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mercoledì 4 novembre 2020

Kawsniewski: perchè i carismatici dovrebbero amare la S.Messa Tridentina

Un altro approfondito intervento di Peter Kawsniewski all'università francescana di Steubenville il  23 settembre scorso, grazie ad una traduzione apparsa su Stilum Curiae.
Consigliamo la lettura ai nostri fratelli del Rinnovamento nello Spirito e di tutto il  "mondo" carismatico: avvicinatevi alla Messa Tridentina, ne assaporerete i tesori che avete perso con il Novus Ordo Missae.
Luigi

PERCHÉ I CARISMATICI DOVREBBERO AMARE LA MESSA TRADIZIONALE.
18 Ottobre 2020 
Marco Tosatti

[...]

La seguente conferenza è stata tenuta il 23 settembre 2020 davanti ai membri del corpo studentesco, ai docenti e al personale dell’Università Francescana di Steubenville. La visita è stata co-sponsorizzata dai capitoli locali Juventutem e Una Voce. Il testo è qui riprodotto integralmente. Un video della conferenza è stato pubblicato su YouTube.
[...]

Il mio discorso di oggi si concentra sulla Messa Tradizionale in latino; ma va oltre. Parlerò anche del nascondimento dello Spirito Santo; dell’antico rito del battesimo; del ruolo dello Spirito nella nostra vita devozionale personale; e altro ancora. La tesi che spero di dimostrare – almeno nelle sue linee essenziali – è che la migliore espressione e il miglior sostegno di una vita vissuta nella potenza e nella grazia dello Spirito Santo è la liturgia cattolica tradizionale e tutto ciò che ne consegue.

Vorrei iniziare con una considerazione sorprendente della storia della Chiesa. In questi 2000 anni di cristianesimo, lo Spirito Santo non è mai stato tematizzato in teologia, spiritualità e liturgia come lo sono stati il ​​Padre e il Figlio. Perché?

John Hunwicke, dell’Ordinariato anglicano di Nostra Signora di Walsingham, spiega che la tradizione cristiana aveva inizialmente un carattere “binitario”, prima di divenire esplicitamente trinitaria, cioè si concentrava sulla relazione del Padre e del Figlio, con lo Spirito Santo “implicito” o “sottinteso” quale loro comune unione, e come l’atmosfera, per così dire, entro la quale i cristiani respiravano la vita di Cristo. Egli cita l’eminente liturgista Dom Gregory Dix, che afferma:

“La dottrina della piena Divinità dello Spirito Santo … fu definita nel 381 … Non c’è niente nel Nuovo Testamento che indichi chiaramente che la dottrina ortodossa sia certamente giusta … Sant’Atanasio e San Basilio … hanno fatto appello, naturalmente, alla Scrittura e alla tradizione, ed è noto quanto il loro richiamo sia carente nella sostanza, ad un attento scrutinio. È anche degno di nota che nelle opere che hanno scritto per rivendicare questa dottrina, entrambi evitino accuratamente di applicare anche una sola volta la decisiva parola “Dio” allo Spirito Santo [lo stesso, d’altra parte, vale per il “Credo niceno”] … San Gregorio Nazianzeno, “il teologo” per eccellenza dell’Oriente, sotto la cui presidenza il Concilio Ecumenico del 381 definì effettivamente la dottrina, riconosce esplicitamente che c’erano solo “pochi” che la accettavano ai suoi tempi, e che Atanasio fu il primo e quasi l’unico dottore a cui Dio aveva concesso lumi su questo argomento. Altrove ammette, in maniera ancora più drammaticamente onesta, che mentre il Nuovo Testamento ha chiaramente rivelato la divinità del Figlio, non ha più che “accennato” (hupodeixen) a quella dello Spirito Santo”. [1]

Per conseguenza, non abbiamo testi liturgici che si rivolgono direttamente allo Spirito Santo, o che ne parlino in modo rilevante, fino a dopo l’anno 381. Tra l’altro, gli eretici che si opposero alla divinità dello Spirito fiorirono nella parte orientale dell’Impero Romano, non nell’Occidente. Così è stato l’Oriente che ha sentito il bisogno di sottolineare questo dogma nella sua liturgia, attraverso l’introduzione, alla fine del quarto secolo, della cosiddetta “epiclesi”, o invocazione dello Spirito Santo, per realizzare la transustanziazione. [2] Il Canone Romano, invece, precede cronologicamente questa controversia, e quindi tace sullo Spirito Santo, fino alla dossologia finale: Per ipsum, et cum ipso, et in ipso, est tibi Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria, per omnia saecula saeculorum . La teologia della transustanziazione, nel rito romano, si basa su un appello all’accoglienza benevola del Padre onnipotente, che si compiace del suo amato Figlio. Quando il sacerdote chiede al Padre, nel Nome e su comando di Gesù, di trasformare il pane e il vino, il Padre premurosamente realizza tale richiesta. La mancanza di un’epiclesi nel Canone romano testimonia il suo pedigree apostolico: riflette la teologia patricentrica e cristocentrica della Chiesa antica, serenamente in preghiera molto prima che scoppiassero controversie sulla divinità della Terza Persona (anche il Gloria in excelsis Deo, così spesso recitato o cantato durante la Messa, è “abbastanza antico da precedere la proclamazione del dogma del 381; dunque, si riferisce allo Spirito Santo solamente nella conclusione”). L’eminente liturgista P. Joseph Jungmann, nel suo imponente commentario sul Rito Romano della Messa, afferma:

“[Alcuni] commentatori … avanzano quasi delle scuse per il fatto che lo Spirito Santo sia menzionato solo alla fine, e solo di sfuggita … No, Dio e Cristo sono i pilastri dell’ordine cristiano dell’universo: Dio, l’inizio e la fine di tutte le cose, verso cui ogni slancio religioso è diretto, ed ogni preghiera è in definitiva rivolta; ma nell’ordine cristiano anche Cristo, la via, la strada su cui deve essere interamente diretta la nostra ricerca di Dio. Pertanto nelle lettere di san Paolo ritroviamo questa dualità di Dio e di Cristo non solo nei saluti introduttivi, ma anche, continuamente, attraverso tutti gli scritti. E se a volte san Paolo supera la dualità e la completa nella Trinità, questo non viene fatto tanto per riconoscere le stesse tre Persone divine, quanto, piuttosto, per segnare più distintamente la struttura dell’ordine di salvezza Cristiano, nel quale la nostra ascesi a Dio è garantita attraverso Cristo nello Spirito Santo. [3]

Dopo aver citato Dom Gregory e P. Jungmann, P. Hunwicke conclude con alcune sue riflessioni particolarmente ragionevoli, che ci aiutano ad apprezzare come il silenzio su un argomento non significhi necessariamente esclusione, denigrazione o svista. (è utile notare prima di continuare che la parola per “Spirito”, anche nella frase “Spirito Santo”, è maschile in latino, neutro in greco e femminile in ebraico: Spiritus , pneuma , ruach.):

