venerdì 28 dicembre 2018

Norcia: per la ricostruzione della Basilica di San Benedetto verrà cinicamente applicato il "manuale Cencelli"?

Non facciamoci delle illusioni le antiche chiese hanno avuto la malta più resistente di tutti i tempi: la fede e la sacralità!
La futura  basilica di San Benedetto, in qualunque stile o in qualsiasi forma sarà ricostruita,  si troverà schiacciata fra i soliti compromessi speriamo almeno che non si tratti di una spartizione al modo del famigerato "manuale Cencelli". 
L'articolo che postiamo si riferisce criticamente anche al"  rifiuto e la paura del nuovo inculcata a dosi massicce sulla scorta di esempi palesemente fuorvianti per mezzo della funzione cinicamente nefasta dei social network" . 
Cosa dovevano fare gli abitanti di Norcia per farsi ascoltare e per difendere la loro richezza identitaria religiosa, artistica e storica?
Sappiamo come i mass media favoriscono le stravaganze dei soliti archistar che hanno strangolato il patrimonio culturale e religioso di tante comunità.
I bravi insorgenti di Norcia  hanno chiaramente espresso la ferrea volontà di riavere la loro chiesa "com'era e dov'era".  
Non abbassiamo dunque il livello di guardia rimanendo realisticamente ancorati alla saggezza  della Sacra Scrittura che con il Salmo 127 insegna "Nisi Dominus aedificaverit domum, in vanum laboraverunt qui aedificant eam" .
AC  

«San Benedetto a Norcia, basilica non sarà identica 
ma chi la progetta ne preservi l’anima» 
 di Diego Zurli* 

«Devo dare ai viennesi una notizia ferale: la vecchia Vienna un giorno era nuova» (Karl Kraus) 
Non ci sono parole più appropriate di quelle pronunciate con feroce ironia dal grande intellettuale del secolo scorso, per commentare alcune singolari prese di posizione in merito alla futura ricostruzione della Basilica di San Benedetto di Norcia. 
Senza sollevare altre polemiche, non si può tuttavia sottacere come, da parte di taluni osservatori appartenenti alla nutrita categoria degli ‘architetti da tastiera’, si lancino messaggi apocalittici e inquietanti, presagi circa il presumibile esito del concorso europeo per la ricostruzione di quello che, probabilmente, diventerà l’edificio simbolo del sisma del 2016 (come lo fu la basilica di San Francesco di Assisi per quello del 1997). 
Ho infatti l’onore e il piacere di rappresentare la Regione Umbria, assieme ai colleghi Moretti e Battoni, nell’ambito della commissione appositamente istituita per tracciare le linee guida che ispireranno il concorso, alla quale, assieme all’autorevolissimo professore Antonio Paolucci che la presiede, partecipano altre personalità del mondo dell’architettura oltre che della tutela del patrimonio monumentale. 
Non sono in grado di anticipare (e mi guarderei bene dal farlo) le risultanze di un lavoro che è solo agli inizi e che, per varie ragioni, si presenta abbastanza difficile. Intendo solo
proporre alcune personali riflessioni su un tema che ritengo essenziale per inquadrare sul piano astrattamente teorico la questione della ricostruzione di un bene monumentale in un dato contesto storico.

