lunedì 12 agosto 2019

Il quotidiano La Verità: le amicizie a S. Marta. Ricca e il card. Santos Abril

Alcuni lunghi articoli del quotidiano  La Verità riportati da Stilum Curiae che danno molte notizie riguardo alcuni esponenti della new wave ecclesiale, molto potenti oggi.
Meritano un'attenta lettura
Luigi

Marco Tosatti, 23 Luglio 2019

La Verità del 16 luglio pubblicava un lungo articolo intitolato “Gli amiconi della banda latinoamericana” incentrato sugli ambigui collaboratori di Bergoglio : intrallazzoni, inquisiti, dimissionari a causa di scandali sessuali ecc. Mi ha colpito una foto pubblicata a corredo dell’articolo ma non commentata. Vi si vedono Bergoglio, monsignor Ricca e il cardinal Santos Abril y Castello
legati da una particolare benevolenza reciproca, una sorta di “corrispondenza di amorosi sensi”. Perché commento quella foto a margine di quell’ articolo? Perché esso finisce inquadrando la figura di Ricca, gran ciambellano di Casa Santa Marta nonostante gli scandali sessuali in cui fu coinvolto, ma nulla dice del cardinale. Eppure è la compresenza dei tre che aiuta a capire il sistema di alleanze pericolose creato da Bergoglio a partire dal suo passato argentino. Vediamo un po’: Ricca lavora presso la nunziatura in Uruguay, a Montevideo, sulla sponda nord del Rio de la Plata, di fronte a Buenos Aires dal 1999 al 2001. È proprio in questi anni che il suo comportamento omosessuale desta scandalo, sino a causarne l’allontanamento! Il cardinale di Buenos Aires non sa nulla di tutto il clamore che il comportamento di Ricca ha generato? Difficile crederlo. L’altro uomo nella foto, come si diceva, è il cardinal Santos Abril y Castello, nunzio proprio in Argentina, dal 2000 al 2003. Neppure lui sa nulla dello scandalo Ricca, avvenuto in quegli stessi anni? Possiamo immaginare che il cardinale di Buenos Aires e il nunzio aBuenos Aires non sappiano cosa accade a tre passi? Proseguiamo ora a dipanare il filo: una volta eletto papa Bergoglio si circonda subito di vari fedelissimi, tra cui… RICCA E Castello! E tutti e due acquistano un ruolo importante. Castello viene per esempio mandato come commissario in Paraguay con il compito di annientare il vescovo Lieveres e suo fiorente seminario, colpevole di non aderire toto corde alla commistione tra fede cattolica e comunismo sposata da alcuni confratelli. RICCA diventa il maggiordomo del quartier generale bergogliano. Ma soprattutto finiscono entrambi allo IOR! Uno, RICCA, come prelato, nonostante, si ripete, gli scandali che in altri tempi avevano causato il suo allontanamento dalla nunziatura, l’altro come membro della commissione cardinalizia di vigilanza. Di questa gente, oltre che di quella citata nell’articolo su la verità, si circonda il nostro!
Λ

Ed ecco gli articoli de La Verità firmati da Mangrano.

Tutti gli uomini di Bergoglio

di Ignazio Mangrano

Dopo sei anni di pontificato, dopo mesi e mesi di silenzio sul “dossier Viganò”, è utile fare un quadretto il più possibile completo dell’entourage di Bergoglio.

Partiamo dal defunto cardinal Goffried Daneels, noto per essere stato uno dei suoi grandi elettori e membro di quella che lui stesso ha definito “la mafia di San Gallo”. Dal punto di vista delle idee, Daneels ha rappresentato per anni l’opposizione ideologica a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, soprattutto in materia di morale.

E’ stato, infatti, favorevole a leggi sulle unioni civili tra omosessuali, oltre che all’idea di concedere la comunione anche ai divorziati risposati (Paolo Rodari, Repubblica, 16/10/2014).

