mercoledì 24 luglio 2019

La profezia del viaggio nel prossimo futuro: Pio XIV "Pontefice di transizione"

Viaggio nel prossimo futuro. Un uomo che si firma Walter Martin ha scritto un libro intitolato Pio XIV, pontefice di transizione. Il volume, stampato dalla Tipografia Gaggi di Torino, è uscito nel 1978, ed è destinato a suscitare qualche clamore, specie nel campo cattolico. Da un certo punto di vista si potrebbe dire che il libro si presenta come una sconvolgente vicenda romanzata. Narra di un'epoca prossimo-futuro in cui un nuovo papa va preparando una nuova Controriforma degli istituti e della vita religiosa per aprire la strada alla restaurazione di quei princìpi teologici, di quelle pratiche liturgiche e istituzioni canoniche che costituivano il patrimonio secolare della Chiesa, tutti travolti negli anni post-conciliari. 
Una Controriforma che folgori le farneticazioni dei cosiddetti « modernisti », o neo-modernisti, agenti di un falso progressismo sociale fatto di esaltazioni irrazionali, introdotto nel clero da ben individuati centri atei e politici, con lo scopo evidente di distruggere la Chiesa dal di dentro. Questo papa che si chiamerà Pio XIV perché successore di un Pio XIII di brevissima durata (più che mai succube, questo, e « manovrato » dai rivoluzionari), è dipinto nel romanzo del Martin come un vecchietto sugli ottanta, smilzo e timido, con barbetta argentea, deboluccio ma senza
nessuna malattia specifica. Già vescovo missionario nel Medio Oriente era rientrato da qualche anno a Roma tornando ad essere soltanto un oscuro sacerdote. 
I progressisti, sempre più divisi tra loro da « correnti pluralistiche », in attesa di raggiungere un accordo tra essi, vanno a scovare in un convento il bravo missionario in pensione, mettendo in atto un disegno che ad essi sembrerà conveniente: farne un papa di comodo, essendo egli in età grave e ormai « preso unicamente dal pensiero del passaggio imminente attraverso all'estremo ponte verso l'Aldilà, il che non gli lascerà certo meningi bastevoli per pensare a prendersi delle gatte da pelare nell'Aldiquà ». Invece, il vecchietto, che sale al trono di Pietro tra la indifferenza del clero e del popolo prendendo appunto il nome di Pio XIV, esce a poco a poco dal suo stato di modesta contemplazione della morte, e come tutti gli agnelli, finirà per mostrare una forza incredibile fatta di dolcezza e di fermezza.. A poco a poco supererà resistenze massicce, schiverà inciampi e loschi tranelli, scioglierà oscuri grovigli di palazzo, sventerà piani diabolici ed uscirà indenne perfino da attentati al tritolo! Così, nell'atto del trapasso, potrà assistere a un saldo inizio di restaurazione di valore, quali splendevano nella Chiesa preconciliare, e potrà chiudere gli occhi avendo conseguito una grande, storica vittoria della cattolicità.  
Una nuova Lepanto. Questa potrebbe essere una ingenua patetica storiella, non priva qua e là di qualche spunto ameno, se a salvarla da un tale scivolo non soccorresse il rigoroso fondamento dottrinario sul quale si basa. L'Autore è ferratissimo non solo nella dogmatica, nella teoretica, nella scolastica, ben cosciente di ogni aspetto della Rivelazione e inserito totalmente nella morale cattolica, ma conosce meglio di un giudice istruttore ... il processo che, attraverso impressionanti raggiri, ha fatto del Concilio Vaticano II un valido strumento di distruzione della Chiesa, rovesciandone i suoi princìpi fondamentali attraverso una interpretazione falsa data ad essi da parte dei componenti il Consilium di famigerata memoria. Questa storica falsificazione è presente in ogni pagina del libro; si può dire anzi che essa è la protagonista del romanzo. Il povero vecchietto, dunque, lasciato solo nella Città del Vaticano abitata da potenti monsignori che vi si aggirano come terribili ombre spettrali...Carlo Belli ( uno dei maggiori intellettuali italiani, Socio Fondatore della Foederatio Internationalis Una Voce e per diversi anni Presidente di Una Voce Italia)  Altare deserto ( Breve storia di un grande sfacelo) Giovanni Volpe Editore 1983 ( pagine 94 e 95)