Molte delle prese di posizione che ho avuto modo di leggere, si possono in gran parte annoverare a pieno titolo nella linea di pensiero sintetizzabile nello slogan ‘com’era’ laddove, relativamente al ‘dov’era’, non sussiste per ovvie ragioni la materia del contendere in quanto nessuno si sognerebbe mai di spostare la chiesa dal luogo in cui è sempre stata. 
Questo modo abbastanza ricorrente di rappresentare in termini semplicistici e riduttivi un problema di straordinaria complessità, come non ha mancato di sottolineare Antonio Paolucci spiegando le notevoli differenze con il ben più noto precedente della Basilica di San Francesco ad Assisi, nasconde in realtà aspetti piuttosto insidiosi. 
Come nel caso della Basilica papale di Santa Maria degli Angeli, ad Assisi, concepita con lo scopo di contenere le cappelle della Porziuncola e del Transito, anche la chiesa di Norcia venne edificata con l’intento di custodire quella che, secondo la tradizione, è stata la casa natale dei santi gemelli Benedetto e Scolastica. 
La chiesa di San Benedetto, come tutti sanno, è un edificio ricostruito più volte per effetto dei numerosi terremoti che l’ hanno colpita nel corso della sua storia. 
In tempi recenti, prima degli eventi del 2016, fu infatti danneggiata nel 1979 e successivamente gravemente lesionata nel 1997 prima di essere riaperta, dopo la sua ricostruzione, in occasione del giubileo del 2000. 
Anche in tempi meno recenti, fu interessata dal terremoto che distrusse la città nel 1859; alcune rarissime foto dell’epoca, mostrano i resti della facciata sensibilmente diversa da quella attuale e la sua successiva ricostruzione che la stravolse del tutto con l’abbassamento di oltre un metro del coronamento sistemato a gradini. 
In quella tragica circostanza, lo stesso Portico delle Misure, gravemente danneggiato, fu inizialmente demolito per intero e poi ricostruito ex novo. 
Si potrebbe continuare con le trasformazioni subite da altre parti del monumento, come ad esempio il campanile, ma quelle sommariamente descritte bastano e avanzano per poter sostenere, senza timore di essere smentiti, che l’edificio ha subito pesanti rimaneggiamenti nel corso di tutta la sua travagliata storia, a partire dal nucleo originale trecentesco di cui si conservano pochissimi elementi tra cui la cripta e qualche frammento della navata gotica. 

Una siffatta descrizione, dalla quale si evincono le rilevanti trasformazioni subite in tempi recenti, non deve tuttavia trarre in inganno circa l’importanza e il valore identitario e culturale del bene. Per questo motivo, anteporre ‘l’istanza estetica’, a quella ‘storica’ sulla scorta dei noti principi della Teoria del restauro di Cesare Brandi la quale non esclude la possibilità che ogni epoca lasci consapevolmente il segno del proprio passaggio, può risultare pregiudizievole e fuorviante ai fini di una corretta lettura del monumento; quest’ultima istanza, come ha chiarito il grande storico dell’arte, ‘non si arresta alla prima storicità che si fondava all’atto della formulazione dell’opera’ ma si protrae nel tempo fino al momento in cui l’opera d’arte viene riconosciuta come tale. 
Osservare un opportuno dosaggio delle due componenti, mantenendone l’unità senza commettere un falso artistico o un falso storico è, in estrema sintesi, uno dei principali criteri ispiratori di ogni progetto di restauro. 
Ed allora, se ci poniamo la domanda del ‘com’era’, non possiamo non convenire sul fatto che, nel corso del tempo, la Basilica di San Benedetto è stata di volta in volta qualche cosa di diverso poiché, ad ogni ricostruzione, e in base alle mutevoli oscillazioni del gusto, la chiesa ha subito cambiamenti anche assai rilevanti che ne hanno modificato i caratteri e la consistenza, fino a quella a noi giunta al momento del crollo.

