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sabato 23 luglio 2022

Deposta la Tiara, cosa resta al Papa? Solo se stesso?

Un approfondimento interessante sul valore della tiara.
Luigi



Con la Desiderio desideravi papa Francesco ha esposto il suo progetto di “riforma” che vuole imporre, frettolosamente, alla Chiesa di cui è temporaneo vicario e non “il Signore“. Ma come è possibile che un papa pretenda che il suo pensiero diventi magistero? Ciò è possibile perché Paolo VI, il vero modello papale di Francesco, depose sull'”altare del Vaticano II” qualcosa che non apparteneva ai pontefici ma alla Chiesa: la Tiara.
La lettera apostolica Desiderio desideravi è «un piccolo riassunto del pensiero del Papa»[1], ha giustamente rilevato il vaticanista Andrea Gagliarducci. Dunque, purtroppo, con papa Francesco «un punto di vista personale diventa magistero»[2].

Com’è potuto succedere che un Successore di Pietro imponesse il suo pensiero personale sulla e nella Chiesa anziché confermare il gregge nella fede della Chiesa?

Per comprenderlo dobbiamo tornare indietro di quasi 58 anni, al 13 novembre del 1964, quando Paolo VI – il grande modello pontificio di Francesco – compì un gesto altamente simbolico durante il concilio ecumenico: depose la Tiara.

La Tiara pontificia non è – come il pensiero progressista e la propaganda anticattolica hanno diffuso – l’emblema del potere politico del Papa, ma il segno visibile dell’autorità e della missione del Successore di Pietro sulla terra.

Le tre corone – per questo è chiamata anche Triregno – sovrapposte, infatti, rappresentano il triplice potere del Sommo Pontefice Romano: Padre dei principi e dei re, Rettore del mondo, Vicario di Cristo in Terra. Per questo era pure sormontata da un piccolo globo crocigero che indicava la Signoria di Cristo sul Cielo e sulla terra.

Perché Paolo VI – beatificato e canonizzato in tempi record da Francesco – volle deporre la Tiara?

Naturalmente possiamo fare solo delle supposizioni, perché egli non volle mai spiegare i motivi di quella sua decisione.

Non vogliamo neppure fare un processo alle intenzioni, né tanto meno negare la sua buona fede, ma le drammatiche e nefaste conseguenze di quel gesto sono oggettive e, con questo pontificato, sono ormai evidenti: la desacralizzazione e la personalizzazione del munus petrino.

Nella Chiesa tutti i segni hanno non solo un valore simbolico ma pure efficace. La Tiara era il segno, fisico e visibile, che il Successore di Pietro portava per far scomparire l’uomo privato dall’ufficio divino. Era un peso – il giogo dolce e soave di Cristo (cfr. Mt 11, 25-30) – che proteggeva il Romano Pontefice dal voler imporre il proprio progetto personale nella Chiesa, anziché confermare la Fede della Chiesa.

Per Paolo VI fu senz’altro molto difficile portare quel peso in un concilio ecumenico convocato dal suo predecessore, Giovanni XXIII – anch’egli canonizzato da Francesco –, non per condannare errori, né per ribadire verità di fede, ma «per definire un nuovo programma pastorale per affrontare il mondo moderno»[3], perché gli impediva di portare avanti quella nuova ecclesiologia che egli aveva illustrato nella sua prima enciclica, l’Ecclesiam suam[4].

Il 262° Romano Pontefice aveva capito che non poteva portare avanti quelle “riforme” teologiche, più che pastorali, della corrente francese della nouvelle theologie di cui era sostenitore, se avesse continuato a portare sulla testa quel peso che, per lui, era immobilizzante. Quindi decise di liberarsene, facendo un danno alla Chiesa.

Due periti conciliari francesi da lui stimati e seguiti da molti anni – benché giustamente censurati dal Sant’Uffizio negli anni ’50 del XX secolo a seguito della condanna della nouvelle theologie fatta da Pio XII con l’enciclica Humani generis – il gesuita Henri de Lubac e il domenicano Yves Congar (riabilitati, infatti, premiati e periti al concilio) capirono bene il significato di quel gesto.

«Che cosa significa questo gesto?», domandò a se stesso de Lubac. «Vendere una tiara per ricavarne (si dice) due milioni? Oppure rinunciare alla Tiara, con un gesto simbolico di rinuncia ai riti del potere temporale?»[5]. Naturalmente per il gesuita francese l’opzione era la seconda, come confermò egli stesso scrivendo il giorno della conclusione della sessione del 1964: «Guardo la statua di San Pietro con la testa coperta dalla Tiara: si potrà toglierla?»[6].

