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lunedì 15 novembre 2021

Card. Caffarra: "La verità del matrimonio e della famiglia nel Magistero di Giovanni Paolo II

Una ripubblicazione di un saggio del 1986 degli Amici del Cardinale Caffarra.
Luigi

Rivista Communio, luglio 1986

Che il tema del matrimonio e della famiglia sia un tema centrale nel Magistero di Giovanni Paolo II è un dato di fatto indiscutibile. Penso che nessun Papa, prima di lui, abbia parlato così lungamente e così frequentemente di esso. Donde deriva questo profondo interesse? Quali ragioni spingono l’attuale Pontefice ad impegnarsi in questa direzione?

1. Per rispondere a questa domanda, non sarà inutile ricordare semplicemente che il Magistero del Papa — di ogni Papa — nasce dalla missione stessa di Cristo di “rendere testimonianza alla Verità”, si radica nella consapevolezza profonda della fede che solo nella subordinazione della libertà umana alla Verità di Cristo, l’uomo trova la sua salvezza eterna. Esiste un rapporto decisivo fra salvezza dell’uomo e Verità (“chi crederà…/chi non crederà…”) e da questo rapporto nasce, nella Chiesa, il Magistero del Papa.

Da questo semplice richiamo alla natura intima del medesimo Magistero nasce, allora, una domanda: quale rapporto esiste fra la salvezza dell’uomo e la testimonianza che il Magistero di Giovanni Paolo II rende alla verità del matrimonio e della famiglia? Quando noi avremo individuato questo rapporto, vedremo la ragione per cui questa tematica ha un così largo spazio nel suo Magistero.

Da un punto di vista cristiano è vero che il matrimonio non costituisce più la via obbligata per la salvezza: la Verginità consacrata è la “nuova” via indicata dil Cristo. Tuttavia, per chi — uomo e donna — è chiamato al matrimonio, questo diviene — deve diventare — la “forma” che esprime la verità del proprio essere persona, quel “bene” dal cui riconoscimento dipende il modo giusto di essere persona, davanti a Dio stesso. Dobbiamo soffermarci a meditare profondamente questo punto, se vogliamo capire il Magistero di Giovanni Paolo II.

La comunità coniugale non è stata inventata dall’uomo: essa è stata pensata e voluta da Dio creatore stesso. Pensiero e volontà creatrici di Dio che si sono impresse nell’uomo e nella donna, strutturandone dal di dentro l’essere loro personale. In altre parole: il matrimonio è una dimensione essenziale, una “naturale inclinazione dell’uomo e della donna. Pertanto, quando si oscura la percezione della verità del matrimonio, questo oscuramento è l’effetto dell’oscurarsi nell’uomo e nella donna della conoscenza della loro semplice verità. La testimonianza che Giovanni Paolo II va rendendo in questi anni alla verità del matrimonio è, alla fine e sempre, testimonianza che rende alla verità dell’uomo; per la salvezza di questi.

Rapporto, dunque, inscindibile fra ciò che pensiamo dell’uomo e ciò che pensiamo del matrimonio; rapporto inscindibile fra ciò che Dio ha pensato dell’uomo e ciò che ha pensato del matrimonio. La sintonia dei pensieri dell’uomo coi pensieri di Dio, è questa la salvezza del matrimonio. Ed il compito della Chiesa è di promuovere e difendere questa sintonia. A questo punto, certamente, ci si deve chiedere: quali sono i pensieri di Dio sul matrimonio? Essi sono scritti in due libri: uno è la stessa persona umana; l’altro è la Sacra Scrittura. Ogni uomo ed ogni donna porta scritti nel proprio cuore questi divini pensieri e perché ogni uomo ed ogni donna fossero aiutati a leggere questa “scrittura del cuore”, Dio ha scritto anche un libro sulla carta, la Sacra Scrittura. Perché ogni uomo ed ogni donna diventino capaci di una corretta lettura di ciò che è scritto nel loro cuore mediante la Sacra Scrittura, la Provvidenza divina ha istituito il Magistero.

