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lunedì 27 luglio 2020

Riflessioni sul sacerdozio tra Covid e Vetus Ordo

Abbiamo ricevuto schiette, se pur dure, riflessioni dall'amico don Marco Begato, SDB, che, partendo dal caso di Cremona (si veda qui commentano altresì la situazione attuale sulle problematiche (alcune fittizie) scaturite dalla pretesa "difficoltà" di conciliare le esigenze sanitarie dovute al covid-19 e  il presunto dovere dei pastori di garantire e far rispettare i diritti dei fedeli a compiere liberamente gli atti di pietà e di devozione che sono loro garantiti. 
Roberto
      
Riflessioni sul sacerdozio tra Covid e Vetus Ordo

La maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime, questo in sintesi è ciò che dovrebbe stare a cuore a ogni cristiano e in primo luogo ai sacerdoti, chiamati a presiedere e guidare le comunità dei fedeli. 
Difendere categorie teologiche o favorire trend culturali religiosi non è invece un fine del cristiano, né del sacerdote. 

Se poi la difesa dei trend è operata tramite forzature del diritto canonico e strumentalizzazioni della Parola di Dio, allora siamo decisamente entrati in un terreno pericoloso e in una situazione di allarme. 

Per questo faccio fatica a comprendere il senso degli eventi registrati nella diocesi di Cremona, in cui è stata fatta e continua ad essere mossa una campagna di ostruzionismo nei confronti dei fedeli che chiedono la celebrazione della Santa Messa secondo la forma extraordinaria del rito latino: sono fatti che non tornano a maggior gloria di Dio e che non fanno il bene della anime.
Non tornano a maggior gloria di Dio, perché anzi questa tensione liturgica riesce in un colpo...

 solo a gettare discredito in modo diretto sul venerabile rito latino, fucina di santità e spazio di indubbia sacralità nella storia della Chiesa; mentre offusca in modo indiretto lo stesso rito moderno, ridotto a prodotto teologico e un po’ ideologico, privato di fondamenta e radici, esposto per conseguenza ad essere mera teatralità, convenzione, moda, arbitrio, imposizione. 

Non vanno a beneficio delle anime: non dei fedeli affezionati al rito antico, che subiscono ingiustizie canoniche e vengono privati di una guida accorta nella armonizzazione tra usi tradizionali e Magistero corrente; non dei fedeli che frequentano la Messa moderna, che vengono tenuti nell’ignoranza liturgica e in alcuni casi indotti a disprezzare i loro fratelli (autogoal assoluto della pastorale!). 

Ma il caso cremonese ha toccato vertici di ulteriori criticità laddove, nelle parole di un sacerdote, ha fatto ricorso in modo strumentale alla Rivelazione del Cristo e banalizzato il mistero della Santissima Eucaristia. A chi chiedeva la possibilità di comunicarsi in modo devoto e tradizionale, cercando un’alternativa all’abuso eucaristico dei guanti in lattice monouso e dell’imposizione delle Specie sulle mani non consacrate dei fedeli, è stato contrapposto un presunto comandamento del Salvatore: “Prendete... mangiate”, quasi che queste due parole significassero che comunicarsi è una sorta di imperativo assoluto privo di ulteriori condizioni. Con questa citazione monca e decontestualizzata il Coetus cremonese è stato accusato di essere contrario al comandamento del Messia, che a quanto pare inviterebbe tutti a ricevere senza particolari criteri formali il Santissimo Sacramento. È giusto l’opposto. La pericope mutila impugnata dal sacerdote vale in sé a fondare il Mistero incommensurabile della Divina Eucaristia, contro ogni deriva protestante e contro ogni alleggerimento del dogma in favore di allegorie simboliche. Il versetto abusato serviva casomai a ricordare quanto è grande il dono che ci viene fatto nella Santa Messa e da qui si sarebbero dovute trarre ben altre conclusioni: circa l’urgenza di favorire la celebrazione devota del Santo Sacrificio, quale che sia il rito usato purché legittimo e canonico; circa la devozione con cui accostarsi per riceverlo e comunicarsene. 

