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martedì 17 novembre 2020

Politica, società, chiesa nel tempo presente - qualche riflessione su un'intervista di Papa Francesco


Ci siamo imbattuti in un'interessante disamina che il Prof. Danilo Castellano ha fatto, ormai due anni fa, dell'intervista rilasciata da papa Francesco a Dominique Wolton e raccolta nel volume
Politique et société (Parigi, Editions de l'Observateur, 2017).

Crediamo cosa utile riproporla qui di seguito ai nostri lettori.

Il Prof. Danilo Castellano è emerito di Filosofia di Diritto all'Università di Udine e, da diversi anni, quasi cinquanta, organizza a Fanna (PN) il convegno "Instaurare omnia in Christo" con tanto di Santa Messa (in rito antico) ad inaugurare i lavori. Anche noi di MiL ne abbiamo dato ultimamente notizia QUI.

Ai convegni è poi connesso l'omonimo periodico cattolico, culturale, religioso, civile QUI, fondato e diretto dallo stesso Professore.

L'articolo qui di seguito riproposto è tratto dal numero di Maggio - Agosto 2018, Anno XLVII, n. 2 reperibile QUI nella sua interezza.

Anche MiL si era già occupata dell'argomento relativo all'intervista rilasciata da Papa Francesco, si vedano i nostri pregressi post QUI1, QUI2 e QUI3.

Buona lettura

AZ

 

Qualche riflessione su un'intervista di Bergoglio

POLITICA, SOCIETÀ, CHIESA NEL TEMPO PRESENTE

di Danilo Castellano



1. Premessa. È opportuno premettere almeno tre “cose” al fine di non generare equivoci. La prima che chi ricopre un ufficio non sempre parla a nome dell’ufficio ricoperto. Il Presidente della Repubblica, per esempio, può parlare a “titolo personale”, come suol dirsi, come può parlare in qualità di Presidente. L’opinione personale non è atto presidenziale mentre gli atti del Presidente sono sempre “parole” ufficiali. Così anche chi è chiamato sulla cattedra di Pietro può parlare come Papa, esercitando in questo caso il magistero (straordinario o ordinario) proprio del successore del capo degli Apostoli, oppure può esprimere opinioni molto personali che, di per sé, non sono insegnamenti del Papa. La seconda “cosa” che è bene premettere è che chi ricopre uffici non può dimenticare il peso che le sue opinioni necessariamente assumono. In altre parole il Papa o il Presidente della Repubblica – per rimanere agli esempi fatti – non possono ignorare che le loro parole e i loro gesti hanno sempre un peso diverso da quelli dell’uomo della strada. Perciò la loro responsabilità per quello che dicono anche come opinione personale o per quello che fanno è maggiore rispetto a quella di chi dice o fa essendo un uomo (sociologicamente parlando) “comune”. Per questo anche le loro conversazioni o le loro interviste assumono una rilevanza morale superiore a quella che obiettivamente hanno: un Papa o un Presidente della Repubblica non può ignorare ciò. La terza “cosa” da premettere è rappresentata dal fatto che le affermazioni restano. Anche in un tempo (come il nostro) nel quale tutto (comprese le interviste) passa velocemente ciò che viene detto resta. Le interviste di Bergoglio, per esempio, ottengono generalmente un’attenzione effimera, molte volte superficiale. Esse, però, sono consegnate alla storia e, perciò, i loro contenuti vengono “conservati”.
 
2. A proposito di un’intervista. Ciò premesso, consideriamo una lunga intervista rilasciata recentemente da Bergoglio. Lo faremo prestando attenzione solamente ad alcune affermazioni (considerate tuttavia nel loro contesto), che hanno un peso notevole e conseguenze rilevanti. Trattasi di temi sui quali Bergoglio si pronuncia chiaramente tentando di dare indicazioni per una svolta di contenuto e di metodo. Considereremo, dunque, l’ampia intervista rilasciata a Dominique Wolton e raccolta nel volume Politique et société (Parigi, Editions de l’Observateur, 2017). Lo faremo perché l’argomento è principalmente politico e, perciò, di competenza anche dei laici. I numerosi problemi toccati e sollevati ci costringono a riservare loro solamente una breve considerazione. All’intervista riserveremo, comunque, una rispettosa attenzione. L’attenzione, però, non può che essere “critica”, non perché pregiudizialmente orientata ma perché le novazioni di linguaggio e di contenuto introdotte da Bergoglio rappresentano “svolte” spesso di difficile accettazione razionale. Del resto Bergoglio è convinto della necessità del dialogo. Senza il dialogo – egli afferma – niente è possibile. Soprattutto oggi. Il dialogo sincero è necessario anche quando ci si deve dire cose sgradite (Op. cit., p. 72), forse soprattutto in questi casi. 
 