Effettivamente, nel pontificato di Giovanni Paolo II ci provarono a non mettere più la tiara sulla statua di san Pietro in bronzo nella Basilica quando, due volte all’anno essa viene rivestita dei paramenti liturgici papali, ma lo sfregio non gli riuscì ed anche oggi, con Papa Francesco, san Pietro viene adornato dei legittimi poteri.

Dunque, anche Congar scrisse che «se si tratta della rinuncia alla Tiara e se dopo quella non ce n’è un’altra, va bene. Altrimenti, sarà solo un gesto spettacolare senza futuro. In breve, bisogna che abbia messo sull’altare non una tiara, ma La Tiara»[7].

E fu così che al Vaticano II vinse l’ecclesiologia neomodernista di questi due periti, creati cardinali per i loro “meriti” da Giovanni Paolo II (beatificato da Benedetto XVI e canonizzato da Francesco).

Tuttavia dobbiamo sottolineare che Paolo VI, nel Documento che regolamentava il futuro conclave dopo la sua morte (tutti i Papi hanno questa facoltà e libertà di regolamentare qualcosa), specificava che il futuro Pontefice doveva fare “l’Incoronazione”, dal momento che lui, infatti, non negò e non eliminò, non abolì la Tiara… ma Giovanni Paolo I – prossimamente sarà beatificato da Francesco – per umiltà (falsa? non sta a noi giudicare, pensiamo di più al “vento” che soffiava) non volle essere incoronato, così tutti i suoi successori.

Lo stesso Giovanni Paolo II, appena eletto e prima dell’Incoronazione, astutamente scrisse una Lettera nella quale modificava il termine: non più “incoronazione” ma “intronizzazione”… Benedetto XVI, giunto il suo turno, accettò senza colpo ferire che, addirittura, fosse tolta la Tiara dallo stemma pontificio e, per “l’intronizzazione” si preferì usare il nuovo termine: “inizio del Ministero Petrino” (così come è stato usato per l’inizio di Papa Francesco) mentre il termine – intronizzazione – è paradossalmente rimasto per i Patriarchi orientali-cattolici ad uso del Pontefice stesso, negli auguri per l’inizio del loro ministero.

La deposizione della Tiara sull’”altare del Vaticano II” spiega anche la rinuncia di Benedetto XVI e quell’abominio teologico e canonico del “papato emerito”. Indossando sulla testa – se non fisicamente almeno spiritualmente – l’autorità che viene dall’Alto, i papi avevano il blocco necessario che impediva loro di far prevalere Simone su Pietro.

Insomma, nessuno potrà negare che, dalla dismissione della tiara, da Paolo VI in poi tutti i Papi hanno fatto prevalere Simone su Pietro… chi più e chi meno ma, inevitabilmente, abolito il Segno che imponeva ai Pontefici un freno alle loro libere opinioni, si è dato sfogo al personalismo dei Papi.

Non a caso è solo da quei tempi drammatici che si iniziò ad identificare la Chiesa con il pontificato di un papa regnante: la chiesa di Montini; la chiesa di Wojtyla, di Ratzinger, ed oggi di papa Francesco… cominciando così ad oscurare l’unico vero termine che quel Segno indicava: la Chiesa di Gesù Cristo. Non è normale, infatti, che lo stesso Giovanni Paolo II, quanto Benedetto XVI hanno dovuto ripetere in moltissime occasioni che: “la Chiesa è di Gesù Cristo“… Il Papato oggi è osannato a seconda del Papa che ci ritroviamo, se piace o non piace, da qui la grande confusione tra quelli che delegittimano il regnante, o che lo idolatrano.

Papa Francesco, non ci stancheremo mai di ripeterlo, non è un incidente di percorso sulla strada del rinnovamento che è bene definire rivoluzione, non cade dal pero, ma è il compimento di quel processo rivoluzionario il cui fine è trasformare la Chiesa di Cristo nella “Chiesa dell’uomo”.

