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martedì 5 aprile 2022

Il (mito del) nuovo Lezionario: riforma o elefantiasi delle letture?

Riportiamo, nella traduzione di
Chiesa e post-concilio, un ampio e acuto saggio di Peter Kwasniewski apparso su Rorate Caeli, dedicato alla riforma (in realtà rifacimento totale) del ciclo di letture liturgiche. Sembra che la sovrabbondanza postconciliare non abbia giovato granché ad una reale e fruttuosa conoscenza biblica. Negli anni "ruggenti" girava uno slogan piuttosto infelice: "Meno Messe, più Messa". Forse oggi sarà il caso di dire: "Meno letture, più Scrittura".
Stefano


Infrangere il mito:
perché il lezionario della Messa tradizionale in latino
è superiore al nuovo lezionario

Peter A. Kwasniewski – Rorate Caeli, 30 marzo 2022 [traduzione italiana di Chiesa e post concilio, 2 aprile 2022]

Mentre quasi tutti gli altri aspetti della riforma liturgica successiva al Vaticano II sono stati oggetto di critiche serie e sostenute, il lezionario pluriennale rinnovato è l’unico elemento che viene costantemente presentato come un notevole successo e come esempio di autentico progresso.

Un famoso autore cattolico scrive:

Ritengo, tuttavia, che il cambiamento più significativo [nella liturgia] sia avvenuto nel 1969, con l’introduzione del lezionario riveduto. Allora i media non ne presero nota, perché non sorse nessuna polemica. Quasi tutti erano d’accordo sul fatto che il prodotto finale fosse un risultato straordinario. E indubbiamente si trattò di uno sviluppo importante nella vita della Chiesa. Il lezionario era stato concepito proprio con l’intenzione di evidenziare il rapporto essenziale tra Scrittura e liturgia.

Un altro stimato teologo concorda:

Sembra probabile che, qualunque siano gli sviluppi futuri nel rito romano, l’uso esteso della Sacra Scrittura e l’enfasi su di essa nel culto cattolico possa rivelarsi il contributo più duraturo di Papa Paolo VI e, probabilmente, anche il più importante dono a lungo termine del suo pontificato alla vita della Chiesa.

Addirittura una figura così importante come Papa Benedetto XVI, pur essendo un critico schietto di molti cambiamenti postconciliari, ha elogiato i benefici del nuovo lezionario nella sua Esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini:

In primo luogo desidero ricordare l’importanza del Lezionario. La riforma auspicata dal Concilio Vaticano II ha dato i suoi frutti in un più ricco accesso alla Sacra Scrittura, che ora viene offerta in abbondanza, soprattutto nella Messa domenicale. L’attuale struttura del Lezionario non solo presenta con una certa frequenza i testi più importanti della Scrittura , ma aiuta anche a comprendere l’unità del disegno di Dio grazie all’intreccio tra le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento, un intreccio “in cui Cristo è la figura centrale, commemorata nel Suo mistero pasquale”.

Eppure, non è un segreto che la conoscenza della Bibbia tra i cattolici di oggi abbia raggiunto il livello più basso: i sondaggi dimostrano che la maggior parte di loro non è in grado di nulla di intelligente su nessuna delle grandi figure della storia della salvezza, specialmente dell’Antico Testamento, e che la conoscenza dell’insegnamento concreto di Cristo nei Vangeli è ai minimi storici. La prima cosa da notare, quindi, è che senza un’adeguata catechesi e una predicazione ben preparata, nessuna lettura biblica potrà penetrare nella mente e nel cuore dei fedeli. La Sacra Scrittura è un’antica raccolta di vari testi con stili e intenzioni diversi, la maggior parte dei quali ci può sembrare molto remota, e alcuni dei quali sono addirittura impenetrabili senza aiuto. Probabilmente, leggerla da soli senza altri supporti non recherà molti vantaggi alla maggior parte dei fedeli. Possiamo quindi affermare con certezza che il nuovo lezionario non ha prodotto l’immensa messe di alfabetizzazione biblica che era stata promessa dagli intellettuali rinchiusi nella loro torre d'avorio che l’hanno ideata, così come la riforma liturgica in generale non è stata all'altezza delle profezie utopiche di Paolo VI sulle chiese piene di cattolici di tutte le età desiderosi e gioiosi, che partecipano attivamente e meglio che mai, o forse anche per la prima volta, alla Messa! Un punto è chiaro: la vasta semplificazione postconciliare della liturgia, insieme al grande aumento della lettura della Bibbia, non ha raggiunto l’obiettivo che era stato presentato come unica loro giustificazione, ossia avrebbero consentito ai cattolici di diventare più coscienziosi e più impegnati liturgicamente alla loro fede.

Allo stesso tempo, si può osservare un lento ma costante aumento del numero di cattolici che tornano alle tradizioni liturgiche della Chiesa, soprattutto alla forma della Messa latina tradizionale, che ha un proprio lezionario molto più compatto racchiuso all’interno il messale e, naturalmente, riprodotto nei messali quotidiani usati da molti fedeli. I tradizionalisti prendono la Scrittura molto sul serio: può darsi che siano gli unici rimasti a credere ancora che sia l’autentica Parola di Dio, ispirata, inerrante, infallibile in ogni singolo apice. E giacché essi credono che sia bene catechizzare i loro figli, spesso nelle loro menti si forma uno schema ragionevolmente buono della storia della salvezza. Questa rinascita della Messa in latino, nonostante i suoi potenti nemici (argomento su cui non intendo approfondire, almeno nella mia lezione), ci spinge a porci una domanda controversa: ci sono ragioni per ritenere che il lezionario antico — e, in generale, il vecchio approccio alla Scrittura all’interno della Messa — abbia più punti a suo favore di quanto siamo stati portati a pensare? Non sarà forse probabile che anche in questo caso la Chiesa sapesse quello che faceva da secoli e persino da millenni?


Un breve excursus storico

Per comprendere l’argomento di cui stiamo parlando, abbiamo bisogno di un breve excursus storico. Il rito romano della messa, come ogni altro rito liturgico tradizionale cristiano orientale o occidentale, aveva sempre avuto un ciclo di letture della durata di un anno. Ciò significa che si legge la stessa selezione di Epistole e Vangeli di anno in anno in qualsiasi giorno che ha un formulario fisso della Messa, sia del ciclo temporale che del ciclo santorale, sebbene ovviamente lo spostamento delle date del calendario possa implicare che una certa Epistola o il Vangelo non si legga in un dato anno (per esempio, se la festa di un santo cade di domenica). Ci sono altre letture associate alle Messe votive che possono essere scelte a determinate condizioni. Tuttavia, i più antichi lezionari di rito romano (VII e VIII secolo) contenevano più letture di quante ne abbia il Messale Tridentino del 1570: in particolare, troviamo (seppur incoerentemente) che il lunedì, mercoledì e venerdì al di fuori della Quaresima avevano letture feriali che potevano essere utilizzate quando non coincidevano con una festività. A causa del crescente numero di feste dei santi e della crescente popolarità delle messe votive, e per il desiderio di trasformare il messale in un volume il più compatto possibile, queste letture feriali si persero nel tardo medioevo.

Quindi una cosa che possiamo dire subito è che se c’è una buona ragione per introdurre più letture o una maggiore varietà di letture, c’erano già dei precedenti all’interno della nostra tradizione seguendo i quali il numero delle letture avrebbe potuto essere attentamente e intelligentemente aumentato senza fare violenza ai tanti aspetti positivi del lezionario dell’anno in corso. Ad esempio, si sarebbero potute prevedere delle letture feriali per l’Avvento e per la Pasqua.

