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martedì 14 gennaio 2020

Aurelio Porfiri: "L'Aventino personale dei musicisti dopo il Concilio vaticano"

Una riflessione del Maestro Porfiri sulle possibilità odierne della musica sacra e i suoi possibili futuri sviluppi.
Sarebbe bello avere l'opinione di altri musicisti sull'argomento
Luigi 


Marco Tosatti, 5 Gennaio 2020 

Cari Stilumcuriali, il M° Aurelio Porfiri prosegue con le sue riflessioni sulle conseguenze della Sacrosanctum Concilium sulla musica sacra, e sul delicato e complesso legame con la liturgia. Buona lettura.

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“Non senti Tu, o Signore, i giorni miei
cadere nel passato
siccome le pietruzze di corrente?
Che lunga vita dovrei avere mai
per costruir con esse il divenire? (…)
Dimmi, o Signore, dimmi dove vanno
le pietruzze portate dal torrente?
Forse all’estuario ci sei Tu?”
(Luca Ghiselli, in « Poesie di Dio », a cura di Enzo Bianchi, Einaudi Tascabili, pag. 27)
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Uno dei problemi più evidenti, in seguito alla promulgazione della Sacrosanctum Concilium, è stato quello che ha riguardato il canto gregoriano e la polifonia che, di fatto, hanno subito un colpo
durissimo dalla riforma liturgica. Giusto o sbagliato, inevitabile o necessario? Queste domande e molte altre si sono rincorse lungo tutti questi 40 anni. Molti musicisti si sono sentiti offesi ed esclusi, altri hanno gridato al sacrilegio e si sono ritirati nel loro personale Aventino.

Ma come i transfughi “aventiniani” del ventennio hanno commesso un errore fatale: quelli hanno lasciato mano libera a Mussolini e ai suoi che non chiedevano niente di meglio (e, per amor di esattezza storica, c’è da dire che gli stessi deputati che abbandonarono il parlamento per protesta alle maniere “rudi” dei fascisti, riconobbero che così facendo li avevano lasciati padroni completi della situazione); i nostri musicisti hanno lasciato campo libero a ogni tipo di distorsione della Sacrosanctum Concilium.

Il discorso qui, sia detto in anticipo è molto complesso, in quanto si intrecciano problemi storici, pastorali, artistici, liturgici…Per capire bene dobbiamo per forza interrogare la storia e cercare di soppesare gli elementi che ne risulteranno per farci un’idea sul come e perché è avvenuto tutto ciò. C’è intanto da dire che questi due gloriosi repertori oggi subiscono un destino curioso: sono messi da parte nella stragrande maggioranza delle celebrazioni liturgiche ma vivono un tempo di grazia per quanto riguarda gli studiosi e gli appassionati che li (e-)seguono sempre di più. Per il gregoriano gli studiosi più aggiornati vanno sempre più alla radice di ogni neuma per scoprirne l’intima ragione e sottopongono questo canto ad una attenzione veramente approfondita. Per la polifonia rinascimentale, cori specializzati e non, da tutto il mondo, si gettano alla riscoperta di questo grande repertorio proponendolo in esecuzioni “autentiche” (ma su questo termine, in area anglosassone e non, si è sviluppato da decenni un interessante dibattito); è di questi ultimi anni, l’iniziativa ad altissimo livello scientifico, della terza opera omnia (dopo quelle di Casimiri e Haberl) delle composizioni di Giovanni Pierluigi da Palestrina, il “principe della musica”, una delle glorie più grandi dell’arte italiana. A questa iniziativa scientifica si sono affiancate delle incisioni discografiche curate da un coro speciale costituito in seno al coro grande dell’Accademia di Santa Cecilia. La durata prevista del progetto è di 20 anni. Ora, non si vuole affermare che questo tipo di interpretazione della musica del grande compositore sia per forza la migliore o la più autentica, ma comunque denota un interesse sempre presente sull’opera di questo grandissimo italiano. Un interesse, spesso più vivo nell’ambito laico che in quello cattolico, anche se questo sembra un controsenso, visto che la musica di questo grande autore è stata per la stragrande maggioranza composta per la liturgia cattolica. Ma la Chiesa di oggi sembra vivere con disagio questa grande eredità, come qualcosa di cui doversi quasi vergognare, un errore terribile.