Poniamoci, dunque, a leggere, nel nostro cuore se, non ancora del tutto accecati dalla cultura dell’esteriorità, siamo ancora capaci di interiorità. E la prima scoperta che faremo — scoperta che non cessa mai di stupirci — è di essere profondamente diversi da tutto il mondo delle cose che ci circondano (cfr. Genesi 2): diversi e superiori. E la nostra diversità-superiorità consiste precisamente nel fatto che tutto il mondo che ci circonda è fatto di cose, mentre noi siamo persone. Siamo qualcuno, non qualcosa. Ma che cosa significa “essere qualcuno non qualcosa”? Essere un io, un centro da cui scaturiscono scelte e decisioni libere: anche la decisione libera di fare della nostra vita, di noi stessi, ciò che vogliamo. Ma questa suprema grandezza e dignità della persona racchiude in sé un grave rischio: il rischio che la persona si chiuda in se stessa, istituendo con le altre persone rapporti non di comunione vera. Comporta il rischio della solitudine (cfr Genesi 2). Continuando a leggere dentro il nostro cuore, vediamo allora che ciascuno di noi porta in sé il desiderio, il bisogno profondo di una comunione con le altre persone: una comunione che sia creata dal dono reciproco di se stessi.

Ho detto che il matrimonio non è stato inventato dagli uomini: è stato pensato e voluto da Dio medesimo. Ho detto, anche, che questa volontà divina è stata impressa nella persona umana. Comprendiamo ora meglio il significato di queste affermazioni. Il matrimonio è uno dei modi fondamentali nei quali l’uomo e la donna possono realizzare la loro originaria vocazione alla comunione interpersonale: alla comunione costituita dal reciproco dono di sé. Il “destino” dell’uomo è questa comunione; in essa la per sona umana può realizzare se stessa, può essere veramente se stessa. L’uomo rimane a se stesso un insolubile enigma fino a quando non ha percepito questo suo destino, fino a quando non ha conosciuto l’amore.

A questo punto può sorgere nell’anima una domanda, una domanda carica di amara incertezza: ma questa comunione — nella quale, secondo il disegno originario di Dio, consiste il matrimonio — è possibile? Ma, alla fine, è possibile un amore vero fra persone umane, un amore che consista nel dono di sé? O, spesso, i rapporti fra persone non si riducono al miracolo fragile della convergenza di opposti interessi? Nella risposta a questa domanda troviamo uno dei punti più importanti del Magistero di Giovanni Paolo II sul matrimonio. E la risposta di articola in due momenti fondamentali.

(A) Consideriamo, contempliamo l’uomo e la donna come sono usciti dalle mani creatrici di Dio, nella loro giustizia originaria. L’atto creativo di Dio, che ha dato loro origine, è un atto di pura gratuità, di puro amore. Ed il termine di questo atto creativo — ciò che è stato creato — e cioè l’uomo e la donna sono in se stessi “dono” che il Creatore fa dell’uno all’altro (cfr. Genesi 2): la persona stessa è nella sua più intima struttura costituita come dono. La reciproca attrazione e complementarità fra mascolinità e femminilità che constatiamo a livello fisico e psichico, è segno e conseguenza di un’attrazione-complementarità ben più profonda, quella spirituale, in forza della quale l’uomo è chiamato ad essere non solo con l’altra, ma per l’altra e, quindi, dell’altra. L’uomo e la donna escono dalle mani creatrici di Dio come esseri strutturalmente donati l’uno all’altro.

C’è ancora in noi un ricordo, una traccia di questa beatificante origine? Di questa originaria giustizia in cui uomo e donna sono stati creati? Certamente. Non sente ogni uomo e ogni donna una profonda nostalgia per la bellezza, per la dignità e la bontà di un rapporto nel quale nessuno dei due sia oggetto usato dall’altro? Una nostalgia tanto più profonda, quanto più quella bellezza, quella dignità e bontà sono deturpate e vilipese? La nostra miseria — anche la nostra miseria nell’amore — ha tutti i connotati della miseria di re e regine decadute.

