martedì 21 aprile 2020

Loredo: la Cina comunista e il coronavirus

Una approfondita analisi dell'amico Julio Loredo, pubblicata da Tosatti.
E gli sconsiderati che, in Vaticano, continuano a fare accordi con il gigante comunista.
Vedere QUI Porfiri.
Luigi
Ripensare la Cina
di Julio Loredo
18-4-20

Saremo costretti a rivedere i nostri rapporti”.

Questa l’intimidazione rivolta dal presidente cinese Xi Jinping a Donald Trump, ostinato nel chiamare “virus cinese” il COVID-19. E l’esuberante presidente degli Stati Uniti di America, leader della maggiore potenza economica e militare della storia, ha dovuto sottomettersi: via l’aggettivo “cinese”… Poco prima, ad abbassare la testa era stato il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, reo di aver detto che il coronavirus proveniva dalla Cina. Non poteva permettersi di perdere il mercato cinese. Prima di lui, e per lo stesso motivo, il presidente argentino Alberto Fernández aveva dovuto bloccare un’indagine sugli accordi segreti con la Cina sottoscritti dal governo precedente. L’elenco potrebbe proseguire.
E non parliamo poi dei nostri sfibrati governanti europei: non osano nemmeno sollevare la questione…

Brandendo la sua supremazia economica, con una tracotanza che ha del surreale, la Cina si sta permettendo di riscrivere la storia a modo suo. Con ricatti e propaganda è riuscita a passare da criminale a eroina in poche settimane. L’epidemia da coronavirus è cominciata proprio in Cina, e si è diffusa grazie all’incuria e prepotenza del governo comunista di Pechino, come hanno denunciato ormai tanti esperti. Malgrado ciò, oggi la Cina si presenta come modello e perfino samaritana, imponendo la sua linea a un Occidente mesto e soggiogato.

Uno dei grandi enigmi della nostra epoca – un vero mistero d’iniquità – è come l’Occidente, che si vanta del suo carattere democratico e liberale, abbia potuto sottomettersi in modo così servile a un governo dittatoriale dominato da un Partito Comunista. E come i tycoon dell’industria e della finanza, che si vantavano di aver creato la civiltà più ricca della storia, abbiano poi lasciato che quella ricchezza – insieme al potere che essa comporta – passasse nelle mani di una potenza nemica. Pur di far più soldi l’Occidente ha posto – coscientemente e volontariamente – la testa nella ghigliottina. Può adesso meravigliarsi che il boia tiri la leva?

Una voce profetica

Eppure, questa situazione era perfettamente prevedibile e quindi evitabile. Essa è conseguenza della politica cieca e suicida dell’Occidente nei confronti del comunismo cinese, contro la quale, già negli anni Trenta del secolo scorso, si alzò la voce di Plinio Corrêa de Oliveira.

Nel lontano 1937, il leader cattolico denunciava come gli Stati Uniti stessero improvvidamente armando i comunisti cinesi, insieme ai sovietici: “Il Dipartimento di Stato annuncia che le licenze per esportare armi e materiale bellico in Cina nel mese di novembre hanno raggiunto un totale di 1.702.970 dollari. Pure per l’URSS, le licenze di esportazione per materiale bellico hanno raggiunto la somma di 805.612 dollari. (…) Non capiamo come gli Stati Uniti vendano armi ai comunisti, il nemico più pericoloso e abominevole della civiltà”.

Nel 1943, quando ormai la disfatta del nazismo era solo questione di tempo, egli indicava i nemici futuri: il comunismo e l’islam. Il suo sguardo profetico, però, andava oltre: “Il pericolo musulmano è immenso e l’Occidente sembra non accorgersene, come d’altronde sembra pure chiudere gli occhi di fronte al pericolo giallo”.

Nel dopoguerra, l’Occidente continuò a ignorare tale pericolo, lasciando che il comunismo prendesse il controllo della Cina. Due fazioni si contendevano quell’immenso territorio: il Kuomintang, di orientamento nazionalista, guidato da Chiang-Kai-Shek, e il Partito Comunista Cinese, guidato da Mao-Tse-Tung. Quest’ultimo era appoggiato dall’Unione Sovietica. Nel 1945, Plinio Corrêa de Oliveira denunciò l’ingerenza dell’URSS in Cina: “Se ci fossero dubbi sull’insincerità dell’Unione Sovietica, basta vedere cosa succede in Cina. A scapito di tutto ciò che prometteva, la Russia ha riacceso la guerra civile in Cina, nonostante si fosse impegnata diversamente nel trattato di pace firmato con Chiang-Kai-Shek. (…) Dobbiamo sottolineare la gravità internazionale di questa aggressione. (…) Questo atteggiamento da parte della Russia comunista costituisce un nuovo shock contro la pacificazione del mondo. Non possiamo non rilevare quanto il Partito Comunista cinese sia un giocattolo dell’imperialismo russo, che lo usa con la più aperta sfacciataggine per raggiungere i suoi obiettivi internazionali”.