Soprattutto il cardinale belga è stato accusato più volte di essere un insabbiatore seriale, che ha protetto ecclesiastici omosessuali e pedofili: nel 1998 è stato condannato a 500 mila franchi di multa per aver protetto un parroco gay abusatore; poi è finito sotto le accuse di un ex sacerdote, Rik Devillé, e di un’altra ventina di persone; in seguito è stato sospettato di aver coperto il vescovo di Bruges, reo confesso di violenze sul nipotino! Nel 2010 si è arrivati persino alla perquisizione della casa del cardinale e al sequestro del suo computer!

Così Il Post del 30 agosto 2010: “Nei giorni scorsi la stampa belga ha pubblicato le registrazioni audio di due incontri dello scorso aprile tra il cardinale Godfried Daneels – ex arcivescovo di Bruxelles – e una delle vittime degli abusi di pedofilia commessi dall’ex vescovo di Bruges Roger Vangheluwe, costretto a dimettersi lo scorso giugno dopo aver chiesto scusa per i suoi reati. Nelle registrazioni Danneels cercava di convincere la vittima, ora un uomo di 42 anni, a non rivelare il suo caso a distanza di così tanto tempo, o almeno ad aspettare fino al pensionamento del prelato: «Si ritirerà il prossimo anno, e per te sarebbe meglio aspettare», riportano le intercettazioni pubblicate da De Standaard e Het Nieuwsblad…” (https://www.ilpost.it/2010/08/30/belgio-le-indagini-contro-i-vescovi-non-erano-cosi-spropositate/).

Il giornalista Emiliano Fittipaldi, nel suo “Lussuria: Peccati, scandali e tradimenti di una Chiesa fatta di uomini”, dedica alcune pagine proprio agli intrighi del cardinale belga, ricorda le pubbliche richieste di scuse del cardinale stesso, e conclude con questa frase: “Il 13 marzo 2013 sarà uno dei grandi sponsor di Bergoglio. Sarà lui uno dei fedelissimi (convocato personalmente dal papa, ndr) che cercherà di spingere le istanze progressiste al Sinodo sulla famiglia. Tutto è perdonato”.

Daneels è morto il 15 marzo 2019: i giornali di quei giorni hanno ricordato la sua antica amicizia con Bergoglio, le sue battaglie contro nazionalismo, islamofobia e a favore dei migranti e degli accordi tra Vaticano e Cina, ma anche gli scandali che ne hanno fatto, agli occhi della gente, un “insabbiatore”. Mentre nel telegramma di cordoglio, Bergoglio ha preferito l’elogio incondizionato, definendolo “un pastore zelante attento alle sfide della Chiesa contemporanea”.

Il secondo cardinale su cui soffermarsi è Donald Wuerl, definito dai vaticanisti americani “the Pope maker”, cioè il grande elettore di Bergoglio: “Ma insieme agli italiani anche gli americani, spinti su Bergoglio dal loro principale Pope Maker: l’ arcivescovo di Washington Donald Wuerl” (Paolo Rodari, Repubblica, 15/3/2013). Wuerl è, idealmente parlando, l’oppositore negli Usa del cardinal Raymond Leo Burke, di cui è arrivato a chiedere pubblicamente le dimissioni, ed è molto vicino, politicamente, alle posizioni dei liberal. Soprattutto è intimamente legato, come altri tre ecclesiastici elevati alla berretta cardinalizia da Bergoglio stesso (Kevin Farrell, Joseph William Tobin e Blase Cupich), al cardinale Theodore Edgar McCarrick: un potente prelato che Bergoglio, dopo aver promosso tutti i suoi pupilli e ignorato i provvedimenti presi in precedenza contro di lui, ha dovuto far dimettere dallo stato clericale in seguito all’evidenza conclamata dei suoi reati (violenze omosessuali ai danni di seminaristi e pedofilia).

Wuerl è finito sotto la lente della magistratura americana, in quanto secondo il Rapporto del Grand Jury della Pennsylvania quando era vescovo di Pittsburgh, “trasferì e spostò preti che avevano abusato di adolescenti maschi, nascondendo le notizie alle autorità civili e addirittura pagando uno di loro perché tacesse”.