Ad ogni modo, già nel 1951 i liturgisti proponevano di creare un lezionario triennale o quadriennale, e nel 1956 la commissione liturgica di Pio XII aveva preparato una bozza di ciclo triennale. Sette anni dopo, nel 1963, la stragrande maggioranza dei Padri del Concilio Vaticano II votò a favore di una Costituzione, Sacrosanctum Concilium, che conteneva le seguenti disposizioni: “Nelle celebrazioni sacre si recuperi [instauretur]” — questo è un termine chiave, perché suggerisce di non inventare qualcosa dal nulla — “una lettura più abbondante, più varia e più adeguata della Sacra Scrittura”, e “si deve attingere più generosamente ai tesori della Bibbia, per offrire ai fedeli un cibo più ricco alla mensa della parola di Dio. In questo modo una parte più rappresentativa delle Sacre Scritture sarà letta al popolo nel corso di un determinato numero di anni”.

Il Consiglio ha incentivato l’uso di un lezionario pluriennale, ma non ha detto nulla sull’eliminazione del lezionario esistente. Come per ogni altro aspetto della riforma, c'è stato un ampio dibattito tra i membri dell’organo incaricato di eseguire la riforma liturgica, chiamato “il Consilium”. Ben presto i membri del Coetus XI, il sottogruppo incaricato di occuparsi del lezionario, decisero di eliminare il lezionario esistente, che era nato nel primo millennio della Chiesa, nell’età d'oro dei Padri della Chiesa, e aveva raggiunto la sua forma classica nell’VIII secolo, quando San Giovanni Damasceno scriveva la prima “summa” per riassumere le conquiste dei Padri. In questo senso, il tradizionale lezionario romano ha un “peso” che può essere paragonato a quello del canone romano, del calendario romano e del corpus del canto gregoriano. I Padri del Concilio Vaticano II non si sono mai prefissi di eliminare nessuna di queste cose, perché per loro sarebbe stato impensabile trattare la nostra tradizione come un esperimento di laboratorio le cui parti potevano essere rimosse, sostituite e fabbricate ad libitum.

Il lavoro del Coetus XI è sfociato nel lezionario Novus Ordo, che la maggior parte di noi qui conoscerà: un ciclo triennale di letture domenicali, un ciclo biennale di letture feriali e una vera montagna di opzioni di lettura per festività, riti sacramentali e altre occasioni speciali. Non è quindi corretto chiamarlo lezionario riveduto o riformato; è semplicemente un lezionario nuovo, che si sovrappone molto poco al ciclo utilizzato, in una forma o nell’altra, per oltre 1300 anni.

Tra le celebrazioni con lo champagne che circondarono la pubblicazione del nuovo lezionario nel 1969, voci solitarie iniziarono a segnalare vari problemi da esso suscitati, che andavano dalla selezione, dalla lunghezza e dal numero delle letture alla strutturazione accademica dei cicli, a omissioni preoccupanti, a problemi accidentali sorti nella pratica. Nel resto del mio intervento di questa sera cercherò prima di definire proprio lo scopo della Scrittura nella Messa. Successivamente, esaminerò alcuni principi guida della revisione del lezionario, vale a dire: l’allungamento delle letture; la loro disposizione all’interno di un ciclo pluriennale; la preferenza generale per la lectio continua o continuità delle letture; e la decisione di omettere letture “difficili”. Infine, analizzerò gli effetti pratici dell’introduzione del nuovo lezionario, cioè l’ars celebrandi che esso ha inaugurato. Poi trarrò alcune conclusioni.


Il ruolo della Scrittura all’interno della Messa

La domanda che bisogna porsi prima di tutto è questa: qual è lo scopo della lettura della Scrittura nella Messa? È un momento di istruzione per il popolo o è un elemento del culto offerto da Cristo e dal Suo Corpo Mistico alla Santissima Trinità? Possiamo dire, su basi storiche, liturgiche e teologiche, che la proclamazione delle letture nella Messa ha entrambi questi scopi, ma in un certo ordine.

In primo luogo, le letture sono indubbiamente istruttive per i fedeli. Ciò è abbastanza ovvio: sono parole scelte per impartirci una certa “lezione”, per mostrarci la vita, i miracoli, le parabole e l’insegnamento del Signore e per preparare la nostra mente e il nostro cuore a ricevere Cristo stesso quando verrà, proprio come i profeti dell’Antico Testamento — culminati in Giovanni Battista — prepararono la via alla venuta del Messia. In un certo senso, potremmo dire che la Messa dei Catecumeni sta alla Messa dei Fedeli come Giovanni Battista a suo cugino Gesù: il primo indica il secondo, dicendo: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del mondo”. Tanto per cominciare, le letture del messale tradizionale erano state scelte per il loro contenuto morale, dogmatico ed eucaristico universale e per il loro legame con singoli santi o categorie di santi. I santi stessi ci vengono presentati come icone viventi a cui ci rimanda la lettera della Bibbia e in cui il suo messaggio si compie. Le letture contengono grandi esempi di virtù e preparano la congregazione alla comunione con il Signore nell’adorazione e nel banchetto celeste.

In secondo luogo — e questo punto è meno ovvio per i cattolici moderni, anche se sospetto che fosse ovvio nei secoli passati — le letture stesse sono un’offerta di adorazione a Dio Onnipotente: sono proclamate per la Sua gloria e per il Suo onore e per ottenere la Sua benedizione. Il clero canta le parole divine in presenza del loro Autore come parte della logikē latreia o culto razionale/verbale che dobbiamo al nostro Creatore e Redentore. Queste parole sono una messa in atto dell’alleanza con Dio, una messa in atto del loro significato nel contesto sacramentale a cui erano destinate, una recitazione grata e umile davanti a Dio delle verità che Egli ha detto e delle cose buone che Egli ha promesso. Nella stessa Scrittura vediamo spesso questo modo di pregare Dio: “Ricorda, Signore, le promesse che hai detto!” — ciò non significa certo che Egli possa dimenticarle, bensì che Egli vuole che noi non dimentichiamo le Sue promesse, e amorevolmente vuole che “Gliele ricordiamo”, per così dire. Un passaggio sorprendente del Libro della Sapienza presenta esattamente questa concezione della funzione del ministro nella liturgia:

Perché un uomo incensurabile si affrettò a difenderli: prese le armi del suo ministero, la preghiera e il sacrificio espiatorio dell’incenso; si oppose alla collera e mise fine alla sciagura, mostrando che era Tuo servitore. Egli superò l’ira divina non con la forza del corpo, né con l'efficacia delle armi; ma con la parola placò colui che castigava, ricordandogli i giuramenti e le alleanze dei padri. (Sap 18, 21-22)

Lo stile solenne e formale della lettura, che ha a che vedere con un ambito del tutto differente a quello delle persone immediatamente presenti, fa capire che riconosciamo che il Dio di cui parlano questi testi è proprio qui in mezzo a noi, o meglio, che siamo venuti alla Sua presenza con gratitudine; così, le letture si trasformano in doni che, posti nelle nostre mani da Dio, Gli offriamo in cambio, come facciamo con il pane e il vino. O, per usare una metafora diversa, le letture sono una forma di incenso verbale con cui “alziamo la mano ai Suoi precetti” (et levavi manus meas ad mandata tua: Sal 118, 48).