Secondo Plinio Corrêa de Oliveira, l’unica politica coerente sarebbe stata quella di sconfiggere i comunisti, senza se e senza ma. Invece, pur di non infastidire l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti adottarono un approccio diverso, che si sarebbe poi dimostrato disastroso: “La politica americana in Cina mira a forzare l’unificazione attraverso un governo di coalizione democratica tra Kuomintang e comunisti. Ma non potrà mai esserci una vera coalizione tra il Kuomintang e i comunisti. L’obiettivo dei comunisti non è quello di rendere la Cina una nazione democratica unificata, ma di farne una provincia sotto il giogo del totalitarismo comunista. È quindi necessario aiutare Chiang ad estendere la sovranità del governo centrale su tutta la Cina, cosa che si può fare solo distruggendo la sovranità del governo ribelle comunista e liquidando i suoi attributi di potere indipendente, esercito, polizia, amministrazione politica, sistema finanziario”.

Con l’appoggio dei sovietici, che occuparono pure la Manciuria, nel 1949 Mao-Tse-Tung sbaragliò definitivamente Chiang-Kai-Shek e stabilì la Repubblica Popolare Cinese, iniziando quindi l’espansione verso il Tibet e il sudest asiatico. Nel frattempo, mostrando una spaventosa imprevidenza, l’Occidente lasciò il nord della Corea in mano ai comunisti, una mossa che ebbe conseguenze catastrofiche. A metà giugno del 1950, appoggiati dalla Cina e dall’URSS, i comunisti invasero il sud, dando inizio alla guerra di Corea. Dopo un momento di sconcerto, il generale Douglas McArthur, comandante delle forze alleate, capì che la guerra si giocava non a Pyongyang bensì a Pechino e a Mosca, e propose un “full-scale conflict against the communists”, una guerra totale contro i comunisti, che comprendeva il bombardamento delle basi comuniste in Cina. Venne sommariamente destituito dal presidente Harry Truman, che scelse invece la via del cedimento e del compromesso.

In un lungo articolo pubblicato nel gennaio del 1951, Plinio Corrêa de Oliveira elencò “Gli errori di Roosevelt nella seconda Guerra mondiale”, tra cui: “Di fronte all’espansionismo comunista, il Dipartimento di Stato, invece di opporvi una resistenza energica, la favorì indirettamente col suo atteggiamento remissivo. (…) In Asia, le cose andarono peggio. Il presidente Truman decise di continuare la politica di fidarsi del comunismo cinese, come aveva fatto il suo predecessore. (…) Con tale cedimento, la sorte dell’Estremo Oriente era ormai segnata”.

Negli anni Sessanta, l’URSS e la Cina iniziarono una messinscena, simulando una rottura per depistare l’Occidente. Plinio Corrêa de Oliveira non credette mai a tale manovra. Egli scrisse nel 1963: “Si tratta appena di una trappola, che finirà per inghiottire l’uomo occidentale, scemo e ridente, superficiale, agitato e debole, che vive nel mondo delle apparenze. (…) I comunisti saranno molto grati di questa straordinaria avventatezza degli occidentali”. E nel 1967: “La divisione tra ‘linea russa’ e ‘linea cinese’ non è altro che un bluff”. Sordo a tali ammonizioni, l’Occidente continuò la politica, cieca e suicida, di favorire la Cina in chiave anti-sovietica.

La “settimana che cambiò il mondo”

Di cedimento in cedimento, si arrivò al grande colpo di scena: il viaggio del presidente Richard Nixon in Cina nel febbraio del 1972, a cui il pensatore cattolico brasiliano attribuì un’importanza epocale. Il pretesto fu di acquisire una posizione dominante in Cina, tale da poter contro-bilanciare l’Unione Sovietica. Plinio Corrêa de Oliveira lo considerò, invece, l’inizio del cedimento finale. Nixon stesso definì il suo viaggio “la settimana che cambiò il mondo”.

