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giovedì 1 luglio 2021

Elogio della genuflessione. Quella vera

Sulle grottesche vicende di questi giorni sugli inginocchiamenti durante il Campionato d'Europa di calcio a favore dei Black lives matter, abbiamo raccolto tre articoli significativi.
QUI un'interessante analisi sul tema.
Luigi

In ginocchio, lontano dalle chiese, per la causa sbagliata
Guido Villa

I calciatori che si inginocchiano compiono un gesto tutt’altro che rivoluzionario, in realtà di acquiescenza ai diktat della mentalità dominante. L'atto dell'inginocchiarsi è significativo che torni alla ribalta in queste circostanze dopo essere stato espulso, al motto di "Gesù è mio amico", dalle chiese, l’unico luogo dove è necessario quale segno di un atteggiamento di umiltà dinanzi a Dio e di adorazione a Lui. E non sorprende che sia divenuto ora un gesto politico: dove si cessa di inginocchiarsi davanti a Dio, si finirà per farlo davanti agli uomini.

Un po’ ovunque nelle ultime settimane sono divampate roventi polemiche a proposito del gesto dei calciatori di molte nazionali di calcio che prima dell’inizio delle partite dei Campionati Europei si sono inginocchiati per qualche secondo quale (presunto) gesto di protesta contro il razzismo. Un gesto tutt’altro che rivoluzionario, in realtà di acquiescenza ai diktat della mentalità dominante.


Anche a proposito di questo gesto l’Europa ha mostrato di essere spaccata in due, infatti non si inginocchiano i giocatori delle Nazionali dell’Europa dell’Est e slave (Ungheria, Croazia, Russia, Macedonia del Nord, Ucraina, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Turchia) più la Svezia, la Spagna e, sorprendentemente, la Francia e l’Olanda, composta per la maggior parte da giocatori di origine africana la prima e del Suriname la seconda. Si inginocchiano sempre i giocatori di Inghilterra, Galles e Belgio, mentre hanno comportamenti diversi a seconda delle circostanze i giocatori delle altre nazionali.

Tra i giocatori della Nazionale italiana c’è chi si è inginocchiato e chi no, e dopo la decisione di non inginocchiarsi prima della partita degli ottavi di finale contro l’Austria, non pochi tifosi, generalmente di sinistra, hanno annunciato di non volere più supportare la nostra Nazionale.

È interessante notare come questo gesto torni alla ribalta in queste circostanze dopo essere stato espulso dalle chiese, forse l’unico luogo dove l’inginocchiarsi è necessario quale segno di un atteggiamento di umiltà dinanzi a Dio e di adorazione a Lui.

Al di là, infatti, del divieto di inginocchiarsi durante le Sante Messe imposto dai vescovi italiani durante l’attuale pandemia per presunti pericoli di contagio poiché tale gesto ridurrebbe il distanziamento tra i fedeli, esso ha subito un sempre più generale ridimensionamento a partire dalla riforma liturgica del 1969, che ha visto una riduzione dei momenti in cui il fedele si deve inginocchiare durante la Santa Messa, postura che in precedenza era predominante (dall’inizio della Messa fino al Gloria, dalla Preghiera Eucaristica fino al Padre Nostro, all’Agnus Dei, e al momento di ricevere la benedizione).

Già verso la fine degli anni sessanta, infatti, in Germania c’era lo slogan: «Christus ist mein Bruder, vor Ihm knie ich nicht» (trad.: Gesù è mio fratello, davanti a lui non mi inginocchio). Tale modo di pensare fece breccia in tutta la Chiesa cattolica, e un po’ ovunque furono eliminati i banchi dove in precedenza i fedeli si erano inginocchiati per ricevere la Comunione. Considerando in modo predominante Gesù un fratello, e non più Dio, il passaggio alla Comunione sulla mano è stato breve.

Il passo successivo è stato quello di eliminare del tutto da moltissime chiese (da alcuni anni anche nella basilica di Santa Maria Maggiore e nella cappella di Casa santa Marta, residenza di Papa Francesco) i banchi dove sedersi con gli inginocchiatoi per fare posto a semplici sedie, tipo Aula Magna di un'università.

Del resto, in generale, la volontà di rendere la Santa Messa e i sacramenti "vicini" e con un "linguaggio corrente e comprensibile" ha portato a eliminare segni di carattere spirituale per portarla a un livello umano.

