mercoledì 27 febbraio 2019

Triduo Sacro in rito antico: un commento liturgico di don Michele Gurtner.

Siamo nella settimana di Sassagesima: ci prepariamo alla Pasqua non solo attraverso l'imminente tempo quaresimale ma anche studiando un po' la liturgia antica e quanto le rubriche generali del messale del 1962 dicono sul Sacro Triduo (con un confronto anche con quelle del Messale di Paolo VI).  
A tal scopo Vi proponiamo un dotto e preciso commento liturgico di Mag. don Michele Gurtner, proprio sui Tre Giorni Santi. 

Il Triduo Sacro secondo il rito antico e quello nuovo. 

Quale è più coerente alla fede cattolica? 

Un commento liturgico di Mag. Michele Gurtner 


Senza dubbio il triduum sacrum rappresenta il culmine
incontestato di tutto l’anno liturgico. Sono innanzitutto ragioni dommatiche che ci portano a questa conclusione: le particolarità liturgiche di questi giorni sono “solo” la loro conseguenza. L’importanza sta nell'opera redentrice del Figlio, che poi si esprime necessariamente anche nella Sacra Liturgia. La risurrezione dà testimonianza della vittoria di Cristo che ci ha acquistato sulla croce, però la redenzione dell’uomo non consiste in essa. È piuttosto una conseguenza che segue alla redenzione, ma non è la redenzione stessa. 

Questa vittoria redentrice sulla Croce è stata anticipata già durante l’Ultima Cena, nel corso della quale il Signore ha instaurato il sacramento dell’Eucaristia, che non è altro che il sacrificio incruento sulla Santa Croce. Mediante il Sacramento dell’Eucaristia prosegue il Sacrificio di Cristo sulla Croce fino ai nostri tempi. Per questi motivi la Santa Chiesa celebra il Sacro Triduo proprio come una sola unità. Perciò, la Liturgia del Giovedì Santo non ha una vera e proprio chiusura, bensì continua direttamente il Venerdì Santo, il quale di nuovo non si conclude, ma prosegue nei primi riti della Veglia Pasquale. Liturgicamente parlando, il Sacro Triduo trova la sua apertura il Giovedì Santo e non si conclude prima della Messa della Veglia Pasquale. Questo percorso della Liturgia è più che coerente, visto che non si riferisce a tre eventi distinti, ma ad uno solo. 

Detto questo, possiamo procedere a paragonare (indipendentemente dalle varie cerimonie) i due messali di Giovanni XXIII e quello di Paolo VI, e constateremo che vi esiste una netta differenza riguardo la duratura del Sacro Triduo: troveremo uno spostamento addirittura di quasi un giorno! 

Numero 27 di Paschalis sollemnitatis del 16 Gennaio 1988 afferma, che il Triduo (secondo il calendario riformato nel messale di Paolo VI) incomincia con la Missa in Coena Domini, perdura per tutto il Venerdì Santo ed il Sabato Santo, e si conclude solo la Domenica di Pasqua con i Vespri: “Dalla messa vespertina «nella cena del Signore» inizia il triduo pasquale, che continua il venerdì santo «nella passione del Signore» e il sabato santo, ha il suo centro nella veglia pasquale e termina ai vespri della domenica di risurrezione.” Secondo questo concetto, il “Triduo” s’intende aritmeticamente come tre giorni, cioè 3 x 24 = 72 ore, cominciando da Giovedì sera fino a Domenica sera. 

A differenza di questo, le Rubricae generales del Messale del 1962 indicano nei numeri 74-76 una tempistica diversa per il Sacro Triduo (No. 75): Hebdomada a dominica II Passionis seu in palmis usque ad Sabbatum sanctum inclusive dicitur Hebdomada sancta; tres autem ultimi dies eiusdem hebdomadae nomine Tridui sacri designantur. Solo i tre ultimi giorni della Settimana Santa, la quale si conclude con il Sabato Santo, sono considerati i giorni del Sacro Triduo. 

Il momento esatto dell’inizio del Tempo Pasquale è l’inizio della Veglia Pasquale, e perdura fino alla Nona inclusive del Sabato dell’ottava di Pentecoste (no. 76): Tempus paschale decurrit ab initio Missae Vigiliae paschalis usque ad Nonam inclusive sabbati in octava Pentecostes. 

