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lunedì 2 agosto 2021

“Traditiones custodes” / Un documento scritto per ribadire chi comanda #traditioniscustodes #summorumpontificum

Grazie ad Aldo Maria Valli per la tempestiva traduzione.
Luigi

di Rubén Peretó Rivas, 2-8-21

La teoria politica anglosassone opera un’interessante distinzione tra i concetti di peacebuilding e pacification. Il primo, che riguarda la costruzione della pace, si riferisce a un processo in cui la pace viene ricercata attraverso il dialogo interno tra gli attori di un conflitto. Nel secondo, invece, la pace si ottiene con un’azione militare coercitiva che costringe gli attori a mettere a tacere le pretese, pena una violenta rappresaglia.

È uno schema che può essere applicato anche alla lettura di quanto è accaduto nella Chiesa in questi anni rispetto alla Messa tradizionale. Il conflitto, che si trascinava fin dal momento stesso della promulgazione del nuovo messale da parte di papa Paolo VI, era già stato quasi risolto con il motu proprio Summorum pontificum di Benedetto XVI, divenuto così un «costruttore di pace». Con la sorprendete comparsa, qualche settimana fa di Traditiones custodes, papa Francesco non solo ha minato il dialogo e la pace raggiunta in materia liturgica, ma è diventato anche pacificatore, nel senso anglosassone del termine: colui che impone la pace con la forza, minacciando punizioni per coloro che non rispettano i suoi disegni.

Questa è la lettura che ha fatto la maggior parte degli analisti della situazione ecclesiastica e liturgica, come il cardinale Müller, il cardinale Burke, il vescovo Rob Mutsaerts o padre Guillaume de Tanoüarn, e che porta alla conclusione che Traditiones custodes (TC) è, fondamentalmente, un documento profondamente antipastorale, che genera divisione e riapre un doloroso conflitto, causando enormi danni a tanti fedeli. Indubbiamente, questa è la caratteristica più importante dell’ultimo motu proprio, anche se potrebbe non essere la più grave poiché, dal punto di vista teologico, smantella la costruzione che aveva fatto Benedetto XVI e genera un problema spinoso che diventa irrisolvibile.

Nel libro Ultime conversazioni papa Benedetto XVI ha risposto con queste chiare e forti parole all’affermazione secondo cui la ri-autorizzazione della Messa tridentina sarebbe stata una concessione alla Fraternità San Pio X: “Questo è assolutamente falso! Per me era importante che la Chiesa preservasse la continuità interna con il suo passato. Che ciò che prima era sacro non divenisse da un momento all’altro una cosa sbagliata” (Papa Benedetto XVI con Peter Seewald, Ultime conversazioni, Garzanti, 2016, pagg.189 e ss.).

A tal proposito, sono molte le testimonianze che si possono citare. Il cardinale Antonio Cañizares, prefetto della Congregazione per il culto divino e privilegiato conoscitore del pensiero e dell’intenzione di papa Benedetto nel Summorum pontificum, scrisse: “La volontà del Papa non è stata solo quella di soddisfare i seguaci di monsignor Lefebvre, né di limitarsi a rispondere alla giusta volontà dei fedeli che si sentono legati, a vario titolo, al patrimonio liturgico rappresentato dal rito romano, ma anche e in modo speciale, aprire la ricchezza liturgica della Chiesa a tutti i fedeli, facendo così scoprire i tesori del patrimonio liturgico della Chiesa a coloro che ancora lo ignorano” (prologo del libro di monsignor Nicola Bux, La riforma di Benedetto XVI, Piemme, 2008).

Nel sito della ormai ex Pontificia commissione Ecclesia Dei (che è ancora possibile visitare) e, secondo quanto si legge nella lettera di presentazione dell’allora presidente della Commissione, il cardinale Darío Castrillón Hoyos, non è un sito di opinione, ma include “informazioni e materiale in assoluta fedeltà al pensiero del Santo Padre”, si afferma che “la legittimità della liturgia della Chiesa risiede nella continuità della sua tradizione”. Pertanto, l’usus antiquior ha la sua ben certa legittimità: ha alle spalle centinaia di anni di storia, e accanto a essa gli altri riti d’Oriente e d’Occidente che la Chiesa ha riconosciuto; ha la Tradizione che lo difende. L’idea che ha portato papa Benedetto a sostenere questa posizione è che un rito che è stato per secoli via sicura verso la santità non può diventare improvvisamente una minaccia “se la fede in esso espressa è ancora ritenuta valida”, come dice uno dei documenti del sito menzionato. Presentare una contrapposizione di messali, — uno buono e uno cattivo e, quindi, proibito —, come fa papa Francesco in TC, sebbene sul piano pratico sia dannoso per il primo, sul piano dei principi rivela un fondamento debole del nuovo.