Ciononostante è stato sostenuto e puntellato per mesi da Bergoglio, fino a che, a causa delle contestazioni della comunità cattolica americana e di grandi giornali come The Washington Post e The New York Times (che hanno espresso sconcerto per il comportamento della coppia Wuerl-Bergoglio), ha ritenuto opportuno lui stesso lasciare l’incarico di arcivescovo della capitale.

Così Avvenire del 12 ottobre 2018: “Il Papa accetta la rinuncia dell’arcivescovo di Washington Wuerl. Nell’indagine sugli abusi sessuali su minori condotta nello Stato Usa della Pennsylvania, il cardinale era stato accusato di aver coperto numerosi preti pedofili quand’era vescovo di Pittsburgh”.

Nello stesso articolo, però, si legge un elogio di Bergoglio alla presunta “nobiltà” del cardinale inquisito e costretto alla rinuncia.

Sino a qui sono dunque già sei i cardinali di stretta osservanza bergogliana coinvolti in brutti scandali, destinati probabilmente ad aumentare a causa di possibili indagini della magistratura americana a carico della triade degli amici di McCarrick (i già citati cardinali Farrell, Cupich e Tobin).

Ma non è finita qui.

Se ci spostiamo nella terra originaria di Bergoglio, ci troviamo di fronte alle oscure vicende di Gustavo Óscar Zanchetta: questo prelato argentino è molto vicino al pontefice argentino, che nel luglio 2013, cioè poco dopo la nomina, lo promuove tempestivamente a vescovo di Oràn. Il 19 dicembre 2017, sempre papa Francesco lo vuole come assessore dell’Amministrazione del patrimonio della sede Apostolica, chiamandolo a Roma. La promozione suona sospetta, soprattutto quando il monsignore finisce sotto le indagini della magistratura argentina.

Così Salvatore Cernuzio su La Stampa dell’8 giugno 2019: “ «Abusi sessuali continui aggravati». Con questa accusa del procuratore della provincia argentina di Salta, Monica Viazzi, finisce sotto processo in Argentina monsignor Gustavo Zanchetta, 54 anni, il vescovo protagonista di uno strano caso di dimissioni dalla diocesi di Oran tre anni fa, nominato dal Papa assessore dell’Apsa. Il giudice Claudio Parisi ha accusato ieri formalmente il presule di aver molestato sessualmente due seminaristi mentre era ordinario diocesano e quindi prima di lasciare la carica ed essere trasferito in Vaticano presso l’importante ufficio che amministra il patrimonio della Santa Sede”.

Il suo caso, prosegue il giornalista, “Era iniziato il 29 luglio 2017 quando si era dimesso improvvisamente da Oran, diocesi al nord dell’Argentina caratterizzata da povertà, minacce costanti da parte dei narcos e altre problematiche, dove Bergoglio lo aveva posto nel 2013 tra le sue prime nomine episcopali. La scelta delle dimissioni era motivata da un «problema di salute» che non gli permetteva di «svolgere pienamente il ministero pastorale». Dopo alcuni mesi in cui, di fatto, era sparito dalla circolazione, era riapparso a Roma nel ruolo inedito di consigliere dell’Apsa «in considerazione della sua capacità di gestione amministrativa». Una posizione che non figurava precedentemente nell’organigramma del Dicastero e che non ha mai implicato alcuna responsabilità di governo….”.

Richiesto dalla vaticanista Valentina Alazraki, nel maggio 2019, sul perché un prelato con tali accuse pendenti fosse stato chiamato a Roma, per di più con un incarico economico così prestigioso creato ad hoc per lui, Bergoglio, piuttosto in difficoltà, risponde tra l’altro: «Certo aveva un modo di trattare, a detta di alcuni, dispotico, autoritario, una gestione economica delle cose non del tutto chiara, sembra, ma ciò non è stato dimostrato. È indubbio che il clero non si sentiva trattato bene da lui… Economicamente era disordinato, ma non ha gestito male economicamente le opere che ha fatto. Era disordinato ma la visione è buona» (La Stampa, 28/5/2109).