3. Difficoltà di una oggettiva “lettura”. In via preliminare vanno segnalate alcune difficoltà di “lettura” dell’intervista. Innanzitutto va osservato che Bergoglio usa spesso un linguaggio “nuovo”, molto personale. Esso (anche per la sua dipendenza da una Weltanschauung di fondo modernistica) può trarre facilmente in inganno. In altre parole è facile incorrere in una incomprensione del suo pensiero in assenza di una ricostruzione teorica delle sue parole. Ciò vale, per esempio, per la Modernità, per la guerra, per il bene comune, per la Chiesa come popolo (di Dio), e via dicendo. Il linguaggio di Bergoglio può talvolta rappresentare una barriera per la comunicazione e spesso può diventare una trappola per il suo pensiero. Va segnalato, poi, che Bergoglio “legge” l’esperienza in maniera originale, con categorie che non sono di uso comune. Esse, per la loro originalità, non permettono sempre un’immediata comprensione dell’analisi proposta e delle indicazioni suggerite. Per questo l’intervista richiede particolare attenzione e molta cautela. Va segnalato, inoltre, che Bergoglio procede talvolta per allusioni, lancia messaggi cifrati [è il caso, per esempio, dell’aneddoto da lui non casualmente riferito delle dimissioni da cardinale di Billot e dell’immediata loro accettazione da parte di Pio XI (Op. cit., pp. 146-147)], comprensibili solamente se si conoscono tensioni ed equilibri interni alla Chiesa e, in modo particolare, alla Curia romana. Va segnalato, infine, che l’intervista raccolta in un volume di ben 420 pagine, è condotta sulla base di “presupposti” che non sempre consentono di approfondire le questioni poste sul tavolo; anzi ne impediscono spesso un reale approfondimento. L’intervistatore, infatti, pone domande esclusivamente entro gli schemi bergogliani, non approfitta mai per valutare la fondatezza di questi. Ciò consente a Bergoglio di esporre la sua personale visione del mondo e dei problemi senza mai considerare se il suo punto di vista è “ideologico” o filosofico, vale a dire se esso è frutto di una prospettiva che scambia dogmaticamente una visione parziale con la considerazione (almeno virtualmente) globale della realtà. 
 
4. Sulla cosiddetta novità bergogliana. Il pensiero e (parte del)la prassi di Bergoglio non sono – a nostro avviso – sempre “leggibili” con le categorie egemoni nella cultura occidentale. In altre parole si rischia di commettere errori ermeneutici fondamentali se si resta prigionieri delle categorie che sono state imposte in Occidente negli ultimi secoli. Tentare di “leggere”, per esempio, il suo pensiero e di coglier il senso della sua prassi con le categorie di destra/sinistra o, peggio, con quelle (per altro tramontate) di comunismo/anticomunismo si rivela in ultima analisi impegno inutile, inadeguato, forse addirittura fallimentare. L’intervista rivela che Bergoglio ha un approccio ai problemi esperenziali diverso da quello della cultura occidentale contemporanea. Basterà anche a questo proposito un esempio. In politica “estera” o, meglio, per quanto riguarda la politica internazionale la sua analisi va “oltre”, molto “oltre”, gli approcci imposti dal liberalismo, in modo particolare dal liberalismo dell’americanismo come questo è stato adottato per il (e piegato dal) confronto/scontro impostosi a partire dalla metà del secolo XX. Bergoglio si libera dalla camicia di forza che l’Occidente ha tentato di imporre (e per lunghi anni ha effettivamente imposto) alla politica internazionale. Non è mai stato prigioniero (e, quindi, non può rimanere tale) di pregiudizi categoriali alla luce dei quali sono state fatte molte scelte nel secolo passato sia da parte degli Stati e, più in generale, da parte della politica, sia da parte delle varie Segreterie di Stato che hanno ispirato e guidato le scelte di interi episcopati. Si pensi, per esempio, alla militanza anticomunista della Chiesa richiesta per difendere la libertà liberale (che ha portato successivamente alle coerenti scelte radicali di divorzio, aborto procurato, unioni civili, eutanasia, etc.) oppure per conservare il diritto di proprietà (intesa, questa, in senso napoleonico), oppure, ancora, il libero mercato che oltre a non essere libero (perché dominato da lobbies e associazioni finanziarie) diventa anche strumento disumano e irrazionale [“L’économie libérale de marché – afferma Bergoglio (Op. cit., p. 106) – est une folie”]. Ciò vale anche per la vecchia e nuova colonizzazione, in particolare per quella dell’Africa: l’Europa – salvo rarissime eccezioni – non da oggi si è impegnata in un’autentica spoliazione delle ricchezze dei Paesi colonizzati (a parole, qualche volta, definiti “protetti”). Le potenze economiche mondiali hanno agito con il solo criterio del profitto. Per questo hanno operato senza regole morali sia quando hanno desertificato l’ambiente, sia quando hanno venduto armi, sia quando si sono impossessate delle ricchezze del sottosuolo, sia quando hanno creato paradisi turistici. Il problema esiste. Esso non può essere risolto accusando Bergoglio di essere “comunista”. 
 