“I cattolici latini e, penso, anche i bizantini, raramente hanno eretto santuari, o tenuto pellegrinaggi, in onore dello Spirito Santo … Egli (Latino) Esso (Greco) Ella (Semitico) non ha mai attirato una grande considerazione nella devozione popolare. Qualche volta i cattolici si sentono in colpa per questo; qualche volta si chiedono perfino se sia opportuno porre rimedio a questa mancanza; magari, scopiazzando una pagina o due da qualche libro dei Pentecostali. Non sono d’accordo; penso che la vita liturgica e devozionale quotidiana [tradizionale] dei latini e dei bizantini sia perfettamente integra, bilanciata, sana e salutare. La mia idea è che il ruolo dello Spirito Santo nella vita della Chiesa sia completamente e totalmente centrale, così come la respirazione e la circolazione del sangue sono centrali e naturali per il corpo umano. Ma per noi è naturale parlare delle cose che possiamo fare o abbiamo fatto a causa del nostro respiro o del nostro sangue circolante, piuttosto che concentrarci su quei processi in sé. A volte qualcosa è così centrale che è innaturale continuare a parlarne consapevolmente. Un’analogia si può trarre dall’idea di stato di vita, l’essere-sacerdote, o l’essere-sposato. Ecco perché, direi, nel nostro Canone Romano, e nel Gloria in excelsis , lo Spirito Santo è semplicemente e naturalmente dato per scontato, venendo menzionato solo nelle succinte dossologie alla fine. [4]

Ora, se tutto ciò è vero, sarebbe sempre stato ingiusto affermare che i cristiani di qualsivoglia epoca stessero “trascurando” lo Spirito Santo, come sarebbe ingiusto dire che due coniugi si trascurano l’un l’altro se non parlano costantemente del loro matrimonio o non si scambiano costantemente smancerie. Eppure, più volte nella mia vita, ricordo distintamente di aver sentito insegnanti e predicatori dire frasi di questo genere: “La Chiesa cattolica si è quasi dimenticata dello Spirito Santo per molto tempo, e con il Vaticano II ce ne siamo ricordati. Adesso siamo nell’Età dello Spirito. Stiamo vivendo nel tempo di una Nuova Pentecoste”.

Nel 2020, ormai, siamo più sobri e più realistici. Quello che è realmente accaduto è che il Tempo dello Spirito si è fuso con lo spirito del tempo (Zeitgeist), fino a rimanere con “lo spirito del Concilio”. In pratica, lo “spirito del Concilio” ha progressivamente portato alla presa di mira e messa al bando dei carismi concessi dallo Spirito Santo alla Chiesa nel corso dei secoli, come quando abbiamo visto le suore disfarsi dei loro abiti e i sacerdoti dei loro collarini. Come in una parodia del battesimo, con un esorcismo all’inverso, gli ecclesiastici sembravano decisi a liberare il cattolicesimo dal suo buon spirito, e ad sprofondarsi in compromessi con il mondo, la carne e il diavolo, piuttosto che morire e risorgere con Cristo.

Un libro del 1970; l’autore, in seguito, ha lasciato il sacerdozio

Questa storia dell’oblio della Terza Persona è solo un’altra delle “leggende nere” del periodo postconciliare. Nonostante le osservazioni di P. Hunwicke, è facile trovare una sostanziale attenzione dottrinale e devozionale allo Spirito Santo nella predicazione e nelle preghiere di tutte le epoche della Chiesa – e manifestamente nel Rito Romano tradizionale, nel quale ogni giorno il sacerdote pronuncia quelle tremende parole: Veni , Sanctificator onnipotens aeterne Deus, et bene + dic hoc sacrificium tuo sancto nomini praeparatum. “Vieni, o Santificatore, Dio Onnipotente ed Eterno, e benedici + questo sacrificio preparato per la gloria del Tuo santo Nome”. Ogni volta che il Credo viene detto o cantato a Messa – e accade molto più spesso sotto le vecchie rubriche – lo Spirito Santo viene onorato due volte: primo, dalla genuflessione collettiva a ”Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine: et homo factus est”; e secondo, da un risoluto inchino del capo alle parole “Qui cum Patre et Filio simul adoratur et conglorificatur”. Non per niente, i sacerdoti ordinati nel rito tradizionale sono tenuti a offrire una “Messa votiva dello Spirito Santo” come una delle loro prime tre Messe.

Ancora oggi, il rito romano tradizionale – ciò che Benedetto XVI ha chiamato la “Forma Straordinaria” – celebra la venuta dello Spirito Santo con una gloriosa liturgia ogni anno, nel giorno di Pentecoste. La Messa Cantata è preceduta dal canto del Veni, Creator Spiritus, e tutti stanno inginocchiati durante la prima strofa in atteggiamento di umile supplica:

“Vieni, o Spirito creatore,

visita le nostre menti,

riempi della tua grazia

i cuori che hai creato”.

Segue il canto del Vidi aquam, mentre il sacerdote asperge il popolo con l’acqua santa, e noi cantiamo dell’acqua della grazia che scorre dal costato ferito di Cristo, proprio come lo Spirito procede dalla Sua bocca. Il primo di tanti Alleluia risuona nella chiesa. La Messa stessa inizia con l’Introito Spiritus Domini: “Lo Spirito del Signore ha riempito tutta la terra, alleluia; e ciò che abbraccia ogni cosa ne ha conoscenza della voce. Alleluia, alleluia, alleluia”, seguito dal Kyrie a nove invocazioni, in tutta la sua ampiezza trinitaria. Dopo l’Epistola, il doppio Alleluia include le petizioni Emitte Spiritum tuum (manda il tuo spirito) e Veni, Sancte Spiritus (Vieni, Santo Spirito), durante l’ultima delle quali tutti si inginocchiano di nuovo – quanto prendiamo sul serio questa faccenda dell’invocazione! Segue poi la magnifica Sequenza della Pentecoste che inizia, ancora una volta, con:Veni, Sancte Spiritus.


“Vieni, Santo Spirito,

mandaci dal cielo

un raggio della tua luce.

Vieni, padre dei poveri,

vieni, datore dei doni,

vieni, luce dei cuori”.

E tutto ciò, ancor prima di cantare il Vangelo!

Ma c’è di più – molto di più. Dalla fine del VI secolo fino al XX secolo la Chiesa ha celebrato la Pentecoste per un’intera settimana (una “ottava”), proprio come fa a Pasqua e a Natale, riconoscendola come una festa di centrale importanza nella storia della salvezza. Ogni giorno, gli alleluia risuonano nei testi del Proprium. Ogni giorno, le letture esaltano i sacramenti dell’iniziazione, che sono resi efficaci dalla potenza dello Spirito. [5] Ogni giorno dell’ottava, ci inginocchiamo al Veni, Sancte Spiritus, davanti alla Sequenza Aurea. Il Prefazio di Pentecoste collega l’Ascensione, la seduta alla destra di Dio e l’effusione dello Spirito di adozione sui figli di Dio. Il Canone Romano – unica preghiera eucaristica usata dai cristiani di rito latino dal IV secolo fino al 1967 – include due frasi peculiari durante l’ottava. Il Communicantes, la prima litania dei santi nel Canone, inizia così:

“Uniti in santa comunione e osservando il giorno santissimo della Pentecoste, nel quale lo Spirito Santo apparve agli apostoli in innumerevoli lingue; e venerando anzitutto la memoria della gloriosa Maria, sempre vergine, Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo … (etc.)”

All’Hanc igitur, quando il sacerdote stende le mani sui doni nel gesto del sacerdote dell’antica legge che pone le mani sulla testa di una vittima sacrificale, si legge:

“Ecco dunque l’offerta che noi Tuoi servi, e con noi tutta la Tua famiglia, Ti presentiamo anche per coloro che ti sei degnato di rigenerare mediante l’acqua e lo Spirito Santo, concedendo loro la remissione di tutti i peccati; accettala, o Signore, con benevolenza; disponi nella Tua pace i giorni della nostra vita, salvaci dalla dannazione eterna ed ammettici nel gregge dei tuoi eletti”.