Lo stesso Sinodo previsto per l’anno prossimo e che è in attivo da due anni, sta proprio a significare la volontà di un progetto rivoluzionario nella Chiesa che non dovrà più nemmeno potersi servire del magistero degli altri Pontefici, neppure di Giovanni Paolo II o di Benedetto XVI, tutto verrà cambiato, modificato, neppure coloro che sono nati dopo il concilio e cresciuti già con i tanti cambiamenti allora in opera, riconosceranno “quella chiesa, quei tempi”, questa che avremo sarà la “Nuova Chiesa” non solo sognata da Karl Rahner e dai gesuiti modernisti come Pedro Arrupe, ma la Chiesa della “Teologia della Liberazione“ che il giovane Jorge Mario Bergoglio, fin dai primi momenti, trasformò nella Teologia del pueblo.

Questa realtà che non ci siamo inventati e che chiunque, con tutta onestà, può reperire con un minimo di sana e corretta informazione, ci fa comprendere – certamente in parte – l’accanimento di Papa Francesco su quella frangia definita, spesso con immotivato disprezzo, “tradizionalismo” il cui scopo non è una conservazione “da museo” bensì, al contrario, mantenere vivo quel Deposito della Fede attraverso il quale, semmai, si è formato e vive quello che chiamiamo essere il “magistero pontificio”.

Il Magistero di un Papa, infatti, non nasce dalle sue opinioni personali o da quelle espresse nelle interviste come va tanto di moda oggi… Un magistero papale si sviluppa, semmai, da quel Deposito della Fede che la sana Tradizione conserva e tramanda nei secoli, esso si arricchisce certamente di nuovi elementi, ma mai contro i precedenti provvedimenti.

Un magistero papale senza questa viva Tradizione e senza il Deposito della Fede, è propaganda e cedimento al mondo, alle mode del momento, ricordiamo che:

“Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede.” [Pastor Aeternus – Costituzione dogmatica del beato Pio IX sulla infallibilità del Papa].

Quel fine e sofisticato teologo che è il Diavolo sta infatti cercando di distruggere la Chiesa non abbattendola, ma mutandone la ragion d’essere e la sua missione. Quindi: crisi del papato, sì! ma Sede vacante o antipapi, no!

In sostanza ci ritroviamo ad un ribaltamento del Papato, nel quale ribaltamento il Papa ha “perso” la tiara, lo scudo che lo proteggeva nell’esercizio petrino: non più dall’alto verso il basso, ma dal basso verso l’alto, un esercizio rovesciato.

Il Papato si regge oggi non più sui tre poteri di Gesù Cristo simboleggiati dalla tiara che proteggeva l’umanità povera e debole di Simone il quale, diventato Pietro, appunto, nella o sotto la tiara consolidava ed esercitava i suoi tre esercizi-servizi (il famoso munus), ma si regge solo su Simone che esercita partendo dalle sue sole forze che sono diventate la sua personalità, la sua umanità, il suo “io” e infine la sua chiesa.

Non dimentichiamo che non si è mai visto nella Chiesa, da parte di un Pontefice, imporre a tutta la Chiesa una rivoluzione della prassi e della pastorale attraverso l’obbligatorietà dell’applicazione immediata dei suoi provvedimenti molti dei quali, seppur non ammantati di infallibilità, vengono imposti senza alcuna possibilità di discussione o confronto.

Naturalmente, il demonio, non riuscirà completamente in questa sua demolizione, anche se danni ne avremo ancora, ne abbiamo la certezza perché Nostro Signore ha promesso che le porte degli inferni non prevarranno mai sulla sua Chiesa (cfr. Mt 16, 18). Ed Egli è fedele alle sue promesse.

Ne abbiamo avuto un’ulteriore conferma con le apparizioni mariane di Fatima, avvenute nel 1917. La Vergine SS.ma annunciando il trionfo del suo Cuore Immacolato, è stata mandata dal suo Divin Figlio a proteggere la Chiesa, di cui è Regina e Madre, dagli attacchi esterni ed interni.

Non ne è forse una prova che la consacrazione della Russia è stata fatta proprio da Francesco, cioè dal più progressista e minimalista mariano dei papi?

NOTE


[2] Idem.


[4] Paolo VI pubblicò l’Ecclesiam suam lo stesso anno della deposizione della Tiara, il 6 agosto, festa della Trasfigurazione del Signore. Per una strana coincidenza, egli morirà esattamente 14 anni dopo la proclamazione della sua nuova ecclesiologia, ovvero il 6 agosto del 1978.

[5] Henri de Lubac SJ, Quaderni, p. 734.

[6] Henri de Lubac SJ, Quaderni, p. 771.

[7] Yves Congar OP, Diaro, vol. II, pp. 217-218.