***

Walter Martin 
Pio XIV Pontefice di transizione 
Editiones Sancti Michaelis 
L'edizione più recente (2011) è di Fede&Cultura, con il titolo "Habemus papam
 QUI (libro-audio)

OGNI PROMESSA È DEBITO 

(pgg.151/158 Il Papa, con un blitz di alcuni fedelissimi, riesce a celebrare finalmente la Santa Messa "di sempre" nella Cappella del Santissimo Sacramento nella Basilica Vaticana).
Come tutti i venerdì pomeriggio, nella piccola cappella dei padri Laurini, in preparazione alla Confessione settimanale, il Papa stava compiendo il pio esercizio della Via Crucis; lo terminava verso le tre, ora alla quale puntualmente arrivava il suo confessore, padre Gregorio, tuttora cardinale solo in pectore.
Dopo la Confessione, padre Gregorio gli disse: « Anche un Papa non è esonerato dall'adempimento delle promesse. » 
«Ci tieni tanto a diventare cardinale? » gli rispose il Papa. 
« Non c'è fretta : un giovanotto come me non deve aver paura di morire prima di arrivarci. Alludo alla promessa che facesti in mia presenza a suor Rosa, la direttrice della clinica Santi Cosma e Damiano. Te ne sei dimenticato? » 
«Affatto! Ora prendi qualcosa di caldo o di fresco; e poi ti dirò qualcosa per quella suora. » Poco dopo il Papa era a colloquio con Camillo; e Camillo gli espose tutto un piano, per fargli adempiere quella promessa, il più semplice e il più pratico: « Avvisare anzi tempo il
sacrestano della cappella del Santissimo, non conviene: si commuoverebbe mezzo Vaticano, si susciterebbero delle proteste intempestive, potrebbero nascerne dei dispiaceri. 
Si, anche il sacrestano verrà avvisato, ma al momento opportuno, di modo che fino a pochi minuti prima anche lui non ne sappia niente. 
Bisogna fare cosi: indossare i paramenti sacri per la santa Messa nella cappella privata del suo antico appartamento, sempre a sua disposizione. Glieli farò trovare pronti io stesso, come facemmo sin da quella sua prima Messa, dopo la sua elezione. Quindi io avviserò uscieri e valletti, e solo allora dirò che il Papa sta per scendere nella cappella del Santissimo nella basilica di san Pietro. 
Faranno le loro meraviglie, soprattutto al vederla con i sacri paludamenti indosso; ma chi oserà dirle ohibò? tanto meno il sagrestano. 
Oh, per il sacrestano sarà la sorpresa più bella di tutta la sua vita! 
Me lo immagino, che faccia farà! E poi correrà ad accendere i lampadari, e poi le candele, e poi a portare via quella Bibbia di quaranta chili, e a mettere sul leggìo il messale più bello, e a riempire la pisside più grande. 
Penso infatti che Vostra Santità vorrà rimettere il Santissimo nella Sua dimora, in quel bel Tabernacolo del Bernini, da tanto tempo vuoto e deserto! 
Tu entri in quella splendida cappella, grande come una chiesa, tutta luce e oro; ti accorgi che il Tabernacolo di Dio è vuoto, senti che non c'è nessuno li che ti aspetta, ti senti solo, e ne esci tanto rattristato. » 
«La pisside grande? » osservò il Papa: «Penso ne potrà bastare una non tanto grande: sarà anche più maneggevole. Oltre la direttrice della clinica e la donatrice del calice, non credo abbiano a venire molte altre persone. » 
«Santità,» osservò a sua volta Camillo: «meglio che ne avanzino, di particole consacrate, piuttosto che ne abbiano a mancare. A meno che Vostra Santità si senta di moltiplicarle in base al bisogno ed al momento opportuno. Io, il sacrestano, la suora della clinica, la benefattrice, siamo già in quattro; e non crede, Vostra Santità, che ognuno di noi non inviti qualche intimo alla sua Messa? Suppongo che non le dispiacerà! » 
Il Papa tornò da padre Gregorio, e gli disse quello che doveva riferire alla direttrice della clinica: « Domattina, un po' prestino, alle 7, nella cappella del Santissimo, nella basilica di san Pietro. » 
L'indomani mattina, giunto già paludato per la Messa nella sacrestia della cappella del Santissimo, il Papa attese che Camillo e il sacrestano avessero rivestito la talare e la cotta, e poi attese che suonassero le sette. 
Appena il pendolo della sacrestia ebbe scoccato il settimo rintocco, il sacrestano solennemente comandò: « Reverentia cruci! Procedamus! » 
Aprì la porta che immetteva nella cappella, e il Papa vi fece il suo ingresso, con gli occhi bassi, raccolti, e non vide nulla; ma ebbe la precisa impressione che quella cappella fosse tutta piena, di angeli, forse. 
Quel giorno era sabato, ed era il 2 luglio, festa della Visitazione della Beatissima Vergine Maria a santa Elisabetta, secondo il calendario tradizionale della Chiesa cattolica. 
Il messale era aperto, stampato a caratteri cosi grandi che anche dalla balaustra si poteva leggere facilmente l'Introito: Salve, sancta Parens, di Celio Sedulio, poeta latino del secolo V, Introito adornato in seguito della ben nota melodia gregoriana. 
