienza.

E perché, allora, hanno implementato obbedientemente tutti i cambiamenti successivi? Ah, questa è un'altra storia. Anche i vescovi che avevano seri dubbi sulle riforme (e non erano pochi) sentivano di non avere altra scelta se non quella di "obbedire" a ciò che il Papa decretava. La parola del Papa è la parola di Dio, no? Un ultramontanismo pecoreccio a lungo radicato, mascherato da pietà, ha impedito persino ai pastori di proteggere le loro greggi dai danni rivoluzionari. Cinquant'anni di culto parrocchiale deformato, una rete globale di immoralità clericale e un Papa che tratta la fede della Chiesa come argilla malleabile sono i tre strike con cui l'iperpapalismo ha finalmente segnato il punto vincente [nel baseball, tre strike sono i colpi necessari perché un lanciatore elimini il battitore avversario: fare tre strike, dunque, significa segnare un punto a proprio favore – NdT] - anche se alcuni non se ne sono ancora resi ben conto.

Criticare come sopra la Sacrosanctum Concilium può essere considerato "dissenso dal Magistero"? No. Quel documento ha due componenti: un excursus speculativo sulla liturgia, che è passibile di un'interpretazione ortodossa, e una lunga lista di decisioni pratiche su come la liturgia dovrebbe essere riformata. La critica tradizionalista mira a quest'ultima componente che, per sua natura, riguarda i giudizi prudenziali espressi su aspetti particolari. Tali giudizi su ciò che è meglio fare qui e ora non possono mai essere infallibili e sono di per sé soggetti a riesame nel tempo, a modifiche e persino al rigetto, se si ritiene opportuno.

Lo stesso processo è avvenuto con le misure disciplinari di molti concili ecumenici precedenti, alcune delle quali non sono mai state attuate o sono diventate abbastanza rapidamente inutili. In parole povere: il piano d'azione concordato dai Padri conciliari può e deve essere giudicato in base ai suoi frutti e al mutare delle circostanze e non è oggetto di un assenso religioso. Un piano d'azione sbagliato rientra nella possibilità di un concilio ecumenico anche secondo l'interpretazione più rigorosa del suo status di sinodo universale.

Come sostiene San Tommaso d'Aquino, seguendo Sant'Agostino e altri Padri della Chiesa, Dio non permetterebbe un male se non ne traesse un bene maggiore. Sebbene nessuno di noi possa vedere appieno il bene che Egli trarrà dai mali connessi al Concilio e alla sua successiva riforma liturgica, penso che sia ormai fuori discussione che abbiamo imparato dure lezioni che ci hanno aiutato nel corso dei decenni e continueranno ad aiutarci in futuro.

Possiamo avere - e un numero sempre crescente ce l'ha - una migliore comprensione del perché il Rito Romano tradizionale è così com'è, funziona bene così com'è e non dovrebbe essere cambiato in alcun modo significativo. La sua perfezione nei testi, nei canti e nelle cerimonie non è mai stata così evidente come in questo momento, in cui si staglia in netto contrasto con uno scenario di manipolazione liturgica, mediocrità e malessere. Chi ha a cuore la liturgia la ama di più; chi ama la tradizione, come dovrebbero fare tutti i cattolici, la ama di più. Questi sono i presupposti necessari per una rifioritura del culto divino nella Chiesa, fonte e apice della vita cristiana e cuore e anima della cultura cristiana.


Bibliografia
Yves Chiron, Annibale Bugnini: Reformer of the Liturgy, trad. ingl. John Pepino (Brooklyn, NY: Angelico Press, 2018).
La citazione di Guitton è stata pubblicata in un notiziario dell'Abbazia dal Molto Rev. Dom Gerard, O.S.B., Abbaye Sainte-Madeleine, Le Barroux, con una probabile traduzione di Paul Crane, S.J. in Christian Order 35.10 (1994), 454.
D. Q. McInerny, "Reflections on the Loss of Latin, Part I" in Latin Mass Magazine, 28.4 (Natale 2019), 33-34.