Saputa la notizia del viaggio, il 17 luglio 1971 il leader cattolico brasiliano tenne una conferenza analizzandone la portata e, con sorprendente lungimiranza, ne predisse le conseguenze:

– Questo viaggio cambierà sostanzialmente la percezione dell’opinione pubblica occidentale nei confronti della Cina comunista, presentandola sotto un profilo più amichevole: “Cadranno le barriere ideologiche nei confronti del comunismo cinese”;

– La Cina sarà ammessa nelle Nazioni Unite, spodestando Taiwan, e poi sarà nominata membro permanente del Consiglio di Sicurezza, assumendo quindi il ruolo di potenza mondiale;

– “La guerra del Vietnam viene liquidata, in uno spirito di cedimento e di tradimento da parte degli Stati Uniti. Col viaggio di Nixon in Cina, gli Stati Uniti hanno accettato un’umiliazione enorme che lascia intravvedere un cedimento anche in Vietnam. Secondo me, la guerra finirà con la resa incondizionata degli Stati Uniti”;

– “Le potenze anticomuniste dell’Estremo Oriente saranno abbandonate alla propria sorte (…) Nixon sembra intenzionato a smantellare inesorabilmente il sistema anticomunista in Estremo Oriente. (…) Ciò costringerà i Paesi della zona ad appoggiarsi su Pechino, anziché su Washington”;

– “Hong Kong entrerà in agonia. Io credo che tra non molto tempo l’Inghilterra riaprirà i rapporti con Pechino e consegnerà Hong Kong ai cinesi”.

Alla fine, Plinio Corrêa de Oliveira si domandava: “Chi può dire che l’espansione cinese non continuerà?”. Ovviamente, la sua convinzione era che, una volta iniziata, l’espansione gialla non si sarebbe più fermata. Tanto più che gli Stati Uniti non avevano messo nessuna condizione politica o militare.

Sulla scia del viaggio del presidente Nixon, gli Stati Uniti firmarono con la Cina la Dichiarazione di Shanghai, di cooperazione fra i due Paesi. Plinio Corrêa de Oliveira dedicò all’Accordo un’intera conferenza, in conclusione della quale commentò: “Vista l’ingenuità liberale degli americani, e l’astuzia comunista dei cinesi, l’Accordo avrà un esito molto conveniente per i comunisti. Essi approfitteranno di ogni occasione per avanzare. D’ora in poi i rapporti fra la Cina e l’Occidente si svolgeranno su questa base: i cinesi sapranno approfittarsene, mentre gli occidentali no”.

Il leader brasiliano riteneva l’Accordo di Shanghai la peggiore catastrofe politica del secolo XX: “Yalta fu una calamità maggiore di Monaco. Fu Monaco moltiplicato per Monaco. L’Accordo di Shanghai è Yalta moltiplicata per Yalta! Dove ci porterà? Io non lo so. Ma una cosa è certa: l’Occidente ha già perso questa guerra”.

Va detto che questa era la linea del Governo americano, e più concretamente della Segreteria di Stato. Nel pubblico, invece, vi furono consistenti reazioni alle quali Plinio Corrêa de Oliveira dedicò alcune riunioni e articoli di giornale.

Dopo la morte di Mao-Tse-Tung nel 1976, prese il potere Teng-Xiao-Ping, che avviò la cosiddetta “primavera di Pechino”, la prima timida apertura del sistema cinese al capitalismo, senza mai rinnegare l’ideologia comunista. Il tutto nello spirito dell’Accordo di Shanghai. L’Occidente iniziò quindi a investire in Cina. Plinio Corrêa de Oliveira avvertì che il flusso di aiuti occidentali avrebbe fornito alla Cina i mezzi necessari per perseguire i suoi scopi espansionistici: “Può la Cina aspirare a controllare la regione, salvo poi espandersi? Non gli mancano l’estensione territoriale, la popolazione sovrabbondante e l’appetito di conquista. Tuttavia, per un così grande impegno, avrà bisogno di un notevole potenziale industriale e militare, cosa che il comunismo non gli ha dato. La Cina comunista potrà svilupparsi e raggiungere la condizione di superpotenza imperialista solo con l’aiuto delle nazioni capitaliste”.

Un progetto di dominazione imperiale

Plinio Corrêa de Oliveira morì nel 1995, e non vide dunque il pieno compimento delle sue previsioni. Oggi possiamo dire con rammarico: tutto ciò che egli aveva previsto si è purtroppo avverato nel peggior modo possibile.