5. Le due “relative” continuità bergogliane. Sotto un certo profilo e considerando talune questioni, dunque, Bergoglio – anche nel libro-intervista Politique et société – non dice cose assolutamente nuove. Lo stile è certamente personale ma le affermazioni non sono nuove. Esse possono considerare problemi nuovi, perché impostisi con particolare gravità nel nostro tempo. Talune affermazioni si inscrivono (almeno formalmente) nel solco della dottrina tradizionale [si pensi, per fare un solo esempio, alla definizione della politica come forma di carità (Op. cit., p 40); definizione formalmente corretta anche se da Bergoglio svuotata del suo contenuto classico, sostituito da un fine essenzialmente gnostico]. Va registrata, però, anche un’altra continuità non sempre conforme alla dottrina tradizionale della Chiesa. Essa è una continuità, anche se riferita esclusivamente ad alcuni temi nodali, rispetto alle scelte e alle opinioni dei Pontefici del postconcilio. Questa seconda forma di continuità consente di dire che Bergoglio ha cambiato effettivamente paradigma (anche se il paradigma, in realtà, è stato cambiato dai suoi predecessori). Si pensi per esempio alle grandi questioni della libertà religiosa, del personalismo (contemporaneo), dei diritti umani. Certamente su queste questioni la “radicalizzazione” bergogliana è forte e ciò fa apparire (erroneamente) come nuove le sue indicazioni, presentate spesso senza le opportune distinzioni e talvolta fingendo di ignorare quanto proposto dalla Chiesa soprattutto nel magistero antecedente il Concilio Vaticano II. La “rivoluzione” bergogliana, però, ha radici nell’humus postconciliare. Il che non significa necessariamente nel Vaticano II. Per quel che attiene al pensiero di Bergoglio ci sarebbe, pertanto, una doppia continuità. Le due continuità non appaiono compatibili. Ciò, però, vale anche per i suoi immediati predecessori. 
 
6. Alcune conseguenze di un’assunzione di fondo contraddittoria. C’è, dunque, nel pensiero di Bergoglio una contraddizione di fondo, che egli cerca di superare e di esorcizzare affermando che si parla troppo di verità (Op. cit., p 112). La verità è da lui subordinata alla bontà (ma si può – chiediamoci – essere buoni e fare il bene senza conoscere ciò che è bene?). La bontà, a sua volta, sembra ridursi nel suo pensiero alla bellezza, a una bellezza che non è splendore della forma (la perfezione delle “cose” ovvero dell’ente che ha l’atto di essere e dell’essere) ma armonia delle (fra le) “cose”. Del trinomio evangelico Via, verità, vita (Gv. 14, 6) sembra salvare solo la vita. L’unica verità, infatti, che Bergoglio considera non distruttiva (tutte le altre lo sarebbero, a cominciare da quella propria della sintesi) è quella poliedrica., vale a dire quella verità che conserva tutte le diversità, tutte le identità (Op. cit., p. 35); una verità, dunque, che salva e tutela tutte le opinioni e tutte le opzioni; una verità “democratica” di cui la Chiesa, fra l’altro, non sarebbe depositaria ma il provvisorio risultato. La verità sarebbe il prodotto dell’unità, non la sua condizione. 
 