Mercoledì, venerdì e sabato dell’ottava di Pentecoste costituiscono le c.d. Tempora di Pentecoste, e sono dotati di letture e preghiere speciali: giorni di digiuno, non tanto con un intento di penitenza, ma per elevare la mente a un piano più alto di gioia solenne. Per otto giorni, l’ufficio di Terza di metà mattina inizia con l’inno Veni, Creator Spiritus, e anche qui la prima strofa viene recitata in ginocchio. Sotto ogni profilo, questa settimana è un’occasione di degno tributo e supplica alla Divina Persona. (Dovrei aggiungere, en passant, che l’ufficio di Terza, fuori della settimana di Pentecoste, è sempre introdotto dall’inno Nunc, Sancte, nobis Spiritus, sempre in onore del Paraclito).

Infine, ogni domenica dopo l’ottava di Pentecoste è denominata “domenica dopo Pentecoste”, rivestendo di verdi paramenti la lunga stagione della semina e del raccolto, fino a raggiungere l’ultima domenica dopo la Pentecoste e iniziare di nuovo il ciclo con l’Avvento. [6] Non c’è un “tempo ordinario” nella Forma Straordinaria.

Quasi tutto ciò che ho appena descritto è stato abolito nella riforma liturgica di fine anni ‘60; poche cose sono rimaste, come opzioni poco utilizzate. Così potremmo ribaltare la domanda e chiederci chi, esattamente, sembra essersi reso colpevole di “dimenticare la Terza Persona della Trinità” nel culto pubblico ufficiale della Chiesa? Come semplice dato di fatto, si può agilmente dimostrare che la liturgia latina tradizionale assegna allo Spirito Santo una posizione di molto ben maggiore preminenza, rispetto al suo tentativo di rimpiazzo, il Novus Ordo di Paolo VI. [7]

Una Chiesa tradizionale, attenta allo Spirito Paraclito, si può riconoscere anche in una meravigliosa enciclica di Leone XIII, Divinum Illud Munus , del 1897 – lo stesso anno, per inciso, della morte di Santa Teresa di Lisieux, quando la Santa iniziò a far scendere dal cielo una pioggia di rose sui fedeli, quasi una tenera imitazione del dono dello Spirito in lingue di fuoco. Con la sua lucida esposizione del “posto” dello Spirito Santo nella Trinità e della Sua presenza e azione in Cristo, nella Chiesa, nell’anima umana e nel mondo, la Divinum Illud Munus di Leone XIII è un vero capolavoro di prosa teologica e spirituale. Nelle sue pagine vediamo una dimostrazione di come la dottrina di San Tommaso d’Aquino, apparentemente astrusa, possa “prendere vita” nelle mani di chi la comprende veramente. Scrive, con grande tenerezza, Papa Leone:

“Ora pertanto che vediamo avvicinarsi il termine della Nostra vita mortale, Ci piace affidare in particolar modo l’opera Nostra, qualunque essa sia stata, allo Spirito Santo, che è l’Amore che da vita, perché egli la maturi e la fecondi … Noi ardentemente desideriamo, di conseguenza, che sia rinvigorita nelle menti la fede nel mistero augustissimo della Trinità, e sia in particolare accresciuta e alimentata la pietà verso questo divino Spirito, al quale tutti noi dobbiamo la grazia di seguire i sentieri della verità e della giustizia”. (§2)

Il papa esamina ogni aspetto della dottrina dello Spirito Santo. Qui, ad esempio, parla del mistero della Pentecoste per come si applica agli apostoli:

“La Chiesa che, già concepita, è uscita dal fianco del secondo Adamo come addormentato sulla Croce, apparve per la prima volta in modo straordinario agli occhi degli uomini nel grande giorno di Pentecoste. In quel giorno lo Spirito Santo cominciò a manifestare i suoi doni nel Corpo mistico di Cristo, mediante quell’effusione miracolosa già vista dal profeta Gioele (II, 28-29): infatti il Paraclito “sedeva sugli apostoli come se delle nuove corone spirituali, in lingue di fuoco, fossero poste sulle loro teste” (S. Cirillo di Gerusalemme, Catech. , 17). Quindi gli apostoli “scesero dalla montagna”, come scrive San Giovanni Crisostomo, “non portando nelle loro mani tavole di pietra come Mosè, ma portando lo Spirito nelle loro menti, e spargendo intorno a sé il tesoro e la fonte delle dottrine e delle grazie” (In Matt. Hom. 1., 2 Cor. III, 3). Così fu pienamente adempiuta l’ultima promessa di Cristo ai Suoi apostoli di inviare lo Spirito Santo, che doveva completare e, per così dire, suggellare il deposito di dottrina affidato loro sotto la Sua ispirazione”. (§5)

E ancora, riguardo alla Chiesa:

"Che la Chiesa sia un’istituzione divina è dimostrato nel modo più chiaro dallo splendore e dalla gloria di quei doni e grazie di cui è adornata; e il cui autore e donatore è lo Spirito Santo. Basti affermare che, come Cristo è il Capo della Chiesa, così lo Spirito Santo è la sua anima”. (§6)

L’opera di santificazione è sempre riferita per appropriazione allo Spirito Santo. Leone XIII scrive:

Gli inizi di questa rigenerazione e rinnovamento vengono all’uomo dal Battesimo. In questo sacramento, espulso dall’anima lo spirito impuro, lo Spirito Santo vi entra e la rende simile a Sé stesso. ”Ciò che è nato dallo Spirito, è spirito” (Giovanni III, 6). Lo stesso Spirito si dona più abbondantemente nella Santa Cresima, rafforzando e confermando la vita cristiana; da ciò venne la vittoria dei martiri e il trionfo delle vergini sulle tentazioni e sulle corruzioni. (§9)

Qui, per inciso, vorrei notare che il rito tradizionale del battesimo contiene proprio una sostanziale cerimonia preliminare di esorcismo, che è stata rimossa dal nuovo rito del battesimo. Il sacerdote dice, tra le altre preghiere:

“Allontanati da lui, spirito immondo, e lascia il posto allo Spirito Santo, il Paraclito. Ricevi il segno della Croce sulla tua fronte e sul tuo cuore, assumi la fede dei comandamenti celesti: e tale sia la tua condotta, che tu possa sempre essere d’ora innanzi il tempio di Dio”.

Dunque il sacerdote esorcizza e benedice il sale che deve essere aggiunto all’acqua (cito solo alcune parti di queste preghiere, per darvi appena un assaggio di come suonano gli antichi riti della Chiesa): “Io ti comando, creatura di sale, nel nome di Dio Padre onnipotente, nella carità di Gesù Cristo nostro Signore, nella potenza dello Spirito Santo…”, etc., e poi mette del sale nella bocca del battezzando, dicendo: “ricevi il sale della saggezza: possa essere per te un segno di riconciliazione per la vita eterna”. (Il sacerdote procede recitando una preghiera che rende chiaro come la lingua stia venendo benedetta in modo particolare per la futura ricezione della Santa Comunione). In terzo luogo, esorcizza colui che deve essere battezzato, dicendo:

“Io ti espello, ogni spirito impuro, nel nome di Dio, Padre onnipotente, nel nome di Gesù Cristo, Suo Figlio, Nostro Signore e Giudice, e per la potenza dello Spirito Santo. Allontanati da questa creatura di Dio, che il nostro Signore si è degnato di chiamare nel Suo santo tempio, affinché possa essere fatto un tempio del Dio vivente e lo Spirito Santo possa dimorare in lui. Per lo stesso Cristo nostro Signore, che verrà a giudicare i vivi, i morti e il mondo con il fuoco. Amen”.