Oggi in moltissimi confessionali si offre una sedia, non c'è più l'inginocchiatoio. Escludendo ovviamente chi ha problemi di salute, il cambiamento è lo stesso: lo stare in ginocchio aiuta a mettersi nella disposizione d'animo di umiltà necessaria per confessare i peccati, il sedersi è tipico di due persone che parlano, annacquando in questo modo il significato penitenziale di questo Sacramento.

Questo sviluppo è stato meno accelerato nei Paesi dell’Est europeo un tempo governati da sistemi politici comunisti, dove la fede, messa a dura prova dal regime, al di là del passaggio al nuovo Rito della Messa non è stata subito intaccata dalla mentalità postconciliare. Se si guardano infatti le immagini delle Sante Messe celebrate da san Giovanni Paolo II a Zagabria nel 1994 e nel 1997 a Sarajevo si nota infatti come quasi tutti i fedeli scelti per ricevere la Comunione direttamente dalle mani del Papa si siano genuflessi, per poi rialzarsi, prima di comunicarsi.

Papa Benedetto XVI ha cercato di porre un argine a questa deriva, comunicando i fedeli durante le Sante Messe pubbliche esclusivamente in ginocchio e sulla lingua, tuttavia è stato seguito da pochissimi, e anche durante il suo pontificato i fedeli che desideravano ricevere la Comunione in ginocchio e sulla lingua hanno continuato a essere oggetto anche da parte dei sacerdoti di pubblici rimproveri e di velenosi giudizi in quanto considerati fedeli pieni di presunzione che ‘volevano farsi vedere’.

Non sorprende che il gesto dello stare in ginocchio sia divenuto ora un gesto politico - dove si cessa di inginocchiarsi davanti a Dio, si finirà per farlo davanti agli uomini.

È necessario riscoprire questa postura in chiesa, durante la Santa Messa e più in generale quando si prega. Essa aiuta il fedele a comprendere la propria povertà e piccolezza dinanzi a Dio, che è il totalmente Altro, il Trascendente, e che per la Sua infinita Misericordia scende dal Trono del Cielo, si fa uno di noi, ci nutre di Lui e ci riempie del Suo Amore. Tuttavia, se non siamo coscienti di questa totale Alterità di Dio, e lo stare in ginocchio sta a ricordarcelo, con maggiore difficoltà potremo avere un atteggiamento spirituale pronto ad accogliere Dio e le Sue grazie.

Inginocchiarsi per cosa e davanti a chi?
Tempi, Emanuele Boffi 26 giugno 2021

Il tema è “perché” ci si deve inginocchiare non “se” bisogna farlo. Non è un generico simbolo antirazzista ma un preciso riferimento a BLM

E dunque gli azzurri non si inginocchieranno stasera prima della partita con l’Austria. Per come la vediamo noi, che lo facessero alcuni o tutti insieme, non è questo il problema.

Si è molto discusso se dovesse esserci unanimità nel gesto, ma per noi la “libertà è libera sempre”, quindi il tema è piuttosto “perché” ci si deve inginocchiare non “se” bisogna farlo.
La predica di Camon

È un punto importante da chiarire. Ieri sulla Stampa Ferdinando Camon ha scritto un articolo in cui, sin dal titolo (“Ma è immorale restare in piedi”), si faceva una scelta partigiana:

«I giocatori che sono rimasti in piedi (durante la partita col Belgio, ndr) han compiuto un gesto moralmente disprezzabile».

Per Camon l’assunto di partenza è che la genuflessione è un simbolo contro il razzismo, ergo la scelta è facile e obbligata:

«Il Galles ha protestato e s’è inginocchiato. È normalmente onorevole. L’Italia ha protestato metà sì e metà no. È disonorevole, non c’è da discutere, c’è da vergognarsi».

L’articolo del perfetto conformista

Sulla Gazzetta dello Sport, un commento di Luigi Garlando (“Azzurri tutti in piedi? Non vada in ginocchio la libertà personale”) così argomentava:

«[inginocchiandosi] non si manifesta l’appartenenza a una parte contro un’altra. Si chiede semplicemente il rispetto per persone discriminate, questo dovrebbe essere un sentimento universale accettato da tutti».