C’è anche un secondo aspetto non meno importante da sottolineare che ho colto nelle stesse parole dei cittadini in occasione della consultazione pubblica: il timore di vedersi restituire una chiesa che non sia più percepita come la propria chiesa al termine della ricostruzione. Tale preoccupazione è indubbiamente legittima ma, in tutta franchezza, occorre ammettere fin d’ora che la basilica di San Benedetto non sarà mai più esattamente quella di una volta. Chi sostiene una tesi diversa, inganna le persone perché sa bene che nessun fedele processo di ricostruzione per anastilosi, per quanto accurato e sapiente, sarà purtroppo in grado di riportare la chiesa alla sua originale consistenza senza commettere un falso storico. 
Nutro da sempre, peraltro, una forte diffidenza nei confronti di quanti, in casi come questo, pretendono di avanzare soluzioni semplici a problemi molto complessi. 
Soprattutto, laddove si lascia intravedere, ad esempio, che l’impiego di massicce dosi di tecnologia digitale (nell’epoca della massima ‘riproducibilità tecnica dell’opera d’arte’ secondo la straordinaria intuizione Walter Benjamin), possa risolvere da solo le delicatissime questioni teoriche e pratiche che un’operazione di ricostruzione-restauro di un opera di grande valore simbolico e identitario porta con sé e su cui, inevitabilmente, si appunteranno gli sguardi del mondo. 
La nostalgia del passato, il rifiuto di ogni intervento o azione che non sia la proposizione di soluzioni banali o rassicuranti non è, a mio parere, l’approccio corretto: l’obiettivo ambizioso cui tendere e che dovrà ispirare la ricostruzione del bene non è quello di riavere la chiesa ‘com’era’ ma di averne una decisamente migliore. (Sottolineatura nostra N.d.R.)

Ho ascoltato con molta attenzione l’intervento appassionato di una signora, in occasione della consultazione pubblica svoltasi in piazza il giorno della seduta di insediamento della commissione di cui faccio parte. 
Le sue parole, hanno posto con forza almeno tre importanti questioni che ritengo di poter condividere: la prima, è che il concorso internazionale non può essere l’occasione per qualche archistar per mettersi in mostra agli occhi del mondo. 
E’ un rischio che non mi sento di escludere del tutto ma che ritengo molto improbabile laddove i criteri del bando indichino con chiarezza i gradi di libertà e di vincolo che debbano ispirare la progettazione. 
La seconda, è quella di riavere una chiesa il più possibile sicura nei confronti dei terremoti; su questo posso confermare l’impegno di tutti e la determinazione con la quale, fin dal primo momento, i rappresentanti delle istituzioni, il mondo della ricerca nel campo dell’ingegneria e delle professioni e gli stessi Commissari Straordinari che si sono succeduti, hanno inteso ribadire con forza e all’unisono, la necessità di improntare la ricostruzione del patrimonio storico e monumentale all’insegna della massima riduzione della vulnerabilità sismica; sapendo che, probabilmente, non sarà mai possibile raggiungere un rischio pari a zero, in una zona ad altissima pericolosità come quella appenninica. 
Nessuno di noi, peraltro, farebbe una bella figura se, in occasione del prossimo terremoto che prima o poi colpirà ancora, come purtroppo è avvenuto questa volta, tutte le chiese di Norcia finissero di nuovo in mille pezzi. 
Non possiamo proprio lasciare che ciò accada, sapendo che oggi disponiamo di tecnologie, nuovi materiali da costruzione, criteri di calcolo strutturale in grado di rendere di gran lunga più performanti, dal punto di vista del comportamento sismico, edifici tipologicamente assai vulnerabili. 
La terza, a mio parere la più importante, è quella di un edificio che non stravolga l’equilibrio storicamente consolidato di piazza San Benedetto, perché – come qualcuno ha perentoriamente affermato – ‘la piazza di Norcia è questa e non un’altra piazza’. 
Un edificio che comprometta, alterandone l’assetto, i rapporti plano-volumetrici dello spazio urbano sarebbe anche dal mio punto di vista difficilmente accettabile. 
Queste poche ma significative indicazioni, possono costituire una prima utile base di riflessione per il futuro lavoro della commissione che, presumibilmente, ne terrà senz’altro conto. 
Ciò che non mi sento di condividere e che non trovo giustificabile nelle parole che ho sentito pronunciare, è il rifiuto e la paura del nuovo inculcata a dosi massicce sulla scorta di esempi palesemente fuorvianti per mezzo della funzione cinicamente nefasta dei social network i quali, come ormai tutti riconoscono, sono capaci di esaltare nelle persone istinti irrazionali e comportamenti emozionali. (Sottolineatura nostra: pare di leggere le parole di uno dei tanti preti o prelati "alla moda"... N.d.R.)
La paura – occorre ammetterlo – è purtroppo uno dei tratti distintivi del nostro tempo. L’incertezza del futuro, l’angoscia esistenziale che contraddistingue i tempi che stiamo vivendo porta infatti con sé conseguenze preoccupanti e potenzialmente pregiudizievoli. 
Ciò che vale per la vita delle persone, vale anche per l’Architettura la quale non può in alcun modo ripiegare su soluzioni banali e rassicuranti negando sé stessa e i propri fondamenti disciplinari, se e in quanto opera d’arte frutto dall’ingegno umano. 
È questo, a mio giudizio, il corretto significato e il giusto valore da attribuire alle parole del Vescovo Renato Boccardo il quale non credo proprio avesse in mente (né mi pare abbia mai proposto) una banale soluzione ‘in acciaio e vetro’ quando ha avanzato, per la prima volta, la coraggiosa proposta di un concorso internazionale. (Come mai allora  la popolazione di Norcia si è messa in allarme dopo che l'Arcivescovo aveva più volte espresso i suoi "desiderata" per la nuova chiesa ? N.d.R.)