Secondo l’ordinamento del Missale 1962, il Sacro Triduo inizia allora Giovedì Santo (tutto il Giovedì), e perdura fino alla Messa della Vigilia Pasquale (esclusa); essa instrada un nuovo tempo liturgico, ovvero il tempo pasquale. 

Ma va considerato che il rito antico è molto preciso e sa discernere bene, quindi distingue accuratamente anche fra la Veglia come tale e la Santa Messa della Veglia; quando parliamo della Messa della Vigilia non dobbiamo intendere tutta la Veglia Pasquale. Perché la Santa Messa è solo la quarta (ed ultima) parte della Vigilia Pasquale, e solo con questa quarta parte finisce il Sacro Triduo. 

Perciò, il Messale del 1962 ha inserito dopo la seconda parte delle litanie di tutti i Santi, con la quale finisce la benedizione dell’acqua battesimale, una cesura nel Messale, inserendo un nuovo titolo proprio in questo punto della liturgia: Tempus paschatis – de Missa solemni Vigliae Paschalis. E solo a partire da questo momento anche l’intestazione dice “Missa Vigiliae paschalis”, mentre finora stava scritto “Sabato Sancto”. 

Ovviamente tutte le celebrazioni della Vigilia Pasquale costituiscono una sola celebrazione indivisibile. Questo si deduce anche dal severo dettato, che la Messa delle Veglia non va celebrata senza i riti precedenti che sono previsti dalla Sacra Liturgia della Chiesa: “Celebratio solius Missae Vigiliae paschalis sine caeremoniis praecedentibus interdicitur.” 

Per questo motivo le prime tre componenti delle Veglia Pasquale fanno ancora parte del Triduo Sacro, e quindi anche del Tempo di Passione nonché del Sabato Santo, e solo con la quarte parte iniziata, cioè la Santa Messa della Veglia Pasquale, termina questo tempo liturgico e comincia quello nuovo, che è il Tempo Pasquale. 

Questa strutturazione del rito tradizionale è più che giustificata e ha il suo senso, perché con la celebrazione liturgica della redenzione dell’uomo si è conclusa un’unità dommatica, mentre con la risurrezione si apre un altro elemento che segue a quella, ma non va confusa con essa. Contenutisticamente dobbiamo parlare di una conseguenza, ma non dobbiamo mai confondere la redenzione con la risurrezione. Il rischio della nuova liturgia secondo il Messale di Paolo VI però è proprio quello. La redenzione è una cosa, la risurrezione un’altra: mentre la redenzione consiste nella morte redentrice sulla Croce del Figlio e venne anticipata sacramentalmente e incruentemente durante l’Ultima Cena, la risurrezione segue ad essa e rappresenta il primo momento dopo la redenzione, ma non fa più parte della redenzione. È la morte di Gesù Cristo che ci ha liberato, non la sua risurrezione. Perciò, è il periodo fra Giovedì Santo e la Veglia Pasquale che forma un’unità dommatica, espressa poi anche liturgicamente, ma non la risurrezione. Con questa affermazione non vogliamo ridurre l’importanza della risurrezione del Signore o la gioia pasquale, ma non possiamo nemmeno confondere queste due realtà dommatiche. 

Per questo motivo la struttura liturgica, che troviamo nel Messale di Giovanni XXIII del 1962, è quella più coerente alla fede cattolica, e perciò alla dogmatica. La concezione del Triduo Pasquale, che troviamo nel Messale di Paolo VI invece non bada più a questa differenza dommatica e sembra d’ignorarla. Pare che mescoli la redenzione con le loro conseguenze. Dunque dobbiamo constatare, che l’ordinamento del rito antico è più coerente alla dogmatica, mentre il Messale di Paolo VI ci risulta più superficiale dal punto di visto dommatico. 

Qualora vi fosse mai una “riforma della riforma”, sarebbe un desiderio vivace che questa riforma ripristinasse quella naturale unità dommatica, che il Messale del 1975 ha rotto. 

