venerdì 27 marzo 2020

Intervista Don Morselli: “Con le cose con cui uno pecca, con quelle viene punito”

Una bella intervista a don Alfredo Morselli su temi tanto attuali oggi.
Più sotto uno sviluppo dell'intervista, con una risposta di don Alfredo al lettore che non condivide l'idea della sospensione delle celebrazioni.
A cura di Aldo Maria Valli.
Luigi

23-3-20
Cari amici di Duc in altum, mentre ancora l’epidemia di coronavirus stringe in una morsa il nostro Paese e dilaga sempre di più anche in altre nazioni, proviamo a ragionare un po’ su questo tempo che il Signore ci chiede di vivere. Lo facciamo con una fulminante intervista a don Alfredo Morselli, parroco e teologo che ben conoscete e che è già intervenuto altre volte nel blog.

Don Alfredo, parto dalla cronaca. Che effetto le ha fatto vedere il papa che va a Santa Maria Maggiore a pregare davanti alla Madonna e poi, in una Roma spettarle, si reca a piedi, lungo una via del Corso deserta, nella chiesa di San Marcello per pregare davanti al Crocifisso miracoloso?

Mi ricorda il vescovo vestito di bianco del terzo segreto di Fatima, che sale il monte rappresentando la Chiesa crocifissa, colpita dai nemici e tradita da alcuni suoi figli, e martire.

Che cosa pensa delle scelte dei vescovi italiani che, di fronte all’epidemia, si sono trovati stretti tra la tutela della salute pubblica e quella del diritto di culto e di ricevere i sacramenti? Una situazione non facile, occorre riconoscerlo.

Ritengo che la sospensione delle Sante Messe pubbliche fossea necessaria. Buona la possibilità delle visite in chiesa, ma bisogna invitare i parroci a disinfettare le panche, perché il virus rimane a lungo vivo sulle superfici. Veramente improvvida, invece, l’imposizione da parte di alcuni pastori di ricevere la Comunione in mano. La direttiva della Comunione sulla mano è contro le norme igieniche, contro il buon senso e contro le leggi della Chiesa. Alla Comunione sulla mano comunque ero già fortemente contrario prima, e non per motivi sanitari.

Eravamo appena usciti da un sinodo, quello amazzonico, che aveva innalzato inni alla natura, quasi trasformata in divinità suprema, ed ora ecco che, mediante un’epidemia, la natura stessa ci ricorda che il suo volto è duplice: amico ma anche nemico dell’uomo. Abbiamo messo in soffitta troppo in fretta la questione del peccato originale?

Esatto. Già negli anni Cinquanta, con la nouvelle théologie erede diretta del modernismo, venivano snobbati i doni preternaturali che i progenitori avevano prima del peccato, quando tutta la creazione riconosceva nell’uomo l’immagine perfetta di Dio da rispettare. Personalmente vedo nei microorganismi probiotici, tanto di moda oggi, una reminiscenza di questo stato; l’immagine non è andata distrutta del tutto; ma è spogliata e ferita, e non tutte le creature riconoscono la signoria dell’uomo.
Alcuni santi hanno potuto ammansire le belve perché, con una lunga vita di penitenza, hanno ricostituito in loro l’Adamo pre-lapsale (prima della caduta); il lupo di Gubbio ha riconosciuto san Francesco, ma oggi si sgranocchierebbe Greta Thunberg! E il coronavirus non riconosce la signoria dei figli di Adamo.

Prima che l’epidemia divampasse era in corso un intenso dibattito, sempre sulla scorta dell’ultimi sinodo, a proposito di celibato dei preti. Come abbiamo visto, qualcuno, anche dall’interno della Chiesa, ha premuto con decisione per mettere fine al celibato. E ora ecco che tanti preti si trovano con la Chiesa, Sposa di Cristo, vuota e desolata. C’è una lezione da cogliere in tutto questo? 

Vede, si è data la Comunione a tutti, anche se in stato di peccato, e agli evangelici in Germania, e oggi nessuno può fare la santa Comunione. Si è prestato culto agli idoli in Vaticano e in San Pietro, e San Pietro adesso non avrà i riti della Settimana Santa con i fedeli. La Chiesa in Cina è stata tradita e venduta al regime cinese, e dalla Cina è arrivato il virus. Col sinodo sull’Amazzonia la natura è stata glorificata e considerata persino un luogo teologico, ed ora sta mostrando che – a causa del peccato originale – non è una tigre facilmente cavalcabile. È partito il complotto per dare moglie ai preti, e i preti sono senza la loro sposa, la loro parrocchia. Non sarà mica perché si sta compiendo quanto dice il libro della Sapienza: “… perché capissero che con le cose con cui uno pecca, con quelle viene punito” (Sap 11,16)? 
Padre Spadaro diceva che in teologia due più due fa cinque. A volte fa ancora quattro.

A cura di Aldo Maria Valli


25-3-20

Cari amici di Duc in altum, la breve ma densa intervista a don Alfredo Morselli ha suscitato molte reazioni. Tra le numerose lettere arrivate al blog, ho scelto quella che vi propongo qui sotto, alla quale segue la replica di don Morselli. Riguarda la sospensione delle Messe con concorso di pubblico causa coronavirus.

A.M.V.

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Gentile Valli, ho letto l’intervista a don Morselli su Duc in altum e sono rimasta colpita da una frase: “Ritengo che la sospensione delle Sante Messe pubbliche fosse necessaria”.