a) Ne consegue che la Chiesa non deve proporre alcunché: quando la Chiesa fa proselitismo adotta un’attitudine ingiusta, poco o affatto rispettosa delle identità e delle diversità. Il proselitismo, inoltre, distrugge l’unità (Op. cit., p. 36). Esso contrappone la Chiesa al mondo. La Chiesa, al contrario, sostiene Bergoglio – deve accettare le mode di vita di oggi (Op. cit., p. 147), tutte le mode di vita che effettivamente si affermano. Lo deve fare senza avere la pretesa di giudicarle. L’evangelizzazione implica il rifiuto del proselitismo [“évangéliser, ce n’est pas faire du prosélitisme”, afferma categoricamente Bergoglio (Op. cit., p. 45)]; essa viene a identificarsi, così, con la promozione umana, vale a dire con la creazione delle condizioni che consentono la piena realizzazione della volontà, di qualsiasi volontà dell’individuo umano. Questa promozione è prova della filantropia della Chiesa; la predicazione della Chiesa si riduce alla testimonianza di questa filantropia, vale a dire alla pratica delle opere di misericordia fine a se stesse (Op. cit., p. 81). Questa forma di filantropia, immanentistica e nichilistica, è il tentativo di costruire un mondo migliore, diverso da quello che è. L’utopia non sta nell’impegno a migliorare moralmente il mondo ma nell’impegno a trasformarlo metafisicamente
 
b) Alla luce di quanto appena osservato si comprende l’orientamento assolutamente negativo di Bergoglio nei confronti della stessa formazione, di ogni formazione. A Bergoglio non piace nemmeno la parola: “le terme «formation» n’est pas beau” (Op. cit., p. 89). Per la qualcosa il suo è un orientamento contrario al catechismo e, più in generale, alla dottrina e al suo apprendimento. Si potrebbe legittimamente sostenere che, in ultima analisi, Bergoglio è (o dovrebbe essere) contrario alla stessa educazione. Non solamente a quella cristiana (e, più particolarmente, a quella religiosa), ma anche a quella umana. L’educazione, in ultima analisi, sarebbe “violenza” alla persona, limite alla libertà, soffocamento dello spirito il quale sarebbe aperto, anzi sarebbe l’apertura in sé e per sé, soprattutto se esso è spirito cristiano [“L’esprit chrétien est ouvert” (Op. cit., p. 109)]. Per lui non sarebbe legittimo parlare di “emergenza educativa” come qualche anno addietro fece, al contrario, il suo predecessore Benedetto XVI e come è evidente nella situazione di sostanziale anarchia in cui versano molte società, soprattutto occidentali. Bergoglio, inoltre, dovrebbe incontrare difficoltà a conservare istituzioni di formazione come i Seminari i quali, alla luce di questa Weltanschauung, sarebbero gabbie dello spirito ovvero “fabbriche dei preti” come polemicamente scrissero alcuni interpreti – sia pure ufficiosi – della definita primavera della Chiesa postconciliare nei decenni appena passati.
 
