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venerdì 25 febbraio 2022

Papa Faziesco. Furbare stanca

Un'altra analisi dell'intervista di Francesco a Fabio Fazio.
Luigi


Papa Faziesco. Furbare stanca: di fucili, libbre di carne e maratone Netflix. Il papa ha papato?
Di Mattia Spanò|Febbraio 12, 2022

Anton Cechov, uno dei padri del teatro moderno, enunciava un principio basilare: se quando si apre il sipario si vede un fucile appeso alla parete, prima della fine dello spettacolo quel fucile deve sparare. Appeso alla parete del palco di che Che tempo che fa, in senso letterale, ci è finito papa Francesco.
La domanda allora, con un gioco di parole, è: il papa ha papato? Sotto il profilo del ruolo e dell’istituzione, è stata una Caporetto. Le tragedie in diretta, come l’11 settembre, fanno audience epocali. Ciò non toglie che siano e restino tragedie. La sua ospitata non ha aggiunto nulla di nuovo. Casomai, ha tolto.

Oggi sentiamo tutti una forte attrattiva per ciò che è personale, sia interiore che esteriore. Spesso ricaviamo informazioni del tutto arbitrarie dai gusti di qualcuno. Ad esempio, se una persona ama gli animali allora è empatica, è una bella persona. Se al contrario non ha confidenza con gli animali, oppure non manifesta particolare trasporto, allora è una persona dura ed egoista. Stupidaggini, ma la maggior parte delle persone sembra convinta del contrario.

Questa ossessione per il dettaglio minimalista e l’attribuzione di importanza socioculturale al medesimo si deve esibire in pubblico, obbedendo ad un ordine pronunciato chissà in quale remota regione dell’anima. Alle persone piace descriversi. Sono così e cosà, penso questo e quello, mi piace questo e dispiace quell’altro, in una sorta di introspezione esteriore.

L’aspetto intimo affascina perché muove le persone l’una verso l’altra – anche a lui piace la pizza, anche lui vuole bene alla mamma, anche lui usa gli infradito! – e però, per contrappasso, quando ci si aggioga nei particolari si perde l’unicità che solo la dimensione generale può conferire. Le muove l’una verso l’altra lasciandole dove sono.

Per questo il giudizio altrui viene quasi sempre percepito come ingiusto e cattivo. Nessuno mi può giudicare nemmeno tu, cantava Caterina Caselli, perché la verità mi fa male, lo so. La conseguenza di questo esercizio auto-assolutorio, che in sostanza edifica in sé cos’è bene e cosa male, papa Francesco l’aveva già espressa in un’intervista a Eugenio Scalfari del 1 ottobre 2013.

“Santità, esiste una visione del Bene unica? E chi la stabilisce? «Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene»”.

Ciò che però è il Bene secondo me non lo è per un altro, quindi si tratta di un bene per lui irrilevante, e ciò che secondo lui è Bene, vale nulla per me. Siamo uguali nel non contare nulla l’uno per l’altro. Più si scende nei particolari, più si scopre di essere tutti uguali, per non dire triviali. Da sempre invece il mistero e l’impersonalità rafforzano l’autorità. Cedere alle umane debolezze, di cui la peggiore è la vanità, al contrario fiacca lo spirito e rende vano il riscatto.

Ciò che dice il papa è importante, mentre ciò che dico io non conta nulla perché non sono nessuno. Ma quello che dice Sua Santità ha conseguenze come ciò che dico io, e tali conseguenze sono necessariamente o buone, o cattive. Da questo pericolo oggettivo nemmeno un papa è al riparo. Solo può fare danni più catastrofici dei miei – non è una certezza, ma una ragionevole aspettativa.

Il gioco massmediatico, ormai completamente appiattito sull’audience, non è minimamente interessato ad informare né educare, quanto riflettere le persone nello specchio di ciò che già sanno, di ciò che già sono. Al limite, ci fa sapere che anche al papa piacciono gli involtini primavera, il che lo rende in tutto e per tutto simile a me e a un miliardo e mezzo di cinesi, ergo anch’io sono un papa cinese. Narcisismo puro, annichilimento a mille ottani.

Papa Francesco il 19 agosto 2013 confidava a padre Antonio Spadaro, direttore de la Civiltà Cattolica: “Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo”. Forse è stata la prima di una lunga e seminascosta serie di confidenze intime, che Sua Santità ha spolverato qua e là quanto basta.

La furbizia del papa si è vista nel lungo elenco di cose già dette, già sapute ma concentrate in un unico momento, il che ha prodotto un insolito discorso programmatico pronunciato sul viale del tramonto, quindi anergico. La novità è stata nello sciorinare i cavalli di battaglia uno dietro l’altro. Come in una serie Netflix che appassiona e si guarda tutta d’un fiato, arrivando alla fine stremati. L’ingenuità è trapelata nella stanchezza evidente. Parafrasando Pavese, e veniamo al de cuius: furbare stanca.

