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martedì 17 marzo 2020

Le grandi lezioni del coronavirus

Una bella e dura  riflessione dell'amico Julio Loredo della TFP  italiana.
Luigi

LE GRANDI LEZIONI DI UN PICCOLO ESSERE

Quando in futuro gli storici studieranno l’immane crisi innescata dal coronavirus, si faranno tante domande per le quali, magari, avranno già qualche elemento di risposta. Nel bel mezzo della crisi, con l’Italia ancora in quarantena, noi ci dobbiamo accontentare delle domande, che non sono poche né banali. Il coronavirus, infatti, ha fatto emergere una lunga serie di contraddizioni e di manchevolezze del nostro mondo, che giacevano sotto traccia, seppellite dall’ottimismo imperante. Approfittando del tempo extra a nostra disposizione, forse è il caso di sollevarle adesso, cercando di ricavarne qualche lezione.

La fragilità del mondo moderno. Causa davvero stupore come un essere così piccolo, anzi microscopico, abbia potuto mettere in ginocchio un mondo che si vantava di essere solido, possente e duraturo. Economia in tilt, borse a picco, negozi chiusi, voli cancellati, strade deserte, eventi rimandati, sport fermo, frontiere chiuse… Pensavamo che ciò sarebbe potuto accadere in conseguenza di una guerra mondiale, oppure di uno straordinario disastro naturale. Invece no. È bastato un essere grande appena qualche micron per scombussolare tutta la nostra vita, mandando in frantumi anche il mito della solidità del nostro mondo.

Ciò comporta per noi una prima grande lezione, se vogliamo ascoltare i segni dei tempi.

Quando a Fatima la Madonna parlò di una serie di flagelli per l’umanità peccatrice seguiti da una generale conversione e conseguente restaurazione della civiltà cristiana, molti non diedero ascolto alle sue parole, non tanto per qualche obiezione dottrinale quanto piuttosto per la convinzione – più empirica che intellettuale – che questo mondo sarebbe durato eternamente e che, quindi, avrebbero potuto continuare a goderselo indisturbati. La crisi provocata dal coronavirus ci insegna, invece, che le cose possono cambiare, e anche velocemente. Non possiamo prendere niente per scontato. Questo stato di cose non è eterno. Tutto può svanire, solo Dio permane.

Da criminale a eroina: la parabola cinese. Nei prossimi anni gli storici faranno fatica a spiegare come la Cina sia riuscita a mettere in atto una campagna di propaganda tale da trasformarla da criminale a eroina in poche settimane. L’epidemia è cominciata proprio in Cina, e si è diffusa grazie all’estrema incuria e prepotenza del governo comunista di Pechino. La prima avvisaglia è stata il ricovero per bronchite di Wei Gixan, pescivendola nel mercato di Wuhan, il 10 dicembre 2019. Il 15 dicembre, il dott. Li Wenliang ha dato per primo l’allarme: c’era in corso un’epidemia. La cosa era così lampante che il 7 gennaio 2020, il Wall Street Journal ha perfino pubblicato un ampio servizio sul tema. Il governo di Pechino ha reagito espellendo i giornalisti americani e costringendo il dott. Wenliang a firmare un documento auto-accusatorio, proibendo sotto severissime pene ogni divulgazione di notizie al riguardo. Solo il 20 gennaio, con l’epidemia ormai fuori controllo, il presidente Xi Jinping ha fatto una dichiarazione pubblica. E solo il 23 ha decretato lo stato di emergenza.

Se la Cina avesse reagito tempestivamente a metà dicembre, molto probabilmente non ci sarebbe stata questa crisi. Ecco il vero responsabile. Sorgono però due domande, tra loro intrecciate: Perché la Cina ha agito in questo modo? E perché non si vuole puntargli contro il dito?

