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giovedì 13 gennaio 2022

Controstoria del Movimento liturgico #13 - "La questione del latino: beato Antonio Rosmini (1797-1855)" #liturgia #latino

Oggi vi presentiamo il 13° medaglione del M° Aurelio Porfiri sulla questione liturgica e sulla "controstoria" del Movimento Liturgico. 
Qui i precedenti 12. 
Roberto  


La questione del latino: beato Antonio Rosmini (1797-1855)

Credo che non si sbaglierebbe qualora si riflettesse sul fatto che una delle questioni liturgiche che più hanno animato il dibattito negli ultimi decenni (e non solo) è quella della lingua latina. In effetti con la dicitura scorretta “Messa in latino” si delimita il Vetus ordo dal Novus, anche se in teoria nulla vieterebbe che questo potesse anche essere celebrato con ampio uso del latino.

Comunque, la questione del latino è stata ed è al centro di tanti dibattiti ed un nome che spesso viene usato per far vedere che fermenti in senso riformatore esistevano già in autori influenti è Antonio Rosmini, oggi Beato. Ora, non c’è dubbio che il Rosmini ebbe un ruolo importantissimo nel panorama intellettuale del suo secolo e la sua influenza si sente anche oggi. Ma fu egli veramente un nemico del latino nella liturgia? Le cose non stanno proprio così.

Nel suo testo Delle cinque piaghe della santa Chiesa il Rosmini sembrò in un primo momento quasi condannare l’uso della lingua latina come causa della separazione fra il popolo e il clero. Ora, non ci inganniamo se diciamo che la conoscenza del latino sia allora che oggi è di molto diminuita nella pubblica popolazione. Ma non è nella sua diffusione che va cercato il beneficio nell’uso della lingua latina. Lo stesso Rosmini precisa in un edizione successiva (1849) cosa intendeva riguardo il latino: “Quantunque noi abbiamo esposto lo svantaggio proveniente dall’esser cessata nel popolo l’intelligenza della lingua latina, tuttavia è alieno dal nostro animo il pensiero che convenga tradurre la sacra liturgia nelle lingue volgari. Non solo la Chiesa Latina, ma la Greca e le Orientali mantennero costantemente le Liturgie nelle lingue antiche in cui furono scritte, e una divina sapienza assiste la Chiesa Cattolica come nelle sue decisioni dogmatiche e morali, così nelle sue disposizioni disciplinari. Alla qual sapienza, aderendo noi pienamente, riconosciamo che lo svantaggio d’una lingua non intesa dal popolo nelle sacre funzioni è compensato da alcuni vantaggi, e che volendo ridurre i Sacri Riti nelle lingue volgari, si andrebbe incontro a maggiori incomodi, e si apporrebbe un rimedio peggiore del male”. Ora, certamente il Rosmini fu fortemente consigliato di rivedere un poco la sua posizione, eppure questa sua precusazione sembra certamente sincera.

Poi egli precisa meglio questi vantaggi: “I vantaggi che si hanno conservando le lingue antiche sono principalmente: il rappresentare che fanno le antiche Liturgie l'immutabilità della fede; l’unire molti popoli cristiani in un solo rito, con un medesimo sacro linguaggio, facendo sentir loro così sempre meglio l’unità e la grandezza della Chiesa e la loro comune fraternità; l’avere qualche cosa di venerabile e di misterioso una lingua antica e sacra quasi linguaggio sovrumano e celeste - motivo per cui presso gli stessi gentili le lingue antiche divennero sacre e divine e costantemente mantenute nelle loro cerimonie religiose e solenni preghiere; l’infondersi un tal sentimento di fiducia in chi sa di pregare Iddio colle stesse parole, colle quali lo pregarono per tanti secoli innumerevoli uomini santi e padri nostri in Cristo; l’essere le antiche lingue ormai adeguate, per opera dei Santi, ad esprimere convenientemente tutti i divini misteri. Poi oltre alla perdita dei vantaggi sopraccennati, gli incomodi che s’incontrerebbero nel tradurre la Liturgia e le preghiere della Chiesa nelle lingue moderne, principalmente sono: le innumerevoli lingue moderne, quindi oltre al dover affrontare un’opera immensa, s’introdurrebbe grandissima divisione nel popolo, diminuendo quell’unità e concordia che noi tanto desideriamo, e intendiamo inculcare con questo libretto. Le lingue moderne sono variabili ed instabili, perciò si pretenderebbe in seguito un cambiamento costante nelle cose sacre, il cui carattere è la stabilità. Non potendosi operare continuamente e ponderare a sufficienza tanti cambiamenti, essi metterebbero in pericolo la stessa fede. Il popolo, gelosissimo dell'uniformità e stabilità del culto sacro a cui fu avvezzo fin da fanciullo, s’adombrerebbe del cambiamento, e gli parrebbe col cambiar della lingua che gli fosse cambiata la religione. Le lingue moderne non si troverebbero sempre convenientemente adeguate per esprimere tutto ciò che di religioso esprimono le lingue antiche modificate a ciò dallo spirito del Cristianesimo per opera dei Santi”. Ora, come detto, questa è una parte aggiunta alla versione originale dallo stesso Rosmini, ma ci sembra che offra però motivazioni abbastanza ragionevoli e che certamente dovrebbero essere prese in considerazione quando si parla del latino nella liturgia.

Don Enrico Finotti (testo ripreso da www.zenit.org) che ha sempre cercato un approccio alla riforma liturgica che non eliminasse la dignità dal culto divino, così commenta le parole di Rosmini: “Infine Rosmini analizza le cause di questa estraneità liturgica e le individua in due situazioni: l'incomprensibilità della lingua latina e la mancanza di adeguata catechesi. Con le invasioni barbariche la nobile lingua dell’Impero Romano non è più la lingua dei popoli. Da allora la Liturgia inizia un cammino di estraneità e la partecipazione del popolo – sempre sostanzialmente presente e mai totalmente compromessa – è tuttavia incrinata in ordine alla fruttuosità piena della Liturgia. Anche il clero, chiamato ad introdurre i fedeli nei Misteri si trova in uno stato di impreparazione che lo rende inabile ad offrire un’adeguata formazione ai popoli. Si tratta allora di prospettare una risoluzione. Rosmini esclude in modo assoluto il ricorso nella liturgia alle lingue parlate e afferma che in tal caso il rimedio sarebbe peggiore del male. Egli celebra una ispirata difesa della lingua latina, in fedeltà alle disposizioni disciplinari della Chiesa del tempo. Tuttavia non rinuncia a proporre delle soluzioni: la maggior conoscenza del latino nella società; la traduzione dei riti e l’uso di appositi sussidi per i fedeli; una miglior catechesi liturgica, ispirata alla antica scuola dei Padri della Chiesa”. Certo molta acqua è passata sotto i ponti dai tempo di Rosmini, ma mi sembra un osservazione è possibile compierla.

Se si pensava che eliminando il latino ed introducendo le lingue volgari si sarebbe risolto la percepita questione della partecipazione del popolo alla liturgia, si è mancato il bersaglio. Se osserviamo più di 50 anni di liturgia in lingua volgare, notiamo un chiaro abbruttimento delle forme rituali ed un sostanziale esodo dalle chiese. Se Rosmini fosse vivo oggi come interpretebbe la situazione attuale? Credo saremmo tutti curiosi di saperlo.

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3 commenti:

  1. Un eretico beato.. siete proprio i modernisti in pizzo e merletti. Vi meritate la fine che state facendo. Ipocriti.

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  2. Il coraggio delle opinioni spesso si accompagna col metterci la faccia, caro anonimo, più facile etichettare che argomentare!

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