Post in evidenza

Un parroco in Diocesi di Fidenza coraggioso sulla S. Comunione in bocca

L'arciprete di Castelvetro e Croce S. Spirito (PC), in Diocesi di Fidenza ma alle porte di Cremona, spiega perchè darà la S. Comu...

domenica 26 gennaio 2020

Logica Divina e logiche umane


"Pensiero di Pensiero" 

di Enrico Salvi
  
Il Logos, la Logica divina, il Verbo, il PENSANTE che nella sua Sintesi è uno, sovra-formale e trascendente, assume indefinite forme nel farsi umano e quindi immanente, ossia nel farsi PENSATO, cioè formulato dalla mente ed espresso attraverso il linguaggio parlato o scritto, posta la necessità, ma anche il limite, del linguaggio stesso quale mezzo di comunicazione fra Dio e gli esseri umani e di questi fra di loro. E che il PENSANTE sia ab aeterno uno e quintessenziale in Se stesso è provato proprio dalle innumerevoli forme elementari, cioè composite, che può assumere una volta sceso nel tempo facendosi PENSATO. Non può esservi un temporale PENSATO che non attinga dall’eterno PENSANTE, come non c’è parola o suono che possa prescindere dal silenzio da cui scaturiscono e a cui ritornano. Senza silenzio nessuna parola e nessun suono. Senza PENSANTE nessun PENSATO.
“Pensiero” è termine astratto. Nella sua assoluta concretezza divina, eterna e sovra-formale esso è il PENSANTE, mentre nella sua relativa concretezza umana, temporale e formale è il PENSATO. Perciò, lo si ribadisce, non esiste alcun PENSATO autonomo e indipendente dal PENSANTE. La fonte di ogni PENSATO è il PENSANTE.  
Per la diversità in cui si distinguono, le forme del PENSATO entrano  facilmente in contrasto, da ciò conseguendone che nell’esprimersi, cioè nel formularsi attraverso le parole,
il pensiero integro e sovra-formale in quanto PENSANTE, viene disintegrato e formulato dall’intervento mediatore della mente umana che lo costringe nel proprio limite formale e analitico, dunque nella sua complessità, costituendo così una vibrazione perturbante.
Come l’uomo non possiede da sé la vita, così la mente umana non possiede da sé la facoltà di pensare: essa può pensare analiticamente, cioè ragionare, ovvero produrre un PENSATO, che è immanente, perché al suo vertice brilla nella sua inconcepibile sintesi il trascendente PENSANTE che la ispira. Ma, mentre viene ispirato dal PENSANTE, dal Logos, dal Verbo, il PENSATO subito se ne allontana col costituirne una formula, dunque un’approssimazione.
E così tutte le forme del PENSATO sono ad un tempo vere ed errate: vere, perché la loro unica fonte e quindi la loro linfa è il trascendente, vero ed unico PENSANTE cui nulla può sottrarsi ed opporsi; errate, perché disintegrando il PENSANTE lo rendono immanente, riducendolo ad innumerevoli singole formule che, per i rispettivi limiti, entrano in un contrasto il quale, invece, non può aver luogo nel PENSANTE. E infatti, come il buio non esiste in sé ma come mancanza di luce (il sole splende anche se è notte!), l’errore non può esistere in sé ma soltanto come una distorsione del vero operata dall’intervento mediatore umano, e ciò perché CHI pensa non è l’uomo di per sé, bensì il PENSANTE che è nell’uomo, al quale l’ispirazione del PENSANTE stesso permette di esprimere il PENSATO. Insomma, il PENSATO (e PARLATO) non può avere altra origine che l’eterno PENSANTE, ed è l’imperfezione congenita all’umano piombato nel tempo (per la cacciata dall’Eden) che ne determina la libera espressione in molteplici forme inter-conflittuali.

È necessario insistere e precisare: come l’uomo non possiede da sé la vita così la mente umana non pensa, cioè non produce il PENSATO per sua propria virtù bensì per ispirazione del PENSANTE, senza il quale, del resto, essa nemmeno esisterebbe.

