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domenica 6 giugno 2021

L'attacco al Summorum Pontificum: che cosa ci aspetta?

Come sottolineavamo qui, il destino che attende il Summorum Pontificum - ed i fedeli che si abbeverano spiritualmente alla fonte della liturgia tradizionale - costituisce un tema la cui importanza è ormai indiscutibilmente attestata dalla mole davvero impressionante degli interventi apparsi in proposito nella blogosfera.

Vogliamo ora proporvene un paio, pubblicati il 31 maggio e il 4 giugno scorsi sul sito tedesco Motu-proprio: Summorum-Pontificum, e ripresi anche da Rorate Coeli (qui nella traduzione di Chiesa e post concilio), che ci paiono interessanti per la novità di alcune considerazioni e per l'attenzione giustamente dedicata al futuro degli Istituti Ecclesia Dei - anche se ci auguriamo con tutto il cuore che alcune delle ipotesi formulate e delle conclusioni raggiunte pecchino per eccesso di pessimismo.

La traduzione, more solito, è un po' artigianale, ma confidiamo che consenta comunque un'agevole lettura.
Che cosa ci aspetta? - I 
31.5.2021 

Non ci sono ancora informazioni affidabili sulle "interpretazioni" del Summorum Pontificum annunciate da Francesco, ma ci sono molte ipotesi. Alcune di loro sono da prendere abbastanza sul serio. 

Forse la considerazione più interessante è: poiché si parla di "interpretazioni”, il testo del Motu Proprio stesso potrebbe rimanere inalterato, e i cambiamenti previsti sarebbero realizzati attraverso una riformulazione delle disposizioni attuative della Universae Ecclesiae del 2011. Interventi più profondi non sarebbero quindi necessari, per il momento; tuttavia, si dovrebbero accettare alcune incongruenze tra il Motu-Proprio - che come tale ha forza di legge - e i regolamenti di attuazione. Esattamente quello con cui bisogna fare i conti alla luce del sempre più evidente disprezzo del diritto formale e delle sue norme a Roma. 

L'approccio attuale sarebbe quello di inquadrare i cambiamenti non come norme generalmente vincolanti, ma - con il pretesto del decentramento e del rafforzamento dell'autorità episcopale - come "possibilità estese", o "opzioni", la cui attuazione sarebbe lasciata totalmente o parzialmente alla discrezione degli Ordinari locali. Si prevede come certo che essi riceveranno piena autorità per quanto riguarda se e quando e in quale forma il clero diocesano può celebrare nel rito tradizionale. Ma anche i sacerdoti delle comunità di rito antico potrebbero essere sottoposti ai regolamenti diocesani per la celebrazione nelle chiese della diocesi. In questo contesto si potrebbe arrivare a relativizzare la proibizione, finora valida, delle "forme miste", per cui si potrebbero prevedere letture secondo il nuovo lezionario e calendario, ministranti donne, ministri straordinari della Santa Comunione e ulteriori conquiste del Novus Ordo. Anche l'amministrazione dei sacramenti - in particolare, battesimi, matrimoni e cresima - sarà regolata ancora più rigorosamente di prima, secondo quanto si apprende. Già ora gli Ordinari hanno notevoli possibilità di agire sulle iscrizioni nei registri ecclesiastici: per esempio, fino a rendere la cresima secondo la vecchia liturgia impossibile nella loro sfera di influenza. 

Non nella sola Germania ci sono attualmente numerose diocesi i cui vescovi generalmente non concedono ai membri delle comunità sacerdotali il permesso di lavorare nella loro giurisdizione: il che richiama l'attenzione su un grave "difetto nativo” negli atti fondativi di questi gruppi. Secondo le disposizioni del Summorum Pontificum, tuttavia, i sacerdoti diocesani che, per esempio, come pensionati sono meno dipendenti dalla benevolenza episcopale, potrebbero celebrare per i fedeli interessati secondo la liturgia tradizionale. Secondo le nuove disposizioni in previsione, gli ordinari locali potrebbero impedire completamente la celebrazione della Santa Messa e l'amministrazione dei sacramenti secondo il rito tradizionale nella loro area di competenza e realizzare così l'ideale delle “zone libere da Trento” cui aspiravano i riformatori più radicali. 

