Post in evidenza

MiL ha bisogno di voi lettori: DONAZIONI

A sx (nella versione per pc) e su palmare (voce " Donazione ") troverete la possibiltà di donare. Vi speghiamo il perchè.  Potrete...

domenica 19 giugno 2022

Stile low profile di mons. Repole a Torino, tra pizzi e vecchi merletti

Ancora sull'intervento di Francesco ai vescovi e sacerdoti siciliani (QUI), con delle note sul nuovo vescovo di Torino.
Luigi


Il neo arcivescovo arriva nei comuni della diocesi con fare dimesso, come un commesso viaggiatore o un tramviere, in maniche di camicia e con in mano una busta di plastica da cui spunta il pastorale. Le sferzate di Francesco sulla divisa dei preti
 Un importante ecclesiastico della diocesi di Susa si è fatto portavoce del mugugno e del malcontento dei preti valsusini che lamentano la scarsa presenza in Valle dell’arcivescovo-vescovo Roberto Repole. Abituati all’assiduità di monsignor Cesare Nosiglia, che pareva quasi preferire il più genuino clima ecclesiale di Susa rispetto alla problematica Torino, i preti diocesani dovranno accontentarsi di vedere Sua Eccellenza una volta al mese. Forse sta arrivando l’ora di avanzare a Roma la richiesta di un vescovo ausiliare. Sempre che non sia già stato fatto.

Sembra che il futuro assetto della Curia metropolitana, elaborata dal cerchio magico dell’arcivescovo, sia alle viste e non preveda più – a quanto si dice – i vicari episcopali. Questa sarebbe una grossa novità, ma sui nomi del nuovo organigramma, circolano solo indiscrezioni. Intanto, l’arcivescovo tiene un profilo piuttosto basso, limitandosi all’amministrazione delle cresime nelle parrocchie che però – osservano alcuni – rappresenta per un vescovo, rispetto alla partecipazione a convegni e incontri di natura anche mondana, l’esercizio di un munus suo proprio.


Lo stile dell’uomo comunque si è già rilevato, soprattutto nei paesi della diocesi dove l’arrivo in forma ufficiale del vescovo è pur sempre un avvenimento. Accolto dal sindaco con fascia tricolore e rappresentanti delle istituzioni con la banda musicale, l’arcivescovo arriva anonimo come un commesso viaggiatore o un tranviere, in maniche di camicia e con in mano una busta di plastica da cui spunta il pastorale. Tale sciatteria però non inganni in quanto rappresenta una precisa scelta teologica e cioè la manifestazione della umile umanità di «un uomo come noi», che non deve insegnare ma solo accompagnare. In fondo, è l’ecclesiologia del professor Repole che adesso, finalmente, può essere messa in pratica. Suo degno continuatore sulla cattedra di Ecclesiologia e ministeri presso la facoltà teologica – è notizia ufficiale – sarà l’albese don Gianluca Zurra, per alcuni aspetti di posizioni ben più radicali del predecessore. La dottrina oggi è però un’opinione fra le tante e se nella Chiesa a tutti i livelli – come recita il titolo dell’ultimo libro di monsignor Luigi Bettazzi, occorre «Sognare eresie» – figuriamoci sulle cattedre di teologia.

Sullo scorso numero de La Voce del Tempo il diacono Paolo Messina ha commentato con impegno la lettura dell’odierna domenica della SS. Trinità ma è evidente la fragilità di un tentativo privo di metafisica, ridotto a dover prendere in prestito da categorie relazionali ed esistenziali lo strumentario linguistico per esprimere qualcosa della verità divina. Egli confonde il Dio uno con il Dio unico, i cristiani però credono in un Dio solo ma non in un Dio unico. Padre e Figlio hanno tutto in comune, ma anche lo Spirito Santo ha tutto in comune, altrimenti non potrebbe rendercene partecipi, non è appena un comunicatore di realtà altrui; la Redenzione non è solo una «restaurazione»; nelle relazioni intratrinitarie c’è l’essere per l’altro e la donazione di sé, ma non c’è nessuna «accoglienza» perché non hanno nulla da perdonarsi e questo rappresenta un serio slittamento antropomorfico.