Quando prendiamo sul serio la visione tradizionale dell’ispirazione divina della Scrittura possiamo vedere che la cura amorevole, gli atti di riverenza rivolti alla Parola di Dio nella prima parte della Messa — tutto, dalla preghiera affinché si possa essere degni di recitare il suo contenuto all’accompagnamento del libro con le candele, al farci il segno della croce, all’incensarlo, al baciarlo e cantare le letture con toni dignitosi e penetranti — è molto simile al culto reso alla Croce il Venerdì Santo, o alla venerazione riservata alle icone bizantine: in modo reale entriamo in contatto con Dio stesso. È Lui la cui verità si fa presente quando viene proclamata la lettura: non è una memoria passata, ma una forza presente di conversione e di illuminazione. Sicuramente la Scrittura non è la presenza reale della Santa Eucaristia, ma è divina come nessun’altra parola umana lo è. Per questo ha tanto senso il ricco cerimoniale in cui l’antico rito romano arricchisce la lettura o il canto della Parola di Dio: la liturgia vuole accentuare il fatto che in questo scenario, la parola sulla carta, la parola che fluttua nell’aria, è superiore alle nostre menti, determinante delle nostre volontà. Insomma: è Dio, in modalità verbale, e noi entriamo nella Sua presenza verbale con segni di venerazione. Lo glorifichiamo mediante l’attuazione liturgica della Sua rivelazione.

È superfluo dire che ormai solo una minoranza vede nel canto delle letture durante la Messa un atto di adorazione rivolto a Dio e un’istruzione per il popolo. In effetti, c'è qualcosa di controintuitivo in questa idea. In fondo, sembra ovvio che il motivo per cui si legge la Scrittura nella Messa è per educare i fedeli. Ma non è così semplice come un aut, aut. La tradizionale romana tradizionale tende, nel corso dei secoli, a trasformare tutto in una preghiera rivolta a Dio, come se nella liturgia non ci fosse posto per qualcosa che è esclusivamente “per il popolo”.

Un ottimo esempio di ciò è come il Credo viene recitato o cantato nell’usus antiquior. Sappiamo tutti che il Credo è una confessione di fede, che è fondamentalmente un elenco di dogmi creduti dai cristiani. Non ha la caratteristica evidente di essere una preghiera rivolta a Dio; sembra piuttosto un segno di distinzione con cui esprimiamo la nostra ortodossia agli occhi della Chiesa. Eppure, nell’usus antiquior il sacerdote recita all’altare maggiore il Credo ad orientem, chinando il capo alla menzione di Dio Padre, del Santo Nome di Gesù, e della divinità dello Spirito Santo, genuflettendosi all’Et incarnatus est, e facendo il segno della croce all’Et vitam venturi saeculi, concludendo con un “Amen”. In questo modo la professione dell’ortodossia si trasforma in una preghiera al Dio Uno e Trino, in un modo di entrare in comunione con Colui che ha gentilmente rivelato i Suoi misteri all’uomo.

Ciò che osserviamo nel caso del Credo è ciò che osserviamo anche con ogni altro elemento della Messa, dell’Ufficio e degli altri riti sacramentali. Tutta la liturgia è per Dio, e infatti il suo più alto valore educativo consiste proprio nel comunicare al popolo che Dio ha il primato ed è il fine ultimo, che Egli è l’Alfa e l’Omega di tutti i nostri atti esteriori e interiori, compreso l’atto di ascoltare le letture e di comprenderle. In un certo senso, le letture sono offerte a Dio perché ci si offra a Lui nella comprensione della Parola e negli affetti da essa suscitati.

Ecco perché non importa tanto se ogni parola sia intelligibile o meno; ciò che più conta è comprendere che questa Parola è divina, santa, celeste, che siamo su una terra santa. La comprensione verbale può seguire a tempo debito, ma non coglieremo mai correttamente la Parola se prima non la veneriamo come divina e non adoriamo il Dio da Cui essa emana e alla Cui presenza essa si anima. Il rito romano tradizionale non tratta “le lettere apostoliche e il Santo Vangelo” come semplici “libri” o “documenti” o “istruzioni”, ma come “momenti di azione liturgica, derivanti dalla liturgia, all’interno dei quali essi non hanno una semplice significato narrativo o puramente edificante, ma uno ancora più importante: appunto un significato attivo, sacramentale”.

Pertanto, lo scopo del culto divino non è quello di farci familiarizzare con la Scrittura alla maniera di uno studio biblico o di una lezione di catechismo (che, ovviamente, dovrebbe aver luogo in un altro momento), ma di darci la giusta formazione della mente e cuore rispetto alle realtà della nostra fede, affinché adoriamo Dio in spirito e verità. Nei riti tradizionali d’Oriente e d’Occidente, la Scrittura funge da sostegno all’azione liturgica; illustra o ingrandisce qualcos’altro con cui il culto ha a che vedere.


La lunghezza delle letture

Ora, come abbiamo visto, i Padri conciliari desideravano che ci fosse più Scrittura nella liturgia della Chiesa. Il primo modo per perseguire questo obiettivo era inserire più Scrittura in ogni singola liturgia. Ciò è stato realizzato sia aggiungendo un’altra lettura alle messe della domenica e nelle festività, sia aumentando la lunghezza media delle letture in tutte le messe. Alla luce dell’obiettivo di avere una maggiore presenza della Scrittura all’interno della Messa, tuttavia, credo che dovremmo ricrederci sull’effettiva saggezza della decisione di aumentare le letture all’interno di una data Messa. Il fatto che “di più” non significa automaticamente “meglio” è un’ovvietà, ma ci sono ragioni specifiche per preoccuparsi di ciò che si potrebbe definire l’ecologia della Messa, il delicato equilibrio delle sue parti interagenti.

Le letture generalmente più lunghe del lezionario rivisto, insieme a una nuova enfasi sull’omelia come parte integrante della liturgia, hanno contribuito a quello che si potrebbe chiamare “imperialismo verbale”, cioè alla tendenza delle parole e della verbosità a prendere il sopravvento in tante messe, soffocando il silenzio e la meditazione, e oscurando la centralità del sacrificio eucaristico.

Dobbiamo tenere a mente che, nel Novus Ordo, quasi tutto viene detto ad alta voce dall’inizio alla fine. Dal saluto alla colletta, alle letture, all'omelia, alla preghiera eucaristica e così via fino alla fine, tutto si pone fenomenologicamente sullo stesso piano; ciò si può paragonare all’esame, punto per punto, degli argomenti all'ordine del giorno di una riunione… e sappiamo tutti quanto sia sfiancante assistere a una lunga riunione. A causa di questa monotonia, la mera lunghezza si traduce inevitabilmente in enfasi. In questo approccio, la Preghiera eucaristica tende a uscirne sconfitta; semplicemente, non ha abbastanza prominenza per mantenere il suo valore. Nell’usus antiquior, il silenzioso canone romano fornisce un baricentro che nessun testo o discorso può eclissare. Era e sarà sempre il grande contrappeso a lunghi sermoni o a una musica non ottimale, o anche alla musica sontuosa.

