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giovedì 8 luglio 2021

Ad orientem, conversi ad Dominum. Rivolgersi insieme verso il Signore nella Liturgia Eucaristica

Un interessante articolo di Korazym.org.
Luigi

31 Maggio 2021 
di Vik van Brantegem

Visto le ricorrenti domande che ci vengono poste in riferimento alle recenti notizie circa il pericolo, che il Motu proprio Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI del 7 luglio 2007 [QUI] venga abrogato [Francesco vuole abrogare il Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Messainlatino.it riferisce che l’ha detto alla Plenaria della Conferenza Episcopale Italiana – 26 maggio 2021], riteniamo doveroso sottolineare per l’ennesima volta che non si tratta (soltanto) del latino o una lingua volgare come lingua del sacro culto, nella Forma Ordinaria o Straordinaria del Rito Romano, della celebrazione individuale o concelebrazione della Santa Messa. Si tratta in sostanza dell’orientamento nel culto: ad orientem (il celebrante/i concelebranti insieme al popolo verso il Signore o verso il popolo). Mentre nella Forma Straordinaria del Rito Romano (regolata dal Summorum pontificum) la celebrazione è sempre in latino, individuale e rivolta ad Oriente verso Dio, invece niente proibisce nella Forma Ordinaria del Rito Romano la celebrazione in latino, individuale e rivolta ad Oriente verso Dio (anche se è prassi generale la Santa Messa in lingua volgare, concelebrata e rivolta verso il popolo).
Che non si tratta di cose di poco conto – anche se evidente – non è chiaro a tutti, visto la diffusa ignoranza (non conoscenza) del senso liturgico e della storia. Quindi, riportiamo di seguiti due contributi che ci vengono in aiuto:
Un articolo di Don Jay Scott Newman, parroco della St. Mary’s Catholic Church al N. 111 di Hampton Avenue a Greenville, South Carolina (USA), Rivolgersi insieme verso il Signore, pubblicato sul sito parrocchiale, in una nostra traduzione italiana dall’inglese [QUI].
Alcuni stralci da un articolo di Don Enrico Finotti, “Conversi ad Dominum”. L’orientamento nel culto, pubblicato su Liturgia Culmen et Fons, Anno 6, N. 4, dicembre 2013 [QUI].

«Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto. Ovviamente per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle Comunità aderenti all’uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi. Non sarebbe infatti coerente con il riconoscimento del valore e della santità del nuovo rito l’esclusione totale dello stesso» (Lettera di Sua Santità Benedetto XVI ai Vescovi in occasione della Pubblicazione della Lettera Apostolica “Motu proprio data” Summorum Pontificum sull’uso della Liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970, 7 luglio 2007 [QUI]).

Rivolgersi insieme verso il Signore
di Don Jay Scott Newman

1. Dal 2008, la maggior parte delle Messe nella St. Mary’s Church è stata celebrata con il sacerdote in piedi sullo stesso lato dell’altare della congregazione durante la preghiera eucaristica, un’usanza non molto diffusa oggi nella Chiesa Cattolica se non nella celebrazione nella Forma Straordinaria del Rito Romano, detta comunemente Messa Tridentina. Questa usanza del sacerdote in piedi e del popolo che stanno insieme sullo stesso lato dell’altare si chiama pregare verso Oriente o ad orientem, e presso la St. Mary’s Church anche la Forma Ordinaria del Rito Romano – la Messa del Concilio Vaticano II – si celebra ad orientem. Ecco perché.

La nostra storia

2. Dall’antichità cristiana, sacerdoti in piedi e popolo celebravano la Santa Eucaristia guardando insieme al Signore, il che significava stare insieme dalla stessa parte dell’altare. Questa pratica antica e universale è stata persa di vista nelle ultime due generazioni dalla nuova pratica del sacerdote all’altare davanti al popolo durante la Preghiera Eucaristica, un’usanza quasi mai ritrovata nella sacra liturgia tranne che per rari casi di necessità architettonica, e negli ultimi anni, teologi e pastori hanno iniziato a rivedere questa innovazione alla luce della migliore conoscenza accademica e dell’esperienza della Chiesa dalla fine degli anni ’60.

