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mercoledì 4 marzo 2020

Coronavirus. Vescovi sostituiti dal “centralismo democratico” targato CEI?

«I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare,perché da grande calamità è stata colpita la figlia del mio popolo,da una ferita mortale. Se esco in aperta campagna, ecco i trafitti di spada; se percorro la città, ecco gli orrori della fame. 
Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare.». (Geremia 14 - il lamento del profeta Geremia -)  
AC

Il "balletto delle Messe" ridisegna la gerarchia nella Chiesa 

di Riccardo Cascioli  

Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna ancora una settimana senza messe con popolo, malgrado i vescovi lombardi avessero espresso la volontà di "aprire" almeno quelle feriali e alcuni vescovi già lo avevano fatto. 

Ma la CEI ha interpretato nel modo più restrittivo possibile il decreto del governo e ha imposto una linea rigida, esautorando i singoli vescovi che dovrebbero essere loro autorità magisteriale nelle proprie diocesi. 


Nei giorni scorsi lo abbiamo detto molto chiaramente: la privazione eucaristica forzata di questi giorni può e deve essere vissuta dai fedeli come una fenomenale occasione di conversione, per approfondire il significato dell’Eucarestia e anche per scoprire o riscoprire la pratica della comunione spirituale. 
Ciò non toglie però che il balletto “Messa sì, Messa no” a cui si è assistito in questi ultimi giorni lasci sconcertati non poco.
Ieri pomeriggio è arrivata la decisione di prorogare fino al 7 marzo - per Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna - il divieto di popolo alle messe feriali. 
Lo hanno deciso le Conferenze episcopali regionali, seguendo l’interpretazione offerta dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) al decreto del governo del 1° marzo. 
In questo modo anche quei vescovi dell’Emilia Romagna che avevano riaperto al pubblico le messe di domenica scorsa, hanno dovuto fare una nuova marcia indietro.


La decisione ha colto un po’ di sorpresa molti fedeli perché i movimenti degli ultimi giorni lasciavano presagire un allentamento delle restrizioni, almeno per le messe feriali. 
I vescovi della Lombardia, infatti, sabato avevano firmato un appello alla Regione perché considerasse la partecipazione dei fedeli alle messe feriali che «a differenza delle messe festive, non costituiscono una forma di assembramento». 
E il decreto firmato domenica sera dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte lasciava ben sperare perché, come il precedente, offriva possibilità di manovra.


Il decreto sospende infatti fino al prossimo 8 marzo «tutte le manifestazioni organizzate, di carattere non ordinario, nonché degli eventi in luogo pubblico o privato, ivi compresi quelli di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi ma aperti al pubblico, quali, a titolo d’esempio, grandi eventi, cinema, teatri, discoteche, cerimonie religiose». 
Poi prosegue: «L’apertura dei luoghi di culto è condizionata all’adozione di misure organizzative tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro».


Ce ne è dunque abbastanza per una interpretazione che salvi la capra delle misure sanitarie di sicurezza e i cavoli della Messa feriale. Non c’è neanche da adottare particolari misure per garantire alle Messe feriali una presenza scarsa e geograficamente diffusa in tutta la chiesa. Ma la comunicazione della CEI di ieri mattina rimetteva tutto in discussione, perché interpretava invece in senso restrittivo le disposizioni del governo. 
E dopo aver elencato le limitazioni previste, concludeva affermando che «sono escluse durante la settimana le Messe feriali». 
In realtà la costruzione della frase era tale che si poteva interpretare anche come esclusione delle Messe feriali dalle limitazioni previste.
Evidentemente non era così e di interpretazione in interpretazione, dapprima la Conferenza Episcopale Lombarda, poi le altre si adeguavano alle indicazioni della CEI. 
Fino al punto di far tornare indietro quei vescovi – vedi Reggio Emilia – che già avevano aperto le chiese anche alla Messa festiva. 
E questo malgrado «il nostro desiderio più profondo – dice il comunicato dei vescovi lombardi - era e rimane quello di favorire e sostenere la domanda dei fedeli di partecipare all’eucaristia».


La vicenda presenta diversi aspetti incomprensibili: senza neanche citare il significato della Messa - in nessun modo paragonabile ad eventi culturali o sportivi - che però sembra sfuggire anche ai vescovi oltre che alle autorità civili, ancora una volta i vertici della Chiesa hanno dimostrato la loro sudditanza allo Stato. Come abbiamo già spiegato alcuni giorni fa, è il segno che la Chiesa si concepisce ormai come un elemento della comunità politica e non il suo fondamento. Così si trova a dipendere dallo Stato anche in ciò che rappresenta la sua identità, e questo malgrado non siano pochi i giuristi che ritengono ingiustificata questa dipendenza anche solo dal punto di vista delle leggi italiane attuali.


Soprattutto colpisce la prontezza dei vertici della Chiesa italiana nell’interpretare nel modo più restrittivo possibile le direttive del governo. 
Neanche ponendo sul piatto il significato della Messa, e le sue ricadute positive per il bene comune. 
Davvero si può considerare sicuro, tanto per fare un esempio, l’ingresso dei turisti nel Duomo di Milano e pericoloso un numero inferiore di persone che nello stesso Duomo per una mezz’ora prendono posto disperse nelle numerose panche? L’incongruenza è evidente, così come l’atteggiamento da “Chiesa in ritirata” che si è impadronito dei vertici della Chiesa italiana.