Una difesa che, nella sua contorsione e goffa contraddittorietà, si commenta da sola.



II puntata

La banda latino americana

L’analisi degli uomini discussi di Bergoglio deve approdare ora ad un altro triumvirato piuttosto chiacchierato, quella composto dal cardinal Oscar Maradiaga, il suo vescovo ausiliario e braccio destro, Juan José Pineda, ed infine monsignor Edgar Peña Parra, amico di entrambi, scelto da Bergoglio nell’ottobre del 2018 per ricoprire l’influentissimo ruolo di Sostituto per gli affari generali alla Segreteria di Stato.

Partiamo dal più “sfortunato” dei tre, Juan José Pineda.

Jacopo Scaramuzzi, su La Stampa del 20 luglio 2018, racconta le sue dimissioni, a causa di vari scandali: “Dal 2005 il presule è stato il numero due dell’arcidiocesi guidata dal cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, coordinatore del Consiglio dei nove cardinali che coadiuvano il Papa nella riforma della Curia romana (il cosiddetto C9), che per i suoi diversi impegni ha dovuto assentarsi più volte da Tegucigalpa”.

Le motivazioni? A quanto sembra, economiche e sessuali: “alcuni investimenti avventati e un’opaca operazione di fondi stornati dall’Università dell’Honduras” e “accuse di abusi sessuali indirizzate al presule da due ex seminaristi”.

Il vaticanista Marco Tosatti, su La Nuova Bussola Quotidiana del 6/12/2018, è più ricco di dettagli: “A luglio papa Francesco ha accettato le dimissioni del vescovo Pineda, che è stato accusato di aver abusato sessualmente di seminaristi. Molti dei quali hanno scritto una lettera per denunciare la situazione nel seminario. È stato anche accusato di avere una serie di amanti omosessuali e di una gestione allegra delle finanze dell’arcidiocesi, che è quella del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, di cui era il braccio destro. Prima delle dimissioni del vescovo Pineda, le accuse di corruzione morale e finanziaria avevano portato a una visita apostolica nel maggio 2017. I risultati dell’inchiesta, consegnata nelle mani del Pontefice, non sono mai stati resi pubblici. Così come non è stata resa di pubblico dominio alcuna sanzione contro il vescovo, o la notizia di alcun atto di riparazione da parte del vescovo stesso. Le accuse di cattiva condotta finanziaria riguardano la presunta appropriazione indebita di 1,3 milioni di dollari elargiti da parte del governo honduregno, e destinati a progetti caritatevoli; e che sarebbero “completamente scomparsi”, secondo le fonti…”.

Veniamo ora al cardinal Maradiaga.

In questo caso è il giornalista de L’Espresso Emanuele Fittipaldi a raccontare alcuni fatti incresciosi in un articolo del 5/2/2018, sottotitolato: La moglie dell’ex decano del corpo diplomatico del Vaticano ha denunciato una “intermediazione fraudolenta” del porporato.

Fittipaldi ricorda anzitutto che lo scandalo in atto, il fatto che Maradiaga percepisca ben 35 mila euro al mese dall’università cattolica di Tegucigalpa, non è il primo, in quanto Maradiaga ha già “perso una querela in Honduras contro un quotidiano locale, El Confidencial, che nel 2016 parlando dei versamenti al cardinale parlò addirittura di corruzione”; aggiunge che Maradiaga è stato accusato da Martha Alegria Reichmann, vedova dell’ex ambasciatore honduregno presso la Santa Sede, Alejandro Valladares, di una gestione quantomeno azzardata del denaro.

La signora Valladares, infatti, ha scritto addirittura un intero libro, Traiciones sacradas, in cui, come racconta il vaticanista della Rai Aldo Maria Valli, “non esita a parlare di Maradiaga come di un uomo dalla doppia personalità, che si è assicurato l’impunità grazie alla protezione del papa”.

