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martedì 14 luglio 2020

Il sito web dei gesuiti sdogana il diritto all'omosessualità

Quando scioglieranno di nuovo i gesuiti?
Dal sito: "Ogni persona deve essere orgogliosa di essere come Dio l’ha creata. Perché alla fine, l’omosessualità o l’eterosessualità, non è una decisione capricciosa delle persone. È parte (e solo parte) di chi è una persona".
Luigi



Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Infovaticana pubblica lo scritto di un gesuita sulla pagina web della Compagnia di Gesù in spagnolo, in relazione all’assenza quasi ovunque quest’anno di gay pride. Che, non abbiamo bisogno di ricordarlo, spesso presentano attacchi e derisioni al cristianesimo. Oltre a quanto di osceno ovviamente vi si può trovare. Stupisce nelle parole del gesuita la mancanza di qualsivoglia richiamo a quanto la Chiesa afferma, in merito all’omosessualità, e il richiamo alla teoria gender come non a qualcosa di ben presente ogni giorno di più nelle nostre esistenze, ma come a una scusa “per non ascoltare le testimonianze”.
Stupisce anche il fatto che non si faccia riferimento a quelle realtà che cercano di seguire la difficile strada dell’accompagnamento delle persone omosessuali senza dimenticare quello che la Chiesa insegna da sempre sui rapporti sessuali, sulla fisicità dell’espressione dell’amore umano. Buona lettura. Tutto questo mentre sembra che a capo della potentissima Congregazione per il Clero il card. Stella sarà rimpiazzato da un gesuita, il vescovo ausiliare di Roma padre Daniele Libanori… (i neretti sono nostri).
§§§

Quest’anno non ci saranno carri allegorici, non ci saranno sfilate, non ci saranno folle… C’è chi ne sentirà la mancanza, e chi invece tirerà un sospiro di sollievo. Anche all’interno del mondo LGTBQ, c’è chi si pentirà della mancanza di questa esplosione di esposizione e visibilità, e chi, al contrario, sarà felice che si debbano cercare altre strade per separare la domanda di dignità delle persone omosessuali dalle sfilate con tutto il loro mix di esposizione, visibilità, allestimento commerciale, frivolezza e sfida.

Un giorno non ci sarà più bisogno del Gay Pride o di qualsiasi altro orgoglio. Il giorno in cui tutti riconoscono la dignità delle persone, di ogni persona, senza che l’orientamento sessuale sia qualcosa che la minacci o la metta in discussione per alcune mentalità. Il giorno in cui si esce dall’armadio di qualcuno non è una novità, perché è pura normalità. Il giorno in cui il disprezzo, il rifiuto o la persecuzione che in un lontano 1969 portò un gruppo di omosessuali a opporsi alla polizia che faceva irruzione nello Stonewall Club perché il solo fatto di essere omosessuali in pubblico era uno scandalo è storia. E il giorno in cui, anche come Chiesa, avremo progredito verso una maggiore e migliore integrazione, accettazione e accettazione della realtà delle persone omosessuali, del loro bisogno e del loro diritto all’amore, e supereremo le dosi di incomprensione che ancora esistono in alcune persone della Chiesa verso la realtà delle persone LGTBQ.


Ma quel giorno non è ancora arrivato. Ci sono ancora molte persone omosessuali che vivono nel tormento perché si sentono giudicate. Molti adolescenti cercano il loro posto ma sentono derisioni e commenti sprezzanti, a volte in un ambiente familiare e tra i loro cari – che non possono nemmeno immaginare che “questo” possa accadere in uno di loro. Ci sono ancora molte mentalità per le quali “avere un figlio gay” è una tragedia, una vergogna, qualcosa da nascondere, ed è per questo che il figlio, la figlia, non ha altra strada da percorrere se non quella di ritrovare il proprio orgoglio senza lasciarsi annullare. Eppure, nella Chiesa, c’è troppo silenzio di fronte ad alcune dichiarazioni e formulazioni che non rispondono alla realtà pastorale delle nostre comunità, parrocchie, gruppi e spazi di accompagnamento. Ci sono troppe persone che riducono l’orientamento sessuale a un’ideologia di genere, e trasformano questa identificazione in un alibi per non ascoltare le testimonianze di tanti cristiani omosessuali che chiedono solo di sentirsi un po’ più a casa quando si tratta di essere una comunità. Troppe calunnie e troppo poca benedizione.

Ogni persona deve essere orgogliosa di essere come Dio l’ha creata. Perché alla fine, l’omosessualità o l’eterosessualità, non è una decisione capricciosa delle persone. È parte (e solo parte) di chi è una persona.

José María Rodríguez Olaizola, sj

7 commenti:

  1. Che vergogna questi gesuiti!

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  2. Non Metuens Verbum14 luglio 2020 17:58

    Codesta non è più "lobby gay", è la trasformazione antropologica di quella che fu la Chiesa in un blocco di potere onnipervasivo. Tutti costoro che solo mentendo possono essere chiamati padri (maddeché ?) e gesuiti (le passate accezioni negative del termine oggi fanno ridere), sono ossessionati dal sesso, ossia sono ossessi, ossia sono posseduti dallo spirito impuro, il quale ha un nome preciso, e anche un luogo preciso, molto molto in basso.

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    1. Concordo. Sono dei frustrati. Non fanno altro che parlare di ciò a cui hanno rinunciato. Brutto quando si sbaglia scelta di vita: neanche lo psicologo a questo punto risolverebbe il loro "disordine" (che non è ideologico ma mentale, cercano di compensare con il "progressismo" ma è evidente che il problema è di altra natura).

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  3. Bellissimo articolo del gesuita. Questo sì che è un discepolo di Cristo che riconosce la dignità di ognuno di noi

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    1. Un omosessuale che si è fatto religioso per evitare di sfilare sul carro dei gaypride.

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    2. Ci metterebbe la mano sul fuoco? Ma perché questi giudizi di un odio e di una cattiveria gratuiti... bah

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    3. Uno che scrive certa robaccia pur che omosessuale latente non può essere. E gli Istituti religiosi sono pieni! Basta vedere Legionari di Cristo e company!

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