Analogamente le Conferenze Episcopali regionali si sono subito piegate alle indicazioni della CEI, malgrado avessero chiaramente espresso nei giorni precedenti la volontà di riaprire le Messe al pubblico e la convinzione di poter gestire le cose in modo da non provocare problemi per la salute pubblica. E allo stesso modo hanno dovuto allinearsi quei vescovi che già si erano esposti per la partecipazione del popolo alle Messe.


Questo pone ancora una volta il problema del potere delle Conferenze episcopali, che ormai si sostituiscono ai singoli vescovi nelle decisioni, vedi la liturgia, che invece sarebbero loro proprie. Si può comprendere che i vescovi favorevoli alle Messe con popolo, alla fine abbiano preferito l’unità nella decisione con tutti i vescovi piuttosto che creare un caso che avrebbe offerto l’inquietante immagine di una Chiesa spaccata. Ma che qualcosa non vada è comunque evidente. Un vescovo, che nella sua diocesi è autorità magisteriale, si trova scavalcato da un organismo (la CEI) che invece non ha tale autorità; eppure è “costretto” ad ubbidire.


È il segno chiaro di una burocratizzazione della gerarchia ecclesiastica, la realizzazione di un “centralismo democratico” che allontana sempre più i pastori dal loro gregge.


Fonte : La Nuova Bussola Quotidiana QUI

Foto: Messa Solenne nella Cattedrale bombardata di San Paolo a Münster, Germania (1946) "Niente è più importante della Santa Messa, e la Chiesa sente il bisogno di celebrarla in ogni tempo. Anche in tempo di guerra.QUI trovate alcune foto di sacerdoti che stanno celebrando la Santa Messa in zone di guerra o in accampamenti militari." 


Ecco le conseguenze pratiche...
lo shock che dovrebbe far riflettere... e aumentare le preghiere
 Video








Youtube QUI

6 commenti:

  1. "Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare.». (Geremia). Sono 60 anni e passa che questi "profeti" e "sacerdoti" non sanno cosa fare, grazie al vaticano secondo, all'ecumenismo, al novus ordo a altri schianti del genere. Il virus è una verifica spietata e infallibile di un corso ecclesiale fallimentare che ha perduto il senso del sacro e l'ha fatto perdere ai fedeli, moltissimi dei quali continuano a dargli credito e a scandalizzarsi per ogni critica che gli viene rivolta. Siamo al capolinea. O, in ogni caso, mancano poche fermate.

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  2. A proposito di "una severa attenzione al controllo del piccolo territorio della Città leonina"(Notizia ANSA sulla Città del Vaticano). Alla faccia dell'"accoglienza" ovviamente "misericordiosa" strombazzata da tutte le parti da Bergoglio & Company. Venite, venite migranti da tutto il mondo! Sbarcate liberamente! V abbiamo fatto pure il monumento a Piazza S.Pietro ... ma fermatevi lì! Intanto i benpensanti buonisti cattocoministi ipocriti che imperversano su questo blog tacciono.

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  3. Basterebbe ricordare i fedeli che partecipavano alla messa in chiese che subivano i bombardamenti, basterebbe ricordare questo per capire il livello del clero attuale. È significativo che la mancanza di spina dorsale riguardi le gerarchie, non il popolo. Altro che "dubia", qui occorre agire con la forza, occorre metterli di fronte al fatto compiuto, occorre riprendersi le nostre chiese. È ormai chiaro che i vescovi attuali sono un branco di inetti che sta facendo perdere la fede ai cattolici italiani.

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  4. Chiedo alla redazione di affrontare la tematica collegata a quella del post ma che ha una sua valenza autonoma. Diversi fedeli oltre a vedersi privati della partecipazione alla Messa, hnno visto negata la possibilità di ricevere la S. Comunione fuori dalla messa. Questa negazione è un gravissimo sopruso verso Dio che vuole essere ricevuto il piu sovente possibile dai fedeli, che verso il fedele a cui viene ingiustificatamente negato il SS. Sacramento. Chiedo alla redazione di affrontare questa problematica. Grazie

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    1. Grazie Anonimo delle 19:02. Ci proveremo anche se l'argomento non è facile. Grazie

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  5. "Se Dio castigasse subito chi l'offende, non si vedrebbe certamente ingiuriato, come ora si vede; ma perché il Signore non castiga subito ed aspetta, perciò i peccatori pigliano animo a più offenderlo. Ma bisogna intendere che Dio aspetta e sopporta: ma non aspetta e non sopporta sempre. È sentenza di molti santi Padri, di S. Basilio, di S. Girolamo, di S. Ambrogio, di S. Cirillo Alessandrino, di S. Gio. Crisostomo, di S. Agostino e d'altri che siccome Iddio tiene determinato il numero per ciascun uomo de'giorni di vita, de'gradi di sanità, o di talento che vuol dargli:"Omnia in mensura, et numero, et pondere disposuisti" (Sap. II. 21), così ancora tiene a ciascuno determinato il numero de'peccati, che vuol perdonargli;compito il quale non perdona più."
    (Sant'Alfonso, Apparecchio alla morte, Considerazione XVIII, Del numero de' peccati, Punto I, Pag 167, Opere Ascetiche, Edizioni di Storia e Letteratura, 1965)

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