 «E Dio disse: facciamo l’uomo ad immagine e somiglianza nostra, e soffiò nella sua faccia il soffio della vita (spiraculum vitae)». Dal soffio di vita, cioè dall’espirazione divina, l’uomo riceve, inspirando, tanto la vita corporea quanto la libera vita mentale. Il Primo Uomo cominciò a vivere con una inspirazione Non è meravigliosamente sconvolgente? Ciascuno può dire: io vivo inspirando l’espirazione di Dio! Cosa di più intimamente teandrico? Perciò la mente umana (con il corpo) esiste grazie all’espirazione-ispirazione divina ed è – non può non essere! – la libera mediatrice attraverso cui il PENSANTE fluisce assumendo le indefinite forme del PENSATO.
Per vivere l’uomo deve respirare. Infatti, inspirando, l’uomo non riceve soltanto ossigeno bensì anche il soffio divino e quindi l’ispirazione che poi emette espirando e riceve di nuovo inspirando. E poiché l’uomo parla espirando, ciò vuol dire che per parlare formalizza in un PENSATO e PARLATO l’ispirazione del PENSANTE: ispirazione che umanamente e perciò nel tempo termina dopo l’ultima espirazione, che non a caso viene indicata con “rendere lo spirito”. Ma non sembra vi sia consapevolezza che respirando, cioè vivendo, si riceve e si emette il «soffio di vita» (e quale altro se no?), e che ciò esige una disciplina del parlare, umilmente consapevole che ogni PENSATO è – e non può non essere – un’espressione espirata, frazionata e approssimativa del PENSANTE.

Come già notato, proprio attraverso la mediazione della mente umana, libera sì, ma nel contempo pluri-condizionata da idee e passioni, l’ispirazione del PENSANTE quasi si materializza nel tempo assumendo una determinata forma e quindi un limite. Ogni parola è un morfema, ovvero ha necessariamente una forma che unisce in sé il fonema, cioè il suono, ed il semema, ovvero il significato, e così ogni PENSATO (parlato o scritto) è una sequela di forme-suoni-significati che proprio per la sua analiticità si allontana dall’ineffabile sintesi del PENSANTE, senza che ciò impedisca ad alcuni PENSATI poetici di porsi in evidenza in quanto alludenti ad un Oltre che li trascende, appunto al PENSANTE. Come dire che il linguaggio poetico tende all’auto-superamento poiché consapevole del suo limite, cioè dell’insufficienza e al tempo stesso dell’eccesso del PENSATO, che altro non è che un tentativo di descrizione di Ciò che … non può descrivere. Troviamo un bell’esempio di ciò in «Un dolce pomeriggio d’inverno» di Carlo Betocchi (1899-1986), delicato componimento  testimoniante un’esperienza spirituale del poeta.

«Un dolce pomeriggio d’inverno, dolce

perché la luce non era più che una cosa
immutabile, non alba né tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo.


Come povere farfalle, come quelle

semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre più in alto volavano mai stanche.


Tutte le forme diventavan farfalle

intanto, non c’era più una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d’un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l’angelo che a Te mi conduce».


I pensieri, cioè i PENSATI, le forme che se ne volano via come farfalle: c’è da riflettere. Molto da riflettere! Mai come oggi si assiste in ogni ambito ad una guerra inconcludente tra … farfalle!

