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martedì 9 marzo 2021

Università di Torino: no a croci in casa durante gli esami a distanza

La dittatura avanza sempre.
Luigi

Niente croci in casa: la folle imposizione dell'università
La Nuova Bussola Quotidiana, Andrea Zambrano, 12-02-2021


La folle imposizione dell'Università di Torino che per gli esami a distanza vieta persino i simboli religiosi. Ecco la società postcristiana che ci collega al mondo senza Cristo vissuto dai primi martiri. Ma ora è il frutto dell'imposizione progressista. Per anni ci è stato detto di vivere la fede nel privato. Ora, con un niente, ci può venire tolto anche questo.

Se non altro fa ancora notizia, il problema sarà quando non ci sarà neanche più un giornale incuriosito. L’Università di Torino ha emanato alcune regole per effettuare gli esami on line attraverso la cosiddetta didattica a distanza. Oltre a obbligare gli studenti a utilizzare un software di controllo, per evitare che copino la prova, sono previste anche regole che non hanno nulla a che fare con la didattica a distanza. Ad esempio, viene proibito di mostrare durante gli esami simboli politici o religiosi.

Ora, comprendiamo che lo studente che si presenta all’esame di Storia contemporanea con alle spalle la bandiera del fu partito comunista, non dia di sé un’impressione di rigore e imparzialità storica, e lo stesso sarebbe per la studentessa che si presentasse all’esame di sociologia con la felpa della Lega Nord Salvini style. Ma questo, anche se piuttosto coercitivo, lo potremmo anche comprendere. L’ostentazione di un simbolo di partito vuole comunicare proprio quel messaggio che il partito comunica.

Ma per i simboli religiosi la faccenda si fa più discutibile. E non solo perché un crocifisso appeso alle pareti fa praticamente parte dell’arredamento di molte case italiane, ma perché i simboli religiosi, a differenza di quelli politici, segnano un’appartenenza rispetto alla quale ogni proibizione è una violazione della privacy e della sensibilità religiosa.

Il regolamento non lo spiega, ma è chiaro che se lo studente si presenta all’esame di fronte al pc con un qualunque simbolo di fede accanto, non lo fa per ostentazione, ma per il semplice motivo che quello è il suo corredo quotidiano.

Se dovessi sottopormi a un esame a Torino, dovrei allontanare alla vista la statuetta di Padre Pio sulla scrivania (fortuna che San Giuseppe è al riparo in camera da letto), togliermi dal collo la catenina con la medaglietta miracolosa e la medaglietta d’oro dello scapolare e dal polso il rosarietto che mi accompagna anche in doccia. Accessori che non toglierei, salvo pochissime eccezioni, tipo una radiografia al collo, nemmeno sotto i metal detector. Sarebbe una violenza. Piccola o grande, non importa, ma comunque sarebbe un messaggio passivo che riceverei da chi mi sta giudicando: il problema non sei tu, ma la tua fede in Cristo.

Ecco, l’episodio, pur nella sua insignificanza per gli equilibri dell’umanità, segna un ulteriore passo verso l’annichilimento della propria identità cristiana. Anzitutto perché dopo Torino arriveranno anche gli atenei di Venezia, Salerno o – che so – Nuoro. Poi perché di regolamento in regolamento anche le università cattoliche procederanno ad adeguarsi, se prima non ci avrà pensato un Dpcm governativo, con rassegnata e diligente scrupolosità. Dalle università passeremo poi a togliere i simboli religiosi anche dalle strade dove si svolgono eventi pubblici e magari a cambiare la toponomastica. Del resto, da Piazza San Giovanni a piazzetta Mario Draghi, il passo potrebbe essere breve e indolore.

Scomparirebbero così i segni identitari esteriori di un’appartenenza rispetto alla quale i martiri Scilitani ripetevano in tribunale: Quod sum, ipsud volo esse (“quello che sono proprio questo voglio essere”).

L’esempio non è casuale, perché contrariamente a loro, che affrontarono il giudizio di un tribunale romano con animo da martiri, noi faremo molto prima a rinunciare anche ai nostri segni esteriori.

È una condizione quasi obbligata che ci riporta ad una premonizione presa a prestito dallo storico Leonardo Lugaresi che nel suo fortunato “Vivere da cristiani in un mondo non cristiano” (Lindau, 2020) notava: «Proviamo a pensare alla nostra esistenza eliminando da essa tutto il cristianesimo delle cose di cui è ancora pieno l’ambiente in cui viviamo. Cancelliamo tutte le chiese, le cappelle, le edicole votive, le statue e le immagini sacre e ogni altro segno cristiano visibile nel tessuto urbanistico della nostra città. Immaginiamo che non siano mai esistiti. Annulliamo tutti i riferimenti cristiani presenti nella toponomastica e nel calendario, immaginiamo che non vi sia più nulla negli usi e nei costumi, che richiamino anche lontanamente a Cristo, la Madonna e ai santi. Ora concentriamoci su casa nostra e togliamo anche di lì le tante cose cristiane che vi sono e a cui magari non facciamo più caso: non solo i crocifissi e le immagini sacre, ma anche i libri, i giornali e le riviste. (…) Non basta: di ambiente cristiano ne abbiamo tanto, soprattutto in testa, quindi provvediamo a ripulire l’archivio della nostra memoria (il papa, Lourdes e chi più ne ha più ne metta): tutto questo non è mai avvenuto».


Ecco, questo è il contesto in cui i primi cristiani si sono trovati a vivere quando in piccoli gruppi hanno iniziato a confrontarsi criticamente col mondo ebraico prima e poi con quello romano che li ha portati prima al martirio e poi a fecondare come lievito tutta la società.

Oggi ci stiamo avviando a vivere in questa Roma senza Cristo, ma per sottrazione, togliendo e spesso demolendo. È un processo che in alcuni paesi come in Olanda sta andando avanti da tempo e che, con questa iniziativa dell’università di Torino, sta entrando anche nella cattolicissima Italia.

Così cattolica che ora non è più nemmeno libera di tenere i simboli a cui tiene di più nella propria cameretta. La stessa cameretta, intesa come privato, dove i cattolici progressisti si erano convinti di poter vivere la fede, quasi obbligandoci a credere che una testimonianza pubblica della fede fosse inutile, superata e dannosa. Ecco i frutti di quella rinuncia ad essere fuori accontentandosi di coltivare dentro. Che i barbari sono arrivati anche dentro e li lasceremo fare senza colpo ferire. A patto che, una volta devastato tutto e azzerato ogni riferimento, un piccolo gruppo di uomini non deciderà che è ora di ritornare a riveder le stelle e si alzerà in piedi sfidando il potere minaccioso all’orizzonte. Allora, come accadde duemila anni fa, sentiremo uno spirito nuovo.