La risposta alla prima domanda è, ovviamente, la mentalità totalitaria propria al comunismo, che reagisce tenendo segreta qualunque cosa possa inficiare l’immagine del regime. Esattamente com’era successo nel 1986 col disastro di Cernobyl, e nel 2000 col disastro del sommergibile Kursk. Ma ciò non spiega tutto.

È anche ovvio che non si volesse frenare l’economia cinese, dalla quale dipende ormai mezzo mondo. Si è preferito lasciare in funzionamento la locomotiva cinese, anche a rischio di provocare una pandemia. Alle colpe della mentalità comunista vanno quindi aggiunte anche quelle di una certa mentalità capitalista. Ed ecco la risposta alla seconda domanda: i cinesi non vanno toccati perché hanno il coltello per il manico.

Uno dei grandi enigmi della nostra epoca – un vero mistero d’iniquità – è come l’Occidente, che si vanta del suo carattere democratico e liberale, si sia sottomesso in modo così servile a un governo dittatoriale dominato da un Partito Comunista. Pur di far soldi l’Occidente ha posto – coscientemente e volontariamente – la testa nella ghigliottina. Può adesso meravigliarsi che il boia tiri la leva?

Maestri nelle operazioni oscure, i cinesi hanno pure approfittato della crisi acquisendo una posizione ancor più dominante nel mercato. Infatti, la crisi ha mandato al tappeto le azioni di molte aziende occidentali che operano in Cina. Ne ha approfittato la Banca Centrale di Pechino, che proprio in questi giorni sta comprando centinaia di miliardi in titoli azionari, diventando così partner di riferimento di molte aziende occidentali. Tutto sotto lo sguardo, fra l’indifferente e il complice, dei guru della finanza occidentale.

Non solo. In un colpo di scena degno della peggiore commedia, la Cina adesso si presenta come la salvatrice del mondo. Tutti ora lodano il “modello cinese”. Pechino si permette perfino il lusso di regalare all’Italia il materiale sanitario necessario per affrontare la crisi virologica… in essa iniziata! Da criminale a eroina in poche settimane, una parabola davvero sorprendente. 

La crisi del coronavirus non sarà un’opportunità storica per rivedere tutto il nostro atteggiamento nei confronti di Pechino? Siamo ancora in tempo. Reagiamo prima che sia troppo tardi!

Quando il pastore abbandona il gregge. La domanda più straziante, però, riguarda l’atteggiamento di buona parte della gerarchia ecclesiastica, piegatasi alle esigenze del Governo Conte. In un articolo sul Corriere della Sera, Andrea Riccardi racconta. “È iniziato un negoziato serrato tra Cei e Palazzo Chigi, che non è sembrato disponibile a ragioni d’altro ordine da quelle dei suoi tecnici. Dopo un braccio di ferro, la Cei ha ceduto”. Riccardi sembra insinuare che la Cei abbia ceduto a malincuore. La celerità e lo sfogo sorprendente con cui i nostri vescovi hanno applicato le disposizioni sanitarie emanate dal Governo, talvolta anticipandole, e poi applicandole in modo esagerato e perfino unilaterale, fanno pensare invece ad altre motivazioni.

In duemila anni di storia, la Chiesa in Italia ha dovuto affrontare molte situazioni epidemiche: dalla peste di Roma nel 590 a quelle di Milano nel 1578 e nel 1630. Invariabilmente, la Sposa di Cristo reagì con spirito soprannaturale, restando vicina ai fedeli, incoraggiandoli nella preghiera e nella penitenza, moltiplicando le occasioni per ricevere i sacramenti. Ne sono esempio grandi santi come San Carlo Borromeo, che rientrò a Milano da Lodi mentre le autorità civili scappavano via; e San Luigi Gonzaga, che scelse di rimanere con i malati nel Collegio Romano, pagando il gesto eroico con la propria vita. Semmai, la nota predominante della Chiesa durante gli episodi di peste fu precisamente quella di rinvigorire la cura delle anime.