Il linguaggio, come già osservato, è una necessità umana, un’immanenza, e proprio per questo, nonostante la cura della propria esposizione, il PENSATO, necessariamente analitico, si allontana dal PENSANTE quale Sintesi sovra-formale e trascendente:  Uno è il Pensiero, ma PENSANTE in quanto sinteticamente divino e trascendente, e PENSATO in quanto, per la libera mediazione della mente,  analiticamente umano e immanente. Nell’espressione umana, il PENSANTE trascendente ed eterno si fa PENSATO immanente e temporale, e cioè, attraverso il “filtro” della mente umana, assume una formulazione che nel contempo lo traveste, ossia lo ricopre, appesantendolo, con l’abito della forma. E tanti, tantissimi sono gli abiti, ciascuno dei quali, neanche a dirlo, ritiene di essere il più ben tagliato e cucito! Anche qui c’è da riflettere. Molto da riflettere!
In quanto umano, il PENSATO è irriducibilmente prospettico: prende infatti a vibrare da un limitato punto di vista umano (limitato proprio in quanto umano), e siccome i limitati punti di vista umani sono molteplici, anche il PENSANTE, che è sovra-prospettico, si moltiplica in indefinite forme prospettiche PENSATE, le quali, dimenticando la loro comune Origine, entrano in conflitto dialettico (e pratico).
Una volta dimenticata la sua Origine, ciascun PENSATO viene assunto automaticamente come logico: ognuno dà per scontato che il suo PENSATO sia logico, obiettivo, o quanto meno il più logico, il più obiettivo. Secondo l’etimologia, logica “trae da lògo, discorso, ragione; è l’arte di ben ragionare; parte della filosofia che insegna a dirigere la ragione in cerca della verità, e dimostrare altrui la verità conosciuta” (etimo.it), ma sta di fatto che, umanamente, cioè nell’immanenza, cioè nel tempo, tante sono le logiche quante sono le menti che le pensano coagulandole nel PENSATO, e perciò tante sono le “verità” PENSATE che entrano in conflittuale dialettica (e prassi): è il destino dell’uomo cacciato dall’Eden che tutta la storia conferma e che può interrompersi soltanto con l’estinguersi del PENSATO e delle sue prospettive temporali, e perciò con il ritorno della mente alla sua Origine, all’eterno PENSANTE che è senza forma, trascendente, sovra-prospettico, dunque al Silenzio, l’unico vero garante della concordia. Impossibile, infatti, che vi siano conflitti generati dal Silenzio.  
È fatale e innegabile: non appena esce dal Silenzio, ossia dal PENSANTE che è la sua Origine ab aeterno, la vibrazione di un singolo PENSATO nel tempo, quindi immanente, umanizzato, limitato, quale che sia il suo contenuto va a stimolare innumerevoli altre vibrazioni che, uscendo anch’esse dal Silenzio, reagiscono ad esso non in accordo bensì in contrasto. Inversamente a quanto accade con il diapason che vibra emettendo una nota su cui si accordano tutti gli strumenti, la vibrazione di ciascun singolo PENSATO provoca un disaccordo, una conflittualità con e tra gli altri PENSATI che prendono a vibrare ciascuno a modo suo, secondo la propria logica, cioè secondo il proprio punto di vista, generando la dissonanza, la discordia.
E così anche il Vangelo, che dovrebbe essere il Diapason per eccellenza, finisce per essere sì la Buona Novella (non l’orrenda, tele-giornalistica “buona notizia”, data la radicale differenza tra novella e notizia), ma anche (e oggi soprattutto) «segno di contraddizione», causa di difficoltà e di conflitto: «Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, io vi dico, ma la divisione … D'ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».  
Di passaggio notiamo come basti il capitolo 12 del Vangelo di Luca per disinfettarsi dal filantropismo pacifista, ecumenista, ateo e sulfureamente generico che affligge l’umanità, abbagliata dalla fandonia del “dio unico”, giacché secondo qualcuno che conta «Dio non è cattolico».
Notiamo anche, però, come la Buona Novella, espressa in linguaggio umano, rechi anch’Essa delle aporie, ovvero un alternarsi di luci ed ombre: il PENSANTE Incarnato portatore di divisione è il Medesimo che prega il Padre «perché tutti siano una sola cosa». È la Logica divina inarrivabile dalle logiche umane.
