martedì 10 settembre 2019

Magister: bocciate all’esame scritto due riforme care a Francesco. Troppo piene d’errori

Sempre peggio.
Gli errori dei documenti sulla riforma della Curia Vaticana e i nuovi statuti del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II.
Luigi

Settimo Cielo, 5-9-19
C’era una volta la matita rossa e blu, per segnare errorini ed erroracci nei compiti di scuola. Ma quella matita sarebbe da ripristinare urgentemente in Vaticano, vista la cattiva scrittura di certi testi prodotti dal pontificato di Francesco.

Sono pieni di svarioni, ad esempio, i due documenti che in questa estate hanno fatto più discutere: la bozza della riforma della curia vaticana e i nuovi statuti del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia.

Per l’uno e per l’altro, Settimo Cielo ha già inquadrato gli elementi della discussione:



Ma i due documenti vanno anche riesaminati ad uno ad uno per metterne in evidenza le sbalorditive sciatterie di scrittura.

1. “PRAEDICATE EVANGELIUM”
È la costituzione apostolica sul nuovo assetto della curia vaticana, che Francesco si appresta a promulgare e la cui bozza è stata previamente inviata – in via riservata – a un
elenco selezionato di cardinali, di vescovi, di conferenze episcopali e di istituzioni ecclesiastiche di tutto il mondo per raccoglierne le osservazioni, prima della pubblicazione definitiva.
Si tratta, appunto, di una bozza. Ma questo non giustifica la grossolanità degli errori di cui è infarcita.
Se ad esempio si prende la versione inglese del testo, che è anche la versione più diffusa, essa presenta una clamorosa difformità tra l’indice generale dei vari capitoli – intitolato “Index” in latino – e il testo vero e proprio.
Nell’indice, dopo i primi quattro capitoli intitolati nell’ordine: “Prologue”, “Criteria and Principles for the Roman Curia”, “General Norms”, and “Secretariat of State”, ecco infatti comparire un quinto capitolo che invece nel testo non c’è.
Questo capitolo fantasma ha per titolo “Council of Cardinals” e riguarderebbe quell’accolta di nove cardinali, oggi in realtà ridotti a sei, chiamati da Francesco attorno a sé fin dall’esordio del suo pontificato per essere da loro coadiuvato precisamente nella riforma della curia e nel governo della Chiesa universale.
Si sa che dopo lunga discussione si è concordato che questo Consiglio di cardinali non fa parte della curia romana, così come non ne fa parte il Sinodo dei vescovi con la sua segreteria generale.
Ma evidentemente, nell’inviare la bozza di riforma della nuova curia, ci si è dimenticati di aggiornare l’indice, cancellando da lì il Consiglio dei cardinali.
Un’altra difformità tra l’indice e il testo compare anche nella lista dei “Dicasteries”, che comprenderanno sotto questa unica dicitura sia le attuali congregazioni, sia i pontifici consigli e altri uffici equiparati.
Nell’indice, l’ultimo della lista è il “Dicastery for Papal Charities (Elemosineria Apostolica)”, con tanto di rimando all’art. 152 del testo.
Ma se si va a vedere il testo, l’art. 152 parla di tutt’altro, perché l’Elemosineria Apostolica, divenuta famosa per l’attivismo del cardinale Konrad Krajewski, figura invece non come ultima ma come terza della lista dei futuri quindici dicasteri, subito dopo quelli per l’evangelizzazione e per la dottrina della fede.
Più avanti, la bozza di “Praedicate Evangelium” raggruppa le “Structures of ‘Diakonia Iustitiae’”, che saranno le seguenti quattro: “Apostolic Penitentiary”, “The Supreme Tribunal of the Apostolic Signatura”, “Tribunal of the Roman Rota”, e “Office for Legislative Texts”.
Ma anche qui l’indice non corrisponde al testo, non solo nei numeri degli articoli a cui rimanda, completamente sballati, ma soprattutto perché indica come appartenenti alle strutture giudiziarie della Santa Sede solo i primi tre istituti, e non il quarto, che associa invece alla successiva sezione degli “Offices”.
Tra i quali “Offices” figurano nell’indice – oltre a “Council for the Economy”, “Secretariat for the Economy”, “The Camerlengo of the Holy Roman Church”, “Administration of the Patrimony of the Holy See”, e “Office of the Auditor General” – anche questi altri tre: “Prefecture of the Papal Household”, “Office for the Liturgical Celebrations of the Supreme Pontiff”, e “Advocates”, che invece nel testo sono raggruppati altrove: i primi due nella sezione “Other Entities”, e il terzo in una sezione a sé stante intitolata “Attorneys”.
E anche l’ultima sezione, “Institutions Connected to the Holy See”, brilla per imprecisione. Nell’indice comprende queste cinque realtà: “Pontifical Commission for the Protections of Minors”, “Vatican Secret Archives”, “Vatican Apostolic Library”, “Academies”, e “The Fabric of Saint Peter”.
Mentre nel testo, a queste cinque realtà, riportate in ordine diverso, si aggiungono: “The Holy See Agency for the Evaluation and Promotion of the Quality of University and Ecclesiastical Faculties”, e “The Financial Information Authority”.
Se questo è il biglietto da visita della nuova curia, la confusione vi regna sovrana.