Partiamo però, dagli articoli della SC. Essi sono i numeri 116 e 117 e dicono: “116. La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale.

Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purchè rispondano allo spirito dell’azione liturgica, a norma dell’art. 30.
Si conduca a termine l’edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un’edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di S. Pio X.

Conviene inoltre che si prepari un’edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese più piccole.” Questi celeberrimi articoli hanno fatto disputare in lungo e in largo, e non senza ragione. In effetti il significato immediato sembrerebbe uno e uno solo: il canto gregoriano e la polifonia (qui intesa in un senso più largo rispetto al solo Rinascimento, che comunque rimane il modello esemplare) vengano preferiti ad altri generi di musica “sacra” che pure non sono da escludere. Una lettura più attenta, anche in senso storico, rivelerà alcune particolarità che ci faranno riflettere. Intanto dobbiamo chiarirci le idee su dei punti. Questi due repetori, dalla fazione “conservatrice”, vengono spesso presentati come la manifestazione più nobile della tradizione musicale della chiesa (che lo stesso documento, all’articolo 112, definisce come “patrimonio di inestimabile valore”). Allora vediamo cosa intendere più precisamente per canto gregoriano, per polifonia e, soprattutto, per Tradizione. Non intendo dimostrare cose clamorose, solo riprendere un senso meno incrostato dalla storia della parola Tradizione, perché questi repertori non hanno bisogno del mito storico che gli è stato costruito addosso per dimostrare la loro validità; e tantomeno ne abbiamo bisogno noi. Credo bisogna riflettere in modo sereno e pacato sulla ragione per cui la Chiesa ha ritenuto di dover indicare questi repertori come esemplari, anche se non esclusivi. Ovviamente, le letture di parte sono sempre molto fuorvianti, non offrono il quadro di insieme che è spesso utile per capire la questione nelle sue più recondite sfaccettature. Certo, non capire che il canto gregoriano e la polifonia devono essere una parte importante della liturgia cattolica, è comunque privarsi di un modello fondamentale per capire lo sviluppo stesso della liturgia. L’opposizione che si è venuta a creare negli ultimi decenni all’uso di questi repertori, nel modo in cui esso è possibile dalle attuali esigenze liturgiche, ha esacerbato gli scontri. Purtroppo, l’intolleranza di una parte non è stata compensata da meno intolleranza dall’altra parte. C’è stato uno scontro di intolleranze, fra i difensori ad oltranza della “tradizione musicale“, e coloro che invece pensavano che la salvezza della Chiesa sarebbe stata nel liberarsi della stessa. Tutti e due in fondo non centravano il vero punto. Comunque, per capire un po’ di più dobbiamo cercare di approfondire la questione che riguarda il canto gregoriano, per cominciare. Ci vorrà un poco di pazienza, ma spero poi ben ripagata.

Aurelio Porfiri

1 commento:

  1. I musicisti di Chiesa non si sono ritirati sull'Aventino per muta protesta. Sono stati proditoriamente emarginati dalla setta di riformatori che avevano arraffato il potere fin dalla fase preparatoria del CVII, quando maestri insigni, quali Bartolucci e Virgili che ricoprivano la carica di direttore delle due Scholae cantorum più prestigiose dellle Basiliche papali, furono esclusi dalle Commissioni. Il preside dell' ignorato dal Vaticano, Pontificio Istituto di Musica Sacra mons. Angles fu costretto a dare le dimissioni per protesta della chiamata in Commissione di illustri incompetenti di musica liturgica. Sempre al M° Bartolucci fu proibito di cantare la polifonia, ma anche su commissione di Paolo VI compose Messe alternate perche il popolo potesse cantare ma gli ignoranti maestri delle cerimonie prima Noé poi P. Marini proibirono anche quelle. Sempre Bartolucci fondò la rivista Cappella Sistina, che ebbe prestigiosi collaboratori laici ed acclesiastici, per approfondire il tema liturgico-musicale, ma la Segretria di Stato impose l'adeguamento al nuovo corso, al che il M° preferì interrompere la pubblicazione. Lungo sarebbe poi l'elenco delle scholae abolite o costrette a cantare insulse musichette perché " accessibili" ( !?!) così come degli organisti, specialmente in Italia. La storia completa è scritta dal p. Emidio Papinutti sul libro ' Musica e Concilio '.

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