c) Pe sostenere la sua opinione sulla “verità poliedrica” Bergoglio è costretto ad optare per una forma particolare di libertà, ad imprimere un’accentuazione volontaristica (e, dunque, nichilistica) ai diritti umani, a prospettare una singolare “concezione” della Modernità.
Per quel che attiene alla libertà egli è costretto a legarla alla libertà di pensiero che è rivendicazione propria dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese. La libertà di pensiero non è – lo sottolineò il maturo Michele Federico Sciacca – la libertà del pensiero. La libertà di pensiero fa dell’opinione la verità Se portata alle estreme conseguenze la teoria che la sorregge, essa approda al nichilismo. Si legge, pertanto, con sorpresa nell’intervista oggetto di considerazione che – secondo Bergoglio – sarebbe dovere dei governanti sul piano spirituale promuovere “la libertà di pensiero, che comprende la libertà religiosa” (Op. cit., p. 65); come si legge con sorpresa l’affermazione secondo la quale “lo Stato laico è una cosa sana” (Op. cit., p. 41), oppure che la politica – ma su ciò torneremo fra poco – nei secoli passati era “troppo cattolica” (Op. cit., p. 135). Se la libertà religiosa dipende dalla libertà di pensiero si opera automaticamente un ribaltamento nella stessa concezione della religione: questa sarebbe mero sentimento individuale e non legame con Dio. Dio sarebbe subordinato all’uomo che avrebbe il “diritto” di crearsi il proprio dio secondo i propri gusti, le proprie opinioni, le proprie scelte, i propri interessi. Non solo. La libertà religiosa (intesa come libertà di religione) sarebbe un diritto al pari della libertà di pensiero: tutti avrebbero il diritto di professare e praticare in pubblico e in privato la propria credenza religiosa, persino convincimenti assurdi che non facilitano nemmeno l’affermazione della “verità poliedrica”, anzi ne rappresentano un ostacolo (talvolta insormontabile). Su quali basi, per esempio, si può prescrivere di tenere o non tenere un comportamento? Per i Testimoni di Geova, per esempio, le trasfusioni di sangue sono illecite. Che cosa fare in caso di necessità per salvagli la vita se l’individuo rifiuta la trasfusione di sangue per ragioni ritenute religiose? C’è di più. Che cosa fare se un minore necessita di una trasfusione per aver salva la vita e i genitori o il tutore vi si oppongono per ragioni ritenute religiose? Che cosa fare nel caso di macellazione degli animali praticata secondo riti religiosi che feriscono altri esseri umani nei loro sentimenti? Come praticare, in questi come in altri casi, la “verità poliedrica” senza ledere convincimenti ritenuti diritti?Per quel che attiene ai “diritti umani” Bergoglio sembra portare avanti la “svolta” avvenuta in termini timidi e cauti con Pio XII, accentuata da Giovanni Paolo II che accettò apertamente i diritti umani anche perché gli parvero un mezzo idoneo per l’opposizione al comunismo, radicalizzata da Benedetto XVI che vide in Locke un autore cui ricorrere per proteggere i diritti individuali e nella dottrina politica liberale una strada per la loro affermazione. Per quel che riguarda questa questione Bergoglio è continuatore dei suoi immediati predecessori che si sono, comunque, posti in un rapporto di discontinuità, dapprima per quel che attiene al linguaggio e successivamente per quel che attiene alla sostanza, con i Papi da Pio VI a Pio XI. Bergoglio individua nei diritti umani, come storicamente affermatisi nella Modernità, il minimo comune denominatore della “verità poliedrica” o del pluralismo delle verità: “ce qui dépasse tous accords, ce sont les droits de l’homme” (Op. cit., p. 141). Bergoglio finge di ignorare la disputa storica, teoretica e giuridica ad un tempo, sui diritti. Sembra ignorare il fatto che i diritti umani moderni sono pretese – come scrive Gustavo Zagrebelsky, giurista non sospetto e non sospettabile di “chiusure” – di instaurare l’ordine che si ritiene preferibile. Dunque, essi non sono riconoscimento dell’ordine giusto e richiesta del suo ristabilimento quando esso viene violato. I diritti umani moderni non consentono di individuare la giustizia: essi hanno la pretesa di costituirla. Sono, pertanto, la premessa del giuspositivismo assoluto. La dottrina giuspositivistica non consente, a sua volta, né di parlare di valori non negoziabili (come fece, per esempio, Benedetto XVI) né di affermare che, ancora per esempio, l’aborto (procurato) è un fatto grave, “è un peccato grave”, come Bergoglio afferma nel corso dell’intervista (Op. cit., p. 83) e come ha ribadito con forza successivamente. Per quel che attiene alla Modernità, il discorso è più complicato. Bergoglio ha un’opinione apparentemente sicura a questo proposito. La presenta, però, in forma diplomatica, talvolta ambigua al punto tale da poter essere “letta” in senso quasi tradizionale. Ma non è così. Egli, infatti, richiama con insistenza la Lettera a Diogneto del secolo II per affermare la cosiddetta apertura dello spirito e della Chiesa al mondo. Avrebbe potuto richiamare, a tal fine, anche la Prima Lettera ai Tessalonicesi di san Paolo (5,21), che raccomanda di esaminare tutto ma di ritenere solamente ciò che è buono. Non è possibile sapere perché Bergoglio non richiama san Paolo. Forse non lo fa perché san Paolo non è funzionale alla “verità poliedrica”: se i cristiani devono ritenere solamente ciò che è buono, essi sono chiamati ad esprimere un giudizio conforme al vero, il quale non consente né di ritenere vere tutte le opinioni né di trincerarsi dietro il “chi sono io per giudicare?”. Nemmeno la Lettera a Diogneto, però, è funzionale alla “verità poliedrica”. Essa raccomanda ai cristiani di non “differenziarsi dal resto degli uomini”, innanzitutto di non creare sette e di non costituirsi come “casta”. Ciò, però, non significa né adeguamento al mondo né confusione di dottrine; anzi, sottolinea che la dottrina dei cristiani non è opera della riflessione, non è cioè un sistema filosofico: essa, pertanto, si distingue ed è superiore a tutte le altre, perché per i cristiani la dottrina di un Dio è la loro filosofia. Apertura non è sinonimo di cedimenti. Tanto meno sinonimo di sincretismo, vale a dire di cercata convergenza di elementi ideologici inconciliabili, attuata in vista di esigenze pratiche.
Della Modernità non si può parlare con uno schema e sulla base di uno schema sostanzialmente storicistico. Essa non è necessariamente sinonimo di progresso. Sostenere che la Chiesa è aperta alla Modernità perché usa le scoperte scientifiche e tecnologiche [per esempio, perché Pio XI utilizzò la radio (Op. cit., p. 48)] significa avere una singolare ed erronea opinione della Modernità. La Chiesa non può accettare la Modernità per altre e ben più gravi ragioni, magistralmente presentate nell’Enciclica Pascendi di Pio X e colte dall’intelligenza che tale vuol rimanere. 
 