3. Prima di diventare Papa Benedetto XVI, il Cardinale Joseph Ratzinger era uno dei critici più attenti e rispettati delle conseguenze non intenzionali che derivano dal sacerdote in piedi e il popolo che si fronteggiano ai due lati dell’altare durante la Preghiera Eucaristica. Ratzinger ha sostenuto che questa disposizione, oltre ad essere una novità nella pratica cristiana, ha l’effetto di creare un circolo di congregazione e il celebrante chiuso su sé stesso, piuttosto che consentire a congregazione e celebrante di essere un popolo pellegrino rivolto insieme al Signore. E questo circolo chiuso, a sua volta, rende troppo facilmente l’Eucaristia più una celebrazione orizzontale della congregazione radunata che un’offerta verticale del sacrificio di Cristo al Padre. Questo appiattimento del culto divino in una celebrazione autoreferenziale è, in parte, il motivo per cui troppi cattolici vivono la Messa molto meno come fonte e culmine della vita della Chiesa. Il rimedio a questa malattia è aprire il cerchio chiuso e vivere la forza di volgersi insieme verso il Signore.

4. Ciò può avvenire principalmente in due modi:
1) tornare all’antica e universale prassi del sacerdote in piedi con il popolo dalla stessa parte dell’altare mentre insieme si affacciano ad Oriente nella sacra liturgia, luogo da cui la gloria del Signore risplenda su di noi, o
2) anche quando il sacerdote e il popolo rimangono separati ai lati opposti dell’altare, porre una croce al centro dell’altare per consentire sia al celebrante che alla congregazione di affrontare il Signore. Papa Benedetto XVI, con i suoi scritti e con il suo esempio, ha incoraggiato i sacerdoti di tutto il mondo a lavorare verso questi obiettivi per arricchire l’esperienza del culto divino e liberarci dal pericolo del solipsismo che è contenuto nei modi di pregare autoreferenziali — pericolo contro il quale noi sono stati più volte avvertiti da Papa Francesco.

Cosa è cambiato negli anni ’60 e perché?

5. Le forme rituali e i testi liturgici del culto cattolico sono cambiate ed evolute molte volte nel corso dei secoli, così come sono cambiate le disposizioni architettoniche per la celebrazione dei riti sacri. Normalmente, questo processo di cambiamento è lento, deliberato e incrementale, ma negli anni ’60 la Chiesa ha sperimentato un’intensa esplosione di cambiamento, che ha alterato drasticamente sia le forme rituali del nostro culto, che le disposizioni architettoniche delle nostre Chiese. Poiché c’erano così tanti cambiamenti in un lasso di tempo così breve, molte persone consideravano tutte le alterazioni essenzialmente collegate tra loro, ma non è così. Un buon esempio è l’uso del latino nei testi liturgici promulgati dopo il Concilio Vaticano II. Molte persone credono falsamente che, poiché il Concilio Vaticano II ha permesso l’uso delle lingue volgari nel culto, il Concilio ha bandito il latino dal moderno rito romano. Di fatto, però, lo stesso Concilio che ha permesso l’uso del volgare ha anche insistito affinché tutti i cattolici potessero dire e cantare le loro parti della nuova Messa in latino. Celebrare il Messale Romano moderno in latino, quindi, non è in alcun modo un rifiuto del Concilio Vaticano II; piuttosto, l’uso regolare del latino nel culto moderno è proprio ciò che i Padri conciliari chiedevano.

6. Analoga confusione esiste rispetto all’ubicazione dell’altare e al posto del sacerdote all’altare. Dall’antichità cristiana, la maggior parte delle chiese aveva un solo altare ed era indipendente, il che significa che il sacerdote poteva girarci intorno completamente durante la celebrazione della liturgia. Questa usanza fu mantenuta nell’Oriente cristiano da ortodossi e cattolici allo stesso modo, ma in Occidente l’altare fu gradualmente spinto indietro dal centro del tempio alla parete di fondo, in larga misura per consentirgli di fondersi architettonicamente con il tabernacolo. Questo cambiamento fu in seguito accompagnato dall’aggiunta di ulteriori altari nella maggior parte delle chiese, portando infine all’usanza di avere tre altari in ogni chiesa. Anche prima del Concilio Vaticano II, tuttavia, pastori e teologi iniziarono a discutere per un ritorno alla nostra tradizione di avere un solo altare in ogni chiesa e insistendo sul fatto che fosse ancora una volta indipendente. Questo è stato, in parte, il frutto del Movimento Liturgico dei secoli XIX e XX che ha ricordato alla Chiesa, tra l’altro, che l’altare è il simbolo preminente di Cristo nella liturgia. Di conseguenza, in tutta la Chiesa d’Occidente gli antichi “altari maggiori” che si trovavano sul retro del tempio furono abbandonati, modificati o sostituiti per consentire l’antica e rinnovata consuetudine di un altare a sé stante. Ma proprio mentre ciò accadeva, una novità è stata introdotta e connessa con l’altare appena staccato: l’usanza del sacerdote e del popolo che si fronteggiano intorno all’altare durante la Preghiera Eucaristica – una novità sulla quale il Concilio Vaticano II non ha detto una parola. Quindi, non c’è una connessione essenziale tra la liturgia del Concilio Vaticano II, l’altare indipendente e il sacerdote di fronte al popolo all’altare. Infatti, anche ora le rubriche del Messale Romano moderno sono scritte con il presupposto che il sacerdote e il popolo si trovino insieme rivolti verso l’Oriente liturgico durante la Messa.
La scena dell’Ascensione, databile al 1303-1305 circa e facente parte del ciclo degli affreschi di Giotto della Cappella degli Scrovegni a Padova, mostra l’elevazione di Gesù in cielo al centro del riquadro, protendendosi verso l’alto sospinto da una nuvola, con le mani levate già oltre la cornice del dipinto.