(B) Ma la giustizia originaria in cui l’uomo e la donna sono stati creati — anche nel loro essere marito e moglie — è stata distrutta dal peccato. Il peccato ha reso l’uomo e la donna incapaci di amare, incapaci, cioè, di istituire ed edificare quella comunione interpersonale, fondata sul dono, che è e permane il loro definitivo destino. L’uomo e la donna possono divenire continuamente, l’uno per l’altro, oggetto da desiderare, da possedere, di cui godere. Poiché è il loro “cuore”, la loro profonda soggettività che è stata devastata dagli effetti del peccato. E Cristo sa bene a quale uomo e a quale donna si rivolge, quando dice: “Avete udito che fu detto..., ma lo vi dico…”: ad un uomo e ad una donna il cui cuore è abitato dalla concupiscenza. È abitato, cioè, dalla volontà deforme di non riconoscere più l’altro nel suo valore di persona, ma solo nella sua utilità di oggetto da usare.

Ci eravamo chiesti: ma l’uomo e la donna sono capaci di istituire ed edificare una comunione fondata sul dono? Il Magistero del Santo Padre risponde con tutta la fede della Chie sa: sì e no. Sì: l’uomo e la donna come erano nella loro originaria giustizia; no: l’uomo e la donna come sono nel loro stato di concupiscente ingiustizia. Ed allora, dobbiamo concludere che l’uomo e la donna sono incapaci di adempiere il loro destino di chiamati all’amore ed al dono? Si, questa è l’unica conclusione vera sull’uomo. Tuttavia, è accaduto un fatto che rende, oggi, questa conclusione falsa: la Redenzione di Cristo. Questa redime anche l’amore coniugale, poiché ridona all’uomo e alla donna la dignità della loro primitiva origine, ridona all’uomo e alla donna la capacità del dono, la libertà del dono reciproco.

Siano partiti da una domanda assai semplice: quale è la ragione per cui Giovanni Paolo II si è così impegnato nel suo magistero a trattare il tema del matrimonio e della famiglia? Abbiamo cercato la risposta muovendoci da un presupposto: il magistero della Chiesa è testimonianza alla Verità che salva l’uomo. Avendo percorso la strada, siamo così giunti alle seguenti conclusioni.

a) L'uomo è pre-destinato alla salvezza che consiste nell’amore: nella comunione con Dio e con l’altro fondata sul dono totale di se stesso;

b) La pre-destinazione si attua per la maggior parte degli uomini e delle donne in quella particolare “forma” di comunione coniugale e, quindi, l’uomo e la donna sono stati creati in e per questa vocazione;

c) La possibilità di vivere questo loro destino è stata perduta dall’uomo e dalla donna a causa del peccato che li ha subordinati alla concupiscenza;

d) L’atto redentivo di Cristo ha liberato l’uomo e la donna dalla loro concupiscenza.

Perché, dunque, tanta importanza e tanto peso al tema del matrimonio e della famiglia nel magistero del Santo Padre? Perché, in una parola, in questo tema è in questione il destino stesso dell’uomo: quell’uomo per la cui salvezza esiste la Chiesa.

2. Come avrete notato, ho parlato fino ad ora del matrimonio. Non ho ancora detto nulla della famiglia. Si entra con essa in una tematica che, nella sua connessione con quanto ho detto finora, mette in luce nuove e più profonde dimensioni del destino umano.

La professione della nostra fede, il Credo, comincia colla dichiarazione che noi crediamo in “Dio Padre, creatore…”. È, pertanto, inevitabile che ciascuno di noi, o prima o poi, si chieda: ma quando Dio mi ha creato? Certamente, non saremmo soddisfatti se rispondessimo: avendo Dio creato il primo uomo, la naturale successione delle generazioni umane è giunta anche a me. Saremmo insoddisfatti, poiché noi sappiamo bene che ciascuno di noi è stato voluto personalmente da Dio e non semplicemente come transitorio anello di una specie vivente che si perpetua. Ed, allora, alla domanda “quando Dio mi ha creato”, noi dobbiamo dare la risposta più semplice: il momento della mia creazione ha coinciso col momento del mio concepimento. Sono stato creato da Dio quando sono stato concepito. Questa coincidenza è un fatto stupendo che merita una riflessione attenta.