d) La politica. Coerente con la tesi secondo la quale la verità si identifica con la “verità poliedrica”, è la definizione di politica sulla quale insiste Bergoglio nella lunga intervista concessa a Dominique Wolton. Per Bergoglio la politica è, innanzitutto, oltrepassamento delle ideologie (Op. cit., p. 37); soprattutto, però, è azione tesa al superamento di ogni identità (individuale o collettiva) e di ogni accordo. La politica, quindi, non è scienza ed arte del bene comune; non è nemmeno l’affermazione di identità che, sia pure in forme diverse, generano un ordinamento giuridico (né Schmitt né Taylor, per esempio, avrebbero elaborato teorie accettabili); ancor meno è il risultato di un contratto. Essa si identifica con un potere (l’azione, appunto) orientato all’affermazione dei diritti umani (Op. cit., p. 141). Si potrebbe dire che essa è frutto anche dell’opera di evangelizzazione della Chiesa, la quale (evangelizzazione) si realizzerebbe nella cosiddetta promozione umana. In altre parole la promozione umana, intesa come liberazione dai bisogni e soddisfazione dei desideri, si realizzerebbe in un indiscriminato e indiscriminante processo gestito ed assicurato dagli Stati. Per questa dottrina è di aiuto il rahnerismo “politico”, laico e secolarizzato (conseguenza di quello “teologico”), il quale fa ricorso alla misericordia senza verità, anzi a una misericordia che si oppone alla verità. Bergoglio vede (in parte a ragione, in parte prendendo abbagli) la realizzazione di questa politica nell’Europa (Op. cit., p. 141), forse, meglio, nell’Unione Europea. Il bene comune starebbe nella libertà, nella “libertà negativa”, che i diritti umani perseguono e garantiscono. Il bene comune, insomma sarebbe la libertà come relativismo, nella quale va cercata e individuata la ratio della giurisprudenza della CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) e, prima ancora, la ragione e il fine dell’ordinamento europeo. Ciò spiega anche l’elogio dello Stato laico, vale a dire agnostico ed indifferente verso i valori: l’unico valore è quello di non avere valori, quello di essere assolutamente liberi nelle opzioni e, in particolare, nello stabilire regole che debbono dipendere dalla sola volontà.
 