L'estensione dei poteri episcopali e le corrispondenti restrizioni della possibilità dei sacerdoti di celebrare saranno probabilmente al centro della "reinterpretazione". Tuttavia, è concepibile prevedere anche notevoli restrizioni per le comunità sacerdotali della forma tradizionale - come è stato a lungo richiesto dalle lobby corrispondenti in Vaticano. È molto probabile che come comunità saranno completamente subordinate alla Congregazione per gli Ordini religiosi (aggiornamento: si tratterebbe, in realtà, della Congregazione per il Culto Divino). Ciò colpirebbe poi, per citare solo i maggiori, la Fraternità di San Pietro, l'Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, e l'Istituto del Buon Pastore, così come i monasteri e gli ordini monastici della Tradizione. La Congregazione per la Dottrina della Fede, forse anche la Congregazione per il Culto Divino, resterebbe responsabile della risoluzione delle questioni liturgiche, tutto il resto, soprattutto la "supervisione legale e disciplinare", sarebbe nelle mani dell’équipe di Braz de Aviz, il collaudato schiacciasassi religioso. 

Questa équipe avrebbe allora non solo la possibilità di nominare commissari e - come aveva tentato invano con i Francescani dell'Immacolata - di mettere le mani sui beni delle comunità; senza dubbio, controllerebbe anche i seminari, li formerebbe o addirittura li scioglierebbe del tutto e rimanderebbe i seminaristi alle collaudate scuole diocesane di formazione. Lì, direttori degli studi altamente qualificati e suore combattenti femministe, già presenti nel corpo docente, si occuperebbero di rendere i candidati pronti all'edificazione della Chiesa della promettente nuova primavera nascente. 

Un altro elemento disciplinare già esistente per le comunità "altrituali", di cui si parla, al più, solo a porte chiuse, potrebbe essere utilizzato più intensamente: per decenni queste comunità sono state rigorosamente prive di una forma giuridica che potesse fornire loro vescovi "propri". Per l'ordinazione dei sacerdoti essi dipendono quindi da vescovi esterni - vescovi diocesani o curiali che sono positivamente disposti verso il Summorum Pontificum. Negli anni passati, i vescovi che si sono generosamente resi disponibili per le ordinazioni sono già stati più volte avvertiti informalmente da Roma che dovrebbero gentilmente limitarsi alle ordinazioni per i nuovi sacerdoti della propria diocesi. Con la legalizzazione di questo requisito, le comunità fedeli a Roma potrebbero effettivamente essere limitate o addirittura bloccate del tutto nell'ordinare i candidati che affluiscono abbondantemente verso di loro. 

Con tali strumenti, gli oppositori militanti della liturgia tradizionale, che possiamo identificare senza cattiva coscienza come nemici della Chiesa di Cristo, potrebbero praticamente liquidare le detestate reliquie dei tempi e dello spirito dei duemila anni di tradizione nella Chiesa. Le comunità e le congregazioni della tradizione potrebbero operare solo dove i vescovi permettono loro di farlo - fino all'insediamento di un successore che abbia meglio colto i segni dei tempi. Nelle diocesi "tolleranti e aperte alla diversità" ci sarebbe allora forse una messa settimanale secondo il Messale di Giovanni XXIII il martedì alle 7.45 e il venerdì alle 21.15, in due luoghi senza accesso dall'autostrada. Mai la domenica, perché allora i sacerdoti diocesani sono tutti necessari nelle zone pastorali o per la concelebrazione alla sede vescovile. La formazione di una congregazione di credenti tradizionali sarebbe effettivamente impedita. L'attrattiva delle comunità, i cui seminari registrano attualmente più di 200 nuovi iscritti all'anno in tutto il mondo, potrebbe già essere ridotta con qualche tratto di penna al livello dei centri di formazione delle moderne conferenze episcopali... 

Che i circoli romani dietro la "reinterpretazione" del Summorum Pontificum intendano esattamente questo è fuori dubbio, e che Papa Francesco, per il quale la dottrina apostolica significa poco e i suoi sogni ecclesiastico-politici molto, alla fine indulga in questo nonostante o anche a causa del suo disinteresse per tutte le cose liturgiche, lo è altrettanto. Le comunità di credenti tradizionali e specialmente le comunità sacerdotali della tradizione stanno per affrontare tempi difficili e prove terribili. Solo la fiducia nell'aiuto di Dio può dare speranza. E la volontà di fare sacrifici per la conservazione della giusta fede e per la salvezza della propria anima e della propria famiglia, davanti alla quale impallidiscono gli sforzi del passato. 
Che cosa ci aspetta? - II 
4.6.2021 

Secondo le attuali informazioni e voci sulle prossime restrizioni all'uso della liturgia tradizionale, il Vaticano sta pianificando un approccio in due fasi. In un primo passo, atteso in settimane piuttosto che in mesi, saranno riformulate le regole per l'uso della liturgia da parte del clero diocesano e sotto la responsabilità dei vescovi locali. In un secondo passo, che non è previsto prima dell'autunno, le comunità sacerdotali del rito antico saranno sollecitate con enfasi e, se necessario, anche con misure coercitive, ad adeguare il loro lavoro pastorale, la loro vita comunitaria e la loro formazione sacerdotale alle "linee guida del Concilio Vaticano II". 