Se noi guardiamo la nostra origine dal punto di vista del nostro concepimento, noi sappiamo che essa è dovuta ad un atto di amore coniugale; se noi guardiamo la nostra origine dal punto di vista dell’atto creativo, noi sappiamo che essa è dovuta ad un atto di amore divino. L’amore coniugale (fertile) e l’amore creativo si congiungono misteriosamente, ma realmente per dare origine ad una nuova persona umana. Ed è questo l’unico modo degno di dare origine ad una nuova persona umana. Ma questo incontro si continua: la Provvidenza divina guida e conduce ogni persona umana e l’educazione umana conduce alla maturazione la persona umana generata.

In questo congiungersi noi possiamo contemplare il mistero più profondo dell’amore coniugale e della famiglia. L’amore coniugale è il luogo nel quale Dio compie quel disegno, concepito e progettato fin dall’eternità, di chiamare all’essere altri, di chiamare altri a partecipare alla sua stessa vita divina. L’amore coniugale è il tempio santo nel quale Dio celebra il suo atto d’amore creativo.

È vero. Il peccato ha messo, in parte, in scacco questo disegno. La generazione umana, infatti, non comunica più alla creatura generata quella giustizia originaria in cui l’uomo era stato creato. Tuttavia, colla loro fede ed educazione, i genitori generano ancora, in un certo senso, i loro figli alla vita soprannaturale.

Ora comprendiamo meglio perché tanta importanza il Santo Padre ha assegnato al tema del matrimonio e della famiglia nel suo magistero. È in causa l’uomo; è in causa l’onore di Dio Creatore; è in causa il rapporto fra Dio e l’uomo. In una parola: è in causa il rapporto fra Dio e l’uomo. In una parola: è in causa il nucleo centrale non solo del cristianesimo, ma di ogni vera ed autentica esperienza religiosa.

3. La testimonianza alla Verità esige anche che il testimone smascheri l’errore che contraddice la Verità medesima e lo giudichi: “ama l’errante ed odia l’errore”, dice sant’Agostino. E così, il Magistero del Santo Padre sul matrimonio e la famiglia denuncia continuamente anche l’errore che dal di dentro, profondamente, insidia questa tematica. Vorrei ora soffermarmi brevemente su questo punto.

Ciò che mi spaventa, quando affronto questa tematica, è il fatto che a me sembra di riudire dentro la nostra società un grido, quel grido che — secondo la Sacra Scrittura — risuonò nel silenzio del deserto del Sinai: “C’è Dio in mezzo a noi, si o no?”. È il grido della provocazione, della messa alla prova di Dio medesimo. L’errore fondamentale consiste in questa provocazione, a cui anche uomini fedeli e pii — come già Mosè — sembrano non essere del tutto estranei. In che cosa consiste questa “provocazione di Dio”? Nell’attribuzione all’uomo da parte dell’uomo di ciò che è esclusivamente di Dio. E questo accade anche nel matrimonio e nella famiglia. L’affermazione è molto grave e prima di procedere oltre, devo fare una precisazione. Non sto parlando del fatto che gli sposi ed i genitori possano non adempiere la legge di Dio nel loro matrimonio e nella loro famiglia: se così è, questo fatto non accade solo ai genitori e sposi. In una parola: non sto parlando del peccato. Sto parlando di un altro fatto. Del fatto che si è andato elaborando, costruendo e proponendo una visione del matrimonio e della famiglia sulla base di una visione dell’uomo in aperta contraddizione col progetto divino. Non solo. Questa duplice visione (dell’uomo e del matrimonio-famiglia) è posta — o sarebbe meglio dire: imposta — come il vero bene dell’uomo, giudicando quella divina contraria a questo bene.

Dove vedo questa provocazione? I segni di essa sono continuamente richiamati nel magistero del Santo Padre.

Il primo ed il più grave consiste nel fatto che l’uomo si considera la sorgente ultima della vita umana. La contraccezione, l’aborto e la produzione in laboratorio della persona umana ne sono i segni più evidenti.

Un altro fatto, che svela la provocazione di cui parlavo, è l’aver minato, alla radice, la comunione coniugale mediante un concetto ed un’esperienza corrotti di libertà. Il divorzio e le convivenze ne sono i segni più evidenti.

Immerso nella fede della Chiesa, il Magistero di Giovanni Paolo II riscopre con nuova profondità la verità del matrimonio e della famiglia: e l’affida alla libertà dell’uomo.

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