Pio XIV incominciò: « In nomine Patris... Introibo ad altare Dei...» e rimase sorpreso e per qualche istante non potè proseguire: al suo sommesso Introibo ad altare Dei aveva risposto un coro concorde, devoto, sonoro, di mille voci : quella cappella era stipata all'inverosimile di fedeli, e di là dei cancelli, nella navata della basilica, altrettanti fedeli si accalcavano per sentire la Messa del Papa, la Messa della quale erano stati privati a loro insaputa, contro ogni loro aspettativa, bruscamente e senza facoltà di appello: la Messa che da una triste domenica d'Avvento avevano preso ad amare ancora di più, la Messa degli Apostoli, la Messa di sempre. 
Il sacrestano si era accorto di tutta quella folla; ma non aveva voluto avvisarne il Papa, per timore che il Papa non avesse a cambiare programma. 
Ed ora, tutto contento era tornato in sacrestia per riempire altre pissidi. 
Quella suora trasparente della clinica Santi Cosma e Damiano aveva telefonato alla donatrice del calice, e a poche altre persone, che sapeva con il lutto nel cuore dal giorno nel quale era cessata per loro la celebrazione di quella che esse chiamavano la Messa vera; poche, perché sapeva quanto la cosa fosse delicata, e sapeva che bisognava procedere con molta cautela; ma tra quelle poche persone c'erano anche alcune altre suore, che a loro volta diramarono qualche invito confidenziale, qua e là; mentre da parte sua quella signora del calice, comunicava la notizia a delle persone amiche, associate sin dai tempi del Concilio Vaticano II, per la difesa della liturgia tradizionale. 
Tra quelle persone c'era un tipografo, che volle sapere quale Messa avrebbe celebrato il Papa. 
«Quella della Visitazione, diamine!» gli assicurò per telefono la signora del calice. 
« Ma ne è certa ? » 
«Ma certissima!» 
«Ma nel calendario riformato non figura più!» 
 «Ma in quello di Pio XIV c'è ancora! » 
Di fatto lo immaginava soltanto: era però di tale tempra, che non avrebbe esitato ad avvicinare il Papa anche ai piedi dell'altare, per pregarlo di celebrare proprio quella Messa lì. «E quanti saremo?» domandò ancora quel tipografo. 
«Mille! » gli rispose quella signora con un tono tale da dissipare ogni dubbio. 
Quel tipografo, con alcuni dei suoi familiari, lavorò tutta la notte, e al mattino dopo, alle 6 e mezzo, era già lì, lui e i suoi, presso quel cancello, con duemila copie dello stampato ancora odorante d'inchiostro, con la Messa della Visitazione, in latino e in volgare, su due colonne affiancate, e senza un errore. 
Le distribuì tutte, non volle niente, era felice! 
Finita la Confessione ai piedi dell'altare, il Papa sali presso l'altare, ne baciò la mensa, si portò in cornu epistulae, e slava per pronunciare le prime tre parole dell'Introito, allorché si senti come travolto da un'onda, un'onda sonora, possente, che scendendo maestosamente dalla cantoria, invadeva, e sommerse immediatamente, tutta quella vasta cappella, e poi, più moderatamente, le stesse navate della basilica di san Pietro. Salve, sancta Parens, enixa puerpera regem... cantavano in bel gregoriano trenta voci, vibranti, devote: ...qui coelum terramque regit in saecula saeculorum. 
Chi erano mai? 
Chi aveva loro aperto la porta della cantoria e dell'organo? 
Quella signora del calice aveva dato l'appuntamento per la Messa del Papa anche a un baritono della Cappella Sistina. 
Questi si era fatto un dovere di trasmettere subito il lieto annuncio a due suoi amici, due fratelli: l'uno tenore e l'altro basso della Cappella Lateranense. 
Ciascuno dei due aveva ritrasmesso la notizia, questi a un tenore della Cappella Giulia, e quello all'archivista dell'Associazione di santa Cecilia, che era un basso ultraprofondo. Ritelefonandosi quella stessa sera, avevano fatto il loro programma: «Siamo in cinque, e quindi almeno due mottetti polifonici, li potremo eseguire a dovere, uno all'Introito e l'altro al Communio. Quanto alla chiave della cantoria, so come fare! » concluse l'archivista, che avrebbe portato gli spartiti e che avrebbe fatto, sia da organista, che da maestro di bacchetta. 
Ma poi quelle voci, quella mattina, erano diventate una trentina, tutte di cantori che tra di loro si conoscevano benissimo. Gli spartiti non bastavano. Cantare a braccia non era, né prudente, né dignitoso. Da maestro di cappella, responsabile e prudente, come egli si sentiva in quella congiuntura imprevista, l'archivista si mise senz'altro a distribuire le copie del Liber usualis, che aveva scovato li presso, in un armadio, sotto un bel straterello di polvere. 
Amante com'era della polifonia classica, venerava la musica gregoriana, come la madre legittima di quella, e perciò non gli dispiacque affatto di dover cambiare programma quella mattina. « Presto, presto, che ha già cominciato la Messa, » ordinò ai cantori: «Pagina millenovantuno. Attacchiamo tutti insieme: la-do-re-mi-re... » canticchiò per dare l'intonazione: «Pronti?» e diede il segno dell'attacco. 

