domenica 23 giugno 2019

Brasile: sodomiti nei seminari. Clamorosa inchiesta del 2017


Dopo aver letto Magister consiglieremmo agli organizzatori del Sinodo sull'Amazzonia di occuparsi di meno di diaconesse, climate change, deforestazione e clero uxorato e di guardare cosa succede ai poveri ragazzi ospiti dei loro seminari.
Io che sono padre di due maschi saprei cosa fare. Con il randello di don Camillo.
Luigi

13-5-19
L’indagine non è freschissima, i suoi risultati sono usciti nella primavera del 2017 in lingua portoghese sulla “Revista Eclesiástica Brasileira”. Ma “Il Regno - Documenti” ne ha pubblicato in questi giorni la traduzione integrale in italiano, rendendola così nota a un pubblico più vasto. Su una questione che è di bruciante attualità.

La questione è quella dell’omosessualità nei seminari.

Da alcuni mesi ai vertici della Chiesa l’omosessualità è tabù. È stato vietato parlarne anche al summit sugli abusi sessuali tenuto in Vaticano dal 21 al 24 febbraio. Eppure la sua diffusa presenza nel clero e nei seminari è una realtà nota da tempo, al punto che nel 2005 la congregazione per l’educazione cattolica diramò un’istruzione proprio su come fronteggiarla.
Quell’istruzione ribadiva non solo che gli atti omosessuali sono “peccato grave”, ma che anche le “tendenze omosessuali profondamente radicate” sono “oggettivamente disordinate”. Per cui chi praticasse tali atti, manifestasse tali tendenze o comunque sostenesse la “cultura gay” non dovrebbe in alcun modo essere ammesso agli ordini sacri.

Queste le direttive pastorali di allora. Ma in realtà quanto sono state applicate? L’inchiesta sopra citata si è appunto prefisso di verificare che cosa accade oggi in due seminari del Brasile, presi come campione.

Gli autori dell’indagine, Elismar Alves dos Santos e Pedrinho Arcides Guareschi, entrambi religiosi della congregazione del Santissimo Redentore ed entrambi specialisti in psicologia sociale e con prestigiosi titoli accademici, hanno interrogato a fondo 50 studenti di teologia di quei seminari, ricavandone risultati decisamente allarmanti.

Anzitutto, dicono gli intervistati, l’omosessualità nei loro seminari “è una cosa comune, una realtà sempre più presente”. Talmente normale “che arriva persino a essere banalizzata”. È convinzione diffusa tra loro “che in realtà il 90 per cento dei seminaristi oggi è omosessuale”.

Alcuni omosessuali – dicono – “cercano il seminario come mezzo di fuga per non assumersi davanti alla famiglia e alla società le responsabilità connesse al loro comportamento”. Altri “si scoprono omosessuali quando già sono in seminario”, trovando lì un ambiente favorevole. E quasi tutti, chi dice l’80 per cento, “vanno alla ricerca di partner sessuali”.

L’omosessualità, infatti – dichiarano –,“è una realtà presente nei seminari non solo nell’ordine dell’essere, ma anche nell’ordine della pratica”. Molti la praticano “come se fosse una cosa normale”. Scrivono gli autori dell’indagine: “Nella visione dei partecipanti alla ricerca, nel contesto attuale dei seminari un buona parte dei seminaristi è favorevole all’omosessualità. E, ancora di più, sostengono che se c’è amore in una relazione omosessuale, non c’è nulla di male. Dicono: ‘Se c’è amore, che male c’è?’”.

Gli intervistati chiedono piuttosto che “debba esserci un dialogo tra gli omosessuali e la Chiesa”. Ma appunto, un dialogo per far sì che “l’omosessualità all’interno dei seminari sia ben accompagnata e ben orientata”.

In altre parole, gli intervistati lamentano che i superiori non facciano nulla in materia di omosessualità, ma si aspettano di essere accettati e ammessi agli ordini sacri in quanto tali, con “un’accoglienza umanizzante della persona così com’è”.

“È chiaro – concludono gli autori dell’indagine – che esiste una discrepanza tra ciò che la Chiesa propone su come gestire l’omosessualità nei seminari e il modo in cui i seminari e le case di formazione percepiscono e affrontano questo fenomeno”.

Altro che discrepanza! Tra l’istruzione del 2005 e i comportamenti rilevati nell’indagine c’è un abisso.

Ma va anche notato che l’istruzione del 2005 è come se non valga più nulla, a giudicare da come si muovono oggi i vertici della Chiesa, su questo argomento cruciale.

Per rompere il silenzio sull’omosessualità nei seminari e tra il clero s’è dovuto muovere il papa emerito Benedetto XVI, negli “appunti” sullo scandalo degli abusi da lui pubblicati lo scorso 11 aprile dopo che per due mesi il suo successore Francesco li aveva tenuti chiusi in cassetto. “Vox clamantis in deserto”.