La dimensione totale della Liturgia domenicale della Parola, se si prendono in considerazione le due letture, un salmo responsoriale, il Vangelo, un’omelia, il Credo e la preghiera dei fedeli, quando tutti ciò è seguito da una ridotta Liturgia eucaristica, ha lasciato fin troppi cattolici con una falsa impressione di cosa sia fondamentalmente la Messa. Sembra che la cosa principale che si fa insieme sia leggere la Scrittura e parlarne. Viene quindi aggiunta una rievocazione dell’Ultima Cena in modo che tutti possano ricevere qualcosa prima di tornare a casa. Come sappiamo, ai cattolici piace ricevere qualcosa alla messa, che sia della cenere o un ramo di palme o bollettini, e, in un certo senso, il deplorevole fenomeno dei fedeli che si mettono in fila per ricevere la Comunione si inserisce in questo schema. La Messa come vero e proprio Sacrificio è stata quindi quasi del tutto eclissata dalla Messa come “mensa della Parola e mensa eucaristica di cui siamo nutriti”, per usare il linguaggio dei documenti ufficiali. Ovviamente c'è del vero in questo linguaggio, ma quando ciò diventa il modo centrale di intendere la Messa, ci troviamo di fronte a una profonda distorsione.

Se lo scopo delle letture della Messa è quello di preparare e condurre al grande sacrificio eucaristico, allora il pericolo dell’imperialismo verbale è evidente: prolungando indebitamente le letture, le parole straripano e diventano una realtà autonoma, un centro di gravità che domina la liturgia. A questo punto, le letture non sono più in armonia con lo scopo della Messa, ma militano contro di essa. Qui vediamo, per la prima volta, la possibilità che la Scrittura entri in tensione con l’Eucaristia piuttosto che servirla come sua ancella. L’allungamento delle letture e l’eccessiva enfasi sull’omelia, insieme ad altre modifiche liturgiche apportate dopo il Concilio Vaticano II (il più delle volte, abbreviazioni o semplificazioni), ha turbato l’equilibrio della Messa, così come l’uso agricolo eccessivo di un terreno può portare all’erosione del suolo e alla distruzione di un ecosistema.


L’adeguatezza di un ciclo annuale

Abbiamo esaminato alcuni dei problemi causati dall’aumento delle letture all’interno di una Messa. Un secondo modo per inserire più Scritture al suo interno sarebbe quello di estendere le letture su un numero maggiore di Messe. Sebbene ciò si possa fare anche nell’arco di un anno, sembra che tutti coloro che sono stati coinvolti nella riforma liturgica abbiano rapidamente favorito l’introduzione di un ciclo pluriennale. Con diversi anni a sua disposizione, il nuovo lezionario è in grado di coprire una notevole porzione della Scrittura, comprendendo l’intera storia della salvezza e offrendo una notevole gamma di importanti passaggi biblici: se confrontiamo le statistiche relative a domeniche, veglie e feste principali, il nuovo lezionario ha il 58% dei Vangeli, il 25% delle Epistole del NT e il 3,7% dell’AT, mentre il vecchio messale ha il 22% dei Vangeli del NT, l’11% delle Epistole del NT e lo 0,8% dell’AT (non contando i Salmi, che hanno un ruolo preminente in entrambi). Questo, più di ogni altra cosa, è visto come il grande risultato della riforma.

Tuttavia, vorrei invitare anche in questo caso alla prudenza. Un ciclo di letture di un anno può essere considerato non solo in relazione alla quantità di Scrittura che presenta, ma anche in relazione al modo in cui presenta la Scrittura che contiene. Un anno è un’unità di tempo naturale, con una completezza soddisfacente, come quella di un cerchio. Come ho detto prima, i riti occidentali e orientali hanno sempre avuto un ciclo di letture di un anno, così come il culto della sinagoga. Ogni cultura, infatti, ha legato i ritmi della vita umana ai ritmi combinati del sole e della luna, unendo l’umano al cosmologico. La stessa Sacrosanctum Concilium fornisce un resoconto convincente del perché l'anno liturgico è, appunto, un anno:

La Santa Madre Chiesa è consapevole di dover celebrare l’opera salvifica del Suo Sposo divino, ricordandola devotamente in determinati giorni del corso dell’anno. Ogni settimana, nel giorno che ha chiamato giorno del Signore, essa conserva il ricordo della risurrezione del Signore, che celebra anche una volta all’anno, insieme alla Sua benedetta passione, nella festività solenne della Pasqua. Nell’arco di un anno, inoltre, essa svela tutto il mistero di Cristo, dall’Incarnazione e nascita fino all’Ascensione, al giorno di Pentecoste, e all’attesa della beata speranza e della venuta del Signore. … Celebrando questo ciclo annuale dei misteri di Cristo, la santa Chiesa onora con particolare amore la Beata Maria, Madre di Dio, che è unita da un legame inscindibile all’opera salvifica del Suo Figlio. … La Chiesa ha inserito nel ciclo annuale anche le giornate dedicate alla memoria dei martiri e degli altri santi.

Con il ciclo di un anno si ha una ripetizione che reca come frutto la familiarità, la quale a sua volta porta all’interiorizzazione: la semina del seme nelle profondità del suolo dell’anima. Chi si immerge nella liturgia tradizionale prende coscienza del fatto che le sue letture annuali, nel tempo, stanno diventando ossa delle proprie ossa, carne della propria carne. Si comincia a pensare a certi giorni, mesi, stagioni dell'anno, o categorie di santi in tandem con le loro letture particolari, che aprono sempre più il loro significato all’anima devota. Se la Parola di Dio ha una profondità infinita, la liturgia tradizionale ci invita a rimanere accanto allo stesso pozzo anno dopo anno, facendovi cadere il nostro secchio e risvegliandoci così a una profondità inesauribile che potrebbe non essere così chiara per qualcuno che immerge il suo secchio in diversi punti di un ruscello in piena nel corso di due o tre anni. Joseph Shaw sottolinea:

Le dimensioni limitate del Lezionario [tradizionale] consentono ai fedeli di acquisire una profonda dimestichezza con il ciclo [annuale], in particolare nell’ambito dell'uso dei messali che possono essere portati in mano e dei commenti alla liturgia, che espongono i brani e il loro collegamento con la stagione, e le preghiere e canti propri del giorno. L’associazione di feste e domeniche particolari con particolari brani evangelici o epistolari riecheggia la prassi delle chiese orientali, dove spesso le domeniche prendono il nome dal Vangelo del giorno.

Gli elementi fondamentali della fede e delle abitudini di preghiera hanno bisogno di essere inculcati settimana dopo settimana, giorno dopo giorno; quindi è pedagogicamente più opportuno far ripetere annualmente una scelta ben fatta di letture: l’antica Epistola e il Vangelo assegnati alle diverse domeniche dopo la Pentecoste, le letture per l’Ottava di Pasqua, le letture per alcune categorie di santi — Martiri, Apostoli, Confessori, Medici, Papi, Vergini. In questo modo, il popolo cristiano è fortemente formato da un insieme di “testi fondamentali” durante tutto il ciclo dell’anno, piuttosto che essere trasportato ogni giorno in nuove regioni del testo, specialmente in alcune delle narrazioni storiche più asciutte o in passaggi più lunghi del Profeti, di cui può essere difficile beneficiare se non attraverso lo studio extra-liturgico.

