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mercoledì 21 aprile 2021

Aborto, c’è chi dice no: almeno negli USA

Qualche buona notizia dagli Stati Uniti d'America.
Luigi



Aborto, c’è chi dice no
Nonostante tutto, l’onda positiva della normativa pro-life e antiabortista percorre gli Stati Uniti d’America

Joe Biden in qualità di presidente e Kamala Harris come vicepresidente si sono insediati mercoledì 20 gennaio 2021. Non appena preso possesso dello Studio Ovale, anzi, per la verità anche prima, il quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti d’America non ha fatto mistero della posizione propria e dell’entourage rispetto alla questione fondamentale e cruciale dell’aborto nel Paese nordamericano. Una posizione, vale a dire, drammaticamente favorevole e cosiddetta pro-choice, assolutamente contraria invece a qualsivoglia istanza pro-life.

Eppure… Eppure a partire dall’inizio dell’anno alcuni disegni di legge si sono affacciati alla ribalta in numerosi Stati dell’Unione, minando alla base il “pensiero unico” presidenziale e inserendo nel dibattito voci contrastanti che “iFamNews” si augura possano trovare la giusta eco e soprattutto uno sbocco legislativo di successo. Eccone alcune.

South Dakota

Per esempio Kristi Noem, Repubblicana, governatore del South Dakota dal 2019, ha presentato il disegno di legge denominato House Bill 1110 all’inizio dell’anno e ora sta per apporvi la propria firma, nonostante l’opposizione del Planned Parenthood Action Fund, che ha invocato la sempreverde definizione di «salute riproduttiva femminile» per contrastare il progetto. Il disegno di legge rende illegale l’aborto nel caso in cui esso sia dovuto alla diagnosi, per il bimbo nel ventre materno, di sindrome di Down. La proposta non prevede sanzioni per le madri che vi facessero ricorso, bensì per il solo personale medico, e ammette eccezioni nel caso in cui la gestante fosse in pericolo di vita.

La Noem, nel proprio discorso, si è appellata alla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, che riconosce a tutti e a ognuno, come primo fra gli intangibili, il diritto alla vita, e auspica che la Corte Suprema statunitense giunga a stabilire che tale diritto debba essere assicurato non solo ai bambini con sindrome di Down, ma a ciascuno di quelli che significativamente definisce «preborn child», bambini non ancora nati. Quegli stessi bambini che, per esempio in Europa, vengono abortiti con percentuali impressionanti, sino ad azzerarne violentemente la popolazione in alcuni Paesi quali la Danimarca e l’Islanda.

South Carolina

In febbraio il governatore della South Carolina, Henry McMaster, Repubblicano, in carica dal 2017, ha firmato una legge sull’aborto estremamente restrittiva, con la quale si vieta l’interruzione della gravidanza una volta giunti alle sei settimane di gestazione, quando abitualmente si inizia ad avvertire il battito cardiaco del feto.

Per il personale medico che dovesse praticare l’aborto oltre il termine sono previste sanzioni penali che possono arrivare fino a due anni di carcere.

Esternando la propria soddisfazione su Twitter, il governatore McMaster ha espresso l’auspicio che il South Carolina possa divenire «[…] lo Stato più pro-life del Paese».

Arkansas

Ancora più stringente la normativa appena firmata dal governatore Asa Hutchinson in Arkansas, dove a partire dal mese di agosto, se tutto procederà come auspicato da Jason Rapert, promotore dell’iniziativa, Repubblicano, classe 1972, il divieto di aborto sarà pressoché totale. Non saranno previste deroghe in caso di stupro, di incesto o di malformazioni fetali gravi, laddove continuerebbe a esistere il solo limite del pericolo di vita della madre.

Il governatore Hutchinson, anch’egli Repubblicano, in carica dal 2015, ha firmato il disegno di legge, che prevede per i trasgressori sino a dieci anni di carcere e cento mila dollari statunitensi di sanzione pecuniaria, per via del sostegno popolare estremamente ampio alla nuova normativa, ma ha espresso in realtà alcune perplessità.

In particolare, il governatore è preoccupato che il successo dell’iter legislativo risulti inficiato dal trovarsi in contrasto con alcuni precedenti vincolanti espressi dalla Corte Suprema, come hanno sottolineato i rappresentanti della American Civil Liberties Union (ACLU) e di Planned Parenthood. Eppure è proprio alla Corte Suprema che Rapert vuole arrivare, per sovvertire l’ormai celeberrima sentenza Roe vs. Wade che, a partire dal 1973, rese l’aborto legale in tutti gli Stati Uniti. L’elezione del giudice Amy Coney Barrett, una delle ultime iniziative promosse dall’ex presidente Donald J. Trump, e la maggioranza Repubblicana raggiunta in quell’assise fanno ben sperare i pro-lifer statunitensi.
Montana

Ugualmente a cavallo tra febbraio e marzo, questa volta nel Montana, sono stati presentati con buone speranze di successo quattro disegni di legge compiutamente e decisamente pro-life.

L’House Bill 136, promosso in Senato dal Repubblicano Keith Regier, vieta l’aborto dopo la ventesima settimana. L’House Bill 167, appoggiato dal neoeletto governatore Greg Gianforte, anch’egli Repubblicano, prevede invece l’obbligo di prestare ogni necessaria cura ai bambini nati vivi dopo un tentato aborto. Un terzo disegno di legge è costituito dall’House Bill 171, che vieta la prescrizione di aborto farmacologico in regime di “telemedicina”, e un quarto dall’House Bill 140 che prevede invece che i medici mostrino alle gestanti un’ecografia del nascituro prima di procedere con l’interruzione di gravidanza eventualmente richiesta.
Idaho

Nell’Idaho del governatore Repubblicano Brad Little, in carica dal 2019, è alle tasche dei contribuenti che si chiede di agire contro l’aborto, sospendendo cioè ogni forma di finanziamento.

Con l’House Bill 220, infatti, si intende vietare che qualsiasi ente pubblico riceva fondi per promuovere o fornire interruzioni di gravidanza nello Stato.

Planned Parenthood ha tre sedi in Idaho e ha espresso naturalmente la propria opposizione al disegno di legge, sventolando come credenziale di fiducia il proprio contributo alla lotta contro i tumori che colpiscono la popolazione femminile: la solita cantilena della «salute sessuale e riproduttiva delle donne».
Per concludere

A conclusione di questa carrellata, certamente non esaustiva, “iFamNews” non può che augurarsi il buon successo delle proposte di legge che si sono elencate.

Sarà un caso, certamente, ma in ciascuno di questi casi la strenua opposizione al diktat abortista presidenziale giunge da personalità politiche appartenenti al Partito Repubblicano. Che naturalmente non è una garanzia di moralità specchiata e di correttezza pro-life, però forse il contrario presenta qualche elemento di verità e, come diceva quel tale, a pensar male talvolta non si sbaglia.