La storia è cronaca di conflitti di varia natura fra  PENSATI diversi, fra logiche diverse, fra prospettive diverse, oltre che fra interessi diversi e fra passioni diverse; storia che, oltretutto, ogni storico ha scritto secondo la sua logica, la sua prospettiva, la sua umanità, le sue passioni, la sua fede, le sue convinzioni, le sue comprensioni (ed incomprensioni), privilegiando o lasciando in disparte questo o quel particolare a seconda del suo soggettivo sentire, talché si deve almeno sospettare che la storia non la si possa conoscere tutta e in modo oggettivo bensì per grandi linee e in modo approssimativo, cioè secondo i diversi  punti di vista degli storici che l’hanno scritta, cui si aggiungono, si badi, le logiche soggettive, passionali e ideologiche, di coloro che la studiano e la interpretano. Se storia significa ricerca, sono i ricercatori che prospetticamente ne scrivono, fornendone l’immagine soggettiva che si forma nella loro mente inevitabilmente condizionata dai limiti delle capacità umane.
A rigore, pertanto, non esiste un PENSATO “più vero” di un altro: tanto la freccia che manca il bersaglio per un millimetro quanto l’altra che lo manca per un metro falliscono entrambe il loro obiettivo.
I PENSATI, immanenti, umani, temporali, scavalcano (illusoriamente) l’eterna Logica trascendente con le loro molteplici logiche in reciproca combutta, alla quale, se del caso, può porsi un precario rimedio non con un “accordo” bensì con un compromesso, ossia una tregua armata (spesso agghindata di sorrisi più o meno ipocriti e ancor più spesso ignorata o addirittura tradita) fra logiche in contrasto, il cui risultato mai rappresenterà l’optimum. È il caso del moderno “dialogo”, cioè del confronto fra logiche umane diverse, sia politiche che religiose, dal quale si pretende di far nascere il meglio – la chimerica “pace” – e  che invece giunge, se e quando vi giunge, al meno peggio e certamente non all’ideale, quest’ultimo essendo escluso dalle possibilità immanenti e temporali del PENSATO (e niente di peggio che considerare il meno peggio come il meglio!)
«In principio era il Verbo» cioè il Logos, la Logica, il PENSANTE, l’unico autentico Valore (Ciò che vale) formulato con linguaggio umano nelle Sacre Scritture e quindi, per i limiti della ragione umana, non privo, come già visto, di luci ed ombre, nei cui interstizi si trova la Verità assoluta, quindi non razionabile, dacché ragione – ratione – significa calcolo, conto, misura, e va da sé che la Verità non può essere calcolata, contata, misurata. Si tratta della Logica per antonomasia che richiede l’abbandono del PENSATO, delle logiche individuali, delle formulazioni prospettiche umane limitate per definizione, il che, lo si nota di passaggio, richiede una vera e propria ascesi, un abbandono di tutto ciò che sa pesantemente di umano a partire delle “proprie convinzioni”.
Si tratta della Logica divina, espressa con luci ed ombre, secondo la quale «occorre che lo scandalo vi sia ma guai a chi lo provoca», donde si evince una Giustizia che polverizza qualsiasi logica umana: come si può punire chi con lo scandalo deve provvidenzialmente concorrere all’affermazione del Regno di Dio? E se lo scandalo deve accadere, si può logicamente dedurre che il portatore di scandalo sia un predestinato alla dannazione?
Ancora, si pensi all’enigma di Giovanni 1, 18: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato». Notiamo che «lo ha rivelato» traduce il latino «enarravit» ed il greco «exēgēsato» che significano descrivere, esporre, raccontare, far conoscere, riferire. Quindi Dio Figlio rivela, cioè toglie il velo da Chi? Da Dio sic et simpliciter, cioè senza attributi, o da Dio Padre? E tale rivelazione conferma o annulla il «Dio, nessuno lo ha mai visto»? E come mai, in Giovanni 14, 9, lo stesso Dio Figlio dice «Chi ha visto me ha visto il Padre»? Dio Figlio non è forse distinto da Dio Padre? Come può la piccola mente umana raccapezzarsi di fronte al Mistero Trinitario dell’uguaglianza e distinzione delle Persone Divine? A che le serve il “ragionare”? Forse non restano che la fede e il Silenzio?
Quanto finora osservato conduce a dover confermare come anche il Vangelo, quale espressione del Logos, cioè della Logica divina, costituisca una perturbazione, anzi la perturbazione per eccellenza. Gesù Cristo è la durissima «pietra d’inciampo», non a caso «scartata dai costruttori» (mai come oggi!) contro cui le molteplici, limitate logiche umane pregne di un’autoreferenza laicista-ecclesialista ormai piombata nel baratro dell’umanista ecumenica anarchia, finiscono per rivelarsi per quel che sono: balbettanti e dissacranti tentativi di spiegare cos’è la Vita e come la si vive, tentativi tanto più perniciosi e dannosi quanto più intenzionati ad “interpretare”, parola, quest’ultima, in cui è implicita la soggettività prospettica.
