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giovedì 7 aprile 2022

Assolta l’ex ministro finlandese Rasanen, citare San Paolo sulla sodomia non incita all’odio

Vittoria della parlamentare finita alla sbarra per un tweet, un pamphlet e una dichiarazione televisiva contrari al matrimonio gay. Secondo la corte di Helsinki non ha violato la legge e non spetta al tribunale «interpretare la Bibbia».
Citare la Bibbia....non è reato!
QUI la Bussola.
Luigi


L’avvocato dell’ex ministro Paivi Rasanen, Lorcan Price, ne era convinto «entrambi gli imputati saranno assolti», aveva spiegato a Tempi, anche perché la libertà di espressione è iscritta, oltre che nella Costituzione finlandese, anche nella Convenzione europea dei diritti umani, e «non esiste alcun diritto a non essere offesi». E così è stato: assolti da tutte le accuse. Secondo la corte di Helsinki il caso di Rasanen, finita alla sbarra per un tweet, un pamphlet e una dichiarazione televisiva contrari al matrimonio omosessuale insieme al vescovo luterano che pubblicò quel libretto, Juhana Pohjola, non è un caso di «incitamento all’odio».
Dopo il verdetto e la vittoria riportata in uno degli avamposti del progressismo in Europa, l’ex ministro si è detta «grata per aver avuto questa possibilità di difendere la libertà di parola, spero che questa sentenza aiuterà a impedire ad altri di dover affrontare lo stesso calvario». Ditelo ad Alessandro Zan: fosse passato il suo ddl sarebbe bastato «pubblicare o dire in pubblico verità elementari attinenti alla biologia per essere incriminati e magari arrestati. Ad Harry Miller, nel Regno Unito, è accaduto», raccontava Price, consulente legale di Adf International che in tutto il mondo si occupa di difendere la libertà di espressione e religione da leggi e magistrati per cui, come nel caso finlandese, «chi critica la condotta omosessuale, genera intenzionalmente odio verso le persone omosessuali».

Il presunto «incitamento all’odio»

Il presunto caso di «incitamento all’odio» imputato ai due cristiani in Finlandia era scoppiato nel 2019 quando Paivi Rasanen, medico, parlamentare da quasi 20 anni, ministro dell’Interno tra il 2011 e il 2015, nonna, madre, ex presidente del Partito dei cristiano-democratici e membro attivo della Chiesa luterana finlandese, ha criticato con un tweet la sua Chiesa per aver sponsorizzato il gay pride, chiedendosi come la scelta potesse essere coerente con un passo della Lettera ai Romani di san Paolo («Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, così da disonorare fra di loro i propri corpi…»). Tanto era bastato all’armata antiomofobia per infilare nel calderone della discriminazione e incitamento all’odio anche un suo libercolo del 2004, Maschio e femmina li creò, pubblicato dal vescovo Pohjola, e la sua partecipazione, nel 2018, a una trasmissione televisiva dal titolo “Che cosa penserebbe Gesù degli omosessuali?”.

Il “ddl Zan” mette alla sbarra Rasanen

Le indagini erano state immediatamente archiviate dalla polizia dopo dieci infinite ore di interrogatorio a Rasanen a tema tweet, libretto e comparsata in tv, «qui nessun crimine è stato compiuto». Non la pensava così il nuovo procuratore generale, Raija Toiviainen: rinviata a giudizio per «agitazione etnica» (equivalente dell’incitamento all’odio nel Codice penale finlandese, che grazie a un “simil ddl Zan” ha incluso «l’orientamento sessuale» nell’articolo che proibisce «l’espressione di opinioni e altri messaggi che minaccino, diffamino e insultino certi gruppi»), la deputata aveva spiegato di non odiare nessuno ma di credere nel matrimonio tra uomo e donna come cristianesimo insegna. Si può impedire a un deputato, o a una qualunque persona, di esprimere una opinione coerente con la sua fede? O intimidirle, montando un caso sulla libertà di espressione che conduce dritta a interrogatori, processi, a rischiare la galera?

La corte assolve gli imputati

Secondo la sentenza unanime della corte di Helnsinki «non spetta al tribunale distrettuale interpretare concetti biblici». L’accusa, che ha provato a sostenere che l’uso di parole quale “peccato” recassero danno al prossimo, dovrà procedere ora a pagare oltre 60 mila euro di spese legali e dispone di sette giorni per impugnare la sentenza.
«In una società libera, a tutti dovrebbe essere consentito condividere le proprie convinzioni senza temere la censura. Questo è il fondamento di ogni società libera e democratica. Criminalizzare il discorso attraverso le cosiddette leggi sull'”incitamento all’odio” chiude importanti dibattiti pubblici e rappresenta una grave minaccia per le nostre democrazie», ha commentato Paul Coleman, direttivo Adf e autore di Censored: How European Hate Speech Laws are Threatening Freedom of Speech.

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La Redazione