All'unisono dalla cantoria si sprigionò quel maestoso Salve, sancta Parens, che fece guardare giù dal cielo Celio Sedulio, che vi si trovava da quindici secoli ormai, e che pure l'aveva udita cantare e ricantare già un innumerevole numero di volte, quella sua composizione; e fece rizzare in su, verso la cantoria, la testa del sacrestano: lui ne aveva lasciato passare cinque, cinque di numero: da dove mai dunque era passato tutto quell'esercito di cantori? 
Dopo il Vangelo del Magnificat, il Papa stette un momento in forse, se rivolgere e no, due parole ai convenuti, a motÌo di breve omelia: non ci aveva pensato prima; avrebbe potuto dire loro qualche cosa di quanto aveva considerato durante la meditazione di quella mattina. 
Avrebbe potuto dir loro delle sue visite a En-Karem, alla casa di Zaccaria, in Montana, perché in Giudea, ma al fondo di quella valletta, che scende verso occidente da Gerusalemme; proprio li dove la Madonna aveva lasciato prorompere da tutto il suo essere quel cantico, che dal giorno dell'Annunciazione le risonava in cuore: « Tegaddél nafshi et Yahwéh! Magnificat anima mea Dominum!» 
Ogni volta che, lungo la strada da Nazaret a En-Karem, le sfuggiva quell'esclamazione dalle labbra, san Giuseppe si volgeva verso di Lei; ma subito abbassava pudicamente lo sguardo, di fronte a tutta quella luce. 
Raggiunta Gerusalemme, non aveva voluto soffermarvisi. San Giuseppe non l'aveva mai vista frettolosa prima d'allora. 
Si affrettarono insieme, sui loro asinelli, giù per quella ridente valletta, per quasi un'ora; poi l'attraversarono, passando presso la sorgente che dà il nome al villaggio, la Sorgente Generosa; risalirono per pochi minuti il fianco meridionale della valle, ed entrarono in una delle case di Zaccaria. 
E Maria si rivolse a Elisabetta, e la salutò. Al saluto di Maria, Elisabetta senti trasalire di gioia il bambino che nutriva in grembo, e investita dallo Spirito Santo, con voce sonora esclamò: « La benedetta sei tu, tra tutte le donne, e benedetto è il frutto del grembo tuo! Come mai ho io questa ventura? Venire a me la madre del mio Signore! Ben l'ho compreso, perché al tuo saluto, di gioia mi trasalì in grembo il mio bambino. Si, veramente beata, poiché non esitasti a credere che quanto Iddio volle preannunciarti, tutto avrebbe avuto compimento! » 
Maria allora lasciò erompere dal proprio cuore il svio cantico: Tegaddél nafshi et Yahwéh! Magnifica l'anima mia il Signore, ed esulta il mio spirito in Dio, mio salvatore; che all'umiltà dell'ancella sua volse il suo sguardo; ed ecco, infatti, d'ora innanzi beata mi diranno tutte le generazioni. 
E il Papa si rivide in cammino da Betlemme a En-Karem per la Via della Vergine, sassosa, polverosa, tortuosa, tutta salite e discese; in pellegrinaggio, a piedi, con il suo Rosario in mano; si rivide mentre discendeva dal crinale del colle, per quello scabroso ed irregolare sentiero, tutto gradini e salti, tra macchie di ginestre in fiore, verso la chiesa del Magnificat, che guarda la chiesa del Benedictus, poco distante, subito di là della sorgente; si rivide a
celebrare la Messa, la stessa Messa di quel giorno, la Messa della Visitazione, in quella chiesa, ricostruita con cura ed amore dai Francescani, i fedeli custodi della Terra Santa: chiesa costruita su quella dei Crociati, che avevano costruito la loro su quella dei Bizantini, che a loro volta avevano costruito la loro sulla casa di Zaccaria.