I fedeli hanno bisogno di più Scrittura nelle loro vite: nessuno metterà in dubbio questo punto. Ma da ciò non segue che il terreno scritturale da percorrere all’interno della Messa debba essere il più lungo possibile. Si consideri la questione da un punto di vista psicologico. La lettura durante la Messa è una “caratteristica di un evento”: la mente non collega facilmente la lettura di ieri a quella di oggi, o quella di oggi con quella di domani. Nel corso della liturgia e nel resto della giornata di ciascuno succedono molte cose e — a meno che il sacerdote non colleghi deliberatamente tra di loro le letture — ogni giorno costituisce un’entità a sé stante. La Messa quotidiana è l’unità discreta, e pertanto le letture dovrebbero essere proporzionate ad essa, non a una sequenza temporale più ampia (a parte il carattere generale dell’anno liturgico e dei suoi tempi). Il risultato è che, con un lezionario ampliato, i fedeli ascolteranno e dimenticheranno più parti della Scrittura rispetto a prima; mentre nel vecchio ciclo di un anno, le persone ascoltano i testi ripetutamente e hanno l’opportunità di familiarizzarvisi. Si può ottenere di più, spiritualmente, da un solo passaggio ispirato diventato familiare che da un ciclo a lungo termine che cerca di “fare un percorso” all’interno di molte parti della Scrittura.

C’è un motivo per cui in inglese l’espressione “imparare qualcosa a memoria” viene resa con “by heart”. Quel che abbiamo nel cuore è davvero una parte di noi stessi. Ciò che resta in un libro o su internet non fa realmente parte di noi. Ecco perché è sciocco affermare: “Noi moderni stiamo molto meglio degli uomini del Medioevo, perché possiamo accedere a milioni di testi online istantaneamente in qualsiasi momento!”. Gli uomini del Medioevo memorizzavano porzioni enormi della Scrittura, che plasmava in questo modo il loro io più intimo. L’uomo moderno memorizza ben pochi dati, a parte il proprio codice fiscale, alcuni numeri di telefono e forse anche alcune leggi scientifiche: quindi avere tutte le biblioteche a portata di mano non significa quasi nulla per lui: non sa cosa cercare, non sa qual è il sapore della saggezza, e non porta una biblioteca di verità dentro di sé.

La pratica della lectio divina — cioè della preghiera con la Scrittura, con la quale ci si concentra ogni giorno esclusivamente sulla Bibbia — rende più facile collegare i giorni tra loro. Questo è il motivo per cui il modo più sensato per aumentare la conoscenza cattolica della Scrittura è (a) insegnarla nelle lezioni di religione/catechismo, e (b) incoraggiare la lectio divina. Il rinnovamento biblico cattolico degli ultimi anni è in gran parte dovuto ai convertiti protestanti che hanno spostato montagne per introdurre la storia della salvezza (“La grande avventura”) e la lectio divina nei programmi parrocchiali. Ciò suggerisce che dobbiamo lavorare più a casa, fuori dalla Messa, che dentro di essa. (La mia teoria personale è che si trovano entusiasti del nuovo lezionario per lo più nel clero perché, se i sacerdoti prendono sul serio il loro lavoro, finiscono per usare il lezionario come una sorta di lectio divina per preparare le loro omelie, quindi ne trarranno molti più benefici rispetto a coloro che si limitano a partecipare alla Messa.)

Quindi, sebbene si esalti frequentemente il nuovo lezionario per il fatto che contiene molte più Scritture rispetto al suo predecessore, l’esperienza con entrambi potrebbe portare a una conclusione del tutto opposta, vale a dire che il lezionario pluriennale è ingombrante e difficile da assorbire, mentre il vecchio ciclo di letture è ben proporzionato al ritmo del ciclo naturale del tempo e alla pienezza dell’anno di grazia ecclesiastico che si basa sulla natura. E possiamo dire, in generale, che un ciclo annuale di letture ben scelte è più adatto allo scopo iconico e orientato al culto della Scrittura all’interno della Messa. 


Il primato del ciclo santorale 

Dopo aver considerato l’estensione delle letture sia all’interno di una data Messa che nel ciclo di molte Messe, passo ora a un terzo principio guida del nuovo lezionario, cioè la preferenza per la lettura continua o lectio semi-continua, vale a dire la lettura sequenziale di un certo libro o lettera o vangelo per un periodo di tempo, e — nella maggior parte dei casi — la preferenza di questa continuità sul ciclo santorale. Questo è un principio distinto e importante. 

Tutto ciò che ho detto poc’anzi sull’impossibilità di collegare tra di loro le letture quotidiane potrebbe essere ripetuto qui, ma voglio attirare l’attenzione sul rapporto speciale che i santi hanno con la Scrittura e con la Messa. Poiché lo scopo della fede cristiana non è una conoscenza materiale della Scrittura ma la santificazione e conversione personale — in fondo è questo il contenuto formale e lo scopo della stessa Scrittura! —, i santi sono giustamente proposti nella liturgia come esempi per le nostre vite per la nostra fede, per insegnarci ad amare, e la Scrittura è giustamente messa al servizio di questo scopo dalla correlazione di letture specifiche con santi o categorie specifiche di santi. A causa sia del loro numero più limitato che del loro memorabile (e obbligato) vincolo con santi particolari, le lezioni e i Vangeli sacrali facilitano la familiarità con la Parola di Dio laddove essa ci illustra o ci insegna il trionfo dei santi di Dio.

I santi sono, si potrebbe dire, Scrittura in carne ed ossa, ed è per questo che la parola scritta è opportunamente chiamata a servire loro e a riflettere il loro primato esistenziale. Vale la pena ricordare che gli studi sulla storia della liturgia hanno stabilito con certezza che, a parte la Pasqua, le primissime commemorazioni liturgiche non furono quelle delle grandi feste di Nostro Signore e di sua Madre, ma piuttosto quelle dei martiri, come Santo Stefano e San Lorenzo. Probabilmente non sapevate che Santo Stefano è stato celebrato il 26 dicembre prima che il Natale cominciasse ad essere celebrato il 25! Le festività speciali che ornavano le primitive liturgie eucaristiche con letture proprie, preghiere e antifone erano quasi sempre quelle dei santi; il ciclo santorale ha goduto de facto per molti secoli di un posto d’onore. Sulla base del rispetto della tradizione, quindi, questo ciclo merita almeno di ricevere un posto d’onore nel quadro dell’enfasi successiva sulle domeniche e sui giorni festivi in onore dei misteri di Cristo. Ma il calendario e le rubriche del Novus Ordo, purtroppo, non sono riusciti ad attribuirglielo.

La Scrittura, di per sé, è lettera morta. Sono i santi la prova ultima e la manifestazione più gloriosa della verità della fede cristiana. I santi dimostrano che la Scrittura non è un libro senza vita, ma un paradigma vivente. Dobbiamo comprendere il ruolo della Scrittura all’interno della Messa in riferimento alla sua incarnazione nella vita dei santi e al suo continuo volgere lo sguardo alla realtà suprema di Gesù Cristo, Sapienza eterna e incarnata.

Ecco un esempio. Il 4 maggio, la festività tradizionale di Santa Monica (perché è il giorno della sua nascita alla vita eterna), l’Epistola della Messa è San Paolo che parla dell’onore dovuto alle pie vedove — una lettura che Monica condivide con altre sante vedove —, ma il Vangelo appositamente scelto racconta l’episodio in cui Gesù risuscitò dai morti il figlio della vedova piangente e lo restituì a sua madre. Non potrebbe esserci un Vangelo più adatto per la madre di Sant’Agostino! Cosa potrebbe imprimere nella nostra mente, meglio di questa giustapposizione, sia il Vangelo che la vita di Monica? Ogni anno, durante il suo soggiorno sulla terra — non importa quanti millenni passeranno — la Santa Madre Chiesa commemora così la madre che non ha mai perso la fede in Dio e alla fine ha riacquistato suo figlio, morto nel peccato e nell’errore, risorto nella vita della grazia. Con l’insistenza del nuovo lezionario sulla preferenza della lectio continua, è molto probabile che non ci siano letture speciali nella festa di Monica, e che ascolteremo invece qualsiasi altra lettura ci sia nel lezionario quel giorno. In tensione con lo scopo interiore della Scrittura, le letture sono estrinseche e accidentali per il santo commemorato.

