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mercoledì 19 maggio 2021

Vaticano utilizza un’opera di street art per il francobollo di Pasqua, poi non paga l’autrice. Che ora chiede 130mila euro di risarcimento

Neanche più buoni pagatori in Vaticano.
A prescindere dal gusto di scegliere il soggetto (vedi foto sotto) di, almeno, gusto discutibile.
Luigi


L'artista italo-sudafricana Alessia Babrow ha citato in giudizio la Santa Sede perché la sua creazione è stata utilizzata a sua insaputa e per un fine (e con un senso) completamente diverso da quello originario. "Non è una questione di soldi, ma di principio" dice a ilfattoquotidiano.it, sottolineando che quando ha chiesto spiegazioni dalla Città Stato le hanno offerto l’invito a un’udienza pubblica con il Papa e, successivamente, qualche francobollo in omaggio.

“Ero in motorino quando fui attirato da un piccolo murales, ispirato all’Ascensione di Heinrich Hoffmann. Tra lo strombazzare delle auto, mi fermai per fotografarlo”. Così Mauro Olivieri, direttore dell’Ufficio filatelico vaticano, raccontava al magazine Il mio Papa la back-story del francobollo celebrativo emesso per la Pasqua 2020. Un esemplare unico nel suo genere, proprio perché raffigurante un murales, o meglio un’opera di “poster art” presente sulla balaustra di ponte Vittorio Emanuele a Roma: la rielaborazione di un dipinto di Hoffmann (pittore tedesco di fine ‘800), in cui alla figura di Gesù è sovrapposta l’immagine anatomica di un cuore, con il messaggio “Just use it”. Nell’emissione, alla foto del poster si affiancano le diciture “Pasqua 2020” e “Città del Vaticano”, lo stemma e il prezzo, a caratteri che imitano quelli di un graffito. Una novità stilistica volta a rinfrescare e ringiovanire la filatelia pontificia, tutta duomi, statue e acquerelli: senza considerare, però, che anche una creazione di street art – seppur esposta in forma anonima – è a tutti gli effetti un’opera dell’ingegno tutelata dalla legge sul diritto d’autore. Così l’autrice, l’artista italo-sudafricana Alessia Babrow, si è vista costretta a uscire allo scoperto. E dopo aver tentato, senza successo, ogni strada amichevole per farsi ascoltare, ha scelto di citare in giudizio il Governatorato della Città del Vaticano chiedendo decine di migliaia di euro di danni.

“Purtroppo questa storia è più grande di me”, dice Babrow, romana, 42 anni, raggiunta da ilfattoquotidiano.it. “A segnalarmi l’esistenza del francobollo è stata una mia amica fotografa di street art, causandomi uno shock. Io ho un carattere riservato, tendo a fuggire dai riflettori e quindi non firmo nemmeno molte delle mie installazioni. Vivo sola ai margini di un bosco fuori Roma, non ho la televisione e non leggo giornali. Far causa al Vaticano non rientrava proprio nei miei piani”, ironizza. A convincerla, però – racconta – è stato l’atteggiamento dell’Ufficio filatelico davanti alle richieste di confronto. “Li ho contattati in via informale e ho trovato un muro di gomma. Addirittura, tramite un intermediario, mi hanno offerto come “risarcimento” l’invito a un’udienza pubblica con il Papa, che ho cortesemente declinato. A quel punto ho inviato due successive diffide a ritirare il prodotto dal commercio, via raccomandata e pec, senza ottenere risposta: nel frattempo però, ufficiosamente, dicevano al mio vecchio legale che al massimo sarebbero stati disposti a regalarmi un po’ di francobolli. Allora ho deciso di andare in tribunale. Io posso anche lavorare gratis, l’ho fatto in passato, ma non accetto che altri si arricchiscano sfruttando il mio lavoro senza consenso. Non è una questione di soldi, ma di principio”.

Nell’atto di citazione – depositato al tribunale di Roma dagli avvocati Mauro Lanfranconi e Luigi Marcucci – Alessia Babrow chiede al Vaticano 36.800 euro a titolo di risarcimento del danno morale e non meno di 92mila per il danno patrimoniale. Una somma, quest’ultima, equivalente a quella incassata dal Governatorato con la vendita dei francobolli. I legali, infatti, ricordano come l’edizione sia stata commercializzata – senza alcun riferimento al nome dell’autrice – sul portale filatelico vaticano con una tiratura, andata esaurita, di 80mila copie a 1,15 euro ciascuna: per di più, dopo il sold out della prima emissione, “si apprendeva che il francobollo (…) diveniva oggetto d’asta privata tra collezionisti alla maggior somma di euro 4,00 ciascuno”. Ciò nonostante la legge sul diritto d’autore garantisca a Babrow “il diritto esclusivo di sfruttamento economico dell’opera”, comprendente le facoltà di riprodurla, comunicarla al pubblico, distribuirla e noleggiarla, di modo che “soggetti differenti dall’autore potranno sfruttare economicamente un’opera soggetta alla tutela autoriale solo previa autorizzazione scritta di quest’ultimo”. L’enclave pontificia, invece, “procedeva alla realizzazione, commercializzazione e vendita di francobolli ritraenti l’opera realizzata dalla sig.ra Babrow, in difetto di qualsivoglia autorizzazione”, e per di più con la dicitura “Città del Vaticano” e lo stemma dello Stato, “nonostante la piena consapevolezza dell’altruità dell’opera”.

“A ciò si aggiunga – prosegue l’atto – che sul portale online ove venivano commercializzati i francobolli non risulta alcun riferimento all’autrice, nonostante l’identità dell’artista sia stata successivamente svelata da numerose testate giornalistiche e fosse – altresì – evincibile dalle diffide trasmesse”. La condotta del Vaticano viola – secondo i legali – anche il diritto, compreso nel diritto d’autore, di opporsi a qualsiasi modifica dell’opera che possa ledere onore e reputazione dell’artista: e ciò in quanto “l’accostamento dell’opera alla Chiesa Cattolica distorce e altera in modo irrimediabile il messaggio che l’autrice intendeva veicolare al pubblico” con il suo progetto artistico, “Just use it”, che affiancando un cuore a simboli di diverse religioni – e non solo – voleva “sollecitare e stimolare lo spettatore ad assumere uno spirito riflessivo e critico nei confronti delle verità dogmatiche”. Un messaggio, si legge, “irrimediabilmente stravolto se comunicato dal soggetto sottoposto alla critica stessa”. L’udienza di discussione della causa è richiesta in citazione per il 7 dicembre prossimo. “Non ho bisogno del giudizio di un Tribunale per conoscere il valore del mio lavoro”, commenta Alessia, “ma ciò che mi ha fatto più male, in questa vicenda, è non aver ricevuto il minimo accenno di scuse. E credo che almeno quelle mi spettino di diritto”.



2 commenti:

  1. Quando si vuol fare i piccoli si viene trattati da piccoli.Ovviamente non è una questione di soldi.Manco per niente.

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  2. La chiesa povera, la chiesa in uscita...la chiesa dei pataccari!
    Non sopporto la street art, ma stavolta sono d'accordo con l'autrice. Anzi, io avrei chiesto molto di più.

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