Ma quando togliamo Dio, togliamo tutto. Tutto crolla. Dov’è il primato di Dio? Agli inizi il Signore si rivelò all’uomo attraverso la creazione, poi al popolo d’Israele con la Legge, oggi si comunica a noi nel Figlio. Non al di fuori del Figlio.

Diveniamo veramente fecondi, quindi capaci di portare guarigione e salvezza nel mondo, solo se generiamo il Cristo e lo generiamo nell’atto di quella comunione che Egli vive con noi, in quell’atto in cui discende sull’altare. E siamo chiamati a divenire partecipazione di quell’atto, concretamente, realmente, fisicamente.

Come possiamo essere testimonianza, riparazione, speranza se non ci inseriamo nel Corpo Santissimo del Cristo, prima di tutto attraverso la santa Comunione?

Il cristiano deve prendere coscienza – come hanno fatto i santi, attraverso la lotta tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre – che è chiamato a distruggere e consumare l’inferno. Ma lo consumiamo, cioè non permettiamo che il demonio porti la sua opera di male, solo se in noi vive Dio. Se in noi Dio trova posto. Se, come in Maria e per Maria, lo generiamo nel cuore e nel nostro corpo.

Egli vuole darsi? Sì, Egli ha fame di noi. Prima della nostra fame c’è la sua fame, e se noi partecipiamo a questo desiderio è perché Lui per primo ha avuto l’umiltà e il desiderio di darsi a noi. Ognuno di noi è il pensiero unico, come l’unico esistente per Lui. Allora chi siamo noi per dire di no a Dio?

“Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare. Ho avuto sete e mi avete dato da bere”. Questo è anche il grido di Dio. Egli vuole vivere nell’uomo. E allora come possiamo, ripeto, noi Chiesa, dire di no a Dio?

Ci vuole fede. Al popolo d’Israele Dio disse di non temere, per mezzo di Mosè, prima di attraversare il Mar Rosso, perché Egli avrebbe combattuto per loro. Dunque, perché non crediamo che anche oggi Egli voglia combattere per noi, in questo tempo di dolore e di prova? Ma dobbiamo permetterglielo.

Non affidiamoci solamente all’intelligenza dell’uomo. Come cristiani siamo chiamati a unire l’intelligenza alla fede, facendole vivere in noi in unità. L’obiezione che adesso viene fatta a giustificazione del divieto delle Messe pubbliche è la salute del corpo. E la salute dell’anima? La vita eterna?

È indubbio che il non aver permesso la celebrazione delle Sante Messe pubbliche espone la Chiesa a una grande responsabilità davanti a Dio.

Lettera firmata

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Risponde don Alfredo Morselli

Purtroppo, il contrario del naturalismo e del razionalismo – che portano a dimenticare l’influsso della grazia sulla natura e ad escludere l’intervento di Dio nella storia – non è il fideismo, ovvero una fede volontaristica che vuole fare a meno della ragione, camuffando talvolta il bando della ragione con la maschera di una non genuina pietà. La verità contro cui si pongono naturalismo, razionalismo e fideismo sta nel corretto rapporto tra fede e ragione, quando la ragione non vuole far da padrona sulla fede e quando la fede accetta gli indispensabili servigi dell’ancella ragione. Fides et ratio, fede e ragione, come si intitola una preziosa enciclica di san Giovanni Paolo II, ove esse sono presentate come le due ali con cui l’anima si eleva a Dio.

Fatta questa premessa, la ragione illuminata dalla fede ci dice che Dio stesso mantiene in essere un ordine naturale, con precise leggi. Certamente il buon Dio può andare oltre le leggi della natura causando eventi apparentemente contrari a detto ordine; e questo è ciò che gli uomini chiamano “miracolo”. Al suddetto ordine naturale appartengono tanto il virus killer (mantenuto in essere, in vista di un bene maggiore dei danni, da Dio stesso), quanto l’uomo ferito dal peccato originale, vulnerabile dal virus, perché non è più riconosciuto da quest’ultimo come suo signore.

Pensare che il virus in ogni Santa Messa perda la sua infettività, e che l’uomo riacquisti l’immunità contro gli agenti patogeni che aveva Adamo prima del peccato, significa pensare che Dio è obbligato o che certamente a ogni Santa Messa compie, oltre alla Transustanziazione, tanti miracoli quanti sono i virus e i fedeli presenti. Una pia speranza, o una forte speranza soggettiva, non sono motivi validi per mettere a rischio la vita nostra e del prossimo. Purtroppo, abbiamo la conferma di un contagio, che ha causato diverse vittime, proprio in una Santa Messa di una comunità neocatecumenale.

Allora come fare? Un principio della teologia suona nel seguente modo: “A chi fa quanto può, Dio non nega la grazia”; e un altro principio, tomista al cento per cento, dice che “Dio non lega la grazia ai sacramenti”, ma può donarla anche al di fuori della celebrazione sacramentale. Ovviamente Dio, che scruta i cuori, sa bene chi fa il furbo e chi è realmente impossibilitato.

Per il resto concordo con le opinioni della lettrice; bisogna tornare alle rogazioni, alle benedizioni, alle preghiere di esorcismo. Anch’io non sopporto il naturalismo di certi “cattolici adulti” che considerano devozionalismo dannoso quanto la Chiesa ha fatto per secoli. Ritengo necessario che noi sacerdoti ci prestiamo per le confessioni e tutti i conforti possibili. Ma non posso dire che a Messa certamente non si contagia nessuno; e quindi ritengo, pur con grande dolore, che le celebrazioni si devono svolgere a porte chiuse.

Don Alfredo Morselli





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Sac. Alfredo M. Morselli