La Messa tradizionale affronta ogni giorno come un tutto coerente in se stesso. Quando si celebra la festa di un santo, tutte le parti variabili della Messa — il Proprio (che comprende l’Introito, il Graduale, il Trattato, l’Alleluia, l’Offertorio, la Comunione), le Letture (Epistola e Vangelo), le Orazioni (Raccolta, Segrete, Dopo la Comunione), e a volte il Prefazio e la Sequenza — si fondono attorno al santo del giorno. Ciò ha l’effetto di confezionare un’intera liturgia come un abito senza cuciture: le preghiere onorano e invocano il santo; le letture e le antifone esaltano le virtù del santo, che si propone come nostro esempio e maestro; il sacrificio eucaristico lega la Chiesa Trionfante, rappresentata dalle liste dei santi nel Canone Romano, a tutti noi pellegrini della Chiesa militante. Tutta la liturgia acquista un’unità di santificazione, mostrandoci sia il Cammino primordiale della santità — Gesù nella Santa Eucaristia — sia i modelli di santità raggiunti. Gli elementi della Messa si collegano tra loro come anelli di una catena, fornendo al fedele una formazione spirituale mirata e un potente incentivo alla preghiera:

Forse è un mio limite, ma lo stesso numero di anni di immersione nel nuovo lezionario e nella nuova Messa, anche in un momento della mia vita in cui prendevo molto sul serio la mia fede, non ha mai prodotto in me la stessa profondità di ricordo, associazione, risonanza e penetrazione nei testi della liturgia che mi ha fornito invece la mia immersione nella Messa antica.

Se facciamo un passo indietro e guardiamo alle antifone, preghiere e letture che cambiano sullo sfondo della presenza stabile delle citazioni e allusioni della Scrittura che permeano l’Ordine della Messa, possiamo vedere quanto sia impressionante il risultato:

Questa permeazione biblica o profusione scritturale è supportata dall’immutabilità dell'Ordine della Messa: dato che esso non è soggetto a una pletora di opzioni, è molto più facile collegare le parti variabili all’invariabile. Ad esempio, l’uso caratteristico dei testi dell’Antico Testamento nelle antifone si armonizza fortemente con la menzione esplicita di Abele, Abramo e Melchisedec da parte del canone romano e con il suo linguaggio ieratico e sacrificale, che ricorda tanto la Legge mosaica. La solidità e la stabilità del Canone è come un massiccio fondamento di roccia su cui le pietre accuratamente scolpite dei Propri sono edificate in un ampio edificio per la preghiera. Come mostra il diagramma, la Scrittura permea l’usus antiquior a tutti i livelli. Anche se molte delle preghiere sono recitate in silenzio, i cattolici che assistono al vecchio rito spesso seguono i loro messali e fanno proprie queste ricche preghiere. Questa è stata certamente la mia esperienza: ho imparato ad amare non solo i Propri che cambiano, ma anche i versetti fissi del Salmo 42, del Salmo 25, del Salmo 115 e il Prologo del Vangelo di Giovanni.

Nella nuova liturgia, invece, la preghiera, le letture e l’Eucaristia sono mal collocate l’una rispetto all'altra: non si incastrano più in un unico flusso di azioni, ma si succedono in sequenza come blocchi indipendenti. C’è una ragione per questo: ogni parte della Nuova Messa è stata progettata da un sottocomitato separato e i sottocomitati raramente comunicavano tra loro. Alla fine, tutti i pezzi separati sono stati incollati insieme per decreto papale, quindi quello che si è ottenuto è in realtà una raccolta di progetti indipendenti. Il risultato finale è una liturgia in cui i Propri, le Orazioni, le lezioni bibliche e l’Ordine della Messa semplicemente non sono coerenti tra loro, e talvolta non esistono nemmeno perché il loro uso è facoltativo.

Il problema generale qui è l’integrità complessiva del servizio liturgico. Per valutare la Scrittura all’interno della Messa, dobbiamo andare oltre le “letture” formali e osservare come la Parola di Dio si collochi nel resto della liturgia. Quanto è “satura di Scrittura” la liturgia nel suo insieme? Le antifone, le preghiere e le letture appropriate sono coerenti tra loro e con l’Ordine della Messa? Di conseguenza, mentre c’è ovviamente una maggiore quantità di testi scritturali nel nuovo rito, si può tuttavia sollevare una domanda sulla loro intensità. Il nuovo Messale Romano è profondamente imbevuto del linguaggio, delle immagini e dello spirito della Scrittura come il vecchio Missale Romanum?


Omissione o annacquamento di passaggi “difficili”

Fino ad ora ho messo in discussione i principi guida della riforma del lezionario che riguardano la quantità di testi scritturali nella Messa. Ora voglio soffermarmi brevemente su uno degli aspetti non quantitativi della riforma, ovvero la decisione di omettere o emarginare i passaggi “difficili”.

Si potrebbe presumere che, dopo essersi concessi tre anni di domeniche e due anni di giorni feriali, i riformatori non possano certo essere privi dello spazio sufficiente per inserire nel nuovo lezionario tutte le letture che si trovano nella liturgia tradizionale romana, e che nel loro cammino attraverso vari libri della Bibbia non debbano omettere nessun passaggio chiave. Invece, essi hanno preso una decisione programmatica per evitare quelli che consideravano testi biblici “difficili”. Che tipo di testi avevano in mente? Offrirò un paio di esempi.

Nel nuovo, vasto Lezionario, non compaiono mai, nemmeno una volta, i seguenti tre versetti di 1 Corinzi 11: “Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11, 27-29). Il monito di san Paolo di non ricevere indegnamente il Corpo e il Sangue del Signore, cioè per la propria dannazione, non si legge in nessuna Messa nella forma ordinaria da quasi mezzo secolo. Eppure, nella tradizionale Messa in latino, questi versetti si ascoltano almeno tre volte l’anno: una il Giovedì Santo (in cui l’Epistola è 1 Cor 11, 20-32), e due volte il Corpus Domini (dove sia l’Epistola che l’antifona alla Comunione li presenta). Se, inoltre, i fedeli partecipano a una Messa votiva del Santissimo Sacramento, scelta popolare tra le Messe votive, li incontreranno anche lì. I cattolici che frequentano l’usus antiquior non mancheranno mai di avere queste severe parole poste di fronte alla loro coscienza. Siamo sinceri: il concetto di comunione indegna è semplicemente scomparso dalla coscienza cattolica generale, e il nuovo lezionario ne è ovviamente parzialmente colpevole.