Torno ancora sull’enciclica di Papa Leone, e ad un passaggio che dovrebbe farci tremare di stupore e gioia:

“Dio risiede per grazia nell’anima giusta come in un tempio, nel modo più intimo e speciale. Da ciò procede quell’unione di affetto per cui l’anima aderisce più strettamente a Dio, più di quanto un amico sia unito al suo più amorevole e amato amico, e gode di Dio in tutta pienezza e dolcezza. Ora questa meravigliosa unione, che è propriamente chiamata “inabitazione”, che differisce solo per grado o stato da quella con cui Dio beatifica i santi in cielo, sebbene sia certamente prodotta dalla presenza dell’intera Santissima Trinità – “Verremo a lui e faremo la nostra dimora presso di lui” (Giovanni xiv. 23.) – tuttavia è attribuita in modo peculiare allo Spirito Santo. Poiché, mentre tracce del potere divino e della saggezza appaiono anche nell’uomo malvagio, la carità, che, per così dire, è il segno speciale dello Spirito Santo, è condivisa solo dai giusti”.

Consideriamo attentamente ciò che Papa Leone sta insegnando in questo punto. L’unione con Dio di un’anima in stato di grazia differisce solo per grado o modalità dallo stato della visione beatifica. Quando Dio dimora nella nostra anima tramite la grazia santificante e la sua virtù principale, la carità, godiamo in questa vita della stessa unione di cui godono i santi e gli angeli nella patria celeste. Le differenze sono accidentali: in un caso Dio si vede, nell’altro non si vede, in un caso lo possediamo in modo mutabile, nell’altro in modo immutabile. Per quanto importanti siano queste differenze, l’unione stessa le supera di gran lunga: Lui è posseduto da noi, e noi siamo in-abitati da Lui. Questa è l’essenza della santità. Questa consapevolezza della presenza di Dio è in definitiva l’antidoto più efficace contro il peccato mortale: non vogliamo perderlo, né ora né per sempre.

Papa Leone XIII espone l’insegnamento di San Tommaso d’Aquino sui sette doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio. Anche qui ci viene ricordato come un Dottore della Chiesa del XIII secolo non aveva solo una comprensione teologica, ma una profonda conoscenza esperienziale della Terza Persona della Santissima Trinità. Parlando dei doni, San Tommaso sottolinea l’assoluta necessità di un’assistenza speciale da parte dello Spirito Santo – ogni giorno, ogni momento del giorno – se vogliamo raggiungere il glorioso fine che Dio ha in serbo per noi, perché supera abbondantemente le nostre capacità naturali. Supera, in un certo senso, anche quelli che mi piace chiamare i “superpoteri” delle virtù teologali. Questo è il motivo per cui preghiamo con il Salmista: “Il tuo buon spirito mi condurrà nella terra giusta” (Sal 143: 10), la Terra Promessa, la città del Dio vivente, la Gerusalemme celeste. Solo lo Spirito di Dio può condurci a quel fine; il nostro spirito, per quanto perfetto (o perfezionato), rimane inadeguato.

Facendo ancora un passo avanti, San Tommaso sostiene che abbiamo bisogno dei sette doni dello Spirito Santo non solo per raggiungere il fine ultimo, ma anche per realizzare qualsiasi fine particolare a cui miriamo come cristiani – se vogliamo realizzarlo come figli di Dio , agendo secondo i Suoi criteri. Possiamo anche fare la cosa giusta, per quanto riguarda le virtù naturali, ma non riusciamo ancora a farla in modo “divinamente buono”, così come un pasto che sia commestibile ma non delizioso. A tal fine, dobbiamo metterci in preghiera a disposizione dello Spirito Santo per essere guidati nelle nostre azioni, per essere suoi strumenti mentre esercitiamo le nostre facoltà di giudizio e di scelta. Così inteso, non può esserci alcun apostolato cattolico senza una preghiera interiore alle spalle, come ci mostrano emblematicamente gli Atti degli Apostoli.

I Cattolici Carismatici prendono sul serio il potere della preghiera, e questa è una delle loro più grandi virtù, che li separa immediatamente dal superficiale attivismo pastorale di gran parte del Cristianesimo moderno, che ha perso il suo orientamento soprannaturale verso il regno di Dio e la necessità della sua grazia , e ha ridotto il Vangelo all’essere generosi, gentili o semplicemente “simpatici”.

Non sono un fan delle canzoni Praise & Worship [il genere di musica cristiana, simile per stile alla musica pop, usata nelle forme di culto contemporaneo di molte chiese protestanti, e inclusa nella Messa da alcune comunità cattoliche, ndt], ma sono ben consapevole che i testi spesso ruotano attorno ai quattro atti di preghiera di base, che sono: adorazione, contrizione, ringraziamento e supplica o petizione. (Giusto perché lo sappiate, ho imparato l’onnipresente acronimo ACTS [T per thanksgiving, in inglese, ndt] a un ritiro carismatico durante le scuole superiori nel New Jersey, alla fine degli anni ‘80). Avete presente il tipo di testo a cui mi riferisco: “Signore, Tu sei il mio Re, Signore, io canto a Te, mi prostro davanti a Te, io adoro ed amo Te, ti onoro o mio Dio forte, ti stringo fino alla morte, mi pento del mio peccato, Signore cerco il Tuo volto adorato, non toglier la grazia che mi hai donato…” (Un testo del tutto inventato, ma probabilmente non troppo lontano dai brani che si ascoltano di solito). Ora, è un fatto semplicemente dimostrabile che la antica Messa in Latino è pervasa, da cima a fondo, di espressioni di adorazione, contrizione, ringraziamento e supplica.