In quella chiesa, tutta ridente di affreschi e di colori, quasi sempre deserta da quando i pellegrini si erano ridotti tanto, rivide li quei due sacerdoti, l'uno anziano, l'altro giovane, venuti da lontano, dal Nord dell'Europa, per assolvere il loro voto: quello di cantare il Magnificat proprio li, dove era stato cantato la prima volta dalla Madonna stessa; e padre Pio si era associato a quel loro canto, un po' stonato — ché quelli non erano dei cantori — ma tutto un pianto di fede e di gioia ! 
Ma certo! qualche cosa da dire a tutti quei fedeli, che in quel momento affollavano la cappella del Santissimo, attratti l'uno all'insaputa dell'altro, come da un richiamo irresistibile, a quella sua Messa; ma certo! Qualche cosa da dire loro, lo avrebbe trovato, nella mente e nel cuore. 
Non stette più in forse, e decise per il si, e si volse verso di loro, e li guardò, e tutti lo guardarono; e dischiuse le labbra per parlare, e gli usci un singhiozzo, un singhiozzo contagioso: tutta la cappella si riempi di flebili e mal trattenuti singhiozzi, che si potrassero, in un crescendo moderato e pudico, ma irrefrenabile, fino a quando un qualche angelo buono ispirò l'archivista del Santa Cecilia di mettere le mani sulla tastiera dell'organo. 
Per tutta la cappella si diffusero le prime note del Credo gregoriano III, e il canto alterno del Credo lasciò adito all'effusione dei sentimenti, e raffrenò le lacrime. 
Tra i convenuti c'erano molte suore, che sapevano rispondere, che sapevano cantare; ma c'erano anche molte mamme, con i loro ragazzetti, fatti saltar fuori presto quella mattina; ragazzetti che non sapevano rispondere, che non sapevano cantare, che non avevano mai visto e mai udito alcunché di simile; ma cui pareva di trovarsi per la prima volta in Paradiso. C'erano anche numerosi sacerdoti, e vecchi e giovani. 
Alcuni di questi, poco prima della Comunione, indossarono la cotta e la stola, e si disposero per distribuire la Comunione. 
Il sacrestano aveva disposto sull'altare, prima dell'Offertorio, una decina di pissidi: tutte quelle che aveva potuto trovare. 
Quasi tutti i convenuti si comunicarono. 
In pochi minuti tutti i comunicandi poterono accostarsi e inginocchiarsi alla balaustra, e ricevervi la santissima Eucarestia. 
Tutto avvenne in modo ordinato. 
Si spegneva il canto dell'Adoro Te, devote, proprio mentre il Papa finiva di comunicare le ultime persone. 
L'ultima, la riconobbe: era quella suorina. 
Era rimasta ultima apposta, perché le era sembrato un atto di fede e di pietà tutta particolare ricevere Gesù eucaristico dalle mani del Suo vicario; e poi le sembrava anche di aver meritato quel privilegio, se non proprio di averne diritto in forza della promessa del Papa. 
Si, il Papa la riconobbe, nonostante non fosse vestita di bianco, ma tutta di nero; e siccome nella pisside non c'erano più che tre particole, le depose tutte e tre sulle labbra di quella suora. 
Non era un gesto rigorosamente liturgico, è vero; ma gli sembrava proprio che quella volta il Signore avesse disposto cosi le cose per testimoniare la Sua compiacenza alla direttrice della clinica Santi Cosma e Damiano, che con la sua umile domanda, aveva dato occasione a quella inaspettata manifestazione cosi spontanea di fede tanto intensa e devota. 
Ai fedeli che ancora indugiavano in quella cappella una voce annunziò: « Per la santa Messa delle ore 7, celebrata in questa cappella dal santo Padre, sarà utile ai fedeli di intervenire muniti del Messalino bilingue, del Messalino tradizionale. » 
Cosi tanti Messalini che da tempo erano rimasti, venerati, si, ma inutilizzati, nel luogo più sacro di tante famiglie, presso la statua della Madonna, o ai piedi del Crocifisso, ritornarono a essere devotamente sfogliati da tanti fedeli, e poi dai loro eredi. 

