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domenica 29 dicembre 2019

Antonio Socci: LA BUONA CUCINA CHE VIENE DALLA BUONA NOVELLA

Nell'ottava di Natale e durante i pranzi del tempo natalizio non poteva mancare un articolo sul rapporto tra buona cucina e cattolicesimo.
Antonio Socci ce la spiega bene.
Consigliamo i  nostri lettori cinefili ad andare a vedere il film "Il pranzo di Babette", per capire ancora meglio questo rapporto.
Luigi

23-12-19
Fra i vari “comandi” lasciati da Gesù ai suoi fedeli, secondo un dotto frate domenicano di Bologna, “quello più trascurato è: ‘Guardate’. La bontà dei sensi, che ci aprono al mondo creato da Dio, non è sempre stata compresa: il primo martire domenicano, fra Pietro, morì proprio per difendere la fede nel Dio buono, Creatore e Signore del cielo e della terra. Ambrogio, dal canto suo, ha scritto pagine memorabili che ci testimoniano il fatto che la bellezza della creazione e il saperla gustare sono vie di comunione con Dio”.
È il domenicano fra Stefano Prina a cominciare così, sul sito dei frati predicatori di Bologna, un articolo intitolato “Buon pastore buongustaio”, dedicato al grande vescovo di Milano.

Sant’Ambrogio infatti non fu solo una guida coraggiosa della sua città e una straordinaria mente teologica per la Chiesa, in lotta con le eresie e i poteri di questo mondo, ma anche – e le cose non sono affatto estranee – un palato raffinato che lodava Dio ricordando “le specie di tutti gli esseri che abitano le acque: seppie, polipi, ostriche, gamberi, granchi, e fra questi gli innumerevoli esemplari di ciascuna specie. La murena” aggiungeva “è un cibo squisito. La rana non manca d’una sua eleganza, e in bontà supera quasi tutti i cibi”.

Fra Stefano menziona anche altri singolari passi gastronomici ambrosiani: “il vino bevuto con sobrietà contribuisce alla salute e accresce il discernimento ”, scriveva il vescovo di Milano. Che si rallegrava con un amico perché “mi hai mandato dei tartufi, e per giunta di grana enorme, così che le loro inusitate proporzioni lasciavano a bocca aperta”.

Il religioso domenicano arriva a scrivere che “il padre dell’ottimismo teologico, col suo virtuosismo retorico, ci inietta l’antidoto all’anticristo con l’ode a un buon secondo piatto : ‘Nel mio elencare non lascerò senza lusinghiera menzione te, o trota Timo, cui ha imposto il nome un fiore. Cosa c’è di più soave del tuo sapore? Che cosa più fragrante del tuo profumo?”.

Con questo “gusto” delle cose create – spiega il domenicano – “il decano dei dottori della Chiesa” contesta lo “spiritualismo dei buoni pensieri”, cantando “la sua spassionata lode al Dio della vita ” e si oppone a quelle ricorrenti eresie gnostiche le quali considerano come Male il mondo creato.

Lo stesso “Cantico delle creature” di san Francesco, – col suo “quadro luminoso e amoroso del creato” – da una parte segna, come ha spiegato Franco Cardini, “una sorta di atto di nascita della cultura e delle sensibilità umanistiche”, dall’altro si può considerare “alla stregua d’un efficace, serrato e appassionato manifesto anticataro”, in riferimento a quei Catari che “odiavano la natura” e la materia, la cui eresia “in quel momento minacciava l’integrità della Chiesa”.

Del resto – nella predicazione dei gesti tipica di san Francesco – andrebbe ricordato un commovente dettaglio alimentare delle sue ultime ore, quando scrive a madonna Jacopa de’ Settesoli, a Roma, annunciandole che sta morendo e chiedendole di portargli “quei dolci che eri solita darmi quando mi trovavo ammalato a Roma”.

Una richiesta sorprendente, soprattutto per un uomo abituato a durissimi digiuni, protratti per mesi, ma c’è – in quel gesto, fatto in punto di morte – un grande insegnamento: di umiltà (non voleva che i suoi lo idealizzassero oltremisura) e – ancora una volta – di lode a Dio per la sua bontà di creatore delle cose terrene.

Il rapporto felicissimo del cristianesimo col cibo deriva anche dal fatto che è l’unica religione che non ha nessuna proibizione alimentare.

Gesù nega qualunque contaminazione dell’anima dall’esterno, fa il suo primo miracolo a un pranzo di nozze, paragona il Paradiso a un immenso e festoso banchetto e vuole che addirittura la sua presenza sacramentalefino alla fine dei tempi sia legata al pane e al vino , consacrati durante una cena. Che diventa “il” rito dei cristiani.

A questo proposito i famosi cesti di frutta di Caravaggio – secondo alcuni studiosi – andrebbero interpretati proprio all’interno della spiritualità di san Carlo Borromeo e del Concilio di Trento, come simbolo dei benefici del sacramento eucaristico, definiti nel Catechismo tridentino “admirabiles fructus”.

Questo incrocio di cibo, spiritualità, arte e cultura del resto è tipico del grande monachesimo benedettino che ha letteralmente salvato l’agricoltura e la cultura (l’antica letteratura classica). Costruendo lefondamenta della civiltà europea.

Si deve ai monaci l’allevamento del bestiame, “la fabbricazione della birra, l’apicoltura, la frutticoltura. Dovettero ai monaci la propria esistenza il commercio del grano in Svezia, la fabbricazione del formaggio a Parma, i vivai di salmone in Irlanda” (Thomas Woods) e tante altre cose. Come la produzione del vino e “la stessa scoperta dello champagne che si può far risalire a un monaco benedettino, Dom Perignon, dell’Abbazia di Saint Pierre a Hautvillers sulla Marna” (Woods).

Cibo, arte e cultura sono soprattutto la caratteristica dell’Italia e continuano a rappresentare le sue ricchezze proprio perché l’Italia è il paese che ha avuto per duemila anni il rapporto più intenso con la Chiesa (essendone il centro planetario), il Paese che è stato plasmato dalla spiritualità cattolica.

Accostiamo dunque due notizie recenti. La prima: “Il 2018 è stato l’anno record per il cibo italiano nel mondo. Raggiunta per la prima volta quota 42 miliardi di export”.

L’ Ansa ci spiega ancora: “Mai cosi tanto cibo e vino italiano sono stati consumati sulle tavole mondiali con il record storico per le esportazioni agroalimentari Made in Italy che nel 2018 hanno raggiunto per la prima volta il valore di 42 miliardi di euro grazie all’aumento del 3%”.

Seconda notizia: una ricerca Ipsos per l’Enit, di qualche mese fa, rivelava che l’Italia è la meta più desiderata al mondo: il nostro Paese attrae per la sua arte, il suo cibo e le sue città. La nostra storia è il nostro tesoro.

Dunque non solo per l’arte e il paesaggio, ma anche per la nostra civiltà alimentare, non possiamo non dirci cristiani.

Antonio Socci

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