Da parte di chi questi “sacri tradimenti”? Alegria non ha mezze parole: da tre ex amici, frequentati per anni, cioè il vescovo Juan Josè Pineda, il cardinale Maradiaga e Bergoglio.

Sia come sia, il cardinale non ha ancora “mollato”, a differenza del suo collaboratore Pineda (un sottoposto sacrificato alla causa?), ma certamente i dubbi sul suo comportamento, anche in patria, continuano a crescere.

Veniamo ora al terzo dei protagonisti, monsignor Edgar Peña Parra, la cui promozione in Vaticano appare legata al suo rapporto con gli altri due personaggi citati.

La nomina di Peña Parra, sconosciuto ai più, desta subito le perplessità dell’ex nunzio negli Usa, mons. Carlo Maria Viganò, che nel suo dossier sulla lobby gay vicina a Bergoglio, scrive: “Lui ha una connessione con l’Honduras, cioè con il cardinale Oscar Maradiaga. Peña Parra dal 2003 al 2007 ha prestato servizio presso la nunziatura di Tegucigalpa in qualità di consigliere”. E aggiunge: “Come delegato per le rappresentanze pontificie, mi erano pervenute informazioni preoccupanti a suo riguardo”.

Possibile che anche Peña Parra abbia scheletri nell’armadio?

Non è così arduo immaginarlo: le lobby (lo abbiamo già visto con la promozione in massa degli amici del molestatore McCarrick), funzionano proprio così, portano nei posti di potere più persone di un medesimo clan. Non è impossibile dunque che alla cordata nord-americana McCarrick-Wuerl-Cupich-Tobin-Farrell (tutti amici tra loro, e tutti simpatizzanti pro LGBT), corrisponda una cordata sud-americana, unita anche dagli stessi interessi economici, e, se le accuse fossero vere, non solo economici.

Ma leggiamo quanto scrive Fittipaldi su L’Espresso del 18/10/2018: “L’ex nunzio a Washington non chiarisce i motivi delle sue «preoccupazioni». Ma è certo che non è il solo ad avere qualche dubbio sulla scelta di Francesco. Peña Parra ha molti nemici. E qualcuno di essi, nove giorni dopo la sua promozione, ha deciso di prendere carta e penna, e compilare un durissimo rapporto sulle presunte condotte immorali del sacerdote. Allegando pure alcune fotocopie di lettere firmate dall’allora arcivescovo di Maracaibo Domingo Roa Pérez, in cui si fa riferimento a dubbi e accuse gravissime sul conto di Edgar, allora seminarista”.

In sintesi, Peña Parra era stato espulso dal seminario San Tommaso D’Aquino alla fine del suo terzo anno per comportamenti libertini.

All’articolo comparso sull’Espresso, fa seguito un altro del vaticanista Marco Tosatti, su La Nuova Bussola quotidiana del 5/7/2019.

Tosatti parte da una nuova rivelazione dell’ex nunzio negli Usa: “il Papa ha sostanzialmente ignorato – secondo l’ex diplomatico – un terrificante dossier inviato da un gruppo di fedeli di Maracaibo, dal titolo “Quién es verdaderamente Monseñor Edgar Robinson Peña Parra, Nuevo Sustituto de la Secretarîa de Estado del Vaticano?”. Il dossier è firmato da Enrique W. Lagunillas Machado, nel nome del “Grupo de Laicos de la Arquidiócesis de Maracaibo por una Iglesia y un Clero según el Corazón de Cristo”. Questi fedeli accusano Peña Parra di terribile immoralità, descrivendo in dettaglio i suoi presunti crimini. «Questo – ha commentato – potrebbe anche essere uno scandalo che supera quello di McCarrick, e non deve essere permesso che sia coperto dal silenzio. Rispetto ai fatti già resi noti da L’Espresso, Viganò ha aggiunto fatti noti in Segreteria di Stato in Vaticano dal 2002 tra cui l’accusa rivolta a Peña Parra «di aver sedotto, il 24 settembre 1990, due seminaristi minori della parrocchia di San Pablo, che dovevano entrare nel Seminario Maggiore di Maracaibo quello stesso anno… Il caso è stato denunciato alla polizia dai genitori dei due giovani ed è stato trattato dall’allora direttore del seminario maggiore, Enrique Pérez, e dal direttore spirituale allora, Emilio Melchor. Il Rev. Pérez, interrogato dalla Segreteria di Stato, confermò per iscritto l’episodio del 24 settembre 1990. Ho visto questi documenti con i miei occhi»”.