2. I NUOVI STATUTI DELL’ISTITUTO GIOVANNI PAOLO II

Qui la sciatteria di scrittura è ancora più grave, perché non si tratta di una bozza, ma di un testo definitivo prodotto da un istituto pontificio di livello universitario e che in più ha avuto l’approvazione della congregazione per l’educazione cattolica.
I nuovi statuti sono stati promulgati nella sola lingua italiana e – in questa lingua – le sgrammaticature compaiono già nell’art. 1 del documento, nel cui § 1 si legge “presso alla Pontificia Università Lateranense” invece che “presso la Pontificia…”, come correttamente è scritto poche righe più avanti, e nel cui § 4 si legge: “dipende amministrativamente Sezione Amministrativa” invece che “dipende amministrativamente dalla Sezione…”.

All’art. 43 compare uno strano uso dell’espressione “assolvere tutte le materie”, come se volesse dire “superare gli esami di tutte le materie”.

Nell’art. 49 – come già nell’art. 1 § 4 – manca una parola. Vi si legge: “corsi complementari ed obbligatori a quelli previsti”, invece che “corsi complementari ed obbligatori rispetto a quelli previsti”.

Nell’art. 50 § 1 il verbo “permettere” torna due volte nella stessa riga: “… che permettano di rafforzare i rapporti con le altre sedi dell’Istituto, permettendo a queste istituzioni…”. Ma il peggio avviene poco sotto, dove è un’intera frase a essere ripetuta due volte di seguito, con poche varianti.

Ecco infatti che cosa si legge nelle ultime righe dell’art. 50 § 1: “Una parte dei corsi può essere svolta nella forma di insegnamento a distanza, secondo quanto permesso. L’ordinamento degli Studi determinerà le condizioni, in modo particolare circa gli esami (Norme applicative, art. 33 § 2)”.

Ed ecco che cosa si legge di nuovo, nel § 2 immediatamente successivo: “Una parte dei corsi può essere svolta nella forma di insegnamento a distanza, se l’ordinamento degli studi, previamente approvato dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica, lo prevede e ne determina le condizioni, in modo particolare circa gli esami (cfr. Cost. Ap. ‘Veritatis gaudium’, Norme applicative, art. 33 § 2).

Nell’art. 51 c’è un “accessibile” al singolare invece che al plurale: “Allo scopo di rendere accessibile agli studenti gli strumenti…”.

Nell’art. 53 manca una doppia consonante: vi si legge “accetazione” invece che “accettazione”.

Nell’art. 88 si legge: “sotto l’approvazione della Congregazione”, invece che “con l’approvazione…”.

Nell’art. 90 manca l’articolo determinativo. Vi si legge: “tutti Professori”, invece che “tutti i Professori”.

E si potrebbe continuare, segnalando altre sgrammaticature e improprietà.

Non stupisce che un testo di tal fatta sia stato prodotto e impugnato come arma contundente da un personaggio come il Gran Cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II, l’arcivescovo Vincenzo Paglia,

Lascia interdetti, piuttosto, che anche un teologo di profondo pensiero e di raffinata scrittura come il preside dell’Istituto PierAngelo Sequeri abbia avallato un testo così impresentabile.

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