È noto che i salmi maledicenti o imprecatori sono stati rimossi dalla Liturgia delle Ore, ma è meno noto che la soppressione selettiva dei salmi abbia influito anche sulla Messa. C’è un numero sorprendente di versetti di versetti di salmi prominenti nel vecchio Messale che sono assenti nel nuovo lezionario o che vi si trovano molto più raramente. Ad esempio, i versi commoventi del Salmo 42 con cui inizia ogni celebrazione dell’usus antiquior — “Salirò all'altare di Dio, il Dio che rallegra la mia giovinezza”, e così via —, nel nuovo lezionario sono stati esiliati in un solitario venerdì della venticinquesima settimana del Tempo Ordinario dell’anno 1, e in un paio di versetti nella Veglia pasquale. Tutto qui. Il Salmo 34, così amato dai nostri antenati per il suo linguaggio passionale e le sue immagini ascetiche, è stato ridotto da otto apparizioni nella Messa tradizionale a un’unica apparizione nel Novus Ordo, e solo se si dice o si canta l'Introito, che è facoltativo:

Ciò che sta accadendo in tali esempi (e sono numerosi) è abbastanza semplice. Imbarazzati da una dottrina o da un atteggiamento spirituale rivelati da Dio, alcuni membri della Chiesa fanno il possibile per assicurarsi che essi non siano mai o solo molto raramente menzionati. Gli uomini del Coetus XI sapevano quali fossero le letture tradizionali e sembra che alcune di esse le abbiano soppresse deliberatamente. La novità dei cicli pluriennali e l’introduzione monumentale di “più Scrittura” hanno distratto la nostra attenzione dalla questione più sottile di ciò che si è perso nella transizione. Un simile processo di attenuazione dottrinale può essere visto nella redazione del Consilium delle Collette, le cui versioni postconciliari spesso omettono o minimizzano la menzione di “cose sgradevoli”. Per questo motivo non dovremmo esitare a dire apertamente che l’arcivescovo Arthur Roche mente (per dirla in modo educato) quando afferma ripetutamente che il nuovo messale “contiene più ricchezze”. No, in realtà rimuove molte delle ricchezze del vecchio messale e riempie lo spazio vuoto con contenuti moderni annacquati e smorzati, “che nessuno” (per usare le parole di Bugnini) “trovi motivo di disagio spirituale nella preghiera della Chiesa”. Santo cielo, no, non vorremmo mai che i cristiani incontrassero qualcosa di scomodo mentre siedono durante un lungo servizio di letture amplificate nei banchi imbottiti delle chiese di periferia con l’aria condizionata!


L’ars celebrandi

Tutto ciò che ho detto fino a questo punto ha a che fare con il lezionario: cosa ha portato alla sua creazione, quali principi ne hanno guidato la formazione, e come sono state selezionate o escluse determinate letture. Ma il modo in cui viene trattata la Scrittura, come è venerata dai ministri, come è integrata nell’intera liturgia, è probabilmente non meno importante della selezione e della quantità delle letture. Una metafora sarebbe il contrasto tra il libro stampato moderno e il manoscritto miniato medievale. Una Bibbia che è stata scritta a mano in bella scrittura, nobilitata con un’iniziale elaborata e circondata da ornamenti sontuosi, rappresenta un certo modo di vedere e trattare la Parola di Dio certamente non inferiore a un tascabile moderno ed economico che stipa le parole su fogli sottili con un layout monotono e uniforme e senza immagini speciali. In questa parte finale del mio intervento, vorrei rivolgere la nostra attenzione all’ambito di ciò che viene chiamato ars celebrandi.

Un modo di valutare se si coglie la nobiltà eucaristica e la finalità delle letture è se le lezioni sono proclamate con la dovuta solennità. Esse dovrebbero essere avvolte da un ricco cerimoniale, con il canto del testo sacro, le candele e l’incenso. In una Messa solenne in latino, il canto delle letture da parte del sacerdote le eleva in modo adeguato alla profondità e alla bellezza delle stesse parole di Dio e le adegua anche all’atto pubblico della trasmissione della rivelazione divina. Il canto è incenso musicale. In una messa solenne, il canto gerarchico, prima del suddiacono, poi del diacono, esprime meravigliosamente il rapporto degli elementi: il ministro maggiore di livello più basso canta l’Epistola, il ministro maggiore di livello medio canta il Vangelo e il ministro maggiore di livello più alto, colui che rappresenta direttamente Cristo Sommo Sacerdote, sussurra parole di consacrazione che superano infinitamente qualsiasi canto sulla terra. In tal modo, il rito romano classico mette in risalto con forza il fatto che quando abbiamo a che fare con la Scrittura, non abbiamo a che fare con mera verbosità umana, ma con preziosi segreti che procedono dalla bocca di Dio. La Messa in latino tratta con estrema venerazione la Parola di Dio e, al tempo stesso, subordina decisamente quella Parola scritta al Mysterium Fidei, il Verbo fatto carne.

In una Messa solenne, il canto dell’Epistola e del Vangelo e la bellezza elaborata e lenta dei canti interlezionali — il Graduale e l’Alleluia durante tutto l’anno, il Graduale e il Trattato nella Settuagesima e nella Quaresima, o la coppia di Alleluia nel tempo di Pasqua — ci spingono a ricevere la Parola come Parola di Dio e a meditarla. Sebbene teoricamente disponibili nel Novus Ordo, le letture cantate e i canti tra le letture si incontrano molto raramente. Invece, la declamazione delle letture domenicali — fino a quattro di fila se contiamo il salmo responsoriale, letto dallo stesso esatto luogo e troppo spesso con pronuncia monotona — tratta queste parole come parole meramente umane, non divine, e scoraggia la meditazione. (La Messa bassa nell’usus antiquior è una questione a parte, ma direi che l’atmosfera generale di silenzio e riverenza caratteristica della Messa bassa conferisce alle letture e alle antifone un’intensità meditativa simile, e il fatto che esse siano lette all’altare dal sacerdote svolge una funzione simile al loro canto solenne in una Messa solenne.)

Abbiamo visto prima che il Concilio aveva affermato, con parole che scaldavano il cuore del Padre Bouyer, del Padre Morin, e altri della loro generazione: “Per ottenere la restaurazione, il progresso e l’adattamento della sacra liturgia, è essenziale promuovere quel caldo e vivo amore per la Scrittura di cui testimonia la venerabile tradizione dei riti sia orientali che occidentali” (SC 24). Come si fa, nel modo proprio della liturgia, a promuovere al meglio un amore caldo e vivo per la Scrittura? La risposta non è difficile da capire. Trattiamo la Scrittura in un modo cerimoniale speciale: la racchiudiamo in uno scrigno d’argento o d’oro (questa abitudine è più comune in Oriente); cantiamo le letture; incensiamo il Vangelo, fiancheggiamolo di candele e riportiamolo al sacerdote all’altare per farglielo baciare. Con la sua introduzione simultanea di una moltitudine di letture e di lettori laici, il Novus Ordo ha ironicamente reso estremamente rara una liturgia cantata e solenne della Parola e, come ben sappiamo, la lettura orale tende ad essere piuttosto monotona ed è facile da ignorare, quando non è addirittura decisamente fastidiosa a causa di tentativi sia pur ben intenzionati di declamare le letture con estro drammatico.

Infine, possiamo chiederci: c’è proprio bisogno dell’omelia nella Messa dei giorni feriali? Non si può talvolta permettere alla Parola di Dio, o meglio ancora, alla liturgia nel suo insieme, di “parlare da sé”? Dobbiamo trovare il modo di rendere le nostre liturgie meno incentrate sulle opinioni e sulle personalità umane e più incentrate su Gesù Cristo, sulla Sua Parola e sul Suo sacrificio.