Nel 1980, il reddito pro capite cinese era inferiore a quello delle nazioni africane più povere. Oggi, la Cina produce il 50% di tutti i beni industriali del mondo. Tutto ciò, va ribadito, con i soldi e il know-how dell’Occidente, improvvidamente trasferiti in Cina seguendo la logica – o meglio la mancanza di logica – del capitalismo selvaggio e della globalizzazione. Mentre gli occidentali riempivano la Cina di soldi e di tecnologia, i cinesi seguivano scrupolosamente ciò che un analista occidentale definì una “politica bismarkiana”, cioè un progetto ben definito di dominazione imperale.

Tale progetto è ben esaminato da Michael Pillary, uno dei maggiori esperti americani sulla Cina, nel suo libro: «The Hundred-Year Marathon. Chinas’s secret Strategy to Replace the U.S. as the World Superpower». Egli mostra come la politica americana di riempire la Cina di soldi e di tecnologia, perfino militare, nell’ingenua speranza che essa diventerà un partner affidabile, si è dimostrata un boomerang: per tutto questo tempo i cinesi hanno giocato la partita con seconde intenzioni, approfittandosi dell’ingenuità occidentale per acquisire una posizione dominante, che oggi cominciano a brandire come arma di dominio globale.

Un altro libro interessante è quello del giornalista britannico Martin Jacques « When China Rules the World: The End of the Western World and the Birth of a New Global Order». Basato su studi di mercato, proiezioni geopolitiche e analisi storica, Jacques mostra come – se dovesse continuare l’attuale trend – la Cina sarà la potenza egemonica nel secolo XXI, declassando gli Stati Uniti e introducendo una “nuova modernità” diversa da quella attuale. La Cina, secondo Jacques, non è uno “Stato-Nazione”, bensì uno “Stato-Civiltà” con vocazione imperiale, abituato a esercitare un potere incontrastato.

Ripensare la Cina

La pandemia da Covid-19, però, sembra aver cambiato le carte in tavola.

Sono sempre più evidenti le responsabilità della Cina nella pandemia che oggi attanaglia il mondo. Gli unici a negarlo sono proprio i cinesi, che pure minacciano pesantissime sanzioni contro chi osi affermare tale ovvietà. Mentre la strafottenza di Pechino raggiunge livelli surreali, l’Occidente inizia a domandarsi se non abbia sbagliato strada. “La Cina ci infetta, ci compra e noi la ringraziamo”, ha sintetizzato la situazione Massimo Cacciari. Cresce pure un movimento internazionale per chiedere un “Tribunale di Norimberga” per accertare le responsabilità cinesi ed, eventualmente, esigere un risarcimento.

Molto nette in questo senso le dichiarazioni del cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, capitale del Myanmar: “C’è un governo che ha la responsabilità primaria [per la pandemia], a motivo di ciò che ha fatto e di ciò che ha mancato di fare, e questo è il regime del Partito Comunista Cinese a Pechino. Vorrei essere chiaro: è il PCC a essere responsabile, non il popolo della Cina, e nessuno dovrebbe rispondere a questa crisi con odio razziale nei confronti dei cinesi. In effetti, è stato il popolo cinese la prima vittima di questo virus, così come è da tempo la principale vittima di quel suo regime repressivo. Merita la nostra simpatia, la nostra solidarietà e il nostro sostegno. Ma sono la repressione, le bugie e la corruzione del PCC a essere responsabili”.

Precisamente ciò che Plinio Corrêa de Oliveira asseriva nell’ormai lontano 1937…

Tralascio le pesantissime responsabilità dell’Ostpolitik vaticana nei confronti della Cina comunista, che andò a braccetto con quella americana e che, proprio sotto il pontificato di Francesco, ha raggiunto eccessi allarmanti. Aprirebbe orizzonti talmente rilevanti che meriterebbero un trattamento a parte.

Forse Dio ci sta dicendo qualcosa con questa pandemia. Forse è arrivato il momento di ripensare ab imis fondamentis la nostra strategia nei confronti della Cina comunista. Domani sarà troppo tardi.

Ma per fare ciò serve coraggio. Un coraggio che non verrà dalle nostre forze naturali, siano esse di natura politica, economica o culturale. Qui ci vuole l’intervento della grazia divina sulle anime. Io mi domando: di fronte all’immane tragedia che oggi vive il nostro mondo, scosso fino alle fondamenta da questa pandemia, non è arrivato il momento di gridare al Cielo: Perdono! Perdono! Perdono! Sono sicuro che il Cielo ci risponderà: Penitenza! Penitenza! Penitenza! Conversione! Conversione! Conversione! E, in mezzo al frastuono degli elementi celestiali scatenati, si sentirà una voce dolce come un favo di miele dire: “Fiducia figli miei! Infine il mio Cuore Immacolato trionferà!”.

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