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lunedì 6 settembre 2021

LA RIVINCITA DEI NERDS

Questo pezzo prende spunto da un eccellente articolo di Andrea Zambrano, comparso su La bussola del 2 settembre scorso, che vorrei aver scritto io, parola per parola e virgola per virgola: Il Papa, il latino e i limiti della pastorale della nostalgia (ved. qui e qui). Consiglio a tutti di leggerlo attentamente: per questo non ne sintetizzerò nemmeno per sommi capi il contenuto, ma mi limiterò a richiamarne lo snodo che mi ha suggerito queste brevi riflessioni. 

Zambrano spiega chiaramente che per Papa Francesco quanti non siano attaccati alla liturgia tradizionale per un comprensibile sentimento nostalgico, esprimono, ahiloro, un atteggiamento se non patologico, per lo meno fortemente problematico. Se sei giovane e ti piace la Messa in latino, evidentemente c’è qualcosa, in te, che non va… e così, se i nostalgici vanno amorevolmente accompagnati all’inevitabile estinzione per fattori biologico-anagrafici, a questi altri - viziati da una qualche perversione ideologica - non può che riservarsi una più o meno intransigente rieducazione: questa è l’unica cura pastorale di cui abbisognano e che la Chiesa deve maternamente apprestare loro. 

Va detto che l’atteggiamento del Papa appare potenzialmente ispirato da una sincera paternità. Se per i promotori della lotta al vetus ordo i tradizionalisti sono come kulaki liturgici, la cui sola esistenza contraddice fattualmente i capisaldi delle loro teorie, e che, quindi, vanno inesorabilmente soppressi (come furono inesorabilmente sterminati, appunto, i kulaki, sul presupposto che quando i fatti smentiscono la teoria, tanto peggio per i fatti), per Francesco essi vanno piuttosto considerati come figli che sbagliano, o meglio che soffrono di un certo qual handicap. È vero che, per l’utilità della Chiesa, essi vanno scoraggiati e segregati dal resto dei fedeli, ma occorre circondarli dell’amorevole e addolorata compassione che, comunque, si deve anche ai figli di un Dio minore. 

Insomma, con l’intervista magistralmente commentata da Andrea Zambrano, il Papa sembra volerci dire che, per lui, i tradì non sarebbero kulaki, ma piuttosto nerds: intendendo per nerd - trovo la definizione in internet, Oxford Languages, versione italiana - un «giovane di modesta prestanza fisica e dall'aspetto insignificante, che compensa la scarsa avvenenza e le frustrazioni che ne derivano con una passione ossessiva e una notevole inclinazione per le nuove tecnologie». Un nerd liturgico, dunque, è un giovane di modesta prestanza spirituale e dall’aspetto ecclesialmente insignificante (si dice che i giovani sacerdoti tradizionali siano stati definiti “inutili”), che compensa la scarsa avvenenza teologica e le frustrazioni che ne derivano con una passione ossessiva (sottolineo ossessiva: cioè squilibrata) e una notevole inclinazione per le vecchie forme liturgiche, il latino, i pizzi e i merletti. 

Quello che, però, manca alla visione papale, è la considerazione della sorte che l’immaginario collettivo riserva ai nerds. Emarginati, disprezzati e derisi, essi sono tuttavia destinati all’inevitabile e - si badi - definitiva rivincita. Come il nerd detiene il dominio dell’informatica e delle nuove tecnologie, cioè del futuro, così il tradizionalista liturgico detiene la chiave della rinascita liturgica e, soprattutto, spirituale della Chiesa. Sono sempre i nerds a rivelarsi in grado di soddisfare le vere esigenze del prossimo: proprio perché coltivano ciò che gli altri, i non-nerds, vorrebbero soffocare ad esclusivo vantaggio del loro personale prestigio e della loro personalissima - e davvero ideologica - visione della realtà. 

La rivincita dei nerds, però, non piove dal cielo; al contrario, è il frutto di una consapevole opera di affermazione di sé e della giustezza delle proprie ragioni. Il vero problema del nerd, infatti, non consiste nell’aver torto, nell’essere davvero un disadattato, ma nel considerarsi tale, nel sentirsi in una posizione di invincibile minorità. 

La minorità che i nerds liturgici devono respingere, soprattutto oggi, quando ad essa vengono condannati addirittura da un motu proprio papale, consiste in quel sottile senso di inferiorità - certamente abilmente indotto - nei confronti dei cattolici liturgicamente mainstream, che ha imprigionato tanti tradì nella mentalità indultista anche nei quattordici anni di vigenza piena del Summorum Pontificum. Una minorità che talora si ammanta di sdegnoso autoisolamento: ma che esprime sempre e comunque la difficoltà a stare nella chiesa come figli uguali, ugualissimi agli altri e portatori non solo dei medesimi diritti, ma, soprattuto, della medesima dignità. Talora, ciò ha ulteriormente causato una tendenziale renitenza, dettata dal timore, a confrontarsi con il resto dei fedeli, a rendere ragione della speranza (liturgica) che è in noi

Ebbene: in questi giorni stiamo tutti riflettendo sul modo migliore di reagire alle innegabili limitazioni che Traditionis custodes determina a nostro carico. Ci conforta constatare che molti Vescovi, probabilmente la maggioranza, sembrano non aver alcuna intenzione di applicare con rigore i vincoli configurati dal motu proprio; ma siamo anche consapevoli che non possiamo fare affidamento solo su tale pur provvidenziale situazione. Se lo facessimo, interiorizzeremmo ancora di più la nostra condizione di nerds: cioè la condizione nella quale ci si vuole confinare senza possibilità di riscatto. 