Rispetto alla Messa moderna, si dicono più preghiere e si fanno più gesti – segni, sia sottili che evidenti, di fede, devozione e adorazione, come il sacerdote che bacia l’altare otto volte durante la liturgia (invece che solamente due), china il capo per onorare Dio o i santi nel pronunciare particolari frasi, e fa molte genuflessioni davanti al Santissimo Sacramento. La liturgia tradizionale pratica, e quindi inculca, la massima riverenza per la Santissima Eucaristia. Durante la Messa solenne, l’incenso viene usato quattro volte, e in modo via via crescente: all’altare durante il Kyrie, perché è lì che avrà luogo il sacrificio; al Vangelo, perché è la Parola stessa che ci ammaestra; all’Offertorio, perché il pane e il vino che il sacerdote riserva ad un uso esclusivamente sacrificale diventeranno la Vittima Immolata; e alle elevazioni dell’Ostia e del Calice, quando adoriamo il Verbo fatto carne. Nella sua inconfondibile attenzione al momento del sacrificio sacramentale, visivamente accentuato e velato nel silenzio, il Canone romano recitato nella Messa Tradizionale dà il dovuto risalto al “mistero della fede”. Questa, veramente, è la fonte e il culmine della vita cristiana, verso la quale siamo tutti rivolti, in una direzione comune che simboleggia il nostro orientamento interiore a Cristo Re, a Suo Padre e alla venuta del Regno. Le mani consacrate del sacerdote sono le uniche che toccano le sacre specie e le distribuiscono ai fedeli, che le ricevono sulla lingua, inginocchiati, in atteggiamento di umile sottomissione. La prassi millenaria di inginocchiarsi davanti al Santo d’Israele, realmente presente nel Sacramento dell’altare, e di riceverlo sulla lingua dalla mano di un ministro ordinato, incarna letteralmente la nostra dipendenza da Dio, la nostra bassezza e indegnità, il nostro bisogno di cadere in adorazione davanti al Signore, e il nostro desiderio di essere guariti e risollevati. Come proclama la Madonna nel Magnificat, la creatura deve prima umiliarsi – e vedersi umiliata – perché poi possa essere sollevata da Dio ad alte vette di sublimità. In questa prassi si racchiude l’umiltà di voler essere nutrito come un bambino, troppo piccolo per nutrirsi da solo. In uno dei Salmi Dio si esprime in questi termini: “Apri la tua bocca, e io la riempirò”. Io la riempirò. Sul piano soprannaturale, siamo tutti figli, che hanno bisogno di essere nutriti dal Padre, nutriti con quel pane che è Suo Figlio.

Altra cosa che il movimento carismatico sottolinea fortemente è la regalità di Cristo, la Sua signoria sulla nostra vita in tutte le sue dimensioni. Ma questa convinzione, che è assolutamente vera, è difficile da coltivare nel mondo moderno, che è così egualitario e relativistico. La Messa antica ci aiuta molto in questo senso. La atmosfera che vi si respira si potrebbe descrivere come “regale”. Essa include caratteristiche che ricordano il cerimoniale di corte, perché Nostro Signore Gesù Cristo è davvero il Re dei re e il Signore dei signori, il Re più eccelso di tutta la Terra. La Scrittura parla della “corte di Dio” in cielo, e di come tutti i beati si inchinino in adorazione davanti a Lui. Il paradiso non è una riunione di partito. Gesù ha rifiutato un regno terreno non perché Egli non possieda alcun potere, ma perché il Suo potere è assoluto, universale, transnazionale ed eterno; Non voleva essere confinato nell’antico Israele né in alcuna epoca particolare. Secondo i salmi, Egli governa tutte le nazioni e tutti gli uomini con uno scettro di ferro (Sal 2: 9), cioè la Sua immutabile legge divina, che è il fondamento saldo e forte della nostra felicità. La Messa in Latino rimanda in tutto a lui, alla sua croce e al suo regno di gloria.[8] “Sia Tu esaltato, o Dio, sopra i cieli, e la tua gloria su tutta la terra” (Sal 56: 6 [57: 5]). Anche l’uso di un’unica lingua comune transnazionale e transtemporale, il latino, e di una forma di musica sacra unica in ogni sua caratteristica, il canto gregoriano, si adattano bene a questa enfasi sul regno eterno di Cristo.

Inoltre, se Cristo è il nostro re, allora noi siamo Suoi sudditi; in questa vita, siamo i suoi soldati che combattono contro il mondo, il diavolo e la nostra stessa natura decaduta, con la sua concupiscenza disordinata. È quindi un tesoro inestimabile che l’antica liturgia abbia un carattere maggiormente ascetico. Tipicamente, la Messa Tradizionale vede i fedeli inginocchiati per lunghi tratti, dalle preghiere ai piedi dell’altare al Vangelo, e dal Sanctus fino all’ultimo Vangelo [questa è la prassi maggiormente diffusa nei paesi anglofoni; in Italia, comunque, si sta di regola in ginocchio dalle preghiere ai piedi dell’altare fino all’Antifona di Introito, dal Sanctus al Pater Noster, dall’Agnus Dei alla Antifona di Comunione etc. … ma nulla vieta di stare più a lungo! Ndt]. Questa impegnativa disciplina ci mantiene consapevoli che ci troviamo in un luogo sacro unico, e partecipiamo a un sacrificio al quale dobbiamo unirci intimamente. Durante una messa cantata, si vedrà una combinazione dello stare in piedi, genuflettersi, inginocchiarsi e sedersi, che, insieme ai vari segni della croce, al battersi il petto, all’inchino della testa e al canto delle risposte, costituisce ciò che gli educatori professionali definiscono un ambiente di “Risposta Fisica Totale”: ci si immerge anima e corpo nella adorazione e, quasi in ogni momento, accade qualcosa di diverso che richiama la mente a ciò che stai facendo. Tragicamente, il Novus Ordo ha abbandonato molti di questi elementi “muscolari” a favore della comprensione letterale e della risposta verbale, che, di per sé, costituiscono una forma di partecipazione piuttosto impoverita. “Lo scopo principale della liturgia non è il dialogo, ma il culto collettivo”[9]. Le preghiere della Messa tradizionale sono piene di riferimenti alla battaglia, alla disciplina, al digiuno, all’abnegazione e al timor di Dio. La malizia dei demoni e il pericolo dell’inferno sono riconosciuti senza tanti giri di parole. La maggior parte di queste preghiere sono state smorzate o rimosse nella riforma liturgica, perché erano considerate oscure, spaventose e sconvolgenti – troppo “medievali”. Eppure queste realtà sono state predicate e vissute dalla Chiesa cattolica in ogni epoca perché, semplicemente, sono vere. In un mondo moderno che tranquillamente si avvia al sonno e alla morte, abbiamo bisogno di essere rinvigoriti, avvertiti e assistiti più che mai da questo ruvido realismo e virile impegno.