Foto 1: Sito della Santa Sede QUI
Foto 2, 3: Basilica Vaticana, Cappella del Santissimo Sacramento QUI  
Foto 5: Scuola Ecclesia Mater, Ain Karim, Chiesa della Visitazione QUI
Foto 6: Via Pulchritudinis QUI  

AC 
 Fede&Cultura ha ripubblicato il romanzo di Walter Martin con il titolo "Habemus papam
 QUI (libro-audio)

9 commenti:

  1. Walter Martin è lo pseudonimo del sacerdote salesiano don Giuseppe Pace (1911-2000), il suo libro è stato ristampatop recentemente da fede e Cultura con il titolo "Habemus papam. Il fumo di satana e l'uomo di Dio" e si trova in vendita su internet sia in formato cartaceo che elettronico.

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  2. In effetti alcuni mistici sono concordi nell'ipotesi che la rinascita spirituale della Chiesa Cattolica ( e conseguentemente della società cristiana) avverrà per opera di un Papa che confidando nel solo aiuto celeste riporterà la Santa Chiesa alle sorgenti rigeneranti del vangelo.

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    1. Ci mancavano i mistici... ma voi siete cattolici o cosa?

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  3. La prossima sceneggiatura di "The new Pope" di Sorrentino...

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  4. Poveri noi! Come se non bastasse Bergoglio ci spetta un Pio XIII di brevissima durata ma più che mai succube e manovrato dai rivoluzionari!

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  5. Molto bello e commovente. Ma il libro, che prenderò, è del '78. Ora non c'è quasi più nessuno che ricordi quelle messe, a partire dai preti. Un ritorno avrebbe del miracoloso.

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