Conclusioni

I criteri che abbiamo esaminato: la funzione della Scrittura nel sacrificio eucaristico, la coesione interna della Messa come ‘ecosistema’, la psicologia della memoria, l’unità naturale dell’anno, il luogo che spetta al ciclo santorale, il ruolo della spiritualità dei passaggi difficili, il trattamento estetico e cerimoniale appropriato della Parola di Dio e, non ultimo, l’autorità insita nella pratica tradizionale, ci permettono di trarre alcune conclusioni generali.

In primo luogo, come molti altri elementi nella riforma liturgica condotta sotto papa Paolo VI, il nuovo lezionario mostra segni di fretta sconveniente, ambizione prepotente e disprezzo dei principi approvati dai padri conciliari. L’appello del Concilio a includere “più Scrittura” era aperto a realizzazioni diverse e persino contrastanti. Il lezionario riveduto, pur rappresentando una possibile attuazione dei numeri 35 e 51 di Sacrosanctum Concilium, finisce per contraddire apertamente i numeri 23 e 50 della stessa Costituzione, che enunciano il principio normativo della continuità con la tradizione, nonché la richiesta che elementi già presenti nella nostra tradizione siano recuperati. Vale la pena notare che la maggior parte delle letture del Missale Romanum preconciliare rappresentano una venerabile eredità dei primi secoli del culto cattolico, un corpo stabile di insegnamenti su cui si erano nutrite generazioni di pastori, predicatori, teologi e laici, una tradizione meritevole di immenso rispetto per la sua venerabile antichità. È, per dirla chiaramente, scandaloso che questa tradizione ininterrotta, che aveva resistito a tutti i danni del tempo, sia caduta vittima dei bisturi di specialisti liturgici. Il risultato è stata un’evidente rottura e discontinuità nel cuore stesso del rito romano.

In secondo luogo, a prescindere dal fatto che possa essere considerato o meno fedele ai desiderata del Concilio, il lezionario del Novus Ordo è gravemente viziato per via della sua concezione generale, della sua mole ingombrante, delle sue omissioni politicamente corrette e del suo annacquare i beni spirituali chiave sottolineati nelle vecchie letture. Nessuna mente umana può mettersi in relazione con una quantità così ingente di testi biblici distribuiti su più anni: è sproporzionata rispetto al ciclo naturale dell’anno e delle sue stagioni; è sproporzionata rispetto al ciclo soprannaturale dell'anno liturgico. Il lezionario riveduto non si presta facilmente alla finalità sacrificale della Messa ma, dato che sembra svolgere una funzione didattica, si pone un fine diverso, quasi indipendente dall’offerta del Sacrificio. L’uso delle formule “Liturgia della Parola” e “Liturgia Eucaristica” mette in risalto il problema: è come se ci fossero due liturgie incollate insieme. Raramente le unisce l’ovvio legame dovuto al fatto di essere connesse a una stessa festa, poiché il nuovo lezionario preferisce ignorare i santi nella sua lunga marcia attraverso i libri della Scrittura. Né è stata una consuetudine frequente unire le due liturgie mediante pratiche cerimoniali che mostrino il canto della Scrittura come una tappa del cammino verso Gerusalemme e il colle del Calvario (cfr. Lc 9, 51).

In terzo luogo, alla luce di questa critica, siamo in una posizione migliore per riconoscere che la Messa tradizionale in latino possiede quello che è, per molti versi, un lezionario superiore. I cattolici che amano questa forma del rito romano non dovrebbero avere paura di mantenere e sostenere il vantaggio che essa possiede. Abbiamo un magnifico tesoro da preservare e da condividere generosamente con i cattolici come noi, nonostante lo scandalo dei correligionari che ci perseguitano.

In quarto luogo, le letture attuali della messa in latino sono meno varie e numerose di quanto non siano state in diversi momenti della storia del rito romano, e non vi è alcuna ragione intrinseca per cui il ciclo annuale non possa essere arricchito con giudizio con letture quotidiane per determinate stagioni e dalla selezione di opportune nuove letture per alcune festività o comuni di santi, il tutto rispettando scrupolosamente e mantenendo le letture già in atto. In tal modo si manterrebbe il primato dell’anno liturgico e la coerenza del ciclo sacrale, e non si dovrebbe compromettere né la sana tradizione né i preziosi beni spirituali. Ma il momento presente non sembra essere il momento migliore per intraprendere questo compito. Coloro che amano la liturgia romana classica apprezzano la stabilità e la serenità dell’antico messale e desiderano ragionevolmente evitare ulteriori sconvolgimenti, mentre i responsabili delle questioni liturgiche della Chiesa sembrano ostinatamente impegnati nella difesa ad ogni costo della novità degli anni Sessanta e Settanta. Insomma: non è certo una situazione favorevole alla conservazione della tradizione o al suo legittimo e prudente sviluppo. Sono solidale con coloro che affermano che abbiamo bisogno di uno spazio di respiro, di un momento di ristoro, in cui riscoprire e gioire nella liturgia tradizionale della Chiesa, con la nozione di cambiamento lontana dalle nostre menti.

In quinto luogo, i pastori responsabili delle comunità usus antiquior dovrebbero promuovere la lectio divina e gli studi biblici e non aver paura di basare la loro predicazione sulla Sacra Scrittura, senza trascurare i testi del messale, il catechismo e altre fonti omiletiche classiche. La stretta integrazione dei Propri della Messa rende spesso facile soddisfare la richiesta del Concilio secondo cui “il sermone … dovrebbe trarre il suo contenuto principalmente da fonti scritturali e liturgiche” (SC 35.2, corsivo dell’autore). Com’è raro ascoltare omelie o prediche che commentano a lungo i testi della Messa, siano essi Propri del giorno o dell’Ordinario! Non è strano che, a parte battesimi, prime comunioni e altri eventi speciali, i sacerdoti traggano così di rado i loro temi proprio dall’immenso tesoro della liturgia?

Infine, le parrocchie cattoliche, così come la vita di ogni cattolico, dovrebbero manifestare varietà di forme di preghiera e una formazione di ampio respiro. Il vasto aumento della quantità di testi della Scrittura all’interno della Messa riflette una mentalità che concepisce quest’ultima come l’unico momento in cui i cattolici si trovano in chiesa o in qualsiasi altro luogo in cui ci sia una Bibbia, e quindi si deve concentrare tutto quel che si può in quel momento. Questa mentalità ovviamente trascura il ruolo dell’Ufficio divino o la Liturgia delle Ore, che è ed è sempre stata una liturgia dedicata alla Parola di Dio e merita un posto importante, ad esempio nei Vespri celebrati pubblicamente. Inoltre, nulla può sostituire la formazione extra-liturgica nelle classi di catechismo, nei gruppi di preghiera e negli studi biblici, attraverso opuscoli, libri e dvd distribuiti ai fedeli, e anche per mezzo di bollettini ben scritti. Come ci ha ricordato papa Benedetto XVI, la lectio divina dev’essere insegnata e incoraggiata. L’educazione biblica e la pietà dei fedeli sono un peso che la Messa, in quanto tale, non avrebbe mai dovuto e non si addice nemmeno a portare. Il suo scopo è qualcosa di ben più grande: la glorificazione di Dio nel supremo sacrificio di Cristo e la santificazione del popolo nella sua comunione con Lui, il Verbo fatto carne.


Traduzione di Chiesa e post concilio

Immagine tratta da Rorate Caeli


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