Per quanto riguarda il peccato: siamo tutti peccatori e tutti abbiamo bisogno di pentimento e perdono. La Messa antica è ripiena di espressioni di contrizione ed appelli alla misericordia di Dio. La versione medievale e più completa del Confiteor, che fa appello per nome alla Beata Vergine Maria, a San Michele Arcangelo, a San Giovanni Battista, ai Ss. Pietro e Paolo, e all’intera corte del cielo, viene recitato non solo una, ma ben tre volte: all’inizio della Messa dal sacerdote e dai ministranti a turno, in una commovente dimostrazione di umiltà sacerdotale e del nostro bisogno di preghiera reciproca; poi, ancora una volta, dai ministri subito prima della Santa Comunione, come parte di una preparazione diligente per ricevere la più santa di tutte le cose sante, il Corpo di Cristo [fuori dei paesi anglofoni, e così in Italia, durante le messe lette è prassi che i fedeli si associno ai ministri nella recita degli ultimi due Confiteor. Ndt]. Quando durante la Messa vengono confessati i peccati, colui che confessa si inchina profondamente in segno di umiltà, e si alza solo quando viene data la c.d. assoluzione minore. Le stesse preghiere fisse della Messa suonano spesso come un gemito del cristiano per la propria indegnità ad avvicinarsi al Dio tre volte Santo. Ai piedi dell’altare diciamo: “Mostraci, o Signore, la Tua misericordia e donaci la Tua salvezza”. Mentre il sacerdote sale i gradini, sussurra: “Allontana da noi le nostre iniquità, Ti supplichiamo, o Signore, perché con menti pure possiamo degnamente entrare nel Santo dei santi…”, “Ti supplichiamo, o Signore, per i meriti dei Tuoi santi, le cui reliquie sono qui, e di tutti i santi, perché Tu ti degni di perdonarmi tutti i miei peccati”. Prima del Vangelo, il sacerdote prega così: “Purifica il mio cuore e le mie labbra, Dio onnipotente, che hai purificato le labbra del profeta Isaia con un carbone ardente…”, e subito dopo averlo letto, aggiunge: “Attraverso le parole del Vangelo possano essere cancellati i nostri peccati”. All’inizio dell’Offertorio, solleva la patena con l’ostia e supplica: “Ricevi, o Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno, questa ostia immacolata, che io, indegno tuo servitore, offro a Te, mio ​​Dio vivo e vero, per gli innumerevoli miei peccati, trasgressioni e mancanze…”. Dopo aver offerto il calice, si inchina e dice: “Possiamo noi, umili di spirito e penitenti di cuore, essere accettati da Te, o Signore…”. Quando si lava le mani, egli dice: “Non perdere la mia anima, o Dio, insieme ai malvagi, né la mia vita insieme agli uomini sanguinari, nelle cui mani stanno le iniquità… Donami la Tua redenzione, e abbi pietà di me”. Durante il Canone della Messa, alza la voce soltanto una volta, per riconoscere la propria indegnità: Nobis quoque peccatoribus … “Anche a noi, Tuoi servi peccatori, che speriamo nella moltitudine delle Tue misericordie, degnati di concedere un posto e un’amicizia con i Tuoi apostoli e martiri…”. Dopo la preghiera del Signore, implora: “Liberaci, Ti supplichiamo, o Signore, da tutti i mali, passati, presenti e futuri…”. Prima di comunicarsi, per tre volte il sacerdote dice: “Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; ma dì appena una parola e l’anima mia sarà guarita”; e poi, per la Comunione dei fedeli, quest’umile preghiera del centurione viene ripetuta altre tre volte. Mentre purifica accuratamente il calice, e le sue dita, il sacerdote prega così: “Possa il Tuo corpo, o Signore, che ho ricevuto, e il Tuo sangue che ho bevuto, aderire alle mie viscere, e fa’ che nessuna macchia di peccato rimanga in me, che sono stato ristorato da questi sacramenti puri e santi”. Vedete ciò che intendo: preghiere così potenti, accompagnate da azioni così straordinarie e toccanti! Che peccato, che tragedia, che la maggior parte di queste preghiere e azioni siano state strappate via dal Novus Ordo, come se l’uomo moderno non ne avesse più bisogno!

Qualunque aspetto della preghiera si consideri, la Messa Tradizionale in latino lo sottolinea nel massimo grado di intensità. Qualunque tipo di preghiera si consideri – vocale, meditativa, contemplativa – la Messa in latino ne è l’esempio perfetto, o la coltiva. La Messa antica è un concentrato di preghiera, che prende totalmente sul serio, non distogliendo mai lo sguardo dal Signore, e conducendoci a porre la massima concentrazione su di Lui. È teocentrica e verticale, e ci abitua a “cercare prima il regno di Dio e la Sua giustizia”; non è mai antropocentrica o orizzontale, distraendosi in un circolo chiuso di auto-affermazione umana.


Ma non è finita qui. Il grande teologo Romano Guardini, che ha avuto una forte influenza su Benedetto XVI, esprime in modo magnifico la “modestia” della liturgia tradizionale, la sua capacità di suscitare in noi una risposta profondamente personale senza violare la nostra intimità emotiva, senza esporre al pubblico sguardo ciò di cui siamo particolarmente felici o, d’altra parte, di cui particolarmente ci vergogniamo:

“La liturgia è meravigliosamente riservata. Esprime appena certi caratteri di abbandono e di sottomissione spirituale, oppure li cela dietro a un immaginario così ricco che l’anima li sente nondimeno ancora nascosti e al sicuro. La preghiera della Chiesa non fa l’interrogatorio al cuore, e non ne svela i segreti; essa si trattiene così nel pensiero come nelle immagini; è vero, essa risveglia emozioni e impulsi molto profondi e molto teneri, ma li lascia nascosti. Vi sono certi sentimenti di abbandono, certi aspetti di candore interiore che non possono essere proclamati pubblicamente, per lo meno nella loro pienezza, senza pericolo per la modestia spirituale. La liturgia ha messo a punto uno strumento magistrale che ci ha permesso di esprimere la nostra vita interiore in tutta la sua pienezza e profondità, senza divulgare i nostri segreti: “secretum meum mihi” [Il mio segreto è solo mio]. Possiamo aprire i nostri cuori, eppure sentire che nulla è stato trascinato alla luce del sole, di ciò che dovrebbe rimanere nascosto”. [10]

Questa osservazione di un grande teologo mi spinge ad andare oltre, e a parlare dei possibili pericoli nella spiritualità carismatica.

Ora, ad essere onesti, ogni approccio spirituale o scuola di spiritualità ha i suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza, virtù radiose e sottili tentazioni. Ad esempio, tra i seguaci di San Francesco, il Poverello d’Assisi, sorsero presto divergenze e fazioni agguerrite sulla questione di come interpretare la povertà radicale, e i più estremi, gli “spirituali”, furono condannati. I domenicani posero un’enfasi così accentuata sullo studio che la loro tentazione è quella di un intellettualismo individualista. I gesuiti coltivavano un ideale di missione sotto obbedienza che poteva trasformarsi in attivismo e confusione con lo spirito mondano. La scuola francese del XVII secolo, tra cui figurano luminari del calibro del cardinale Bérulle, Giovanni Battista de la Salle, Gian Giacomo Olier, Giovanni Eudes e S. Luigi de Montfort, in menti meno illuminate si risolse nell’eresia del quietismo. E dovrei anche dire che i cattolici “tradizionalisti” (in mancanza di un termine migliore), a volte, possono diventare fissati su certi aspetti esteriori, e possono rimanere bloccati alla preghiera vocale, prestando un’attenzione insufficiente alla preghiera personale, spontanea e senza parole.

Anche la spiritualità carismatica ha i suoi pericoli. Non c’è il tempo di analizzare in profondità questo aspetto, ma voglio parlare della mia esperienza personale, quando sono stato coinvolto in questo movimento molti anni fa. Da liceale, quando ero un “cattolico della domenica” appena catechizzato, un gruppo carismatico di preghiera della zona ha riacceso in me il desiderio di pregare (dopotutto, come ho detto prima, la preghiera è al centro di tutto il movimento), ma lo stile di preghiera che favoriva mi sembra, guardando indietro, che fosse tutto incentrato sulle emozioni e dipendente da una dinamica di gruppo. Perciò, “il centro della vita spirituale [fu] tolto dalla volontà e dalla perfezione della carità, e posto su cose che non sono essenziali” [11], più specificamente, sui “doni carismatici” o “carismi”. Cito ora da un sacerdote esperto in teologia spirituale:

“L’insegnamento della Chiesa sui doni carismatici, sostenuto da San Tommaso d’Aquino e dagli scritti dei grandi santi, teologi e mistici, è che questi doni appartengono a quelle che vengono classificate come “grazie straordinarie”, cioè grazie liberamente date da Dio a una persona per lo scopo specifico della santificazione di un’altra anima, non la santificazione della persona che riceve il dono. Questi doni sono distinti dalla grazia santificante. Come sappiamo, la grazia santificante (o carità) rende la nostra anima gradita a Dio: è un riflesso della vita stessa di Dio nell’anima e vi rimane finché non subentra il peccato mortale a scacciarla. In altre parole, la grazia santificante è ordinaria, ed è offerta a tutte le anime ai fini della loro personale santificazione e salvezza. Ci è necessaria per raggiungere il paradiso e può crescere in noi quando compiamo opere di penitenza e opere buone”.