In questa prospettiva teologica, quello che si indebolisce è il messale di Paolo VI, in quanto si tratta di una chiara costruzione in laboratorio eseguita frettolosamente da un gruppo di specialisti, come testimoniano gli stessi protagonisti nelle loro memorie (cfr. quelle di Louis Bouyer, Bernard Botte e Annibale Bugnini). Nel 1976, mentre era ancora sacerdote, Joseph Ratzinger scriveva al professor Wolfgang Waldstein: “Il problema del nuovo messale sta nel suo abbandono di un processo storico sempre continuo, prima e dopo san Pio V, e nella creazione di un volume completamente nuovo, anche se confezionato con materiale antico, la cui pubblicazione è stata accompagnata da una sorta di divieto di tutto quanto sopra, divieto che, d’altronde, non ha precedenti nella storia giuridica e liturgica. E posso affermare con certezza, in base alla mia conoscenza dei dibattiti conciliari e alla lettura ripetuta dei discorsi dei Padri conciliari, che ciò non corrisponde alle intenzioni del Concilio Vaticano II” (Wolfgang Waldstein, Zum motuproprio Summorum pontificum, in Una Voce Korrespondenz 38/3, 2008, 201-214). È una preoccupazione che ha accompagnato papa Benedetto per tutta la vita: come salvare teologicamente il messale di Paolo VI, che manca di continuità con la tradizione che è sempre esistita nella liturgia della Chiesa. Poiché la dimostrazione storica di questo fatto era impossibile, l’unico modo per farlo era, ed è, attraverso un atto volontario; dichiarando senza ulteriori prove che tale continuità esisteva. Ed è proprio quello che ha fatto con il Summorum pontificum. Papa Francesco ha appena fatto saltare con la dinamite quest’arma teologica che ha salvato i due messali e ristabilito la pax liturgica, ravvivando non solo i conflitti tipici degli anni Settanta e Ottanta, ma anche e soprattutto annullando la soluzione che era stata trovata, in sede teologica, per giustificare la riforma liturgica della fine degli anni Sessanta.

Certamente, la teologia che sta dietro TC non è un’originalità di papa Francesco. Non è altro che un sottoprodotto della presa di posizione dirompente elaborata dalla Scuola di Bologna e, curiosamente, coincide con le teorie che uno dei rappresentanti minori di quella scuola, Andrea Grillo, ha pubblicato negli ultimi anni.

TC mostra anche i concetti di autorità e obbedienza che papa Francesco pretende sono più vicini al perinde ac cadaver che alla tradizione e alla teologia della Chiesa. Le sue riflessioni autoritarie e assolutistiche mi ricordano un passaggio di Alice attraverso lo specchio, di Lewis Carroll:

Quando uso una parola —disse Humpty Dumpty con un certo disprezzo— significa esattamente quello che voglio io, niente di più, niente di meno.

La questione — disse Alice — è se le parole possono essere fatte per significare tante cose diverse.

La questione — disse Humpty Dumpty — è sapere chi comanda. Questo è tutto.

Con TC, papa Francesco intende imporre alla Chiesa la mentalità Humpty Dumpty e governarla in modo dispotico: si tratta di sapere chi comanda.

Dobbiamo riconoscere un successo a TC: il suo titolo. Traditiones custodes, l’espressione iniziale che dà il nome al documento, è perfettamente vera, giacché i vescovi sono i “custodi della tradizione”, cioè hanno l’obbligo di conoscerla, contemplarla e proteggerla. Ed è per questo che la tradizione dovrebbe determinare l’azione episcopale come qualcosa di oggettivo. Tuttavia, è necessario sottolineare una sfumatura: il motu proprio sembra intendere l’espressione nel senso che la tradizione è ciò che i vescovi — specialmente il vescovo di Roma — decidono che cosa sia: la tradition c’est moi.


Titolo originale: ¿Constructor de paz o pacificador? En torno a Traditiones custodes y el Papa Francisco

Traduzione di Valentina Lazzari

Testo rivisto dall’autore