Garlando scrive l’articolo del perfetto conformista: la genuflessione, così come la fascia arcobaleno del portiere tedesco Neur, sono simboli del Bene.

Quindi come fai a non stare dalla parte del Bene?

«Lo ha capito anche il tedesco Leon Gotertzka che ha mimato il cuore davanti ai neonazisti ungheresi che cantavano cori omofobi».
Il violento razzismo degli antirazzisti

Che bislacchi questi predicatori della tolleranza: chi non la pensa come loro è, automaticamente, un intollerante, un omofobo, un razzista. Non si pongono mai la domanda che cosa significhi davvero un certo simbolo o una certa azione.

La genuflessione in questo caso non è un implicito e asettico riferimento alla battaglia contro il razzismo, ma un esplicito riferimento alle lotte di Black Lives Matter, di cui anche Tempi ha scritto tante volte. Lotte che hanno una manifesta connotazione politica, un riferimento culturale forte, un significato preciso. È un simbolo di un movimento di estrema sinistra che teorizza l’applicazione delle teorie marxiste e la cancel culture, non esattamente un corso di bon ton per signorine.


Quindi ognuno si inginocchi davanti a quel che vuole, persino al dio Marx se ci crede. Però non obblighi gli altri a imitarlo e sia ben consapevole di cosa sta facendo: sta omaggiando il violento razzismo degli antirazzisti.

Elogio della genuflessione. Quella vera, Giuliano Guzzo

Adesso che, oltre a quella sedicente antirazzista, è stata sdoganata pure la genuflessione «solidaristica» – quella che gli Azzurri pare faranno, nel caso la nazionale belga omaggiasse il movimento marxista Black Lives Matter -, non resta riscoprire la variante cristiana, non è chiaro quanto contagiosa ma di certo salvifica: la genuflessione davanti a Dio. Che è da riscoprire, attenzione, non per contrastare una moda, bensì per arginare un abbandono, dato che ormai, mentre l’inginocchiarsi targato BLM è ovunque – dagli studi televisivi alle aule istituzionali, fino naturalmente ai campi da calcio -, quello devozionale è raro perfino in chiesa. E sia chiaro che le norme anti Covid c’entrano poco: l’antico gesto di supplica e di affidamento va per la minore da un po’.

Come mai? Forse perché si è persa l’autenticità, l’originalità della fede. Ha notato Ratzinger «che il Signore ha pregato stando in ginocchio (Lc 22, 41), che Stefano (At 7, 60), Pietro (At 9, 40) e Paolo (At 20, 36) hanno pregato in ginocchio. Piegando il ginocchio nel nome di Gesù, la Chiesa compie la verità; essa si inserisce nel gesto del cosmo che rende omaggio al vincitore». La carenza di genuflessioni autentiche, insomma, rispecchia la carenza di preghiera e di difficoltà a riconoscere il «vincitore». Una difficoltà che vale la pena di avversare perché ultimamente, a proposito di genuflessione, la confusione fra religione e ideologia è sì frequente, ma la differenza resta grande. La fede serve a tenere in piedi l’uomo, e a farlo inginocchiare quando è giusto. L’ideologia serve invece a far inginocchiare l’uomo, e a tenerlo in piedi quando è utile.

In effetti, la genuflessione antirazzista oggi mi pare serva più a stanare chi osa smarcarsi – prendendo a guardarlo con sospetto, come eretico -, mentre l’inginocchiarsi davanti a Gesù, nel silenzio appartato di una chiesa, spesso non ha spettatori. È una faccenda esclusiva tra chi prega e Chi è pregato, un rapporto a due che si consuma nel silenzio; soprattutto, che si consuma nell’Amore. Del resto, la notizia più sconvolgente del Cristianesimo, e che spesso tendiamo a dimenticare, è che non si tratta tanto di manifestare un sentimento, ma di ricambiarlo. Infatti Gesù ha già fatto tutto. Anzi, ha già dato tutto. Ecco che allora, per quanto vi resti prolungatamente, un fedele non sarà mai abbastanza in ginocchio. Eppure, rialzandosi, sarà libero, perché si sarà rivolto al «vincitore»; ma non del razzismo o dell’intolleranza, bensì del Male e della morte. Scusate se è poco.