Come abbiamo visto prima nell’insegnamento di Leone XIII, la grazia santificante e la virtù della carità accompagnano sempre la presenza di Dio nell’anima. Questa inabitazione è attribuita in modo speciale allo Spirito Santo, del quale viene detto che dimora nell’anima come in un tempio. Questa permanenza è una realtà oggettiva; deve essere lo stato ordinario e stabile della vita cristiana. Non è una grazia straordinaria, un’esperienza emotiva o una consolazione, anche se a volte, se a Dio così piace, può essere accompagnata da cose di questo genere. Ma quando maturiamo nella vita spirituale, Dio “ci svezza dalle consolazioni. Questo è l’insegnamento di tutti i grandi maestri della vita spirituale, specialmente quelli dell’ordine carmelitano: Santa Teresa d’Avila, San Giovanni della Croce, Santa Teresa di Lisieux”. Così, ad esempio, San Giovanni della Croce scrive semplicemente: “Ciò di cui più abbiamo bisogno per fare progressi è lo stare in silenzio davanti al gran Dio col nostro appetito e con la nostra lingua, perché la lingua che Egli meglio sente è l’amore silenzioso”. Il prete che ho citato prima continua così:

“Sfortunatamente, molte anime… si allarmano quando perdono il loro fervore iniziale e le consolazioni scompaiono. Invece di proseguire sulla via stretta e angusta verso una maggiore maturità, e temendo che Dio le abbia abbandonate, capita che cerchino cose che alimentino le emozioni per riacquistare un po’ delle consolazioni che avevano un tempo. In effetti, inizia a delinearsi una certa aspettativa (che può essere molto difficile da percepire) che questo sia lo scopo e la funzione del culto divino: quanto spesso oggigiorno si partecipa alla Messa con l’intento di uscirne con una sensazione di affermazione personale e in pace con sé stessi? …

Il primo pensiero della nostra vita spirituale dovrebbe sempre essere la gloria di Dio, non la nostra consolazione e il nostro progresso, e così facendo, in realtà, curiamo al meglio i nostri interessi, perché Dio non ci condurrà mai fuori strada. A buona ragione, allora, la Chiesa ha sempre comandato grande cautela quando si tratta della presenza e dell’operatività dei doni carismatici perché, in generale, sono spesso ricercati per ragioni sbagliate, e perché le loro manifestazioni possono effettivamente essere false, sia come un prodotto di una frenesia emotiva o psicologica o derivante da influsso demoniaco …

Quando si tratta di doni carismatici, l’atteggiamento migliore da avere è quello della indifferenza. Poiché non sono diretti alla nostra santificazione, che è il nostro obbligo principale, dovremmo prestare ascolto al consiglio dell’Apostolo e ricercare sempre i doni superiori, soprattutto la carità, nella quale consiste la nostra perfezione spirituale. Nessuno può mai sbagliarsi se cerca e imploran un aumento della fede, della speranza o della carità, o ancora un aumento dei doni e dei frutti dello Spirito Santo che sono riversati su tutti i battezzati. Queste sono le virtù e i doni di cui abbiamo per tutta la vita un bisogno urgente, e a cui abbiamo anche un qual certo “diritto”, in quanto Dio ci ha adottati come Suoi figli nel Figlio”.

Si noti che la condizione spirituale lodata da San Giovanni della Croce – quello “stare in silenzio davanti al gran Dio in un amore silenzioso” – si adempie in modo tangibile nella Messa Tradizionale in latino, che è chiaramente diretta alla nostra santificazione, alla nostra ricerca dei doni celesti, all’esercizio della nostra fede, speranza e carità, e al rianimarsi dolce, costante e ripetuto dei doni dello Spirito Santo che già sono nelle nostre anime.[12] Inoltre, è facile vedere perché, nell’ordine della divina Provvidenza, le grazie dei carismi sono diminuite nel corso della storia. Nella Chiesa antica, i carismi venivano effusi ampiamente per diffondere la Fede, che ancora non aveva preso piede ovunque. Col passare del tempo, la grazia della profezia si è consolidata nella gerarchia della Chiesa e la grazia dell’adorazione in spirito e verità si è concentrata via via sempre più nella preghiera solenne, pubblica e sociale della Chiesa: la Messa, i sacramenti e l’Ufficio Divino . Il grande restauratore della vita benedettina nella Francia del XIX secolo, Dom Prosper Guéranger, riassume così: “Lo Spirito Santo ha reso la liturgia il centro della sua opera nelle anime degli uomini”. Per i Padri della Chiesa, è nella celebrazione dei sacri misteri, offerti da Cristo Sommo Sacerdote attraverso le mani e la voce dei Suoi servi sulla terra, che lo Spirito Santo agisce sulle nostre anime per trasformarle in Cristo, per farci immagini di Colui che è l’immagine perfetta del Padre. E così torniamo al punto di partenza, vedendo chiaramente che l’opera più importante e più intima dello Spirito Santo è precisamente rendere presente Gesù Cristo; per renderlo presente nella parola, nel rito, nel sacramento, nella Santa Eucaristia e, infine, in ciascuno di noi. [13] Una grande figura nella spiritualità del XVII secolo francese, Madre Mectilde del Santissimo Sacramento, così esclama con fervore:

“Può Gesù Cristo darci più di se stesso? E poiché nella Santa Comunione Lui si dona completamente a noi – tutto ciò che Egli è, e tutto quanto Egli ha di ciò che è grande e santo, le Sue virtù, i Suoi meriti e il resto delle Sue adorabili perfezioni – che cosa vuoi di più? Se Gesù Cristo ti avesse dato qualche favore – illuminazioni, estasi o rapimenti estatici nella preghiera – queste sarebbero certo vere grazie; ma cosa sono, rispetto a Gesù Cristo? E inoltre, avresti motivo di temere, dal momento che tali cose sono soggette a illusione, e possiamo esserne ingannati. Ma riguardo alla Santa Comunione, non c’è nulla di cui preoccuparsi, poiché è Nostro Signore nella Sua stessa persona che dona la realtà di Sé stesso. [14]

Quando ho incontrato per la prima volta la Messa antica al college, ho scoperto un oceano di preghiera che nemmeno immaginavo possibile, nel quale si poteva nuotare per sempre e senza stancarsi mai. Non ci fu alcun trasporto mistico improvviso, almeno non per me. Piuttosto, ho trovato uno spazio profondo, risonante e tranquillo, all’interno del quale incontrare il Signore e imparare il Suo linguaggio: lento, gentile e pacifico. Il tutto, ovviamente, non senza le sue sfide, ma senza mai perdere in fecondità. Ho trovato una liturgia che inspira ed espira al ritmo dei santi della bimillenaria storia della Chiesa latina. I segni e i simboli – i tanti baci dell’altare, le genuflessioni, gli inchini, i segni di croce; la preghiera ad orientem; i nobili paramenti e vasi sacri; il gregoriano, l’incenso, etc. – tutte queste cose mi sono entrate nell’anima e “hanno reso ogni pensiero soggetto all’obbedienza di Cristo” (cfr. 2 Cor 10,5).