Perché guardare ad Oriente?

7. Pregare in una direzione sacra è una caratteristica comune a molte religioni. Pensa, ad esempio, ai musulmani che pregano rivolti verso La Mecca – una pratica istituita da Maometto, che inizialmente faceva pregare i suoi seguaci rivolti verso Gerusalemme. Seguendo usanze simili nel giudaismo, l’idea di una direzione sacra è stata una parte del cristianesimo fin dall’inizio. I primi cristiani si aspettavano che il ritorno di Cristo nella gloria avvenisse sul Monte degli Ulivi, da dove Egli ascese al Padre, e quindi era pratica comune per loro durante la preghiera voltarsi verso il Monte degli Ulivi a Gerusalemme. Questa pratica in seguito si è evoluta nell’usanza generale di preferire affrontare Gerusalemme durante la preghiera, e mentre la Chiesa si diffondeva nel mondo mediterraneo, questa nozione si è ulteriormente trasformata in una connessione tra la luce del sole nascente e la gloria del Figlio che ritorna. I semi di questa idea sono piantati in tutta la Scrittura (ad es. Sapienza 16:28, Zaccaria 14:4, Malachia 3:2, Matteo 24:27, Luca 1:78 e Apocalisse 7:2), e la Chiesa primitiva ha posto grande enfasi su questo punto. San Giustino martire scriveva nel II secolo: “Poiché la parola della sua verità e sapienza è più ardente e più luminosa dei raggi del sole, e sprofonda nel profondo del cuore e della mente. Perciò anche la Scrittura dice: ‘Il suo nome sorgerà al di sopra del sole’. E ancora Zaccaria dice: ‘Il suo nome è l’Oriente’. Il sole sta sorgendo, le preghiere sono fatte verso l’alba in Oriente” (Per una spiegazione molto più completa di questo tema, consiglio lo splendido libriccino Turning Towards the Lord di Uwe Michael Lang, pubblicato nel 2004 da Ignatius Press e introdotto con una Prefazione di Joseph Ratzinger).

8. Per questi motivi, da quando la costruzione delle chiese cristiane iniziò su larga scala nel IV secolo, esse sono state letteralmente “orientate” ad Oriente ovunque la geografia locale lo permettesse, e anche quando l’edificio non poteva essere orientato ad Oriente-asse occidentale, l’abside della chiesa e l’altare al suo interno sono stati intesi come l’Oriente liturgico, luogo simbolico della gloria del Signore. Inoltre, poiché l’intera Preghiera Eucaristica è rivolta a Dio Padre e non alla Congregazione, la postura normale del sacerdote è sempre stata quella di affrontare l’Oriente con la sua Congregazione e offrire il sacrificio della Messa con e per loro al Padre. Di conseguenza, è un semplice errore di categoria pensare che il sacerdote dia le spalle al popolo, quando stanno insieme dallo stesso lato dell’altare; anzi, il sacerdote e il popolo con il loro comune “orientamento” mostrano di volgersi insieme verso il Signore, metafora fisica dell’opera interiore di conversione che può essere pensata come “riorientamento” della nostra vita. Per questo in quasi ogni luogo e per quasi tutta la storia cristiana, il sacerdote è stato con il suo popolo dalla stessa parte dell’altare affinché, insieme rivolti verso l’Oriente della sacra liturgia, potessero offrire il gradito sacrificio della loro vita (cfr. Romani 12: 1), supplicando il sacrificio di Cristo.

Come partecipa la Congregazione alla celebrazione della Santa Messa?