Con il sud America, purtroppo non è finita.

E’ il caso di citare gli scandali che hanno colpito altri due cardinali “bergogliani”.

Il primo è il cileno Ricardo Ezzati, nominato cardinale da Bergoglio nel 2014. Ebbene nel marzo 2019 il porporato ha dovuto rassegnare le sue dimissioni da arcivescovo di Santiago, per una sentenza della Corte d’Appello di Santiago del Cile per l’occultamento di tre casi di preti omosessuali abusatori (La stampa, 2/4/2019, Famiglia cristiana, 23/3/2019).

Il secondo è quello del cardinale cileno Francisco Javier Errázuriz Ossa, scelto dal papa come membro dei C9, ma costretto anch’egli alle dimissioni nel novembre 2018 perchè accusato di aver insabbiato dei crimini di abusi.

Per finire, non si può non fare cenno ad un altro prelato che, pur italiano, ha lavorato per anni nelle nunziature del sud America: mons. Battista Ricca.

Le sue vicende sono state raccontate, con l’abituale serietà, dal vaticanista dell’Espresso Sandro Magister: “Il buco nero, nella storia personale di Ricca, è il periodo da lui trascorso in Uruguay, a Montevideo, sulla sponda nord del Rio de la Plata, di fronte a Buenos Aires. Ricca arrivò in questa nunziatura nel 1999”, insieme al capitano svizzero Patrick Haari. “I due- prosegue Magister- arrivarono in Uruguay assieme. E Ricca chiese che anche al suo amico fossero dati un ruolo e un alloggio nella nunziatura. Il nunzio respinse la richiesta. Ma pochi mesi dopo andò in pensione e Ricca, rimasto come incaricato d’affari “ad interim” in attesa del nuovo nunzio, assegnò l’alloggio in nunziatura a Haari, con regolare assunzione e stipendio”.

Seguono vari scandali, comprese le botte prese da Ricca in un noto locale di incontri tra omosessuali e il richiamo a Roma: per controllarlo meglio? Per porre fine alla sua carriera diplomatica?

Difficile saperlo, certo è che quando Bergoglio viene eletto, Ricca balza al centro dei giochi: non solo si trova a dirigere quello che è diventato a tutti gli effetti non più una casa per il clero, ma il nuovo quartiere generale della Chiesa (cioè casa Santa Marta), ma già il 15 giugno 2013, a soli tre mesi dall’elezione, Bergoglio lo nomina in un ruolo chiave, quello di prelato dello IOR “col potere di accedere a tutti gli atti e documenti e di assistere a tutte le riunioni sia della commissione cardinalizia di vigilanza, sia del consiglio di sovrintendenza, cioè del board della disastrata “banca” vaticana”! (L’Espresso, 18/7/2013). Perchè tale stima e fiducia, ancora una volta, in un uomo con un passato tanto poco luminoso?

Come abbattere i pro vita e famiglia

Nelle precedenti puntate ci siamo soffermati sugli uomini di Bergoglio nel nord e nel sud America.

Dal sud, infatti, provengono molti dei suoi più stretti collaboratori, mentre nel nord bisognava ribaltare l’equilibrio a favore dei vescovi pro life e pro family nominati da Benedetto XVI allo scopo di rovesciare l’indirizzo fortemente liberal presente nel mondo gesuita americano e dominante anche a livello gerarchico all’epoca del cardinal Joseph Bernardin (per decenni leader della Chiesa progressista americana e promotore, nel 1988, nella diocesi di Chicago, poi travolta dallo scandalo dei preti molestatori, del primo ufficio diocesano “gay” negli USA, l’Archdiocesan gay and lesbian outreach).