Anche il diacono Giorgio Colombotto si cimenta, sul numero odierno del settimanale diocesano, con il Corpus Dominie qui il tributo reso alle categorie del soggettivismo teologico è notevole. A partire dalla domanda iniziale che dovrebbe essere non cos’è «per noi» l’Eucaristia, ma cos’è l’Eucaristia, ridotta a sollecitazione moralistica esemplare. Non è «Gesù che si fa pane spezzato» ma è ilpane che ètransustanziato nel Risorto. Crediamo infatti nella Presenza reale, non nella «impanazione» del Signore; Gesù si dona «senza condizioni», ma ci sono condizioni – l’essere in Grazia di Dio – per riceverlo. Il fedele non può mai essere «dono al fratello» comeè l’Eucaristia. Non ci nutriamo «di questo pane» ma di Cristo stesso, presente in corpo, sangue, anima e Divinità nelle specie consacrate.Le riflessioni che il diacono offre con buona volontà possono andare bene per qualunque comunità della Riforma, ma sono anche l’immagine perfetta della dilagante crisi di fede nella Presenza reale. Se nemmeno più la solennità del Corpus Domini– istituita per questo! – è occasione per affermarla, allora davvero l’etica ha prevalso sull’ontologia. O meglio, un triste moralismo terapeutico ha soppiantato lo splendore della Verità e della realtà. Ai delegati arcivescovili per il diaconato, tra cui vi fu l’attuale vescovo di Cuneo e Fossano, monsignor Piero Delbosco, noto per la sua carica umana e il suo senso pratico, difettandogli soltanto un poco – nessuno è perfetto! – la preparazione teologica, andrebbe ricordato, visti i risultati, che proprio di questa gli aspiranti diaconi avrebbero bisogno.

Papa Francesco, ricevendo i vescovi e i preti siciliani dopo averli redarguiti ben bene, indovinate un po’ con chi se l’è presa? Nientedimeno che con i «merletti della nonna» e cioè con i preti che indossano sulla talare – altra bestia nera dei liturgisti! – o sotto la casula, il camice con i pizzi che, a sentire Sua Santità, rappresentano un omaggio «alla nonna». Riportiamo le auguste parole del Sommo Pontefice: «Ma carissimi, ancora i merletti… ma dove siamo? Sessant’anni dopo il Concilio! Un po’ di aggiornamento anche nell’arte liturgica, nella “moda” liturgica! Sì, portare qualche merletto della nonna va, ma a volte. È per fare omaggio alla nonna, no? Avete capito tutto, no? È bello fare omaggio alla nonna, ma è meglio celebrare la madre, la santa madre Chiesa, e come la madre Chiesa vuole essere celebrata». Per chi ha conosciuto – e ammirato – il magistero dei predecessori, è difficile rimanere insensibili, non tanto rispetto al livore che tali affermazioni a malapena nascondono, quanto alla natura – per non dire altro – degli argomenti. Solo tre osservazioni: 1. La «vera riforma liturgica del Concilio» viene ridotta ideologicamente alla «moda» che, come dice la parola stessa, è mutevole e cangiante. 2. Nella liturgia non si celebra né la nonna, né la madre né la Chiesa, ma il Signore. 3. Mai abbiamo sentito un richiamo sugli abusi che oggi deturpano – per non dire profanano – le celebrazioni della Messa e stanno alla radice della devastazione e dell’abbandono della liturgia, tipo preti in parrucca, vestiti da clown o in bicicletta in chiesa, Credo e canone stravolti, messe balneari, danze grottesche e pupazzi davanti e sull’altare, liturgia pagliaccesca, verbosità e monizioni continue, schitarrate, maracas, tamburelli, canti orrendi e banali. Oscenità che violentano il sacro e sulle quali si potrebbe continuare a lungo. Altro che merletti! Purtroppo il magistero papale vede solo da una parte. Tra poco però la «creatività» liturgica, che da anni è insegnata nei seminari, e che oggi si esibisce a fronte di rade canizie, lo farà davanti ai banchi vuoti.

Se però non abbiamo visto male, anche l’arcivescovo Repole, il giorno della sua ordinazione, sulla casula finto povera, indossava un camice di pizzo… cosa che sicuramente oggi eviterebbe. Ne terrà conto il futuro cerimoniere che, voci di corridoio, dovrà presto rimpiazzare monsignor Giacomo Martinacci? Speriamo di non dover rimpiangere le sue austere talari a fronte della divisa d’ordinanza – camicione con zip, stola etnica e sandali – che vige negli Istituti Liturgici di cui il nuovo cerimoniere sarebbe allievo.

Come lo Spiffero aveva previsto, la missione di monsignor Arrigo Miglio presso la basilica di San Paolo – che gli ha guadagnato il cardinalato – si è compiuta con successo. Il commissariamento è finito e dom Donato Ogliari, già a Montecassino, è stato nominato nuovo abate della basilica Ostiense. Il pericolo che il benedettino arrivasse a Torino è stato grande, ma le lobbies lo hanno scongiurato.