Questa è la prima volta nella storia in cui – salvo poche meritevoli eccezioni – la gerarchia abbia abbandonato i fedeli, privandoli del sostento spirituale: prima, imponendo la Comunione sulla mano e ritirando le acquasantiere; poi, sopprimendo tout court le Messe e ogni cerimonia religiosa, compresi i funerali. Se, però, la norma sanitaria è di mantenere una distanza di un metro e di non toccarsi, perché non celebrare Messe con i fedeli sparsi lungo le navate della chiesa? Non si potrebbero moltiplicare le Messe per permettere ai fedeli di distribuirsi durante la giornata? Non si potrebbero celebrare Messe in piazza pubblica, con i fedeli tranquillamente disposti all’aperto con le dovute distanze di sicurezza? Niente di ciò sembra sia stato preso in considerazione. Anzi. Hanno scelto di privare i fedeli dei sacramenti proprio mentre essi ne avevano maggiormente bisogno.

È un punto toccato dallo stesso Riccardi nell’articolo sopra citato: “Giusto evitare gli affollati funerali. Ma non si capisce perché siano interdetti culto e preghiere, se celebrati in sicurezza. Forse non tutti i decisori penetrano il senso peculiare della messa per i credenti, di cui gli antichi martiri dicevano: «Sine Dominicum non possumus»”. Questa volta è stata la Chiesa a cedere su tutta la linea, come ben rileva Fabio Adernò in un articolo sul blog del vaticanista Marco Tossati: “Le limitazioni del culto che le alterne vicende della storia hanno imposto in talune contingenze ai cristiani sono sempre state subìte dalla Chiesa sotto forma di persecuzione e di martirio, e mai scelte in modo deliberato con spirito relativista o arrendevole”. In parole povere, ciò che prima facevano i nemici della Chiesa, adesso lo fa la stessa Gerarchia.

Non si può certo esigere a Cesare di capire le ragioni di Dio. Si può e se deve, però, esigere ai vescovi di far valere le superiori ragioni di Dio, invece di piegarsi in modo così servile davanti a Cesare.

Solleviamo un ultimo punto. Tralasciando il giudizio se questa pandemia sia o no interpretabile come un castigo divino, resta il fatto ovvio che sarebbe un’eccellente occasione per la predicazione, tanto più che siamo in periodo di Quaresima, quando dovremmo centrare l’attenzione sulle sofferenze, terribili ma redentrici, di Nostro Signore Gesù Cristo. Sembra chiaro che l’epidemia abbia scosso molte coscienze, solitamente appiattite sulla voglia di godersi la vita, aprendole a considerazioni trascendentali, e offrendo occasioni per l’intervento purificatore della grazia divina. Anche qui, però, il silenzio della gerarchia ha qualcosa di tragico. Senza giudicare le intenzioni, è difficile non vedere qui una mancanza di spirito soprannaturale che è davvero preoccupante. Tacciono quando più dovrebbero parlare.

Ecco alcune poche domande – per lo più ancora senza risposta – sollevate dalla situazione venutasi a creare per il dilagare di questa strana creatura, non più grande di 50 millesimi di millimetri, e che tuttavia sta sconvolgendo la nostra vita fino alle fondamenta.

(di Julio Loredo)

P.S. Questo articolo era già pubblicato quando veniamo informati che, dietro precisa raccomandazione di Papa Francesco – che prima aveva detto cose molto diverse – alcune Diocesi, tra cui proprio Roma, hanno emanato nuove norme che lasciano al criterio del parroco l’apertura delle chiese. Solo quelle parrocchiali, però. E non si parla di Messe né di Sacramenti. Sembra che la Gerarchia abbia ascoltato, al meno in parte, il clamore del popolo. La domanda, però, resta: È la Chiesa che deve insegnare la Via, la Verità e la Vita, oppure sono i fedeli che la possono trascinare dove vogliono? Ha ragione Riccardo Cascioli sulla “Nuova Bussola Quotidiana”, nel parlare di “gerarchia ecclesiastica in stato confusionale”.