Al contrario, Traditionis custodes deve aprire la stagione della nostra rivincita, nella consapevolezza che non si tratterà di un’operazione indolore, ma che essa richiederà grande impegno e porrà gravi problemi. A iniziare da quello fondamentale: che cosa fare, in concreto? 

Chi scrive non ha ricette speciali da proporre e non conosce risposte esaurienti - e men che meno esaustive - a quel focale interrogativo; pensa, però, che sia possibile indicare tre battaglie che possono essere ingaggiate subito, e che possono esserlo proprio da parte dei nerds, dei laici, in virtù della loro maggiore libertà, del non essere assoggettati ai vincoli e ai controlli canonici con cui i nemici della Tradizione tenteranno sicuramente di soffocare la voce dei sacerdoti e dei religiosi; mentre ai laici è dato di tener vivo il dibattito, di promuovere il pensiero critico, di farsi conoscere all’interno e all’esterno della Chiesa per quello che sono veramente, rompendo ogni interessato stereotipo negativo. 

Pertanto, la prima battaglia potrebbe essere proprio quella della trasparenza. Sappiamo tutti che Traditiones custodes si basa su presupposti inesistenti, e che non conosciamo nulla dell’effettivo esito della nota consultazione dei Vescovi condotta l’anno scorso sulla base dell’ugualmente noto questionario. Chiediamo con insistenza la pubblicazione dei suoi esiti. Solo in un contesto kafkiano si può essere condannati senza conoscere le accuse e senza che esse vengano debitamente circostanziate: i nerds che escono dalla condizione di minorità non accettano di essere trasformati in scarafaggi senza sapere perché, chi li accusa, in che si sostanzia l’accusa. Deve dunque nascere un vero movimento per la trasparenza: chi vorrà farsene promotore? 

La seconda battaglia è più delicata, ma è di fondamentale importanza: è la battaglia delle idee. La narrazione di quanto avviene, l’interpretazione dei “fatti liturgici” non può essere abbandonata a coloro che ritengono il vetus ordo estraneo alla lex orandi della Chiesa e incompatibile con la sua attualità. E la critica della riforma liturgica deve essere mantenuta, sostenuta e diffusa proprio adesso che si cerca di zittirla non con le armi della disputa teologica, ma mediante il mero esercizio del potere. Ferma ed indiscussa la validità e la legittimità della liturgia riformata (il cui sincero e leale riconoscimento, bisogna dirlo?, non è certo incompatibile col riscontro di tutti i suoi gravi difetti, nemmeno se si ritengono insanabili o scaturenti da un’impostazione fondamentalmente errata), i nerds devono rivendicare proprio adesso, in nome della libertà derivante dal battesimo, il diritto di muovere al novus ordo ed ai nuovi libri liturgici, in carità e verità, critiche quali-quantitativamente analoghe a quelle mosse alla liturgia tradizionale dai suoi detrattori, e di constatare il fallimento della riforma paolina. Su questo piano, sul piano culturale, noi italiani dubbiamo riconoscere di essere un po’ in ritardo rispetto al dibattito sviluppatosi all’estero (alcuni dei principali contributi in materia attendono ancora di essere tradotti e pubblicati nella nostra lingua): motivo in più per cercare di recuperare il distacco. 

La terza battaglia ha un respiro ancor più ampio, e non riguarda solo la questione liturgica. È la battaglia della chiarezza dogmatica. Occorre riflettere sull’ampiezza e sui limiti interni dei poteri papali in materia liturgica - ma non solo. La plenitudo potestatis del Papa non può essere letta in ottica illuministica e giuspotivistica. Dobbiamo sollecitare una compiuta ed articolata analisi teologica del tema e, sulla scorta di quella, una conseguente riflessione giuridica. Ne va non solo del futuro della liturgia tradizionale, ma del futuro stesso della Chiesa, la cui autopercezione corrente rischia davvero di far dire al Papa del momento “l’Église c’est moi”. Stiamo comunque certi che la Provvidenza non ci abbandonerà a questa deriva; anzi, non stenteremmo a credere che le difficoltà presenti siano permesse proprio per portarci fuori da simili acque tempestose. 

Questi sono solo alcuni spunti iniziali. Quanto, poi, alla vita concreta delle tantissime comunità nerds che costellano, ormai, una gran parte delle diocesi del mondo, dobbiamo confidare che ciascuna conquisti la piena consapevolezza della consistenza e della fondatezza delle proprie (delle nostre) ragioni, e della capacità di resistere che ne deriva e di cui i nerds per primi devono prendere atto. I nostri avversari pensano che la forza e il potere siano sufficienti per vincere. Noi dobbiamo dimostrare che, al contrario, occorre soprattutto convincere. E che su questo piano possiamo dar loro molto, molto filo da torcere.

Enrico Roccagiachini

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