Ma quale può essere il corretto approccio metodologico con cui può essere affrontata un’operazione di indubbia complessità come questa. 
Le relazioni tra le arti, come ad esempio tra musica e architettura, sono state ampiamente esplorate: il ritmo, la proporzione, l’armonia, sono concetti che trovano applicazione sia in campo architettonico che in quello musicale. 
Ricorrendo ad un esempio tratto da quest’ultima forma di espressione artistica, esistono casi di partiture scritte a più mani o completate da altri compositori ove siano giunte in modo incompleto o frammentario. 
Intervenire su un’opera già scritta, come è accaduto ad esempio alla celeberrima ‘Quadri da un’esposizione’ composta da Musorgskij (ma modificata da Rimskij-Korsakov ed orchestrata da Maurice Ravel), presuppone un’ attenzione e una sensibilità differente da quella richiesta ad un musicista che si accinga a comporre, partendo da un foglio bianco, una nuova opera. Aggiungere una pagina ad una partitura incompleta, o rielaborarne un adattamento per orchestra, presuppone il sostanziale rispetto della partitura originaria senza che ciò debba costituire impedimento all’artista nell’esprimere responsabilmente la propria vena creativa. Ciò equivale – se il paragone non suoni troppo ardito – a reintegrare l’opera di architettura danneggiata nel contesto originario, partendo dai frammenti rimasti, costituendo la stessa il palinsesto su cui aggiungere una nuova pagina, come più e più volte è accaduto nella sua storia, senza per questo dover rinunciare ad esprimere i valori e i significati del tempo presente attraverso la proposizione di soluzioni sciatte o rassicuranti. 

L’originalità ad ogni costo – occorre ammetterlo – ha costituito da sempre un forte richiamo per l’esercizio del mestiere di architetto. 
Resistere alle sirene dell’ostentazione, dell’esuberanza del gesto liberato da ogni regola o vincolo suggerito dal contesto è, a mio modo di vedere, una delle virtù più rare ed apprezzabili per quanti si trovino ad operare all’interno di luoghi così densi di storia e di memoria. 
Ci sono stati grandi architetti, come Carlo Scarpa, che hanno fatto della poetica del frammento, della cura del particolare e della accettazione della ‘discontinuità del contesto storico’ la cifra della propria visione della disciplina. 
Altri che hanno proposto concezioni in tutto o in parte simili ove l’originalità del linguaggio è intesa, alla lettera, come costante ricerca del rapporto con l’origine attraverso un dialogo continuo e fecondo con la tradizione. 
Solo una concezione assai superficiale e lacunosa dell’architettura può travisare una siffatta visione scambiandola con la rinuncia all’espressione della creatività, negando il diritto alla contemporaneità. 