7. Conclusione. Ognuna delle questioni toccate meriterebbe approfondimenti. Non sono temi di poco conto quelli oggetto dell’intervista. Sono temi delicati e dalle conseguenze rilevanti. L’intervista a Bergoglio di Wolton considera anche problemi cui qui non si è nemmeno accennato; problemi degni della massima attenzione. Basteranno due esempi. Il primo è relativo alla guerra che, secondo Bergoglio, sarebbe sempre ingiusta (Op. cit., p. 58). L’affermazione, fatta senza alcuna distinzione, è a dir poco sorprendente. Essa, infatti, sconfessa con una battuta insegnamenti consolidati della Chiesa cattolica e confermati anche dal Vaticano II: “La guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi – insegna la Costituzione conciliare “Gaudium et spes”, n. 79 – il diritto di una legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica – aggiunge e sottolinea la medesima Costituzione conciliare – hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati”. L’affermazione di Bergoglio si contrappone, inoltre, alla dottrina morale classica, proposta da autorevoli filosofi cattolici, da teologi e da santi. Del resto, nel corso della storia ci sono state anche guerre giuste. Nell’epoca contemporanea sono da considerarsi tali la resistenza del Papa alla presa di Roma nel 1870 e la resistenza del Belgio alla sua invasione da parte dell’esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale. L’affermazione di Bergoglio è sorprendente anche perché Bergoglio stesso al tempo della guerra delle Falkland o delle Malvinas (1982) si pronunciò in termini “patriottici” secondo la prospettiva argentina.
Il secondo esempio di questione politica particolarmente rilevante riguarda il “popolo”. Bergoglio “legge” il popolo con le categorie dell’abate Sieyès (il teorico del Terzo stato al tempo della Rivoluzione francese), operando, però, una trasposizione: il popolo non sarebbe il Terzo stato (la borghesia) ma l’insieme dei poveri, dei disperati, dei migranti. A questo popolo assegna una specie di infallibilità [“Les peuples ont la compréhension de la réalité” (Op. cit., p. 59)], che non è dato sapere se nasce da un dibattito pubblico (come sostenne anche il cardinale Scola) oppure se essa deriva dalle dottrine politiche gnostiche tedesche.
L’intervista di cui stiamo parlando è, dunque, ricca di questioni veramente nodali sia per la Chiesa sia per la società civile. Essa è stata banalizzata alla sua uscita. Allora si è parlato solo della guerra, della cura psicoanalitica cui Bergoglio dichiara di essersi sottoposto in passato, del fenomeno migratorio. Non vennero colte le rilevanti novità proposte da Bergoglio che molti – erroneamente – ritengono proposte dal Papa. Ribadiamo: l’opinione personale di Bergoglio non è necessariamente magistero pontificio.



2 commenti:

  1. Non Metuens Verbum17 novembre 2020 06:57

    leggerò attentamente, perché Castellano è un eccellente discepolo di Cornelio Fabro, sempre chiarissimo e incisivo.

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  2. Le voci della verità:

    Nella marea montante di menzogne diffuse a piene mani dai media mainstream (TV e giornali, locali e nazionali, laici e falsamente religiosi), complici del golpe massonico di Joe Biden & C., e cassa di risonanza della massoneria satanista al potere nei governi dell’Occidente e nella Chiesa ex Cattolica (anche se solo con dei prestanome, commedianti prezzolati) queste voci emergono come fari nella notte che avvolge il mondo intero per colpa dei satanisti massoni e dei loro complici conniventi, tutti tesi all’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale e della Religione Unica Mondiale (senza SS.ma Trinità, Cristo unico salvatore degli uomini, Madonna, Santi, Chiesa Cattolica) :
    http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/archivi/video-del-decimo-toro/9654-vigano-e-i-brogli-contro-trump
    http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/archivi/video-del-decimo-toro/9666-video96
    facebook.com/…hiaramente-/10221595629752116/
    http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/archivi/video-di-francesco-lamendola/9670-video2
    http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/contro-informazione/le-grandi-menzogne-editoriali/9674-lei-e-medievale (ringraziamenti dei numerosi ascoltatori)

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