Ma la Vita, il Logos, il PENSANTE, quindi la Logica divina, è anche l’etereo scoglio sul quale s’infrangono anche le onde pietrose delle diverse moderne teologie, le  quali, riflettendo punti di vista diversi, per di più contaminati dalle ideologie, non possono non entrare in “ecumenico” attrito più o meno accentuato, tanto più che ogni teologia, con umile … superbia, ritiene di esprimere correttamente e “misericordiosamente” la Logica divina. Nell’ambito cristiano, numerosi sono gli accaparramenti di Cristo (e dello Spirito Santo!) le cui rispettive sfaccettature immanenti mai potrebbero corrispondere al Verbo incarnato, il Quale, essendo eternamente UNO, ha fondato la Chiesa Romana anch’essa UNA, Santa, Cattolica, Apostolica, ovviamente anch’essa «pietra d’inciampo», non solo per “questo mondo” ma, cosa inaudita!, perfino per i chierici, cioè coloro che dovrebbero incarnarla e testimoniarla senza sé e senza ma, e che invece ne stanno deturpando il Sacro Volto a confusione dei fedeli.
Per inciso, dopo quanto osservato si può comprendere la smaccata ambiguità dell’ecumenica “Preghiera per l’unità dei cristiani”. Non si capisce, infatti, quale “unità” possa darsi fra seguaci di “cristi” diversi, a meno che non si voglia prendere sul serio la bufala modernista inneggiante all’“unità nella diversità”, un aberrante tentativo di … eliminare le diversità, ovviamente, neanche a dirlo, perseguendo il meticciato e sotto l’imperio del “dio unico” che, a questo punto, si può sospettare chi sia!
Di più, la Logica divina, quindi universale, cioè cattolica, dell’Uno che è Tre e del Tre che è Uno, scavalca infinitamente i “monoteismi il cui dio se ne è rimasto in cielo ed ai quali viene “ecumenicamente” assimilato il Cattolicesimo che non è affatto monoteista ma uni-trinitario, con tutta l’abissale differenza che ne consegue grazie al Logos spermatikos come lo chiamavano i Padri della Chiesa, o latinamente semina Verbi, che raggiunge il suo acme nel Concepimento verginale del Verbo per opera dello Spirito Santo. E così ogni “libera” teologia ignora o dimentica che il Figlio e lo Spirito Santo, con il Padre, stanno ineffabilmente nel Silenzio del Mistero quale PENSANTE, nella Sintesi sovra-formale e trascendente, nel Segreto inaccessibile a qualsiasi tentativo della mente umana che voglia appropriarsene e spiegarlo col suo PENSATO, conservando la sua fatale, limitatissima prospettiva.
E infatti proprio il PENSANTE, il Verbo, viene a dire: «Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». È quindi la preghiera segreta (e non la decantata “apertura al dialogo”) che può ricevere la ricompensa del Padre, ed è dietro la porta chiusa, che lascia fuori “questo mondo” alle sue immondizie irredimibili e destinate alla Geenna, che si trova il Padre e con Esso il Figlio: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui».
Per questo la vera pace, la Pace del Figlio (dunque del Padre e dello Spirito Santo), è grazia e privilegio del singolo e non della collettività, e «cresce in proporzione del numero di coloro che ne usufruiscono» (Agostino Serm. 357, 1), da ciò conseguendone che le adunanze e le marce per l’anodina pace mondana (un ibrido di laicismo ateo e vaga religiosità) sono un non senso e quindi un’illusione macroscopica: «Vi lascio la pacevi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». La pace del mondo, quindi compresa quella di Assisi, resa ancor più illusoria dalla inqualificabile “firma di accordi”, non è la Pace di Cristo ed anzi vi si oppone. La pace non dipende dal “dialogo” e non la si ottiene con trattati e firme. La pace non è assenza di guerra e vivere in qualunque modo si voglia. La Pace è distacco – del singolo – dalle   proprie passioni disordinate e dal proprio PENSATO per l’unione con Cristo, e, come l’occhio del ciclone, può sussistere anche in mezzo alla guerra e alle difficoltà ed anzi vi cresce.
Il Vangelo, che cristallizza in un PENSATO umano lucente e ombroso la Logica divina PENSANTE, ci rivela che il Logos divino si incarna acquisendo la natura umana, ma non per questo la Logica divina diventa più accessibile alle logiche umane: il Verbo, il PENSANTE incarnato, è e resta inaccessibile al PENSATO: per esempio, la contraddizione fra la ricerca della pecorella smarrita e il macigno da legare al collo del provocatore di scandalo, anch’esso, senza dubbio, uno smarrito nel peccato, non può trovare luogo nelle logica umana, che non può raccapezzarsi davanti all’enigma sovrumano della Misericordia che s’accompagna alla Giustizia: né la pecorella ne il provocatore di scandalo sono ancora pentiti, tuttavia la prima viene cercata e salvata mentre per il secondo è pronta l’irrevocabile condanna.