15 commenti:

  1. Il rito antico ci arriva dai primi secoli cristiani e in antico la Pasqua era il venerdi santo, solo in un secondo tempo per pasqua si intese la dome ica di resurrezione. In piu' bisogna tener presente che con tutta probabilita' l'ultima cena avvenne il mercoledi', forse addirittura il martedi'. La nuova idea di triduo contenuta nel novus ordo e' dunque inventata. Sulla data della ultima cena in internet si trovano ottimi articoli coi quali si dimostra pure che i vangeli non si contraddicono. Don Franco R.

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  2. Per esempio vedasi qui: http://traditiomarciana.blogspot.com/2018/03/la-cronologia-della-pasqua.html?m=1

    Resta il fatto che il Messale del '62 non contiene la liturgia dei primi secoli, specie per quanto concerne la Settimana Santa, sibbene il rito inventato da mons. Bugnini e compagni regnante Pio XII, che è in nuce di fatto il triduo pasquale del rito nuovo (anzi, il rito nuovo sana alcune contraddizioni dovute alla fretta dei riformatori del '55). Per vedere la Settimana Santa giusta l'autentica millenaria tradizione della Chiesa Romana occorre prendere almeno il Messale del 1952.

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  3. Si è vero. Papa Benedetto nel suo volume "Gesù di Nazaret -Dall'ingresso in Gerusalemme fino alla resurrezione-
    lo spiega benissimo che l'ultima cena si è svolta di martedì, il processo di mercoledì e la passione- morte di giovedì.

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  4. Non c'è paragone tra due Messali,il Triduo del Messale di Paolo VI esprime senz'altro meglio il senso di Pasqua.A parte che fino alla riforma del triduo pasquale ,fatta negli anni cinquanta,la veglia pasquale di fatto non esisteva più,si celebrava il sabato mattina,ma poi la concezione ,secondo la quale, la resurrezione sarebbe una cosa a se,staccata dalla passione e morte e resurrezione e che la redenzione sarebbe avvenuta solo grazie alla morte è un concetto superato e incompleto.La redenzione infatti non è avvenuta solo grazie alla passione e morte di Cristo,ma a tutto il mistero pasquale,cioè alla passione,morte,resurrezione e glorificazione.Invece in questo ragionamento fatto da voi la resurrezione è solo una conseguenza della divinità di Gesù.Ciò è sbagliato in quanto la resurrezione è causa efficiente nel mistero pasquale.Il Mistero Pasquale non è una scoperta della riforma liturgica post Vaticano II ma è stato sempre un fondamento della Chiesa.

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  5. Il rito 'antico' del 1962 risale al... 1955. Occorre guardare prima

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  6. Noi non prendiamo neppure in considerazioni le bugniniane rubriche del '62 ( che sono pressocchè identiche a quelle del messale del '69 essendo il medesimo autore) perchè siamo soliti celebrare con il rito ante '55 quello antichissimo, proprio della pura liturgia romana. Non sappiamo perchè MiL ha postato questo articolo che parola SOLAMENTE del messale del '62 quando, per ammissione della stessa ex Commissione Ecclesia Dei. ora la Santa Sede sta ssempre più concedendo "ad experimentum" alle comunità di celebrare il Sacro Triduo con il messale perantiquo ante'55. Coloro che, ad esempio, vanno alla Trinità dei Pellegrini per la settimana santa sanno perfettamente che quel che ho scritto è vero. Questo articolo non ci appartiene e non appartiene a tutti quelli che, legati alla vera tradizione liturgica della chiesa, celebrano i riti della Settimana Santa con le rubriche di ... sempre.

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    1. Ottimo intervento. Ringrazio l'anonimo delle 14:38 per le precisazioni/informazioni.