9. Uno degli obiettivi delle riforme liturgiche degli anni ’60 era quello di incoraggiare la partecipazione attiva del popolo cattolico alla celebrazione della sacra liturgia, in parte ricordando loro che essi sono partecipi, non spettatori, dell’offerta del sacrificio di Cristo al centro di ogni culto cristiano. Purtroppo, negli anni successivi al Concilio Vaticano II, il desiderio della Chiesa che tutti i fedeli partecipino pienamente alla sacra liturgia è stato troppo spesso trasformato in una caricatura dell’insegnamento conciliare e si sono moltiplicate le idee sbagliate sulla vera natura della partecipazione attiva. Ciò ha portato alla frenetica espansione dei “ministeri” tra la gente e ha trasformato il culto in uno sport di squadra. Ma è possibile partecipare pienamente, consapevolmente e attivamente alla liturgia senza mai abbandonare il proprio banco, ed è anche possibile servire attivamente come musicista o lettore alla Messa senza partecipare veramente alla sacra liturgia. Entrambe sono vere perché il significato primario della partecipazione attiva alla liturgia è adorare il Dio vivente in Spirito e verità, e che a sua volta è una disposizione interiore di fede, speranza e amore che non può essere misurata dalla presenza o assenza di attività fisica. Ma questa confusione sul ruolo dei laici nel culto della Chiesa non fu l’unico equivoco a seguire le riforme liturgiche; errori simili sono stati fatti per la parte del sacerdote.

10. A causa dell’idea errata che tutta la Congregazione dovesse essere in movimento durante la liturgia per essere veramente partecipe, il sacerdote si è progressivamente trasformato nell’immaginario popolare da celebrante dei sacri misteri della salvezza a coordinatore dei ministeri liturgici di altri. E questa falsa comprensione del sacerdozio ministeriale ha prodotto il ruolo in continua espansione del “sacerdote presidente”, il cui compito principale era far sentire la congregazione benvenuta e coinvolgerla costantemente con il contatto visivo e l’abbraccio della sua calda personalità. Una volta accettate queste falsità, allora in molti luoghi il servizio del sacerdote nella liturgia divenne grottescamente deforme, e invece di un umile amministratore dei sacri misteri, il cui unico compito era quello di sollevare il velo tra Dio e l’uomo e poi nascondersi negli ovili, il sacerdote divenne un regista di spettacolo o un intrattenitore il cui compito era pensato di far sentire la congregazione bene con sé stessa. Ma, qualunque cosa sia, non è culto cristiano, e negli ultimi tre decenni la Chiesa ha lentamente trovato una via per tornare al giusto ordinamento della sua preghiera pubblica.

11. Nel febbraio 2007 Papa Benedetto XVI ha pubblicato un’Esortazione apostolica post-sinodale sull’Eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa Sacramentum caritatis[QUI], in cui discute la necessità che i sacerdoti coltivino una propria ars celebrandi o arte di celebrare la liturgia. In quel documento il Papa insegna che «la via primaria per favorire la partecipazione del Popolo di Dio al sacro rito è la celebrazione propria del rito stesso», e parte essenziale di quell’opera è rimuovere il celebrante dal centro della attenzione, perché sacerdote e popolo insieme possano volgersi al Signore. Il compimento di questo compito di restaurazione della liturgia incentrata su Dio è uno dei motivi principali per tornare all’antica e universale pratica di sacerdote e persone che stanno insieme sullo stesso lato dell’altare mentre offrono il sacrificio del Calvario come vero culto del Padre. In altre parole, la consuetudine della celebrazione ad orientem accresce, anziché diminuire, la possibilità del popolo di partecipare pienamente, consapevolmente e attivamente alla celebrazione della sacra liturgia.

12. Naturalmente, non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato nel celebrare la sacra liturgia con il sacerdote di fronte al popolo dall’altra parte dell’altare, e questo rimane il modo in cui nella maggior parte delle forme ordinarie le Messe vengono offerte in tutto il mondo. Allo stesso tempo, la celebrazione della Messa ad orientem non è in alcun modo contraria al diritto liturgico, al pensiero della Chiesa o all’insegnamento del Concilio Vaticano II, e non è necessario alcun permesso speciale per celebrare la Messa rivolta verso l’Oriente liturgico, anche nella Forma Ordinaria del Rito Romano. Ciò significa che entrambe le posizioni sono modi ugualmente legittimi di celebrare i sacri misteri, ed entrambe hanno un posto nella vita della Chiesa. La celebrazione della Messa ad orientem la St Mary’s Church vuole essere sia un esempio di vera diversità nella vita liturgica della Chiesa, sia un segno della continuità del moderno rito romano con le usanze più antiche della Chiesa. Invitiamo tutti coloro che si uniscono a noi nel culto divino ad entrare pienamente, consapevolmente e attivamente nell’offerta del sacrificio perfetto di Cristo per la salvezza del mondo. 