Una tale scansione sembra logica e anche vantaggiosa dal punto di vista della politica ecclesiastica per le forze che vogliono respingere il rito tradizionale e l'insegnamento e la spiritualità tradizionali. Gli atti del Summorum Pontificum - cioè il Motu Proprio stesso, poi la lettera di accompagnamento ai vescovi, e infine i regolamenti attuativi emanati solo dopo un ritardo di 4 anni nel 2011 - trattano essenzialmente di regole per il clero o i fedeli nelle diocesi, e solo in alcuni casi particolari (ad esempio per quanto riguarda gli ordini sacri) fanno riferimento a questioni relative alla vita pratica nelle comunità tradizionali, che forse non sono ancora state sufficientemente chiarite nei loro atti fondativi. 

Il vantaggio di una tale scansione in due tappe per l'apparato curiale sarebbe, soprattutto, quello di dividere l'opposizione e la resistenza derivanti da ragioni affettive e da situazioni d'interesse, e di diluirle temporalmente in un periodo più lungo. 

Per quanto riguarda le regole previste per il clero diocesano, non ci sono nuove informazioni sostanziali oltre a quelle che di cui abbiamo già potuto discutere in altri articoli. Ai vescovi sarà data praticamente piena supremazia per i loro sacerdoti e per le chiese e congregazioni diocesane per quanto riguarda il luogo, il tempo, il numero e la cerchia dei partecipanti, e il modo di celebrare la liturgia tradizionale. Qualsiasi diritto autonomo o addirittura opponibile ai vescovi da parte del clero e dei fedeli non è apparentemente previsto. Se - a parte la Santa Messa - ci possano essere ancora celebrazioni sacramentali nella forma tradizionale è incerto e dipenderebbe in ogni caso - parola chiave dei registri della chiesa - dalla buona volontà dell'Ordinario locale. 

Per quanto riguarda il trattamento delle comunità sacerdotali, il cui carisma speciale è la cura della liturgia tradizionale, sono disponibili solo poche informazioni. A grandi linee, dipingono il seguente quadro: si dice che i superiori delle comunità riceveranno una lettera contemporaneamente alla promulgazione delle nuove regole diocesane, che conterrà essenzialmente due punti. Il primo punto sarebbe un invito a cooperare pienamente con i vescovi nell'attuazione delle nuove linee guida e a non impegnarsi in alcun tentativo di aggirarle o contrastarle. In secondo luogo, le lettere dovrebbero contenere l'annuncio o l'invito a un incontro dei superiori previsto per l'autunno a Roma, nel quale saranno date loro nuove istruzioni per l'uso della liturgia tradizionale nella pastorale. Il cuore di tutto questo deve essere un impegno rigoroso di attenersi alle decisioni del Concilio Vaticano II - nella misura in cui qualcuno a Roma è in grado di distillare un "insieme di decisioni" non ambiguo dai testi spesso ambigui e contraddittori di quel Concilio; cosa che, come sappiamo, non è stata raggiunta in più di 50 anni di caos dopo la cerimonia conclusiva. I giocatori di skat (gioco di carte diffuso in Germania - NdT) sanno come finiscono queste cose: carta alta batte carta bassa. Sarebbe anche concepibile che dopo le nuove disposizioni, come previsto, i sacerdoti "sottoccupati" delle comunità siano chiamati per la cura pastorale delle parrocchie - presumibilmente secondo le linee guida decise dalle commissioni liturgiche locali. Infine si dice anche che in questa riunione in autunno saranno annunciate le visite alle comunità, con lo scopo di verificarne la fedeltà al Concilio. Dopo i ripetuti attacchi indiretti del Papa a presunte forme rigide di pietà e formazione nei seminari, proprio i seminari saranno probabilmente al centro dell'attenzione romana. 

Così in base al sempre fertile mulino delle voci romane. Niente è ancora ufficiale, ma le mosse individuali descritte danno un quadro generale abbastanza plausibile. Una discussione su come le congregazioni e le comunità della tradizione dovrebbero affrontare una nuova disciplina di questo tipo avrà senso solo quando i documenti saranno disponibili. D'altra parte, già oggi ci si può chiedere come i promotori di questo ritorno all’epoca dell'indulto, concesso a malincuore, possano e vogliano conciliare il loro approccio con il fatto che le congregazioni orientate, in senso lato, alla tradizione, soprattutto nei paesi industrializzati occidentali sviluppati, siano in molti casi le uniche isole di crescita nel deserto della confusione postconciliare. Si prevedono ulteriori contributi sul tema.