Di qui la nomina di ben 3 cardinali, come si è detto nella prima puntata, vicinissimi al molestatore omosessuale McCarrick, e quindi riconducibili ad una lobby apertamente filo-Lgbt (si aggiunga la recentissima nomina, come arcivescovo di Washington, dell’ex ausiliare di Bernardin, Wilton Gregory, anch’egli, guarda un po’, molto gayfriendly).

Anche in Spagna, una volta eletto, Bergoglio ha voluto porre fine ad una stagione, quella della fiera resistenza cattolica alla cultura nichilista zapatera, incarnata in particolare dal cardinale di Madrid Antonio María Rouco Varela: ha nominato prima arcivescovo di Barcellona e poi cardinale, Juan José Omella y Omella, “tra i più critici riguardo la gestione della Conferenza episcopale spagnola targata Rouco Varela”.

Come in Spagna, così in Belgio: “a Bruxelles, estrema periferia della cristianità europea, il Papa ha nominato vescovo mons. Jozef De Kesel, pupillo dell’emerito Godfried Danneels, che cinque anni fa Benedetto XVI aveva considerato (per due volte) non idoneo” (Il Foglio, 6/11/2015), pensionando in gran fretta monsignor André-Joseph Léonard, pupillo di Benedetto XVI e noto al grande pubblico per essere stato più volte ferocemente attaccato, anche fisicamente, dalle Femen (senza mai ricevere una parola di solidarietà da Bergoglio).

Abbattere la resistenza cattolica alla cultura della morte è da subito una priorità di Bergoglio anche in Italia. Per farlo prende una quantità di provvedimenti, tutti nella medesima direzione, solo apparentemente smentiti da sporadiche ed innocue dichiarazioni, del tutto pro forma e inoffensive (talvolta semplici tweet), in difesa di vita e famiglia.

Possiamo ricordare anzitutto, già nel 2013, la scelta di monsignor Nunzio Galantino come segretario generale della Cei, con il compito, di fatto, di commissariarla e di ribaltare la linea Ruini-Bagnasco, che aveva portato alla vittoria dei cattolici nel referendum sulla fecondazione artificiale del 2005 e al Family day contro le unioni civili del 2007.

Galantino esordisce nel nuovo ruolo (prima nessuno ne conosceva l’esistenza) criticando pubblicamente gli attivisti anti aborto che pregano davanti alle cliniche, poi sterilizzando l’associazione laica Scienza & Vita, protagonista della battaglia referendaria del 2005, spingendola a non occuparsi più, se non in modo accademico e politicamente innocuo, dei temi sensibili dibattuti nel paese.

In secondo luogo il nuovo segretario, che gode di un appoggio papale incondizionato, e che può quindi scavalcare il pavido Bagnasco, cerca di imporre al mondo cattolico il bavaglio sul ddl omofobia dell’onorevole gay del Pd, Ivan Scalfarotto e, poco dopo, sulla proposta di legge per le unioni civili gay della senatrice Pd Monica Cirinnà e del senatore gay Sergio Lo Giudice (noto per essere ricorso all’utero in affitto ben due volte!).

Non riuscendo però a fermare il mondo cattolico laico, Galantino si prodiga in ogni modo per osteggiare i due Family day, quello del 2015 e quello del 2016: ancora una volta con il sostegno del suo mandante, Bergoglio, il quale si rifiuta persino di porgere un saluto ai partecipanti alle due più grandi manifestazioni di piazza mai organizzate dai cattolici italiani. Allo stesso modo farà anche nel 2019, ignorando bellamente il Congresso mondiale delle famiglie svoltosi a Verona.