Ma quand’anche si conoscesse  a memoria tutta la Sacra Scrittura, ciò non comporterebbe la conoscenza di Dio, o forse si dovrebbe dire l’esser conosciuti da Dio, poiché, di nuovo, il Verbo nella sua sintetica potenza è nel Mistero, nel Segreto, dietro la porta chiusa, dietro lo sportello del Tabernacolo (Gemma esclusiva dell’Uni-Trinitaria Cattolicità!), nel Silenzio, nell’Inespresso, nell’Ineffabile Pensiero PENSANTE che è Parola pre-vocale, raccolta in un’esclusiva auto-sintesi d’inaudita potenza e PENSATA nella Sacra Scrittura: «non mi vergogno del Vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede … Il giusto vivrà mediante la fede» (Romani 1, 16).

Forse, il brano più adatto a riassumere e concludere quanto fin qui esposto, è il seguente:

«Un giorno del dicembre 1273, dopo la consueta celebrazione della messa, Tommaso chiamò il suo fedelissimo segretario fra Reginaldo da Piperno e gli comunicò la decisione di non continuare a scrivere, perché quella mattina durante la messa aveva capito che quanto aveva scritto nei suoi libri era “tota palea”, un mucchio di paglia. Così rimasero interrotte due delle sue opere più importanti: la Summa theologiae, che restò ferma alla questione 90 della terza parte, e il Compendium theologiae, sospeso al capitolo 10 del secondo libro».
(Antonio Livi, Tommaso d’Aquino – Il futuro del pensiero cristiano).  
Il PENSATO … un mucchio di paglia … farfalle  che volano via …

1 commento:

  1. Molto interessante analisi filosofico-teologica, da meditare, sulla questione del rapporto tra la logica umana e quella divina. che deve fondarsi sul monito : " Le mie vie non sono le vostre vie", che sono spesso più o meno sbagliate dall'uomo creato libero. Oggi la Chiesa è molto più arrogante di quanto non le sia capitato di essere nei tempi passati. Si è riunita in trionfalistica Assise per inventare la ' svolta antropologica' che la sta allontanado sempre più da Dio.

    RispondiElimina

L'inserimento senza moderazione dei commenti è limitato ai soli post usciti nella medesima giornata di inserimento e nel giorno precedente. Per i post più vecchi, i commenti saranno sottoposti a moderazione.
Qualora fosse attiva la moderazione, possono passare anche alcuni giorni prima del controllo da parte della Redazione.