Se si voleva citare la Sacra Scrittura al fine di trovare indicazioni sul modo di ricevere la Comunione, bisognava ricorrere piuttosto alla parabola degli invitati alle nozze, cacciati perché privi del giusto abito: “Amico, come hai potuto entrare qui senz'abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti” (Mt22,12-13); o all’ammonimento paolino che paventa la condanna del reo comunicato: “Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor11,29). Insomma la Rivelazione insegna l’opposto di quanto asserito nel cremonese. 

Aggiungo, la richiesta di ricevere con decoro la Santa Eucaristia, senza quindi il pasticcio di guanti, pinze e gel, è stata giustamente rivendicata da molteplici fedeli debitamente formati in tema di sacramentaria, ma senza specifici schieramenti liturgici. Intendo dire che il rito – antico o moderno – c’entra poco o nulla con la richiesta eucaristica: i buoni cattolici sanno che niente, nemmeno il virus, può giustificare apriori e tout court la distribuzione della Divina Eucaristia in modo impositivamente feticcio. 

Che fare dunque? Le variabili potevano essere molte e persino drammatiche; ma certamente accusare i fedeli, stigmatizzarli, privarli della santa Messa e svilire un’antica e nobile prassi ecclesiale non rientrano tra le risposte opportune: mi paiono anzi tutte reazioni non all’altezza dello status e della missio sacerdotale. 

Temo, ahimè, che i fatti possano essere tacciati di clericalismo: il clero che abusa del proprio ruolo. 

Ora, intendiamoci, guidare un Coetus tradizionale non è cosa facile: serve grande consapevolezza in materia teologica e liturgica, pre e post conciliare, serve tatto, discernimento, tempo e pazienza, preparazione e carisma. I rischi di derive in simili gruppi ci sono (come in tutti i gruppi di minoranza) e inevitabilmente si acuiscono se i gruppi vengono marginalizzati e ghettizzati. Ora, nella mia debole esperienza sacerdotale, per quanti ostacoli ed errori si possano incontrare su questa via, sento di poter affermare con sicurezza che abbandonare a sé simili gruppi è una risposta sbagliata in tutto e per tutto. Cristo non ha abbandonato la pecorella peccatrice dispersa dal gregge, perché noi dovremmo lasciare da soli interi gruppi di buoni fedeli sensibili alle forme teologico-rituali più tradizionali? 

Chiudo con una osservazione più generale. Il Covid-19 in poche settimane ha portato a galla tante fragilità e incongruenze nel cuore stesso della vita ecclesiale, al punto che col senno di poi mi risulta difficile pensare a uno scenario più disastroso. Lo scrivo ovviamente in riferimento alle molteplici notizie raccolte da tutta Italia e da oltralpe, andando ben oltre alla diocesi di Cremona, realtà per sé insigne e coronata di ottimo clero. Come commentare tale scenario escatologico? Speriamo sia stata una parentesi triste in un momento di generale sconforto. Perché se, al contrario, fosse l’inizio di un nuovo stile pastorale: povera Chiesa! Povero popolo di Dio! Guai a noi se ci venisse imputata la parola del profeta Ezechiele: “Per colpa del pastore [le pecore] si sono disperse e son preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate” (34,5). 

Lo dico con tutto rispetto per i confratelli, per i quali offro volentieri e chiedo a tutti di offrire preghiere e rinunce, affinché siano guidati a svolgere al meglio il delicato ministero cui Dio li ha chiamati in questi tempi confusi. Non si tratta di tornare indietro a riti vetusti, ma per noi sacerdoti si tratta di essere capaci come Cristo di un’accoglienza realmente totale, presupposto di carità pastorale non fittizia. Oh che grande dono per la Chiesa, se imparassimo tutti ad agire secondo tale mens. I frutti non tarderebbero punto a venire.

don Marco Begato SDB

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