Questo, in estrema sintesi, è il mio personalissimo punto di vista. 
È difficile prevedere quali saranno gli esiti finali del percorso che si è appena avviato. 
Mi piace, tuttavia immaginare che, come ha auspicato il priore del monastero, padre Benedetto, la ricostruzione della chiesa debba avvenire facendo sì che l’attenzione e l’interesse della comunità e del mondo, prima ancora che verso le soluzioni architettoniche, siano rivolte soprattutto su ciò che dovrà continuare ad accadere all’interno delle sue mura. Non interessa granché – ha aggiunto Benedetto – fra quanto tempo sarà possibile tagliare il nastro, auspicando che lo stesso possa risultare il più breve possibile: ciò che interessa e nel contempo preoccupa molto di più è il rischio di trovarsi tra le mani tra qualche anno un edificio vuoto e senz’anima. 
Soprattutto, grazie all’opera instancabile dei suoi dimoranti, facendo sì che le genti di ogni angolo della terra, possano continuare a ritrovarsi e riconoscersi in un luogo così carico di significati e valori. 
Non c’è modo più saggio ed efficace per accantonare al più presto un’inutile polemica affinché, anche grazie alla futura ricostruzione della sua basilica, lo straordinario ed attualissimo messaggio del fondatore della ‘Sancta Regula’ possa continuare ad essere perpetuato nei secoli sedimentando, in ogni parte del mondo, i valori spirituali e temporali che hanno dato luogo alla nascita della nostra civiltà e della stessa identità europea ed occidentale. 

*Dirigente Regione Umbria 

 Fonte: Umbria24 QUI

5 commenti:

  1. Noto che nel lungo trattato in difesa del concorso internazionale per la ricostruzione della Basilica scritto dal Funzionario della Regione e qui riportato manca un anche veloce riferimento a come sia stata gestita la ricostruzione dell'Abbazia di Montecassino dopo gli eventi bellici. Eppure, anche solo per rispetto a San Benedetto, due parole ci sarebbero anche state. Secondo me, il modello da seguire è proprio quello. Soprattutto perchè ha funzionato egregiamente.

    Si parla invece di "Quadri per una Esposizione" di Musorgskij, di cui invero esiste anche la versione progressive rock anni 70 di Emerson, Lake & Palmer, purtroppo molto vicina alla "sensibilità" attuale di certe parti della Chiesa, ma non per questo particolarmente degna di nota rispetto all'originale. Non credo sia un esempio felice.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Bene ha scritto Anonimo delle 16:04 "manca un anche veloce riferimento a come sia stata gestita la ricostruzione dell'Abbazia di Montecassino dopo gli eventi bellici".
      Ha ragione l'anonimo commentatore !!!

      Elimina
  2. L'importante è che sia ricostruito l'Altare Ad Deum

    RispondiElimina
  3. Tanto per cambiare l'operazione della ricostruzione della chiesa di S. Benedetto finirà per essere, da parte degli 'esperti' una operazione di narcisismo e per chi dovrà ricostruirla, un grosso affare finanziario. Si può ricostruire benissimo con materiali antisismici senza alterarne l'aspetto interno ed esterno, simbolo della spiritualità benedettina. Si prenda esempio dal mirabile ripristino filologico della cattedrale di Gaeta, da tutti i veri intendenti elogiato, diretto da mons. D'Onorio, vescovo di quella diocesi ed ex abate di Montecassino.

    RispondiElimina
  4. Thanks for finally talking about >"Norcia: per la ricostruzione della Basilica di San Benedetto verra cinicamente applicato il "manuale Cencelli"?" <Liked it!

    RispondiElimina

L'inserimento senza moderazione dei commenti è limitato ai soli post usciti nella medesima giornata di inserimento e nel giorno precedente. Per i post più vecchi, i commenti saranno sottoposti a moderazione.
Qualora fosse attiva la moderazione, possono passare anche alcuni giorni prima del controllo da parte della Redazione.