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    2. anonimo delle 14.38 bene dixisti

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    3. Un tradizionalismo esasperato che danneggia la tradizione. La celebrazione ante 1962 era chiusa ai fedeli i quali assistevano praticamente come estranei. Basta aprire i due messali per capire che quello del 1962 è identico a quelli ante e post Trento, ma più comprensibile e tra questi e quello del 1969 c'è un abisso. La riforma 1962, auspice il grande Pio XII, non è stata opera di Bugnini ma principalmente del Card. Antonelli che rifiutò la riforma del 1969 litigando aspramente con l'interlocutore privilegiato di Paolo VI. Per apprezzare il messale 1962 basta esaminare il triduo pasquale prima del tutto incomprensibile ai fedeli ( e ai sacerdoti !) Mia nonna morta quasi centenaria 40 anni fa , diceva che i sacerdoti che mormoravano in fretta i testi della Messa:" sembravano il ronzio dei mosconi". Basta pensare che gli ultra tradizionalisti lefebreviani si attengono al messale 1962. Non attiriamoci facili critiche con argomentazioni del tutto strumentali! Ho assistito ad es. alla Messa del Giovedì Santo nella chiesa della Trinità dei pellegrini dove talvolta si è detta la Messa fino all'Ite missa est' ( !?!) e al Vangelo di Giovanni mentre non ci può essere separazione teologica e liturgica tra la consacrazione e comunione da una parte e la reposizione dall'altra. E. F.

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    4. Mi spiace E.F. delle 18:55 ma hai le idee proprio confuse. Tra le varie sciocchezze hai scritto "La riforma 1962, auspice il grande Pio XII" risum teneatis! Hai pure sbagliato Papa: il Messale del '62 è stato promulgato da San Giovanni XXIII auspice la Sacrosantum Concilium. Hai poi avuto l'ardire di scrivere "Basta aprire i due messali per capire che quello del 1962 è identico a quelli ante e post Trento". Qui mi taccio perchè il tuo forse ( me lo auguro) è stato uno scherzo di Carnevale! A Carnevale ogni scherzo vale.

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    5. Il Messale del 1962, anche se pubblicato da papa Giovanni, è figlio della lettera enciclica di Pio XII Mediator Dei del 1947 cui seguirono i lavori della apposita commissione la quale applicò la revisione del Messale precedente consistente in una più funzionale sistemazione soprattutto della Settimana Santa, a partire dal 1957. Non per nulla i novatori si scagliano contro quel Messale perché ritengono quella revisione irrisoria. La SC fu approvata e promulgata da Paolo VI il 4 dicembre 1963. Poi ci sarà la Messa 1969 che, a giudizio degli intendenti è tutt'altra cosa; i tradizionalisti, infatti, si appellano alla SC per rifiutarla.

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  7. sì, ma la posizione dell'autore è solo sottolineato se cita il Messale 62 perché se ADDIRITTURA il Messale 62, che già era corrotto, prevedeva un ordinamento diverso, allora è tanto più evidente che l'ordinamento del 70 non va bene... penso per questo motivo abbia citato il Messale 62

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  8. La verità che obbliga ad una risposta non si acquisisce né con battute ne con insulti ( ah Freud !). La SC è successiva di quasi due anni al Messale 1962 (occhio alle date!). Disorientamento nel tempo e nello spazio! Invece di coprire i fatti con il Carnevale ( !?!) lo dimostri comparando i due messali: tridentino e 1962 perfettamente identici. Se non lo fossero i novatori non si scaglierebbero biliosamente contro il 1962 che è quello che molti vescovi proibiscono e che, anche i tradizionalisti più accaniti, usano. Rimettiamo il problema a un liturgista novatore: maledirà il 1962, come ha sempre fatto, appunto perché tridentino.

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    1. Gentile anonimo sostenitore dell'abietta tesi della tridentinità (nonchè, in un certo qual senso, della tradizionalità intesa come qualcosa di ben più antico di Trento) del messale riformato del '62,
      La invito a leggere il post linkato, che si limita a riscontrare le notevoli differenze tra il messale antico e quello del '62, per esempio alla messa delle Ceneri occorrente un 6 marzo (come quest'anno). Le differenze sono numerosissime in tutto il messale, e la cosa è palese.

      https://traditiomarciana.blogspot.com/2019/03/confronti-liturgici-6-marzo-mercoledi.html

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    2. Certo che Anonimo delle 16:45 scherza anche in Quaresima! Ovvio che il messale del'62 è auteenticamente "tridentino" ma non lo è la Settimana Santa che è stata "composta" tra 1951 e il 1956. Non sto a giudicare qui ne' altrove se è meglio o peggio: di fatto è un'altra Settimana Santa rispetto a quella antica! Leggere qui per favore : http://www.unavoce-ve.it/04-10-9.htm

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