«La liturgia è essenzialmente un atto di culto a Dio. Lo afferma con chiarezza sia la definizione di liturgia già proposta dall’enciclica Mediator Dei di Pio XII: “La sacra Liturgia è il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre, come Capo della Chiesa, ed è il culto che la società dei fedeli rende al suo Capo e, per mezzo di Lui, all’Eterno Padre: è, per dirla in breve, il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra”, sia la successiva definizione di liturgia ripresa dal Vaticano II (SC 7): “Giustamente perciò la liturgia è considerata come l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo… in essa il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra”.

Come si può constatare, la dimensione cultuale è geneticamente costitutiva della natura stessa della liturgia. Elevare tutto il popolo ad un rapporto diretto con Dio, il più possibile libero da ogni distrazione, è l’intento e la meta dell’azione liturgica. L’orientamento dello spirito, della mente e del cuore ad Deum è quindi atteggiamento imprescindibile e condizione primaria ed essenziale per porre un atto liturgico che sia conforme alla sua natura più vera e profonda. Col termine orientamento, dunque, si intende riferirsi a questo sguardo interiore ed esteriore a Dio, che nella tradizione liturgica, orientale e occidentale, si esprime con modalità gestuali differenti, ma concordi nell’unico obiettivo: ricercare e contemplare il volto di Dio.

Data la costituzione dell’uomo di anima e corpo, non è possibile non conformare all’orientamento interiore dello spirito la posizione, gli atteggiamenti e i gesti corporei. Infatti, pretendere di adorare con la sola anima senza coinvolgere anche il corpo è porsi in uno stato innaturale, costringendo l’anima a subire una continua frizione con le distrazioni esteriori che frenano e feriscono il moto dello spirito nell’atto di volgersi a Dio. Dunque nella celebrazione liturgica l’anima e il corpo insieme, in mutua simbiosi, devono orientarsi al Signore. (…)

Poiché Dio è invisibile si rende necessaria la mediazione dei simboli che richiamino Lui, la sua misteriosa presenza e la sua azione salvifica. Sono i segni del sacro che si devono distinguere da tutto il complesso delle creature, che elevano certamente al Signore, ma in modo indiretto e riflesso. Non distinguere sufficientemente il sacro dal profano incrina non poco l’orientamento liturgico, anzi lo estingue in quanto lo priva del suo scopo: distogliere lo sguardo dalle creature per elevarlo al Creatore.

Senza tali segni le cose del mondo diventano opache ed equivoche costituendo una distrazione dal soprannaturale, che invece i segni sacri indicano in modo diretto e immediato. In realtà è appunto il sacro autentico (ossia conforme alla vera fede) che interpreta rettamente il profano e ne svela la sua origine e finalità riconducendo ogni cosa a Colui che l’ha creata.

Senza questa necessaria mediazione del ‘sacro’ – dopo il peccato originale – le creature si oscurano e il loro fascino ci distoglie con facilità dal loro Autore ed esse stesse perdono la loro identità. Infatti, come ben si esprime il Concilio Vaticano II, “La creatura senza il Creatore svanisce” (GS 36). Ecco allora il motivo per cui l’orientamento nel culto ha sempre espresso movimenti e segni corporei ben noti con lo scopo di innalzare lo spirito al mistero divino: elevare gli occhi e le braccia al cielo, volgersi al sole nascente, verso oriente o verso Gerusalemme, guardare all’altare e alla croce, contemplare il SS. Sacramento o una sacra immagine, ecc. Senza tali gesti la liturgia perde la sua forza e la sua visibilità e non potrà più manifestare quella sua intrinseca coralità, che la configura come un atto pubblico e comune del popolo di Dio. (…)

Il Signore però non abbandona la sua Chiesa ed è consolante che molti giovani, laici e sacerdoti, stiano riscoprendo il senso vero e sacro della liturgia e abbiano una spiccata e vigile attenzione ai veri fondamenti di una celebrazione liturgica secondo il cuore di Cristo nella perenne tradizione della Chiesa. Ad essi il nostro sursum corda per la nobile e grata missione di un autentico ritorno a Dio nel senso più profondo del conversi ad Dominum» (Don Enrico Finotti, “Conversi ad Dominum”. L’orientamento nel culto, Liturgia Culmen et Fons, Anno 6, N. 4, dicembre 2013).

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