Non è tutto: Bergoglio, che da una parte emargina i cardinali pro life come Carlo Caffarra, ed elogia in più occasioni Emma Bonino e Valeria Fedeli, dall’altra tace di fronte all’introduzione del matrimonio gay in Irlanda e Germania, alla morte per fame e per sete di Vincent Lambert in Francia, alla legge sul biotestamento promossa dal Pd in Italia…

Soprattutto, dimostrando ancora una volta di sapere bene che ciò che conta non sono le parole, ma piazzare gli uomini giusti al posto giusto, infligge un colpo mortale a due roccaforti della bioetica cattolica. Il 15 agosto 2016, infatti, nomina Monsignor Vincenzo Paglia presidente della Pontificia Accademia per la Vita e gran cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II.

I meriti del nominato, sono le sue pubbliche aperture alle unioni civili, il suo disinteresse per le battaglie culturali, la sua contiguità al Pd e ai radicali di Marco Pannella, pubblicamente elogiati e santificati. Poco importa poi che Paglia sia coinvolto in vari scandali, in particolare un buco di 25 milioni di euro nella sua diocesi di Terni e l’aver fatto affrescare l’abside della cattedrale della città da un pittore notoriamente gay, con immagini evidentemente allusive. Se ciò non bastasse, ma è notizia di pochi giorni orsono, Paglia è capace di intessere inusuali rapporti con magistrati molto discutibili, come Luca Palamara, protagonista del più grosso scandalo che abbia colpito la magistratura negli ultimi decenni!

Gli altri uomini di Bergoglio, in Italia? Sono suoi fidatissimi scribacchini il gesuita Antonio Spadaro, il vescovo progressista Bruno Forte, entrambi appartenenti a quella parte del mondo ecclesiale che vuole rivoluzionare la morale cattolica in particolare aprendo alle coppie gay, e il prete giornalista Dario Edoardo Viganò, che è stato a lungo il dominus della comunicazione vaticana, prima di essere costretto a dare le dimissioni, nel marzo 2018, in seguito alla pubblicazione di una scandalosa fake news confezionata per far apparire Benedetto XVI un fan della teologia progressista.

Chiudiamo con lui la lista degli “uomini di Bergoglio” perché curiosamente, porta lo stesso cognome del nunzio che ha sollevato più di ogni altro il problema della lobby gay ecclesiastica spalleggiata dall’argentino, e perché proprio il suo comportamento porta acqua al mulino delle accuse mosse dal suo omonimo. Infatti, pochi mesi prima delle forzate dimissioni, Dario Edoardo Viganò finiva al centro di un articolo di Francesco Agnoli, su La Nuova Bussola quotidiana (19/12/2017): in esso si chiedeva come mai Viganò utilizzasse i suoi ampi poteri per dare “grande spazio a personalità che esprimono idee piuttosto contigue all’ideologia LGBT” e il denaro della Chiesa per affidare la creazione di un nuovo portale vaticano ad una multinazionale nota per il suo impegno per la causa LGBT.

E le donne di Bergoglio, chiederà qualcuno? A parte quelle già citate, Bonino e Fedeli, non si può tralasciare la giornalista Stefania Falasca, la prima a ricevere una telefonata da Bergoglio, dopo l’elezione al soglio pontificio. La Falasca ha sostenuto sin da principio l’operato dell’ amico argentino, arrivando a chiedere pubblicamente il silenzio di Benedetto XVI, dopo che il pontefice emerito, nell’aprile 2019, era intervenuto sulla questione omosessualità e pedofilia nella Chiesa sostenendo una lettura dei fatti del tutto differente da quella bergogliana (tutta volta a nascondere lo stretto legame esistente tra scandali sessuali da parte di ecclesiastici e le loro tendenze gay).

Forse le donne di Bergoglio sono poche (quelle che lavoravano all’Osservatore romano all’inserto Donne, Chiesa, Mondo, hanno lasciato pochi giorni orsono, in polemica con il nuovo direttore bergogliano Andrea Monda) ma sono certamente armate della sua stessa, rocciosa, determinazione!