La furbizia non è una qualità delle migliori. Shylock, l’usuraio ebreo maltrattato da Shakespeare per la sua richiesta di una libbra di carne come garanzia di un prestito con astuzia ordisce il suo piano, e con fine retorica prova a farlo valere: Se ci pungete non versiamo sangue, forse? E se ci fate il solletico non ci mettiamo forse a ridere? […] Se siamo uguali a voi in tutto il resto, dovremo rassomigliarvi anche in questo”. Anche Shylock, per ottenere giustizia, fa leva su ciò che unisce e non su ciò che divide, su un umano sentire comune a tutti. Proprio ciò che lo manda in rovina.

Si può pensare che il papa, come Antonio ne Il Mercante di Venezia, abbia pagato da Fazio un debito contratto con un sistema mediatico e una cultura tradizionalmente avverse al cattolicesimo. Un sistema che l’ha sempre lodato e sostenuto in una guerra bislacca contro la Chiesa arcigna, ingigantendo soltanto i contenuti adatti a tutti, tanto quelli dentro quanto quelli fuori dalla Chiesa. Cioè contenuti e precetti destinati a nessuno.

Basta guerre, basta chiacchiericcio, cura della casa comune sono messaggi in bottiglia talmente laschi da lasciare indifferenti. Non se ne può contestare la nobiltà delle intenzioni, tuttavia nessuno si romperebbe un’unghia per perseguirli. Tutto come prima.

Diciamolo: di norma in televisione ci va e ci resta chi non ha molto da dire. Quelli che dicono cose, forniscono dati, argomentano, vengono derisi o allontanati. A meno che non abbiano qualità istrioniche di rilievo e allora ben vengano, ma nel ruolo disfunzionale di gente adatta ai combattimenti fra galli.

Oppure è il papa stesso che, nell’ansia di raggiungere tutti, ha distillato i messaggi restituendoli depurati delle parti controverse – divisive, si direbbe nella neo-lingua – perché convinto, parrebbe, che un terreno comune costituisca il trampolino verso il Figlio di Dio.

Così non è stato e non può essere: mai nella storia dell’umanità si è vissuti come fratelli sotto le stesso cielo, né si può ipotizzare una comunione dei santi che annoveri blasfemi e bestemmiatori accanto ai padre Pio e le santa Caterina. Non prendiamoci in giro, non prendiamo in giro: in un mondo in cui si chiede a ventenni che fanno i calciatori di dare il buon esempio e non si transige, il papa afferma che chi recita il Rosario e chi bestemmia sono uguali non tanto in questa vita, quanto nell’altra.

Come nella novella di Boccaccio, dove ser Cepparello in punto di morte inganna il frate confessore, e viene venerato come un santo. Con un’importante differenza: ser Cepparello truffa tutti, il Santo Padre annuncia coram populo queste cose come verità di fede. Abbiamo il diritto ad essere perdonati da Dio. Perché dovrei comportarmi bene o migliorarmi? Portando all’estremo il ragionamento: perché il papa è Jorge Mario Bergoglio e non io?

Il papa della Chiesa pellegrina, per usare un’espressione sua, va a portare la sua libbra di carne da Fazio, il quale con gli occhi socchiusi dal piacere lo sprona a diventare l’antologia di sé stesso.

Così si arriva a Papa Faziesco. La controfigura dell’imitazione di Crozza: qualcuno che non è falsificabile in quanto è già presente in originale nello studio (appeso al muro, come il fucile del grande drammaturgo russo). Crozza che, in una successiva imitazione satirica, coglie perfettamente questo punto quando, travestito da papa Francesco, si domanda “non sono mica io Fabio Fazio?”. Il gioco delle ombre cinesi di cui è fatta la televisione.

Non bisogna illudersi: il baedeker pontificale andato in onda l’altra sera da Fazio segna una svolta eclatante non soltanto nel papato attuale, bensì in qualunque papato a venire, a meno di una brusca inversione di rotta.

A furia di agire come tanti, pensare come tanti, parlare come tanti, il papa rischia di diventare uno dei tanti, e il papato un’istituzione fra le tante. Ancora popolare per andare in televisione al tempo stesso prono ad appetiti e regole del medium, inclusa quella di vivere il quarto d’ora di gloria, essere spremuto come un limone e gettato via, per tornare fra vent’anni in programmi come l’Isola dei Famosi o Meteore.

Bisogna riconoscerlo: l’intervista da Fazio è stato un evento epocale. Gli eventi epocali hanno una caratteristica: sono unici. Tutto ciò che viene dopo, sono copie di imitazioni sempre più slavate. Quando si passa il Rubicone della popolarità, si scava la fossa al proprio essere unico con una vocazione unica, sia sul piano storico che su quello spirituale. Speriamo non si ripeta, ma temo che lo farà.