Lo Spirito Santo è lo Spirito della verità e del ricordo: ci unisce alla verità che è Cristo, che ha detto di Lui: “Ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, Egli vi insegnerà tutte le cose, e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (Gv 14,26); il che non significa solo ciò che Nostro Signore ha detto in Terra Santa, ma tutto ciò che Egli ha detto attraverso la Sua Chiesa e attraverso la liturgia che Egli ha suscitato dentro di Lei. Lo Spirito Santo è lo Spirito della tradizione, perché Esso modella il corpo di Cristo nel grembo della storia, Esso alita sulle acque della pietà per produrre il solido terreno dei riti, ed Esso assicura che la tradizione universalmente ricevuta e venerata rimarrà per sempre feconda e non sarà mai dannosa. Lo Spirito Santo è lo Spirito dell’autocontrollo, dell’umiltà, dell’obbedienza e del timore reverenziale.

In breve: la più grande concentrazione di carismi spirituali che sia mai esistita o che possa mai esistere è la sacra liturgia tradizionale. È una vera fucina di purificazione, illuminazione e unione; autodisciplina, saggezza e amore ardente per Dio. Questo è quello che vogliono i carismatici, ed essi meritano di sapere dove lo troveranno nella sua forma più pura e intensa.

Note

[1] Citato da padre Hunwicke https://liturgicalnotes.blogspot.com/2020/08/the-binitarian-genius-of-roman-rite-2.html.

[2] Presumibilmente a questo periodo successivo al 381 appartiene anche la preghiera bizantina: “Re celeste, Consolatore, Spirito di Verità, tu sei presente in ogni luogo e riempi tutte le cose. Tesoro di benedizioni e Datore di Vita, vieni ad abitare in noi, purificaci da ogni macchia e salva le nostre anime, o Tu solo Buono! “

[3] https://liturgicalnotes.blogspot.com/2020/08/the-binitarian-genius-of-roman-rite-3.html

[4] https://liturgicalnotes.blogspot.com/2020/09/the-binitarian-genius-of-roman.html

[5] Si veda il mio articolo “Correlazioni tra i sacramenti e le letture per l’ottava di Pentecoste”, New Liturgical Movement , 1 giugno 2020.

[6] Dal St. Andrew Daily Missal (1948): “La liturgia celebra il regno dello Spirito Santo, che si estende sulla Chiesa universale e si palesa dalla Pentecoste fino alla fine del mondo, di cui ci parla la Chiesa nella domenica ventiquattresima o ultima dopo la Pentecoste” (737); “Il regno dello Spirito Santo e della Chiesa, che inizia con la Pentecoste, non è che il prolungamento del regno di nostro Signore, al quale fornisce un’universalità di tempo e di spazio che questo non avrebbe mai potuto avere nella sola Palestina” (738). Vale anche la pena leggere l’intero commento che dom Gaspar Lefebvre nel suo messalino dedica al Tempo dopo la Pentecoste.

[7] Le “bizantificazioni” del Novus Ordo introducono, come per violenza, alcune nuove menzioni dello Spirito Santo, ma col costo di danneggiare l’integrità dell’antica teologia del Rito Romano.

[8] Vedi “A Defense of Liturgy as ‘Carolingian Court Ritual’“, New Liturgical Movement , 30 gennaio 2017.

[9] Michael Fiedrowicz, The Traditional Mass: The History, Form, and Theology of the Classical Roman Rite (Brooklyn: Angelico Press, 2020), 148.

[10] Romano Guardini, Lo Spirito della Liturgia , pubblicato nell’edizione commemorativa della Introduzione allo spirito della Liturgia di Joseph Ratzinger (San Francisco: Ignatius Press, 2018), 287. Guardini aggiunge poi in una nota: “La liturgia realizza qui sul piano spirituale ciò che è stato realizzato sul piano temporale da forme dignitose di rapporto sociale, il risultato di una tradizione creata e tramandata da persone attente. Ciò rende possibile per l’individuo la vita in comune, e tuttavia lo assicura contro un’interferenza non autorizzata con il suo io interiore; egli sa essere cordiale senza sacrificare la sua indipendenza spirituale, è in comunicazione con il suo prossimo senza per questo lasciarsi inghiottire e smarrirsi tra la folla. Allo stesso modo la liturgia preserva la libertà di movimento spirituale dell’anima mediante una meravigliosa unione della spontaneità e della più raffinata erudizione. Essa esalta la urbanitas come il migliore antidoto alla barbarie, la quale trionfa quando non ci sono più né spontaneità né cultura”.

[11] “Confusion about Graces: A Catholic Critique of the Charismatic Movement”, https://onepeterfive.com/confusion-about-graces-a-catholic-critique-of-the-charismatic-movement/.

[12] Questo è il motivo per cui il canto gregoriano è così importante: “La stragrande maggioranza dei canti Latini veniva composta da monaci, cantori e canoni anonimi. Non sapremo mai i loro nomi, in questa vita. Che salutare correttivo all’egocentrismo che spesso accompagna la creatività e la performance artistica! Il canto gregoriano estingue la personalità identitaria – sia perché di solito non ne conosciamo l’autore, sia perché non possiamo “brillare” o risaltare come una rock star quando cantiamo in una schola o nell’assemblea. Esso rema contro al desiderio di spettacolo, incoraggia a immergere la propria individualità in Cristo, e ci permette di agire e sentirci come membra del Corpo Mistico. Come altre pratiche liturgiche tradizionali, l’uso del canto gregoriano ci spoglia del vecchio e ci riveste di Cristo. Questo processo di conversione deve essere delicato e continuo se deve avere successo in ultima analisi. Non può essere il risultato di accessi di entusiasmo, sballi emotivi o violenza psicologica “. Da https://rorate-caeli.blogspot.com/2020/02/gregorian-chant-perfect-music-for.html.

[13] “Proprio come il Padre si è servito del popolo ebraico in preparazione alla salvezza del mondo, e il Verbo ha preso la nostra natura umana e ne ha fatto lo strumento della nostra redenzione, così è lo Spirito Santo che rende operante questa redenzione nella Chiesa . Il sacerdozio, la Messa e i sacramenti sono i canali ufficiali attraverso i quali Esso ci fornisce l’insegnamento di nostro Signore, e applica i Suoi meriti alle nostre anime … Il regno dello Spirito Santo è visibilmente manifestato nella Chiesa Romana, al cui centro il Santissimo Sacramento irradia in ogni direzione la sua luce divina. Lo Spirito è l’anima che dà vita alla Chiesa; e il nostro Signore nascosto nell’Ostia è il suo cuore, da cui il sangue della grazia circola nelle vene, il canale dei sacramenti, fino a tutte le membra. …

L’azione dello Spirito Santo e quella di Nostro Signore nel Santissimo Sacramento si incontrano nel punto in cui le Sacre Scritture dichiarano indifferentemente che siamo santificati nello Spirito Santo [1 Cor 6,11] o in Cristo [1 Cor 1,11], e che se lo Spirito Santo è lo “Spirito di Vita”, così pure Nostro Signore è il “Pane della Vita” (

St Andrew Daily Missal , 1945 ed., Pagg. 737–38).

[14] Mother Mectilde, The Mystery of Incomrehensible Love (Brooklyn: Angelico Press, 2020), 116-17.

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